GALLERIE DELLE DEE AMERICHE

ESTSANATLEHI
Ricerca per http://www.ilcerchiodellaluna.it



Un'immagine della Dea Estsanatlehi

Una dea apache e navajo: La Donna che si rinnova
Estsanatlehi, la "Donna che si Rinnova" delle popolazioni navajo e apache è una divinità della Natura dai molti e diversi nomi, tra cui Donna della Conchiglia Bianca - quella che portò la luce sulla terra - e Donna Dipinta di Bianco - quella che nella tradizione apache chiricalma diede alla luce gli eroi che trucidarono i mostri.

Nei miti dei Navajo, che un tempo appartenevano alla nazione apache, la Donna che si Rinnova è Estsanatlehi ("Madre di tutti"), che muta d'abito quattro volte l'anno, quando attraversa le quattro porte della sua dimora celeste per creare le stagioni. Nasce con i fiori della primavera, matura con l'estate, invecchia con l'autunno, e va a riposare con l'inverno. La Donna che si Rinnova rappresenta così tutte le fasi dell'esistenza femminile, ma in particolare il momento in cui una ragazza diventa donna: una transizione che è considerata apportatrice di bene per l'intero clan, ed è perciò caratterizzata da festeggiamenti e riti.

Fu dalla Donna che si Rinnova che gli esseri umani ricevettero la conoscenza e la saggezza, i cicli lunari e mestruali, i canti, le celebrazioni e il desiderio di ricerca. Essa insegnò inoltre ai Navajo come costruire le capanne dal tetto arrotondato chiamate hogan.
Divinità principale del pantheon navajo, fu sospinta nel mondo insieme ad altri esseri sacri dalla forza di un'inondazione sotterranea. Creò quindi gli antenati e insegnò loro a vivere in armonia con la Natura.
Secondo un altro racconto, fu trovata sulla cima di un monte dal Primo Uomo e dalla Prima Donna, che l'allevarono come una figlia. Quando si avvicinò il momento dello sviluppo, i genitori adottivi la riportarono dove l'avevano trovata e celebrarono il primo rito della pubertà.
Tutte le tradizioni a lei legate concordano nel raccontare che sposò poi il sole e diede alla luce due gemelli, Trucidamostri e Figlio dell'Acqua, che liberarono il mondo dalle creature mostruose che lo affliggevano.

La Donna che si Rinnova protegge dalle sventure e offre inoltre aiuto sotto forma di cibo, asilo e vesti. Oggi vive in una splendida "magione occidentale".


Riti della pubertà



L'arrivo dei menarca - il momento in cui una ragazza si trasforma in donna - ha dato origine nelle culture di tutto il mondo a riti, nei quali spesso un gruppo di donne inscena racconti mitici il cui preciso intento e significato restano un segreto gelosamente custodito.

Le Aborigene priljari tjara dei deserto occidentale dell'Australia eseguono una rappresentazione rituale in sette episodi, le cui prime due scene descrivono la scoperta del cibo, dell'acqua e di un rifugio. Il terzo episodio riguarda la prima mestruazione dell'iniziata, che riceve consigli sul sesso dalla sorella maggiore. Negli ultimi quattro episodi l'adolescente, riconosciuta l'attrazione sessuale, va alla ricerca di un uomo e infine lo sceglie; questi è interpretato da una donna in menopausa. Una variante del rituale prevede che una delle giovani venga rapita e stuprata, dopo di che le donne catturano e mutilano il violentatore. In entrambe le versioni il finale del rito, che è fonte di gran divertimento per tutti coloro che vi partecipano, prevede canti e danze celebrative.

La Donna che si Rinnova è una divinità vivente, e i suoi adartori la nutrono, le parlano e le offrono doni. È venerata con la narrazione. il canto e la discussione, ma il tributo più intenso e importante le viene reso nella lforma dei rito che contrassegna l'arrivo del mestruo (in apache, na ih es).

Secondo la tradizione chiricalma, un tempo tutti gli apache vivevano insieme a Hot Springs, dove ricevettero le leggi sacre, prima di disperdersi nella parte sud occidentale degli Stati Uniti. Fu lì che la Donna Dipinta di Bianco (la Donna che si Rinnova) insegnò loro il rito del mestruo, sotto forma delle precise istruzioni tuttora seguite.

La festa inizia all'arrivo dei menarca e dura quattro giorni, durante i quali l'uomo medicina intona preghiere invocando la Donna che si Rinnova affinché infonda la sua essenza nella ragazza, di modo che si trasformi in una donna feconda e generosa e sia onorata e venerata dalla sua gente. In risposta, lo spirito della Donna che si Rinnova "viaggia sui canti" dell'uomo-medicina a e va ad abitare nell'adolescente, che diventa l'incarnazione della dea per i quattro gi sacri.

Nei quattro giorni del rito della pubertà, la ragazza riceve l'eclusiva attenzione di una donna più anziana che la vezzeggia, la massaggia e la consiglia. Una delle finalitá del rito è di caricare di energia magica un amuleto di cui l'iniziata possa servirsi quando a sua volta perderà i poteri legati alla procreazione.

Il primo e l'ultimo giorno l'iniziata cammina in senso orario, accompagnata dagli acuti lamenti delle donne, intorno a un cesto contenente polline, piume, pittura e cereali, considerati elementi sacri dei riti. In diversi momenti vi sono festeggiamenti, racconti e danze, aperte da ballerine danzatrici chiamate gahe.
Nel corso della cerimonia l'iniziata rappresenta il congiungimento della Donna che si Rinnova con il sole.
Quando il rito si conclude, è diventata una donna e contemporaneamente un simbolo di pace e prosperità per il suo Popolo

OSHUN
La messaggera di Olordumare

Testo e ricerca di Manuela Caregnato per http://www.ilcerchiodellaluna.it

Oshun di Kris Waldherr. Per altre immagini vai alla pagina Immagini di Oshun

Oshun, chiamata anche Caridad, Oxum, Ochùn, Oxum o Osun, è parte della mitologia Yoruba e della Santeria* ed è un’Orisha**. E’ la Santa patrona di Cuba e viene anche chiamata con il nome di “Vergine della carità del Cobra”.
Sebbene sia la più giovane tra le Orisha femminili, ha meritato il titolo di Iyalode o Grande Regina del cielo, ed è così che viene rappresentata nella mente dei cubani, che hanno nei suoi confronti una profonda devozione.

La più bella tra le belle, Oshun è Dea d’amore e di femminilità e nell’iconografia più autentica viene rappresentata come una splendida giovane mulatta, sempre allegra e sorridente, amante della danza, e delle feste, ove si reca sempre accompagnata dal suono dei suoi campanelli.
E’ sposa di Chango e amica intima di Eleggua, che la protegge. Simbolizza la maternità, il parto, l’amore materno, la famiglia, la casa e la patria, ma anche la cucina, il sentimento e l’immaginazione, nonché le faccende economiche.
Sebbene sia la più giovane tra tutte, può sostituire qualsiasi Orisha, persino Obbatala. In Nigeria viene adorata perché Le si attribuisce la creazione del feto all’interno dell’utero. Infatti, insieme a Yemayà, presiede l’embrione, mentre Obbatala è lo scultore che dona la forma umana ed il dono della parola.

