GALLERIA DELLE DEE - GRECIA

 

 

 

 

 

 

 

 

AFRODITE
Testo e Ricerca di Manuela Caregnato per http://www.ilcerchiodellaluna.it

afrodite

 
Il mito
Dea greca dell’Amore, della bellezza e dell’arte, Afrodite corrisponde alla Venere dei romani, ed è considerata da tutti, divini e mortali, la più bella tra le Dee, la più irresistibile ed attraente, vero simbolo dell’Amore, di cui non solo si fa portatrice, ma che incarna e rappresenta.

Per Omero, Afrodite è figlia di Zeus e di Dione, mentre Esiodo ci racconta un mito più antico, secondo cui Lei nasce dal membro di Urano, lanciato nel mare da Crono dopo aver appunto evirato il padre. Da quel membro si forma una bianca spuma da cui ha origine la fanciulla divina, che nasce trasportata dalle onde del mare. Appena uscita dalle acque, fu trasportata da Zeffiro nell’isola di Citèra (= Cerigo, da cui l’appellativo) e poi a Cipro, da dove il suo culto si diffuse in tutta la Grecia ed in Sicilia.
Così Euripide ne descrive la nascita…

“... La potenza di Zeffiro, l’umido stormitore, duttile la rapì dalle onde del mare che sempre scroscia. Le Ore dal diadema d’oro salutanti la coprirono di vesti immortali, il capo le cinsero del serio d’oro mirabilmente intrecciato. Nel forellino del lobo d’orecchio le misero fiori preziosi d’oro e ottone, indi ornarono il delicato collo e il seno lucente di collane d’oro di cui esse stesse si fregiano, allorché, cerchi d’oro nei capelli, si recano all’amena danza degli dei e alla casa del padre. Compiuta l’opra, portarono Afrodite, tutta splendida com’era ornata, agli immortali. “ Benvenuta “ essi esclamarono, porsero la man destra e ognun la desiderò quale sposa da condurre alla propria magione. Stupore così e meraviglia destò Citerea dalle ghirlande di violette.”

Dunque il giorno della sua nascita l'Olimpo fece una festa e tutti gli Dei si stupirono all'apparire di tanta bellezza, mentre Era ed Atena, fin dal primo momento, sentirono nel cuore il morso della gelosia: capirono istintivamente che da quel momento la loro supremazia sarebbe stata messa in forse da una ben pericolosa rivale. Nessuno, infatti, riusciva a resistere al suo potere: tutti, uomini e animali, persino le piante a primavera obbedivano al suo dolce richiamo.

“Era immaginata bella e fiorente, tutta riso il sembiante, tutta oro l’abbigliamento; spirava dalla sua persona soave odore d’ambrosia, e allorchè ella si toglieva e dispiegava il cinto della sua bellezza, ogni cosa piegavasi all’incanto che emanava dal suo corpo.”

Molti furono i suoi amanti, mortali e divini.
Il primo fu Adone, il bellissimo cacciatore, che ebbe il malaugurato destino di essere assalito un giorno da un feroce cinghiale e di rimanerne ferito a morte, versando larghi fiotti di sangue dalle crudeli ferite che avevano lacerato il suo corpo. La Dea in suo ricordo volle che le sue spoglie, ogni primavera, ritornassero a vivere e a fiorire sotto l'aspetto dell’ anemone, il fiore dall'intenso colore porporino.
Dopo Adone fu sposa di Anchise, principe troiano dalla cui unione con Afrodite nacque Enea. Per questo i Romani la venerarono come loro protettrice, considerandola una loro progenitrice.
Tuttavia l’incondizionato aiuto da essa portato ai Troiani si ricollega con la leggenda del pomo d’oro lanciato dalla Discordia perché venisse concesso alla Dea piú bella. In quell’occasione Zeus ordinò ad Ermes di condurre Era, Atena ed Afrodíte sul monte Ida, dove furono giudicate da Pàride, il quale - quantunque Era lo allettasse con la lusinga di un vastissimo regno e Atena con l’invincibilità in combattimento - diede la palma della vittoria ad Afrodíte, che gli aveva promesso la mano di Elena. E fu cosí che la Dea si schierò coi Troiani per tutta la durata della guerra.
Dopo Anchise fu la volta di Efesto, l'affumicato e zoppo Dio dei fabbri al quale Ella andò sposa.
Tuttavia il suo amante di sempre fu Ares, dal quale avrebbe avuto più figli (anche su questo vi sono diverse versioni) :Eros (Cupido), cioè l’Amore (secondo un’altra versione nato per partogenesi), e Anteros, ossia l’Amore corrisposto.
Dalla loro unione nacquero anche Demo e Fobo (il Terrore e la Paura), oltre che Armonia. Tra i figli di Afrodite ricordiamo anche Imene, Dio delle nozze, in onore del quale giovani e giovinette cantavano inni durante le cerimonie solenni dello sposalizio.

Ma per quanto Afrodite venisse in qualche modo collegata al matrimonio e alla generazione dei figli, Ella non fu mai la Dea dell’unione coniugale, quale fu invece Era.
Lei rappresenta invece quella potenza che spinge un essere irresistibilmente verso un altro essere, l’amore passionale. Infatti veniva raffigurrata, cinto il corpo di rose e di mirto, su un carro tirato da passeri, colombe e cigni, mentre indossava il famoso cinto magico, che rendeva irresistibile chiunque lo possedesse, perché vi erano intessute tutte le “malie” d’Afrodite, il desiderio e il favellare amoroso e seducente che inganna anche il cuore dei saggi, come diceva Omero. Persino Era, i cui rapporti con Afrodite non erano certo idilliaci, se lo fece prestare allorché Zeus aveva per la testa qualche avventura galante.

Parecchi sono gli appellativi che si accompagnarono al suo nome, alcuni tratti dal luogo dove era venerata (Ciprigna, da Cipro; Cnidia, da Cnido; Citerea, da Citera, ecc.), altri da funzioni attribuitele, come Pandemia, “di tutto il popolo”: protettrice sia delle sue istituzioni, tra cui le nozze, sia più tardi, con elaborata interpretazione filosofica, dell’amore sensuale e profano, in contrapposizione con l’altro suo appellativo di Urania, dea dell’amore intellettuale e celeste.

In epoca tarda si fece una chiara distinzione tra Afrodite PANDEMO, Afrodite URANIA e Afrodite PONTIA; la prima era l’Afrodite terrena, protettrice anche di amori volgari; la seconda era la Dea dell’amore celeste, datrice di ogni benedizione; la terza era l’Afrodite marina, patrona della navigazione e dei naviganti. Così il dominio di Afrodite s’estendeva su tutta quanta la natura, e se in un primo tempo, secondo una genesi asiatica, il suo potere fu collegato alla forza dirompente e procreatrice della natura, col tempo attenuò il suo carattere istintivo finchè in Grecia perse tutto quanto potesse rammentare questa sua discendenza per diventare una divinità squisitamente ellenica.
In occidente, il culto di Afrodite ebbe il suo maggiore centro in Sicilia sul monte Erice, dove esisteva un santuario punico dedicato a Tanit, ove si praticavano riti di fecondità e, pare, anche la prostituzione sacra. Dalla Sicilia il culto della Dea si diffuse in Italia fino a Roma, dove fu venerata col nome di Venus Erycina. Oltre agli appellativi di Ciprigna, Ciprogena e Citerea, Afrodite aveva fra gli altri i seguenti epiteti:

Anadiòmene (emersa dal mare)
Antheia (dea dei fiori, così chiamata a Creta)
Apostrofìa (sviatrice, sottinteso dalle passioni colpevoli)
Aurea (così la si chiama da Omero in poi)
Callìpigia (dal bel sedere)
Filomète (amante dei piaceri)
Peristèa
Pòntica
Tritònia

Espressioni a Lei associate: afrodisiaco, venusiano, venereo, venerazione, veneranda.