Le figlie di questa Dea coltivano l’ospitalità, la caritatevolezza, la compassione e la sensibilità. Sono molto materne e comprensive ed hanno una grande memoria, sono fantasiose, romantiche e generose, emotive e suscettibili.

Nata dalla bocca del fiume e del mare, Oshùn è la patrona di tutte le acque, specialmente quelle dolci di fiume, sorgente e cascata, alle cui rive si può incontrarLa e venerarLa. E’ lì che Lei vive e la troviamo spesso in compagnia di Yemaya. Attraverso l’acqua insieme con il miele, di cui altrettanto è patrona, offre le sue cure e le sue guarigioni. Tra i suoi amati compiti vi è quello in special modo quello di assistere le gestanti e le partorienti.

E’ la più allegra, civettuola e scanzonata di tutte, ama scherzare, giocare, truccarsi, profumarsi e guardarsi allo specchio, ed è capace di flirtare con tutti, e si dice che nessuno possa resistere al suo fascino, sia che si tratti di Orisha o di uomini.
Nondimeno ha un lato molto serio, e può essere molto combattiva, specialmente quando lotta per difendere i suoi figli. E’ molto sensuale ma anche molto sensibile e le sue benedizioni rendono la vita degna di essere vissuta.


Il mito
Si dice che fu la prima cuoca che gli Orisha abbiano mai avuto, ma poiché era molto distratta dovette faticare molto per essere presa in seria considerazione. Tra le tante storie che parlano di Lei, una narra che scambiò i suoi lunghi capelli con Yemayà per ottenere dei vestiti che l’avevano colpita per i colori sgargianti. Poi, con i capelli rimasti, si fece meravigliose acconciature.

In un’altra storia si narra che dovette prostituirsi per nutrire i suoi figli, e così le altre orisha glieli portarono via di casa. Allora Lei si ammalò di dolore e vestì lo stesso abito bianco per giorni e giorni, finchè questo divenne giallo. Ma Ajè-Shaluga, un altro Orisha, La vide mentre lavava il suo vestito al fiume e si innamorò perdutamente di Lei. La ricoprì di denaro e di gemme che raccolse dal fondo del fiume in cui viveva. Si sposarono e lei potè riavere i suoi figli.
Si dice soprattutto che con le sue irresistibili arti femminili sedusse Ogùn, inducendolo a uscire dal bosco, ed è così che salvò il mondo.


I suoi volti
Diversi sono i volti, o cammini, ma forse è più giusto dire i passaggi, che riguardano questa Dea, che viene chiamata con più nomi e rappresentata in modi differenti:

Yeyè Morò La più allegra e civetta di tutte, ha una grande sintonia con Eggùn, motivo per cui molti Iucumi la considerano “mungungu” o “regina ngangà”.

Ochùn Kayodè
Come Yeyè Morò passa la vita danzando ed è molto allegra. Xangò la prese in sposa ed era molto rispettata ed amata. I suoi caracoles sono marrone scuro e porta una chiave d’oro che le donò Elegguà, con la quale apre le porte della felicità e i cuori delle genti, e per questo tutti la amano.

Ibu Ikole Nel suo cammino come Ibu Ikole Le si accredita la salvezza del mondo quando fece un’immenso servizio volando fino al cielo transformata in uccello. Ikole infatti significa “messaggera della casa di Olodumare”. Si prende anche molto cura della casa e della pulizia. Indossa una collana d’ambra e corallo.

Ololodi Secondo una versione questa è una Dea vestita da guerriera. E’ molto forte e i suoi nemici non hanno alcuna possibilità di sconfiggerla quando si arrabbia per difendere i suoi figli. Indossa una campana ed un machete. La sua corona è piena di coralli e la sua collana è fatta di perle, corallo, avorio e acquamarina. Secondo un’altra vive nel fondo del fiume, da cui emerge con i suoi pesci, una stella e la mezza luna. E’ molto serena. E’ un po’ sorda e lenta nel rispondere alle invocazioni. Molto casalinga, è una signora di grande rispetto. Si occupa solo di faccende veramente serie. Si usa chiamarla agitando con forza un agogò o una campanella, oppure con una trombetta di platino a forma di corno. Non ama danzare.

Ibu Akuaro E’ la regina senza corona. Vive dove il fiume incontra il mare, pertanto è regina di acque dolci e salate. E’ colei che prepara i filtri d’amore. Si è soliti farLe offerte con miele e molto oro e profumi e una bottiglia di sidro dolce. Prima di recarsi al luogo di culto, si deve ingraziarsi Yemayà, sua madre adottiva che la salvò. Akuara, per molti Lucumì, è uno dei più antichi passaggi di Ochùn, e viene da Dajomi. La sua collana è color giallo chiaro, verde e bianco e contiene corallo. Porta con sé un oggetto di legno di mango che assume diverse figure con cui lei ama danzare.

Ibu Aña E’ la Ochùn dei tamburi. Nel suonarli si è soliti evocare il suo nome (Ana) per tenere il tempo. E’ colei che non sente il tamburo ma va diretta verso lui. E’ molto amata dai suonatori di tamburo de “las reglas cubana”.

Ibu Iñani Vive nella sabbia della riva del fiume. E’ famosa per le sue controversie e possiede un ventaglio bronzeo fatto di campanelline.

Ibu Yumu Tesse maglie e cesti per i pescatori. Vecchia e sorda, è molto severa ed è legata ad Oggùn, di cui abitualmente si considera essere la moglie. E’ la più ricca di tutte, e non ama le feste. E’ colei che fa crescere il ventre anche senza alcuna gravidanza. Porta ai suoi figli la prosperità commerciale in qualsiasi lavoro essi intraprendano.

Ibu Oddonki Sta presso il fiume quando questo va in piena e si riempie di fango. Ha una cesta e una spada.

Ibu Oddoi Sta nel letto del fiume in secca. La sua corona contiene un girasole pendente.

Oggale Lei è anziana e presiede le massaie. La sua corona ha una chiave pendente.

Okuanda E’ colei che fu gettata nel fiume morta, colei che liberò Shangò. La sua corona finisce con una croce pendente.

Addesa La simbolizza la corona ed il pavone.

Ayede E’ colei che più sembra una regina. La sua corona è rivestiva di tessuto giallo e di piume di pappagallo e usignolo. E’ elegante, una gran signora, che ama la musica e le feste ma è anche giudiziosa e fedele moglie di Xangò. Terribilmete gelosa, i suoi occhi sprizzano odio quando un’altra Orisha cerca di conquistarlo.

Okuose Oddo E’ Colei che emerse morta dal fiume. Vive dentro una fontana e ha cinque bottiglie contenenti acque di diversi fiumi.

Bumi E’ Colei che si reca al fiume per prendere l’acqua. Ha una collana d’ambra e una gerla per l’acqua.

Ede Rappresentata da un gambero, è una buona camminatrice. La sua corona contiene 101 pezzi di bronzo e 101 braccialetti.