Il Culto

afrodite

Nata dal mare, Afrodite veniva dunque venerata dai naviganti, non come Poseidone, ma come colei che rende il mare bello e tranquillo e sicura la navigazione. Le era sacro il delfino, allegro accompagnatore dei naviganti.
Ma Afrodite ammansisce non soltanto il mare, bensì rende bella anche la terra. Ella è la Dea della primavera, stagione dei fiori ma anche dell’amore.
Le sono sacre le rose, ma anche molte altre piante, quali il melograno e il mirto. Anche la mela, antico simbolo dell’amore, si trova nella sua mano. Afrodite era la bellezza in persona, la grazia e la leggiadria, e Paride, benché comprato con la promessa della bella Elena, non fu in fondo un giudice ingiusto preferendola ad Era ed Atena, quando le assegnò il fatidico pomo con la scritta: “Alla più bella!”.

Con le rappresentanti del proprio sesso, ahimè, Afrodite invece sembrava non nutrire una grande affinità. Basti pensare quante sventure portò ad Elena, Fedra, Pasifac e tante altre. Anche Psiche, l’amante di suo figlio Eros, venne da lei trattata in modo piuttosto umiliante.
La sua bellezza suscitava purtroppo invidia e gelosia sia tra le Dee che le mortali, innescando uno dei più antichi meccanismi con cui le donne si sono combattute anziché allearsi, la rivalità. Sono propensa però anche a ritenere che questa funzione le sia stata attribuita, o per lo meno esasperata, dalla cultura maschilista in cui Ella prosperò.

Il patriarcato ebbe peraltro tra i suoi tanti risultati anche la scissione del femminile in due parti: la madre e la vergine, mentre sembra non esserci spazio per la funzione sessuale, che poteva essere vissuta dalla donna solo all’interno del matrimonio, allo scopo di riprodursi, oppure prima del matrimonio o fuori da esso, con tutte le conseguenze che questo comportava e ancora purtroppo comporta in molte culture sociali e religiose contemporanee.

Afrodite invece incarna proprio il principio del piacere fine a sé stesso, Lei ama per il piacere di amare, e a differenza di altre, sceglie ad uno ad uno i suoi amanti, non subendo mai le altrui scelte. Con il suo cinto magico, che indossa per sedurre chiunque lei scelga di amare, Lei fa dono della sua bellezza e del suo amore, senza altri scopi se non l’amore stesso. La sua gratificazione personale è legata al suo personale valore ed al fatto di scegliere, ed è proprio questo che la rende irresistibile, la sua autenticità. Lei infatti incarna l’amore, prima di tutto per sè stessa, poi verso gli altri.

Afrodite non ama per compensare un vuoto, o per “sistemarsi” o per procreare, Lei basta a sé stessa e nonostante le innumerevoli relazioni, ed il matrimonio con Efesto, ha l’energia di una single, tant’è che i suoi figli vengono allevati dai padri.
Altra cosa che la distingue e la rende estremamente pericolosa agli occhi di uomini e donne più insicuri è che Afrodite non mostra nessuna indecisione nell’esprimere la sua attrazione e utilizza l’erotismo come strumento di seduzione. Lei non attrae per ciò che offre, come altre Dee e mortali più materne e compassionevoli di Lei, ma per ciò che è, e proprio questo suo essere sé stessa fino in fondo produce la grande attrazione.
L’amore per Lei dunque può anche dare gioia agli altri, ma assolutamente non dipendenza.
Lei non fa nulla per essere amata, bensì incarna l’amore, elargisce questo sentimento senza aspettarsi che arrivi dall’altro, come se permettese all’altro di sperimentarlo attraverso Sè stessa.
La compassione di sicuro non le appartiene, persino nel rapporto con i figli. Gli uomini con cui si rapporta appartengono sia al regno delle divinità che a quello degli umani indifferentemente, ciò che conta è il suo desiderio e la sua scelta, che deve prima di tutto gratificare Lei.

Afrodite viene spesso rappresentata con uno specchio in mano. Lei si specchia e si piace, indipendentemente dall’altrui giudizio.
Per questo anche nel mito più e più volte si scontra con la morale collettiva.
Non è che sia priva di etica come vorrebbero farci credere i suoi detrattori. E’ che l’etica di questa irresistibile Dea non è legata alla morale collettiva né tantomeno a quella religiosa, bensì al senso del suo valore personale. Lei vuole condurci ad esplorare il grande tema del rapporto con sé stessi e la propria interiorità, in altre parole il grado della nostra autostima. La sua bellezza infatti è qualcosa che va ben al di là del concetto estetico.

La bellezza di Afrodite, ma ancor più della romana Venere, ha molto a che fare col concetto di armonia. Se per i greci questa armonia riguardava principalmente la perfezione delle forme, con Venere si parla di una bellezza interiore, legata all’essere veri ed autentici. Peraltro al di là dei suoi comportamenti amorosi, va riconosciuto che Lei sempre nel suo agire ama la chiarezza e la sincerità ed infatti tutto ciò che fa, avviene sempre alla luce del sole.
Anche per questo viene definita la dorada, l’aurea, al di là dal fatto che era sempre vestita con oggetti d’oro per lei fabbricati da Efesto.

Dunque il vero significato a cui può condurci la “venerazione” per questa alchemica Dea dell’Amore, è lo scoprire sè stessi riflessi in ciò che si ama, per poi ancor più amare sé stessi, la vita, e l’amore.


Il rito

rose

Ogni volta che ci occupiamo della bellezza del nostro corpo e del nostro spirito, o stiamo esprimendoci creativamente, o stiamo lavorando per creare armonia intorno a noi; ogni volta che ci innamoriamo di una persona, di una cosa o di un momento, oppure che facciamo qualcosa che ci piace veramente e fino in fondo; ogni volta che sentiamo di stare bene con noi stessi e di sprizzare amore da ogni poro della pelle, stiamo rendendo onore alla bella e sensuale Dea Venere-Afrodite.

Bagno di bellezza venusiano:
Riempire la vasca da bagno (assolutamente da non sostituire con una doccia, casomai far precedere da essa!) con acqua appena calda.
Coprire la superficie dell’acqua con petali freschi di rosa colore rosa, bianco e rosso.
Accendere uno o più incensi all’aroma di rosa ed una candela rosa, musica classica di violino.
Sciogliere i capelli sulle spalle, lasciando che accarezzino la pelle, ed entrare nell’acqua sentendo di essere una Venere che entra nel suo elemento naturale.
Lasciarsi avvolgere dall’acqua, immergersi piacevolmente e completamente e sentire come ogni cellula del corpo e ogni pensiero diventano semplicemente…. belli.
Accarezzare le proprie gambe, le braccia, la pancia sentendo la setosità della pelle sotto le proprie dita e pensare a quanta bellezza vi sia in tutto questo.
Pensare a tutte le volte che si è state innamorate, all’emozione di quei momenti, alla bellezza della vita e all’arricchimento che l’amore porta con sé.
Stare in questi pensieri il più a lungo possibile, sentendo sempre più intensamente di essere belle.
Procurarsi del piacere, anche erotico, in qualsiasi possibile modo o con qualsiasi possibile strumento.
Quando si sente di essere sufficientemente appagate da questo bagno di piacere e bellezza, uscire dalla vasca da bagno, lentamente e ritualmente, come una Venere che esce dalla spuma del mare, portarsi davanti allo specchio, ammirare il proprio corpo bagnato dall’acqua, con qualche petalo di rosa attaccato alla pelle ed esclamare ad alta voce:
sei bellissima!
Completare il rito cospargendo la propria pelle con olio di rosa.