Latu Elegba Mangia un’anguria e vive al centro del fiume. Non ha corona.

Eleke Oni E’ Oshun la guerriera. Vive vicino all’albero del Paradiso e indossa una collana fatta di semi. Non ha corona, ma quattro collane. E’ molto forte.

Itu Mu Veste come un uomo, è un’amazzone. E’ sempre con Inle e Osajano.

Tinibu Vive con Orun. Esce di notte e ama andare in barca. E’ la sorella di Miwa ed è adorata ma non è incarnata e non ha un corpo umano.

Aja Jura E’ una guerriera e non ha corona ma un’elmetto.

Aremu Condeamo
Veste in bianco ed è molto misteriosa. La sua collana è di ambra e corallo.

Sekesè E’ molto seria. Taluni popoli africani, come i Takùa e gli Ihebu usano porgere il proprio figlio tra le Sue braccia. E’ moglie fedele di Xangò e le si attribuisce questo figlio, il Xangò Ibeji.

Fumikè E’ legata a Obatalà, che le concesse il dono di dare la vita e la nascita di nuove persone sulla terra. Lei dona figli alle donne sterili e ama molto i bambini. Quando una donna non può rimanere incinta, Le si fa un sacchetto di erbe del monte di Ochùn, poi lo si imbeve nel miele; Una volta che la donna rimane incinta, per non perderlo si lega un cordone giallo al ventre perché la pancia continui a crescere e la creatura non si disperda.

Funkè E’ saggia ed ha grandi conoscenze sulla magia. Viene dalla terra Takùa. Sposa di Xangò, apprese i segreti della magia e divinazione. Suo padrino è Orulà.

Niwè Vive nei giunchi del fiume. E’ molto associata con Nanà Burukù ed entrambe costruiscono ceste per i pescatori. Viene rappresentata in un’immagine molto scura.
La si saluta con un Yalodde.


Iconografia e attributi

Il suo colore è il giallo però le si attribuiscono anche i coralli i verdi. Il suo giorno è il sabato e i suoi numeri il 5, 10, 15 e 25.
Il ricettacolo è una zuppiera multicolore, con predominanza del giallo, piena di acqua di fiume con cinque otaes, che devono essere raccolte all’alba dal fondo di un fiume e se guardan en tinajas de barro.
Suoi attributi sono il legno di sandalo e la piuma di pavone reale, il ventaglio, i pesciolini, i gamberi, le conchiglie, le bottigliette, gli specchi, i gioielli, i coralli marini, e tutti gli oggetti per la bellezza femminile.
I suoi simboli sono cinque manillas, cinque odané, una mezza luna, due remi, una stella, un sole e da una a cinque campanelle. A seconda del diverso cammino, i suoi simboli possono variare. Ochún Kolé ad esempio oltre a tutto quanto detto, ha anche cinque acque, cinque spole di filo, un machete, un mortaio e una corona con ventun pezzi.
Indossa pietre gialle e ambra. Ochún Olodí, Ibú e Ochún Gumíi le indossano rosse, verde smeraldo o giallo. Ochún Ikole porta oro e ambra. Sia Ochùn che Yemayà indossano coralli.
E’ vestita con una gonna gialla ed una cintura a fascia, che sopra al ventre ha un oggetto a forma di rombo. Al bordo del vestito ha un festone di puntas con cascabelitos colgantes.
I suoi animali sono i galli, le colombe, gli iguana, jicotea, patos, chivos castrados, venados (quando era amante di Ochosi), le galline, codornices (nel cammino di Ochún Ibú Akuara), i pavoni reali, i canarini e caimani.
I cibi a Lei cari sono dolcetti di gofio con miele, mele e caramello. Arance dolci di Cina, la scarola, acelga, chayote, tamal, riso giallo e farina di mais. Ekó, ekrú y olelé con azafrán. Dolci al cocco e tutti gli altri tipi di dolci. Ochinchin è il cibo liturgico che le si offre al fiume prima dell’iniziazione di un Iyawò. Tutti i pesci e i frutti di mare, e in particolare i gamberetti, Le vengono posti come dono. Il cibo si insaporisce e guarnisce con mandorle, berro, canistel, flor de agua, espinaca, perejil, boniato e calabaza.
I suoi fiori sono il girasole, il fior di guacamole e il bottone d’oro.
I suoi profuni sono il beriberi e il sándalo.
I suoi balli sono tutti, purchè sensuali e belli. Quando si alza, ride come Yemayà ed agita le braccia per far suonare i suoi braccialetti d’oro. Le sue mani scorrono lungo il suo corpo come i torrenti e i ruscelli scorrono lungo le colline. Generalmente danza con voluttuosità e tiene le mani tese in avanti, come se implorasse, mentre fa suggestive contorsioni col bacino ed i fianchi. Vuole, esige miele Pide, símbolo della dolcezza e dell’essenza amorosa della vita.
Protegge le parti del corpo come il basso ventre e le parti genitali, il sangue, il mestruo ed ogni tipo di emorraggia.


Invocare Ochun
Ecco una preghiera a lei dedicata:

Hail Ochun!
Alafia Ochun!

Olofi è con Te,
Regina di Bellezza e Amore, che così abbondantemente provvedi alle nostre necessità!
Ochun, la più amata e tenera!
Ochun, la madre più compassionevole!
Ochun, maferefun (grazie!)
per tutte le benedizioni
che fai piovere su di noi!
Yeye Cari
Mama Kena
Miracolosa fontana d'Amore
Ti amo per sempre!!!


Rito per Oshùn
Sarebbe bello poter celebrare il rito nei pressi della riva di un fiume, in un luogo pianeggiate al riparo da sguardi indiscreti. Altrimenti a casa, prevedendo di poter eventualmente recarsi ad un fiume.
Preparare su un tavolo o un piano un altare per Oshun, che comprenda una noce di cocco al suo centro, del miele e dei doni floreali, a seconda della stagione.
Da sole o con delle amiche, preparare anche noi stesse all'evento abbigliandoci con abiti particolarmente seducenti e campanelli ai polsi.
Dopo aver dedicato qualche minuto a connetterci con noi stesse, dare inizio ad uno spazio e un tempo sacri aprendo un cerchio o facendolo con le modalità con cui siamo solite farlo ed invocare Oshun con parole proprie o con la preghiera sopra citata.
Accompagnate da una musica ritmata e gioiosa, fare una danza libera in gruppo se si è in un cerchio, oppure da sole.
Danzare a lungo, ridere, ruotare su sè stesse e sentire la gioia della musica ....
Quindi fermarsi un minuto in silenzio, assaporando l'energia della Dea e interiorizzandola.
Se possibile, a questo punto, recarsi alla riva di un fiume, rompere il cocco contro una pietra, berne il latte lasciandone un poco dentro, aggiungere del miele da spalmare sulle pareti della noce di cocco, e porgere alle acque il cocco, ed eventuali fiori, in dono a Oshùn.
Tornare eventualmente a casa, chiudere lo spazio sacro, ringraziare e benedire.