 

LE DEE DEL SILENZIO
Stige, Angerona e la sacerdotessa Raven di Avalon

Testo e ricerca di Barbara Coffani per http://www.ilcerchiodellaluna.it



U n'immagine di Stige dipinta da Patricia Mathews


“Come si può descrivere la preparazione di una sacerdotessa? Ciò che non è ovvio è segreto.
Coloro che hanno percorso la stessa strada lo sanno, e coloro che non l’hanno percorsa, non lo sapranno mai.”

                                                Marion Zimmer Bradley, Le nebbie di Avalon

IO E STIGE
Quando penso a com’è partita questa ricerca mi viene da sorridere, e immagino uno scherzo della dea del silenzio, come se non volesse essere trovata.

Anna mi propose via e-mail una ricerca su “Sige, dea greca del silenzio”, ed io iniziai distrattamente a cercare questo nome in rete. Non trovavo nulla. Digitando invece “dea del silenzio” comparivano i riferimenti ad Angerona, divinità romana praticamente sconosciuta. Dopo circa una settimana, non so perché il nome Stige iniziò a girarmi per la testa e mi venne il dubbio che Stige fosse la dea del silenzio, e Sige in realtà un semplice errore di battitura. In effetti era così.

Cosa sapevo io, di Stige? Che era un fiume dell’aldilà greco, che aveva a che vedere con le acque torbide….niente di più. Mi rituffai in internet, e scoprii ciò che Stige nasconde, le sorprendenti corrispondenze con Angerona ed i rimandi ad altre figure femminili meravigliose.
L’inizio è stato scoraggiante: pochi dati, poco materiale e ancor meno riferimenti. La dea del silenzio si nasconde, non è citata, nessuno la descrive nell’aspetto o nelle azioni, nessuno la colloca in un luogo preciso; è avara: non ti dà soddisfazione perché non ti dice nulla di sé. E’ povera, disadorna delle belle parole e dei bei miti con cui vengono presentate le altre dee. E’ spoglia e nuda, non interessa a nessuno, nessuno le offre lodi o poesie né parla di lei, e da qui a scivolare nell’oblio il passo è breve. Poi ho capito: lei “tace”. Mi guarda col dito sulla bocca intrigandomi come Monna Lisa, e mi suggerisce: io non dico nulla, fai tu, devi arrivarci da sola. E invita a tacere, come la maliziosa ed ammiccante Angerona dal dito sulle labbra.

Arrivo a lei per negazione: lei è la Non parola, la Non conosciuta, la Non celebrata, la Non evidente. Metaforicamente, credo sia la negazione di ciò che so, che conosco, che ho, che vedo: quindi è ciò che non so, che non ho e che non vedo. Parto dalla negazione della parola. La parola spiega, chiarisce, insegna, illumina, evidenzia. Il silenzio è solo silenzio, sa solo tacere. Se la parola sembra luce, il silenzio è buio, oscurità, mistero. E lei è lì: lei è dove c’è il silenzio, non al centro della scena ma ai margini, dove non arriva la luce dei riflettori.

Così sono le dee del silenzio, nascoste: non hanno templi propri perché nessuno sa dove si trovino, come le ninfe stigie, oppure sono venerate in templi di altre dee, come Angerona; non compaiono mai in prima persona, non sono primedonne, ma lavorano nell’ombra come Raven di Avalon, e rompono il giuramento di silenzio unicamente per dire la verità, per profetizzare.

Stige è un fiume dalle acque torbide, non si sa cosa ci sia sotto. Eppure tanto mistero deve avere un senso, e ho pensato al senso di custodire qualcosa di molto prezioso. Un tesoro cui non si può, non si deve, attingere facilmente. Ma cosa?

In realtà non riesco ad arrivare ad una vera e propria conclusione. Loro, le Signore del silenzio, mi fanno continuamente pensare, rimuginare, riflettere. Più di una volta nel corso della ricerca mi hanno fatto alzare nel cuore della notte, perché mi sembrava di avere capito qualcosa di importante….Mi lanciano dei messaggi, mi aprono squarci dove sembra che le cose si chiariscano, per poi improvvisamente far ridiscendere le nebbie. Mi viene in mente un incantesimo di Avalon, dove l’invisibilità veniva evocata pronunciando queste parole: “Nessuno ci ha visto, nessuno sa che siamo passati di qui…”. E non arrivo a nulla. Intuisco che le dee custodiscono il potere della parola, il potere della forza vitale e creativa che origina la vita, il potere del desiderio, il potere delle realtà possibili, e arrivo a pensare che forse la dea del silenzio sia la DEA…ma sono supposizioni.

Eppure, da quando ho iniziato questa ricerca, parallelamente nella mia vita sono cambiate e si sono sviluppate delle cose, e io sono diversa ancora una volta da com’ero prima. Per una come me che sbraita e si fa sentire anche quando non serve, praticare il silenzio è stato ed è tuttora difficile; eppure da quando ho iniziato a farlo qualcosa mi si è aperto dentro: una sorta di capacità di vedere dall’alto, da lontano; come se stando zitta, smettendo di rendere evidente la mia opinione e di prendere posizione e di mettermi in luce mi si fosse aperta la possibilità di avere una visione generale, che da una parte mi rende più equilibrata, e dall’altra mi sta via via rendendo più ricca perché mi lascia tutta la forza che userei nel “gridare”. I termini della questione si ribaltano: il silenzio non è più negazione nel senso di “non esistenza”, ma nel senso di “non ancora forma”; è come un grande utero buio e tranquillo, dove le cose sono in potenza, ma debbono ancora identificarsi. Un luogo da cui tutto può trarre origine. Il luogo del “potere”. Il luogo della realtà possibile di ogni cosa, anche di me stessa e delle altre me stesse. E dall’altro lato percepisco questo: il non detto che il silenzio custodisce con la stessa profondità degli abissi nell’oceano è ciò che “non deve” essere detto, ciò che non vuoi sia detto; l’altra faccia di te, l’altra faccia della luna, il tuo taciuto, il tuo non agito: ciò che ti rende o renderebbe veramente intero e completo, quando tu avessi il coraggio di viverlo. Il fango di Stige, per chi ha il coraggio di attraversarlo, è foriero di ricchezza e totalità.


ANGERONA




Le notizie in proposito sono pochissime perché di lei non abbiamo che una statua.

Angerona, o Augerona, è una dea romana rappresentata con un dito sulle labbra chiuse. E’ considerata la dea del silenzio, dei consigli e la protettrice degli amori segreti, oltre che colei che guarisce dall’angina pectoris. Le sue caratteristiche sono di non avere un tempio proprio, e di essere spesso chiamata col nome di altre dee tanto da venir confusa con esse.

La sua funzione primaria era di proteggere Roma, funzione da cui balza all’occhio il valore enorme attribuitole, in apparente contrasto con la poca fama: Angerona manteneva segreto il nome della città, rendendo impossibile ai nemici l’impossessarsene. E’ implicito in questa funzione il potere della parola e della conoscenza di un nome. Fra l’altro Angerona era chiamata anche con il nome segreto di Roma che era “Amor”, cioè Roma al contrario. Non a caso Angerona è poco nota: uno 007 deve passare inosservato, non può essere un tipo appariscente che fa colpo. Poiché il tempio di Roma in cui è stata ritrovata la sua effigie è in realtà il tempio di Volupia, la dea del piacere, ecco ciò che Angerona ci suggerisce: Voluptas è il piacere sessuale, fisico, spesso legato agli amori proibiti, segreti, da nascondere. Amor celato, nascosto, cioè Roma. Forse però il legame è anche fra piacere – voluptas – e dolore – angor, o fra il silenzio che va davvero serbato su certi amori, specialmente quelli illeciti.
Angerona è associata anche ad altre divinità poco note ma molto significative perché legate alla sopravvivenza del genere umano:

- ad Ops o Opis, divinità sabina della fertilità e della gravidanza, dea ctonia rappresentata seduta, legata al potere della terra e moglie di Saturno; il legame evidenzia la consistenza della dea, legata alla vita, all’alimentazione ed alla procreazione. E’ quindi una dea di prima generazione, una dea madre.