 

PACHAMAMA
Ricerca di Manuela Caregnato




Pachamama o Mama Pacha, è la Dea Terra dei popoli andini del Sudamerica, tuttora venerata dalle genti che ancor’oggi si riconoscono nella cultura Inca.

Prima di continuare la lettura, ti invitiamo a firmare un'importante petizione per salvaguardare il polmone verde di Pachamama, la foresta amazzonica, ancora una volta minacciata dagli interessi commerciali di speculatori privi di scrupoli. Vai alla pag: Salviamo l'Amazzonia!!

Letteralmente Pacha Mama significa in lingua quechua “madre spazio tempo” o "madre universo", tuttuno con madre Terra.
Le cime dei monti sono i suoi seni, i fiumi il suo latte di vita e i campi sono il suo fertile grembo.
Pachamama dunque è la generosa Dea della fertilità e dell’agricoltura, madre nutriente che dà la vita, ma altrettanto può mostrare il suo lato crudele quando produce terremoti per ricordare ai suoi figli che devono sempre onorarla.
Pachamama ci riporta ad un tipo di spiritualità della terra immanente, panteistica (dal greco pan: tutto) dove tutto è sacro e divino, la terra è sacra e così gli esseri viventi, in contrapposizione alla spiritualità di tipo trascendente che domina nelle culture di stampo patriarcale.
Pacha-Mama è la dea Terra di una religione che in sé stessa non può definirsi di stampo matriarcale, tantè che i sacerdoti sono uomini, tuttavia si rileva un’attitudine, presente anche presso altri popoli che praticano una religiosità di tipo immanente e non trascendente, a rapportarsi con la terra in un modo meno aggressivo, più rispettoso, sicuramente più sacro, di quanto facciano i popoli con religioni di stampo patriarcale, spesso accompagnate da un razionalismo e utilitarismo che pone il rispetto per l’ambiente e per gli animali tra gli ultimi valori.
Si nota inoltre che presso questi popoli cosiddetti “sottosviluppati” ad un maggior rispetto per la terra si affianca anche un ruolo di maggior preminenza sociale che viene assegnato agli anziani, nonché un atteggiamento di maggior attenzione nei confronti delle donne, dei bambini e di tutte le categorie socialmente più deboli.

IL MITO



Pachamama aveva uno sposo (che era anche suo fratello), Pachakamac, e dalla loro unione nacquero due gemelli, un maschio e una femmina.
Come in altri miti andini, il padre morì oppure, secondo altre leggende sparì in mare e rimase prigioniero di un incantesimo in un'isola del litorale.
Pachamama rimase vedova e sola con i suoi figli. Sulla Terra regnava l'oscurità.
In lontananza videro una luce che seguirono salendo montagne, attraversando lagune e combattendo contro mostri.
Infine arrivarono in una grotta conosciuta come Waconpahuin, abitata da un uomo chiamato Wakon. Questi aveva sul fuoco una patata e una pentola di pietra. Chiese ai due figli di Pachamama di andare a prendere l'acqua. I due tardarono e Wakon tentò di sedurre Pachamama. Vistosi rifiutato la uccise, divorò il suo corpo e mise i resti in una pentola.
I due gemelli tornarono e chiesero della madre. Wakon non raccontò nulla e disse loro che sarebbe tornata a momenti, ma i giorni passavano e la madre non tornava.
Huaychau, uccello che annunciava l'alba, ebbe compassione dei due gemelli e raccontò la verità sulla loro madre, mettendoli in guardia del pericolo che correvano rimanendo con Wakon. I bambini allora legarono i capelli di Wakon ad una grossa pietra mentre questi stava dormendo e scapparono in fretta e furia.
Incontrarono una volpe, Añas, che dopo aver chiesto loro il motivo del loro fuggire, li nascose nella sua tana.
Nel frattempo Wakon si liberò e si mise in cerca dei gemelli. Incontrò dapprima vari animali a cui chiese se avevano visto due gemelli, ma nessuno seppe aiutarlo.
Incontrò, infine, Añas. Questa gli disse che i bambini erano in cima ad una montagna e che avrebbe potuto, una volta in cima, imitare la voce della madre in modo che i bambini uscissero allo scoperto.
Wakon si mise a correre affannosamente verso la cima e non si accorse della trappola che nel frattempo l'astuta volpe Añas gli aveva teso. Wakon cadde da un burrone e, morendo, causò un violento terremoto.
I gemelli rimasero con Añas che li alimentava con il suo sangue. Nauseati chiesero se potevano andare a raccogliere qualche patata. Trovarono un'"oca" (Oxalis Tuberosa, un tubero simile alla patata) assomigliante ad una bambola, con cui giocarono finchè si ruppe un pezzo. Allora i bambini smisero di giocare e si addormentarono.
Nel sonno la femmina sognò di lanciare il suo cappello in aria e che questo rimanesse sospeso senza ricadere. La stessa cosa accadeva, nel sogno, ai suoi vestiti. Una volta sveglia raccontò il sogno al fratello. Mentre i bambini si domandavano il significato del sogno, videro in cielo una corda lunghissima. Incuriositi si arrampicarono e salirono.
Alla cima della corda videro il loro padre, Pachakamac, impietosito per le loro disavventure. Riuniti al loro padre, vennero trasformati nel sole e nella luna.
Per quello che riguarda Pachamama, essa rimase sempre in basso, assumendo la forma di un imponente nevaio chiamato, anche oggi, La Viuda (la vedova).



IL PANTHEON INCA

Nella concezione inca il mondo è suddiviso in tre livelli: Hanan Pacha: il mondo di sopra ove risiedevano le divinità , Kay Pacha: il mondo di qui , Uku Pacha o Urin Pacha: il mondo di sotto, ove risiedevano le anime dei morti e dei bimbi mai nati.
Questo è il modo in cui essi fecero convergere l’idea di spazio e di tempo.
Nella loro cultura era molto sentito il legame con gli astri, la natura e tutti i suoi elementi, che prendevano vita nelle loro divinità.


La religione del popolo

Nella visione dualistica degli Incas Inti era la divinità maschile e alta, che aveva una controparte femminile e bassa, Pachamama.
l culto di Inti era in realtà riservato ad una ristretta èlite, mentre il culto di Pachamama era più legato al mondo rurale e, quindi al popolo e alla grande maggioranza degli andini, che avevano nei suoi confronti un rapporto di profonda reciprocità e devozione.In suo onore si celebravano riti giornalieri per
garantire che la quantità di cibo disponibile fosse sufficiente. Durante la semina e il raccolto, le donne lavoravano nei campi parlando a bassa voce con Mamapacha, e versando ogni tanto sulla sua superficie del cibo fatto con il grano, come offerta di ringraziamento.


La religione dell'èlite

Wiraqucha
era la divinità suprema creatrice del Sole, della Luna e delle stelle, il dio che aveva plasmato i primi uomini nell'argilla.
Nonostante la potenza attribuita a questo Dio, la sua immagine lo vedeva sempre raffigurato nei panni di un piccolo bambino di circa 8/10 anni.
Wiraqucha aveva un figlio di nome Inti.

Wiraqucha aveva anche una figlia, Mama Quilla sorella e sposa di Inti, che generò Mama Ocllo e diede vita al primo Inca.
Inti ebbe un figlio di nome Pachakamaq (che in lingua quechua significa creatore dell'Universo, pacha=terra kamaq= creatore), che era il Dio del cielo o Dio della luna, il quale presiedeva alla crescita degli uomini, dei cereali e degli uccelli.
L'immagine di Pachakamac era così simile a quella dell'uomo che gli Inca non ritenevano importante erigere statue o dedicare imponenti templi in suo onore, ma a lui erano dovuti sacrifici umani.
Pachakamac aveva come sposa Pachamama, Dea della terra.

Su Wiraqucha esistono anche altri miti, tra cui:
-Genera prima il cielo e la terra e poi gli uomini. In seguito a colpe non ben specificate di questi ultimi, trasforma gli uomini in statue di pietra.
-Emerge dal Lago Titicaca e crea a Tiahuanacoil cielo, il sole le stelle e gli uomini. Scolpisce poi dalle pietre gli uomini e li destina nelle terre che a loro assegna.
-Wiraqucha avrebbe avuto un figlio molto cattivo chiamato Taguapica che faceva tutto l'opposto di suo padre. Se Wiraqucha creava uomini buoni, Taguapica li rendeva cattivi...Se il padre faceva pianure , le trasformava in montagne e viceversa. Seccava le fonti d'acqua create dal padre. Dopo molte simili vicissitudini, Wiraqucha arrivò al mare, getto il suo mantello e scomparve tra le onde.

Altri dei minori di questo complesso pantheon sono Apu (dio delle montagne), Apocatequil ( dio del fulmine), Catequil (dio dei tuoni), Cavillaca (dea vergine mangiatrice di frutta, da cui nacque Coniraya, dea della Luna), Chasca (dea dell'alba, del crepuscolo e del pianeta Venere, protettrice delle vergini), Chasca Coyllur (dea dei fiori), Mama Coca ( dea della salute e della gioia), Coniraya (divinità lunare), Ekkeko (dio del cuore e della buona salute), Kon (dio della pioggia e del vento venuto da sud), Mama Allpa (dea della fertilità), Mama Cocha ("madre Mare"), Mama Quilla ("madre Luna"), Mama Zara (dea del grano), Pariacaca (dio dell'acqua nato dalla mitologia pre-Inca), Supay (dio della morte), Urcaguary (dio dei metalli), Apu Illapu (dio della pioggia e dei temporali).
Molto venerati dal popolo erano gli huaca (le forze) dei monti, dei laghi, dei fiumi e degli alberi, ai quali si consacravano mucchi di pietre e si offrivano bambini in sacrificio.


La struttura religiosa

La religione Inca era evidentemente il riflesso della struttura statale ed infatti il dio Inti era l’immagine dell’imperatore, o Sapa-Inca (capo degli Inca).
Quando gli inca conquistavano una terra facevano sempre costruire un tempio a Inti. A Cusco il tempio più importente era il Coricancha, dedicato appunto al Sole.

Certo è che sotto l'impero di Pachacuti (nono imperatore, 1438-1471/1472, dell’impero di Cusco, il cui nome in quechua significa “colui che riforma il mondo”, tant’è che diede inizio a un’era di conquiste tali per cui cuzco espanse il suo dominio dalla vallata a buona parte del Sudamerica),
si affermo sempre di più il culto di Viracocha, trasformandosi anche in vari miti da creatore in eroe civilizzatore.
La casta imperiale ed il clero dedicavano il loro culto a Wiraqucha, mentre la religione del popolo era rivolta alle forze naturali e alla terra.
Inti, potente Dio del sole, veniva celebrato con imponenti cerimonie 2 volte all'anno, in occasione del Raymi ( danza del sole ) durante il quale veniva acceso un fuoco attraverso l'uso di uno specchio ustorio, e tale fuoco era custodito esclusivamente dalle Vergini del Sole (Taita Inti ). La festa si protraeva per otto giorni consecutivi.
Questa festa è celebrata ancora oggi dai popoli andini.
Altro dio importante dopo Inti e Wiraqucha fu Inti Illapa, il Tuono. Egli viaggiava nella volta celeste con una saetta ed una mazza per generare il fulmine ed il tuono. Egli attingeva l'acqua da versare sulla terra dalla Via Lattea.
Al contrario di quanto si possa pensare, gli Inca durante i loro momenti di devozione e celebrazione delle loro tante divinità, non praticavano che in pochissimi casi il sacrificio umano, che era invece di animali. L'uso del sacrificio umano era dedicato ai momenti in cui si verificavano catastrofi e crisi nello stato, e la scelta del bambino da sacrificare avveniva ovunque nel territorio. Il bambino doveva essere bellissimo e privo di qualunque difetto fisico; veniva accompagnato in presenza dell'imperatore e quindi condotto in montagna ove avveniva il sacrificio eseguito con un colpo al cranio. Di questi sacrifici vi è la testimonianza relativa al ritrovamento di una piccola mummia

L'anno degli Inca




L'anno degli Inca era composto da 12 mesi di 30 giorni, cominciando in dicembre con la importante festa di Capac Raymi, e proseguiva con una festa ogni mese. Le cerimonie spesso di lunga durata e molto complesse dal punto di vista cerimoniale erano più delle volte in relazione a questioni agricole ed alla salute, tanto degli stessi esseri umani che delle coltivazioni e prodotti agricoli. La figura forse più importante di sacerdote maschio era per gli Inca il Willaq uma che aveva il potere di nominare nuovi sacerdoti e di insegnare loro la " dottrina religiosa ". Oltre a questo, avevano anche funzioni di Guaritori e stregoni che si dedicavano alla divinazione per conto di terzi. Anche per le donne vi era la possibilità di diventare Mamaconas, e questo era privilegio delle ragazze nobili e molto belle che dopo anni di studio e lavoro, potevano imparare i segreti dell'arte e fare giuramento di castità per servire il Dio Inti ( le vergini del dio Sole ), oppure essere pronte a diventare mogli di nobili di rango. Nonostante le numerose ricerche e gli studi fatti su questo popolo e sulla sua cultura, purtroppo non si è potuto svelare a fondo il segreto ed anche l'alone di mistero che da sempre ha accompagnato gli Inca.Da ciò che è rimasto a testimonianza di questa civiltà, le monumentali vestigia di templi come Le fortezze di Sacsayhuaman, presso Cuzco e le città di Machu Picchu e Ollantaytambo ne costituiscono gli esempi più noti, oltre ai quali vanno considerate anche le enormi terrazze costruite per la coltivazione. Si pensi che queste ciclopiche costruzioni erano eseguite senza l'ausilio di calcina che saldasse gli enormi massi necessari alla loro costruzione.Basti pensare che gli Inca furono i depositari di più di 3000 anni di sviluppo culturale e tecnologico andino. Anche in campo medico gli Inca eseguivano trapanazioni al cranio, ed usavano praticare la rimodellazione delle ossa del cranio in bambini molto piccoli, così che la forma delle loro teste diventava conica. La loro struttura gerarchica interna al regno, basata sulla loro concezione " duale ", aveva due Inca regnanti: un Inca hanan "sopra" e un Inca hurin "sotto. I loro progetti espansionistici destano tutt'oggi delle perplessità: vi sono testimonianze di spedizioni dirette in Polinesia, e soprattutto nel periodo del sovrano Pachacutec che Insieme al figlio Tupac Inca Yupanki conquistò il regno Chimú e alcune zone della Sierra dell'Ecuador. Dopo di lui, Tupac Inca Yupanqui estese le sue conquiste alla costa centromeridionale del Perú, il sud dell'Altopiano Boliviano, il nordovest dell'Argentina il nord ef il centro del Cile e poi nell'Ecuador, dove fondò una capitale secondaria, Quito. Gli strumenti che ancora oggi non sono stati compresi e che non hanno quindi svelato il metodo con cui venivano usati giornalmente dagli Inca per la loro scrittura sono i Quipus, un sistema di fili annodati che ancora impegna studiosi e scienziati.