- ad Acca Larentia, madre, oltre che della fertilità della terra, dei Lari e degli avi: quindi delle Radici, della Discendenza, della continuità di una stirpe.

- a Muta, dea dei campi di grano: di nuovo il riferimento alla dea madre terra e alla continuità della vita
- alla dea etrusca Ancaru, che presiede alla morte e ai giuramenti, da cui pare derivi. La morte e un giuramento hanno in comune l’inviolabilità, la segretezza, la sacralità, la necessità.

La sua festa cadeva il 21 dicembre, al solstizio d’inverno. A Roma questa festa coincideva con i Saturnali, ma secondo tradizioni più antiche a tutte noi care, il solstizio d’inverno è il momento d’inizio del nuovo anno, il momento in cui la Dea Madre partorisce il dio figlio, per dare di nuovo inizio al giro della ruota della vita.


STIGE



Immagine di Stige di Wendy Andrew www.paintingdreams.co.uk

Più generosa di Angerona dal punto di vista dei riferimenti letterari, Stige rimane pure una divinità che si tiene in disparte, e non troviamo su di lei veri e propri racconti quanto riferimenti fugaci. In realtà però le sue apparizioni sono sempre determinanti nello snodo delle peripezie di altri personaggi, ed è una dea legata a metafore molto interessanti.
Come riporta Robert Graves, (1) la ninfa Stige fu una delle amanti di Zeus da cui concepì la dea Persefone, regina dell’Oltretomba, rapita e sposata da Ade dio degli inferi. Al di là del fatto che Stige sia una delle tante amanti di Zeus, e nemmeno la più importante, trovo interessante lo scenario di sfondo ed il filo rosso che lega le donne di questa famiglia perché mi suscita delle curiosità. Tutte vivono una storia di violenza perpetrata da parenti molto stretti: come Ade era fratello di Zeus, e si appropria della nipote con violenza e contro la sua volontà, allo stesso modo Zeus aveva usato violenza alla madre Era, e via così. Le violenze sono lo strumento col quale gli uomini costringono potenti regine allo stato di schiave e di oggetto di loro proprietà, e questa per Graves è una metafora delle conquiste elleniche sui santuari dell’antica madre. Ma perché tanta violenza su donne che non erano guerriere, verso le quali metodi molto meno brutali sarebbero bastati a sottometterle? La violenza è una tematica predominante in tutte le storie, sostituita solo raramente dall’astuzia. Perché? Cosa volevano prendere, gli uomini, a quelle donne? Dove volevano arrivare? Cos’avevano quelle donne di così importante da risvegliare un tale offensivo ed aggressivo interesse?

Un altro accenno alla ninfa Stige si trova nel mito degli Aloidi: questi erano due fratelli figli di Poseidone e di Ifimedia, che mossero guerra contro Ares e Artemide, e giurarono sulle acque dello Stige che avrebbero violato l’uno Era e l’altro Artemide. I due fratelli erano pieni di boria perché era stato stabilito da una profezia che non sarebbero stati uccisi né da uomini né da dei. Qui, oltre alla già nota storia di violenza a donne potenti, subentra un nuovo elemento che pure diverrà in seguito ricorrente: la profezia. Bene, i due fratelli si ammazzarono per errore fra loro, scagliandosi a vicenda un giavellotto nel tentativo di uccidere una cerbiatta bianca (in realtà la dea Artemide): quasi a suggerire che gli uomini non sono in grado di interpretare e comprendere correttamente le profezie. In effetti sempre Graves sottolinea che nonostante la perdita di ogni diritto, le donne – non gli uomini - mantennero il potere della profezia. Perché? Entra forse in gioco un diverso sentire, un diverso vedere, una diversa sensibilità che preclude agli uomini l’accesso al mondo del “possibile”? Non a caso anche Tiresia, padre della sibilla Manto, acquisì il dono del profetizzare dopo, e solo dopo, essere stato trasformato in donna ed aver così vissuto per sette anni.