RITO PER PACHA MAMA
Ogni gesto d'amore e rispetto nei confronti della madre terra è un rito gradito a Pachamama.
Si possono fare canti per lei quando si svolgono le attività agricole, oppure portare doni sotto forma di grano o riso o cristalli da interrare
ai piedi di un albero a noi caro, quale segno di riconoscenza.
Oppure si può adottare un piccolo bosco prendendosene cura, o una spiaggia, o ancora organizzare un incontro tra amiche per andare
a pulire un luogo di natura dall'immondizia, insegnando ai bambini a fare lo stesso.
Ogni atto d'amore è gradito a Pachamama.

PREGHIERA A PACHA MAMA

"Terra, Dea divina, Madre Natura, che generi ogni cosa e sempre fai riapparire il sole di cui hai fatto dono alle genti; guardiana del cielo, del mare e di tutti gli Dèi e le potenze; per il tuo influsso tutta la natura si quieta e sprofonda nel sonno. E di nuovo quando ti aggrada tu mandi innanzi la lieta luce del giorno e doni nutrimento alla vita con la tua eterna promessa; e quando lo spirito dell'uomo trapassa è a te che ritorna. A buon diritto invero tu sei detta Grande Madre degli Dèi; Vittoria è il tuo nome divino.
Tu sei possente, Regina degli Dèi! O Dea io ti adoro come divina, io invoco il tuo nome, degnati di concedermi ciò che ti chiedo, in modo ch'io possa in cambio colmare di grazie la Tua divinità, con la fede che ti è dovuta.."

 

PELE

Un'immagine di Pele di Susan Seddon
Altre immagini alla pagina Immagini di Pele


Ribollente, vulcanica, traboccante, devastante - è sorprendente come il linguaggio del fuoco somigli agli aggettivi che utilizziamo per descrivere la rabbia. Come la lava di un vulcano o l'incendio che scoppia all'interno di un bosco, la rabbia, se incontrollata, è altamente distruttiva.
Nondimeno Pele, dea hawaiana del fuoco, ci svela in che modo possiamo utilizzare la rabbia per creare il cambiamento.

Il mito
Pele governa ogni sorta di focolaio, in particolare la lava dei vulcani. Secondo la leggenda, essa vive nei silenziosi meandri del monte Kilauea, uno dei vulcani più attivi del mondo. Le minuscole formazioni laviche scoperte intorno al vulcano sono note con l'appellativo di «lacrime di Pele»; la leggenda locale vuole che la disgrazia si abbatterà sugli sciagurati che sottrarranno uno solo di questi ciottoli al suo regno.

Celebre per i suoi idilli appassionati non meno che per il suo temperamento focoso, Pele si manifesta sovente ai suoi seguaci nelle sembianze di una donna seducente, bellissima come la Luna. Alcuni sostengono che somigli a una terribile megera, con la pelle brunita e raggrinzita come ruvida lava. Quale che sia l'aspetto che la dea scelga per palesarsi, nessuno dissente sul suo carattere fiero - oltre che sulla sua capacità di distruggere e di creare.
Una bellissima storia della dea Pele è raccontata nel lunghissimo romanzo “Hawaii” di James A. Michener (Bompiani).
Al tempo della storia ai tranquilli abitanti dell’arcipelago di Tahiti venne imposto dalla casta sacerdotale il sanguinoso culto del nuovo dio Oro. Non tutti riuscivano però ad accettare questa divinità crudele che richiedeva sempre più numerosi e cruenti sacrifici umani. Fu così che un manipolo di una sessantina tra uomini e donne fedeli alle antiche divinità, capeggiati da Tamatoa, re di Bora Bora e dal suo intrepido fratello minore Teroro, abbandonarono l’arcipelago su una grandissima canoa doppia per cercare una nuova terra dove vivere in pace, lontano da quella follia di sterminio.
Un’avventura del tutto incerta: intorno solo migliaia di miglia di oceano sconfinato e tempestoso e, come guida, soltanto le parole di un antico canto marinaro trasmesso oralmente dagli antenati. Con loro gli esuli portarono gli antichi dèi Tane e Ta’aroa, (rispettivamente dio del vento e dio dell’oceano) rappresentati da due sacre antichissime pietre. Partirono con provviste, animali e piante da far crescere nella nuova terra che speravano di trovare al nord e dove avevano intenzione di vivere pacifici, senza più guerre di religione né sacrifici umani. Prima di partire interpretarono numerosi auspici, decifrarono sogni, controllarono e ricontrollarono il loro carico per essere sicuri di non aver dimenticato nulla. A lungo navigarono guidati dalla costellazione dei “Sette Piccoli Occhi”, ripetendosi le strofe della canzone per rincuorarsi quando pensavano di essere perduti fra le onde, patendo la fame e l’incertezza del viaggio, ma dopo cinquemila miglia di oceano, quasi al limite della disperazione, riuscirono a trovare la loro nuova terra, l’isola vulcanica deserta che battezzarono Havaiki (Hawai’i).
L’isola era di una bellezza mozzafiato, con il suo mare cristallino e un alto monte che si specchiava nelle acque. Fu solo quando il monte si rivelò per quello che era, un vulcano, che questi eroici navigatori ed esploratori si resero conto di aver dimenticato una cosa importantissima a Bora Bora: la pietra rossa, effige della dea più antica, Pele, dea del fuoco, protettrice degli uomini appassionati.
La dea già si stava facendo notare nell’isola deserta, apparendo in forma di donna, lanciando muti sguardi di allarme agli esterrefatti pionieri.
Un giorno il vulcano iniziò ad eruttare lava e i polinesiani, avvertiti per tempo da un ciuffo di “capelli” della dea, proiettato dal cratere, riuscirono a salvarsi per un soffio, rifugiandosi in alto mare sulla canoa, con i loro animali e le loro preziose sementi.
Fu così, che sfidando nuovamente l’oceano, Teroro decide di ripetere il viaggio (al confronto del quale le imprese di Colombo con le caravelle non sono che una gita fuori porta) e tornare a Bora Bora solo per prendere lo spirito di Pele (la pietra) e portarla ad Hawaiki, dove verrà venerata per secoli ed ancora ai giorni nostri.



Rito per Pele: Elogiare la rabbia - Rito del falò
La passione della rabbia ha una pulsione tale da aiutarci a migliorare la nostra vita. La capacità di Pele di presentarsi ora come una vecchia grinzosa ora come una donna ammaliatrice ci rivela lo sconvolgimento che la rabbia può suscitare nell'animo femminile. Esso evidenzia il disagio e il raccapriccio che proviamo quando siamo in preda all'ira - disagio e raccapriccio che dobbiamo affrontare.

Troppo spesso la nostra società giudica la donna che dà voce alla rabbia. Fra i due sessi esiste un duplice parametro di valutazione quanto mai atroce: se un uomo alza la voce o perde le staffe è «autoritario», mentre una donna è «emotiva» - o peggio. La vicenda di Pele fornisce un antidoto a siffatte credenze Essa ci spiega che la nostra rabbia non è solo degna di essere manifestata, bensì è anche divina. Essa ci spiega che la nostra rabbia ci sta comunicando qualcosa, qualcosa che dobbiamo ascoltare.

Per invocare la fiera passione di Pele, allestite un falò in onore della dea. Utilizzatelo alla stregua di un'opportunità per approdare in un porto sicuro, dove avrete modo di elaborare la rabbia Invitate alcune amiche che siano interessate a esplorare con voi questi sentimenti. Indossate abiti comodi e pratici.

Sarebbe bene che ognuna di voi portasse un oggetto evocativo di qualcosa che vi suscita una collera furiosa - qualcosa che vi fa letteralmente imbestialire. Questo oggetto potrebbe essere un effetto personale oppure qualcosa di simbolico; a ogni modo dovrebbe essere qualcosa che siete pronte a sacrificare a Pele.

Per compiere questo rito, disponetevi in cerchio con le vostre amiche, in una grande superficie all'aria aperta. A turno, raggiungete il centro del cerchio e ponete il vostro cerchio all'interno di una torcia. Mentre lo esibite, comunicate al gruppo le sensazioni che vi suscita e perché.
Non reprimete nessuna parola che sentite di dover dire, anche se dovessero suonare inconsulte. Se sentite che il vostro corpo è scosso per la rabbia, muovetevi con lui. Non soffocate le vostre emozioni. Se volete pestare i piedi o urlare, ebbene fatelo. Lasciate che Pele si esprima attraverso di voi.

Quando ognuna di voi avrà finito di parlare, accendete il falò. Osservate le fiamme che lambiscono il cielo, trascinandosi appresso la vostra rabbia. Mentre il falò brucia, immaginate che la lava di Pele stia trasformando ciò che vi ha fatto incollerire. Soffermatevi sulle risposte che essa vi fornisce per aver trasformato la rabbia in azione. Scrutate le fiamme che si tramutano in fumo, in cenere - fenomeni cari a Pele.

 

YEMAYA
Ricerca di Manuela Caregnato per http://www.ilcerchiodellaluna.it


Un'Immagine di Yemaya dal sito http://admnet.com/silvia/yemas.HT
Altre immagini alla pagina Immagini di Yemaya

La Dea africana degli oceani e di tutte le acque
Altri nomi : Yemanja, Yemojá, Yemonja, Yemalla, Yemana, Ymoja, Iamanje, Iemonja, Imanje

Il mito
Yemaya è la Dea Madre per eccellenza degli Yoruba, ossia la tradizione afro-caraibica.
E’ la Madre di tutti gli Orisha**, cui dà la vita nel suo cammino di Yembò e Odduà.
Yemaya è colei che crea, è madre della vita, e governa le acque degli oceani, dei mari e dei fiumi che conducono al mare. E poiché si ritiene che la sua vita abbia avuto inizio nel mare, si crede anche che tutta la vita sia iniziata con Yemaya.
Il suo nome è la contrazione di Yey Omo Eja, che significa “madre i cui figli sono i pesci”.
Venerata nell’africa occcidentale dagli Yoruba come Ymoja, è principalmente madre del fiume Ogùn e si dice che ogni volta che Lei si gira nel sonno, dia origine a una nuova sorgente, che poi si tramuta in fiume ovunque Lei cammini.
La storia narra di come Lei diede la vita a ben 14 degli Orisha.
Si dice che fu rapita e violentata dal suo stesso figlio, che in seguito a ciò Lei maledì, causandone la morte. Tuttavia Lei stessa scelse di morire e si recò sul picco di un monte.
Ma qui Le si ruppero le acque e si riversarono copiosamente sulla terra. E proprio dalle sue acque uterine nacque l’oceano mentre dal suo ventre uscirono i 14 Orisha, o divinità Yoruba. E' stata moglie di Babalù Ayé, di Agallù, di Orula e di Oggùn.
Viene associata all’orisha Olokin, poiché mentre Lei governa la superficie degli oceani, dove si concentra la vita, Olokin (descritto come maschio, femmina o ermafrodita) rappresenta le profondità dell’oceano e dell’incoscio e insieme formano un equilibrio.
E’ anche sorella e moglie di Aganju, dio della terra, e madre di Oya, Dea dei venti, di cui però è più importante, poiché l’aria a sua volta si forma dagli oceani e dai mari.
Yemayà è una Dea molto amorevole e compassionevole e da Lei nasce l'amore che insegna a tutti gli Orisha. E’ materna e molto protettiva e tiene profondamente a tutti i suoi figli, che conforta e allevia dalla tristezza e dal dolore.
Nondimeno Le piace cacciare e maneggiare il machete.
E’ indomabile e astuta e se si arrabbia può diventare tremenda, come la furia del mare.
I suoi castighi sono duri e la sua collera terribile, però agisce sempre con giustizia.
Normalmente comunque è allegra e sanguigna ed ama la buona compagnia.
Chi è consacrato a Lei non può pronunciarne il nome prima di aver toccato terra con i polpastrelli delle dita e baciato in loro l'impronta della polvere.
Yemaya è principalmente Dea di fertilità e le donne La invocano sia quando devono dare alla luce i loro figli che quando desiderano ottenere una gravidanza, poiché si dice che questa generosa Dea aiuti le donne che hanno difficoltà a concepire donando loro il dono della fertilità.
Essendo una Dea del mare, viene spesso rappresentata come una bella donna che indossa una lunga veste a sette veli con serpentine nei colori blu e bianchi, come le spumeggianti onde del mare. In mano generalmente tiene un ventaglio in oro e madreperla, adornato con perline e conchiglie e indossa una splendida collana di cristalli azzurri come il mare.
Le conchiglie Le sono sacre e i suoi luoghi di venerazione sono la riva del mare o dei grandi fiumi che vanno verso il mare.
Tra i suoi attributi ci sono la luna e il sole, l'ancora, i salvagente, le scialuppe e oggetti lavorati in argento, acciaio, latta e piombo che richiamano il mare. Il suo simbolo è una stella a sei punte, una conchiglia aperta e la luna. C'è un'apposita campanella per salutarla e per attirare la sua attenzione. I suoi colori sono il bianco e l’azzurro i suoi fiori sono i fiori acquatici e la violetta, le fragranze la verbena, il lillà, il frangipani, il sandalo e la rosa canina, e i suoi animali sono le creature del mare, ed i pavoni, con le loro iridiscenze blu e verdi, e l’oca. Il suo numero è il sette, come sette sono i mari e il suo giorno il sabato.
Le sue pietre sono l’acquamarina, il lapislazzuli, e tutti i cristalli del colore del mare, oltre alle perle, i coralli e la pietra di luna e tutti i cristalli dell’elemento acqua. Pare inoltre che ami i meloni e le angurie.
Yemaya si annuncia danzando con una risata fragorosa e poi gira come le onde o i mulinelli dell'oceano. A volte rema, mentre altre volte sembra che nuoti, ma sempre inizia piano piano per aumentare l'intensità del ritmo proprio come le onde che da dolci si fanno minacciose.
Protegge le persone che hanno problemi al ventre, soprattutto se derivati dall'acqua (dolce, salata, pioggia, umidità, ecc.).

La storia
Quando la gente Yoruba fu resa schiava, la loro Dea venne con loro, sostenendone la vita anche nei tempi più bui, nel nuovo mondo.
E così divenne Yemaya, la madre dell’oceano, perché fu così che la sua gente per la prima volta venne in contattto con l’oceano.
Però nel nuovo mondo, nella condizione di schiavi, non era permesso praticare la propria religione, e così la gente Yoruba iniziò a mescolare le proprie divinità con quelle cattoliche creando di conseguenza un numero di nuove culture religiose (la santeria* a cuba, il voudu ad haiti, la macumba in brasile e il condomblè a bahia). Tuttavia Yemayà rimane la più potente divinità venerata da tutte queste genti, che Lei protegge contro ogni male, insegnando loro l’arte della “retribuzione mistica”, di cui è maestra, insieme con Oshun e Oya (guardiana del fiume Niger).
Con Changò e Ochun è la più amata dai cubani, e viene rappresentata quale “Regina della Regola”, patrona della Baia di Havana. Nel Woodu haitiano è venerata come Dea della luna e si crede protegga le madri e I suoi figli. Viene associata agli spiriti mermaid di Lasirenn ( e si crede che lei stessa sia una forma di Erzulie) che dona seduzione e ricchezza, e Lebalenn, sua sorella la balena.
Nel condomblè brasiliano, dove è conosciuta come Yemanja o Imanje, è la madre che porta I pesci ai pescatori e la luna crescente è il suo simbolo.
Come Yemaya Afodo, sempre in Brasile, protegge le navi che viaggiano per mare.
In alcune parti del Brasile viene onorata quale Dea degli oceani e festeggiata nel solstizio d’estate, mentre nel nord-est del paese il suo festival è il 2 febbraio (giorno dedicato anche a sua figlia Oya, oltre ad essere il giorno di celebrazione della celtica Bride), e ci si riferisce a lei come “nostra signora dell’immacolata concezione”. Le folle si riuniscono sulle spiagge di Bahia per celebrare Candelora, una cerimonia dove si offrono saponi, profumi e gioielli gettandoli in mare per Lei. Lettere di richieste alla Dea vengono inoltre gettate in mare e la gente aspetta di vedere se le loro richieste sono accettate o rimandate a loro con le onde.
Si crede che la Dea lavi ogni pena dai suoi seguaci attraverso le sue acque, le acque del ventre, della creazione e dei sogni.

I suoi diversi cammini

Yemayà Asseu
In questo suo aspetto Lei vive nelle acque sporche ed inquinate e accetta offerte per i morti, ma è piuttosto lenta nel rispondere alle richieste dei suoi figli.

Yemayà Oquette
E’ l’aspetto violento della Dea, che è qui distruttiva. La madre che dà alla luce i suoi figli ma che può anche distruggerli, come Kalì dell’induismo.

Yemaya Awoyo
E’ la sua forma più antica. E’ saggia, onorabile, amorevole ed anche molto ricca. Indossa un arcobaleno (ochumare) come corona sul suo capo ed è anche una potente guerriera.

Yemaya Maualewo
E’ una strega potente che lavora con Oggun. Vive nelle lagune intorno alle quali ci sono solo boschi. Vive in solitudine e ama la pace dei boschi.

Yemaya Achabba
Sposa di Oggun che conta sul suo saggio consiglio. Questo è l’aspetto serio e saggio della Dea che detta legge quando necessario e può essere anche molto dura. Le sue sentenze magiche sono molto potenti ed ascolta i suoi devoti dando loro le spalle.

Yemaya Acuaro
In questa forma il fiume (Oshun) incontra il mare (Yemayà) e quindi qui le due Dee sono molto vicine, sono sorelle che danzano e passano il tempo insieme gioiosamente. Sono potenti guaritrici e possono annullare gli incantesimi negativi, ma qui Yemayà non si occupa di magia.

Yemay_ Okuti
In questa sua forma la Dea ha forti poteri magici ed è la regina di tutte le streghe cui invia i suoi messaggi per i suoi figli. Possiede la barriera corallina e le madriperle. Quando danza porta un serpente avvolto al suo braccio, che suggerisce la sua saggezza e sensualità. Ha un brutto carattere, duro e vendicativo e non conviene contrariarla. Fiera guerriera, combatte al fianco di Oggun e in tempo di battaglia porta con sé le armi e gli attrezzi tenendoli al petto. E’ anche vicina a Oshùn e la sua casa sono le rocce vicino all costa su cui si infrangono le acque, ma La si può trovare anche nei laghi fiumi e foreste.

Yemayà Olokun
Dea dei sogni, La si può trovare nel fondo degli oceani, con la Sua grande saggezza ma anche la sua natura piuttosto violenta. In questa sua forma può essere molto preponderante.

Onorare Yemaya
Un semplice altare dedicato a Yemaya potrebbe consistere di doni dell’oceano, come piante marine, conchiglie (in particolare cowrie shells), ed anche alghe marine essiccate. Immagini della vita marina quali delfini, stelle marine e conchiglie varie non devono mancare. Fiori bianchi e blu , cristalli, pietre e oggetti di colori simili.
Potresti desiderare fare doni a Yemaya la prossima volta che ti rechi alla riva del mare.
Le richieste possono essere scritte su piccoli pezzi di carta inseriti in una conchiglia che lascerai sulla sabbia insieme con altre offerte come un melone, durante la bassa marea, al di qua della linea del mare. In tal modo quando viene l’alta marea esse verranno sommerse dal mare.
Potresti anche usare le seguenti invocazioni:

Yemaya del grande fiume
Yemaya del grande mare
mia bella Signora dell acque
Ascolta I miei desideri che ti rivolgo
Yemaya rendi me e la mia vita fruttuosa e fertile
Yemaya esaudisci I miei desideri
Signora degli oceani magnificenti
Ascolta le preghiere che ti rivolgo


Preghiera a Yemanja (Zolrack)


O madre delle acque!
Grande è il tuo potere, la tua forza e la tua luce..
fa che la tua grandezza sia la più grande ricchezza che tu mi dispensi..
circondata da dolci melodie che sorgono da te…