Tornando agli Aloidi, a questo punto le loro anime discesero nel Tartaro, ed ecco, come in un film, un piccolo cameo della nostra Stige: le anime dei due Aloidi vengono legate ad una colonna con corde di vipere vive, sulla cui cima siede appollaiata la ninfa ghignando a ricordo dei loro giuramenti non mantenuti. Graves così interpreta questo mito:

“ Il tormento degli Aloidi nel Tartaro, (….)pare fosse stato dedotto da un antico segno calendariale che mostrava due teste di gemelli voltati schiena contro schiena, mentre sedevano sulla sedia dell’oblio, ai due lati di una colonna. La colonna su cui sta appollaiata la dea della morte e della vita indica l’apice dell’estate, quando termina il regno del re sacro e inizia quello del suo successore. In Italia lo stesso simbolo divenne Giano bifronte; ma in Italia l’anno nuovo iniziava a gennaio(….)”(2)

Ed ecco un legame nascosto con Angerona: Giano bifronte è infatti il personaggio che dà il nome al mese di gennaio, il primo mese dell’anno, e abbiamo visto che Angerona era venerata nel giorno del solstizio d’inverno, quando cioè la dea partorisce il figlio che simboleggia il nuovo anno. L’idolo dalle due facce rimanda inoltre ad Angerona perchè simboleggia il tradimento, la mancanza di fedeltà alla parola data, il giuramento non mantenuto. Immaginando l’alta colonna su cui siede Stige non posso infine non pensare alla meta, al punto di arrivo, al punto di svolta: alla fine di un ciclo e all’inizio di un altro, come avviene nel passaggio da un anno all’altro. Che la fine dell’anno sia collocata in estate o in inverno è irrilevante: ciò che importa è che essa rappresenta un Passaggio.

Con la solita modalità di rapido e breve accenno compaiono pure le ninfe Stigie, questa volta nel mito greco di Perseo – per il quale si rimanda alla scheda su Medusa, strettamente legata a Stige - , ma stavolta hanno il ruolo fondamentale di essere il “tramite” senza cui l’eroe non arriverebbe alla vittoria. Brevemente, Perseo era partito alla ricerca di Medusa cui doveva tagliare la testa per portarla in dono al re Polidette. Per compiere l’impresa, Perseo aveva bisogno di alcuni strumenti: il falcetto di Ermete, che servirà per decapitare la dea, un paio di sandali alati per fuggire, una sacca magica per riporvi la testa recisa e l’oscuro elmo di Ade che rende invisibili. Riguardo a quest’ultimo talismano, suggerisco un altro legame: fra Silenzio e invisibilità. Le ninfe stigie compaiono solo a questo punto del mito come custodi dei tre oggetti: sono dunque ancora una volta il cardine, il ponte che permette all’eroe di passare avanti: una nuova metafora del passaggio, questa volta ancor più esplicita come crescita, avanzamento, acquisizione di nuovi strumenti per vincere una competizione, e dunque di maturità.

Le ninfe stigie sono praticamente invisibili perché nessuno sapeva dove vivessero. Segreto, silenzio ed invisibile sono la stessa cosa. Ciò di cui non si parla, non viene percepito, non viene notato, non viene visto. Ciò che non viene visto non può essere descritto, è taciuto, e rimane in silenzio. Nessuno sapeva dove fossero al di fuori delle Graie dal corpo di cigno, con un solo occhio e un solo dente in comune (di nuovo la relazione tra la vista e la bocca-parola) . Perseo riesce a sorprenderle, ruba loro l’occhio e il dente, unica risorsa di vita per le tre disgraziate, e non li restituisce prima di aver strappato loro il segreto sulle ninfe stigie. Dopo di che raggiunge le ninfe, ottiene ciò di cui ha bisogno e uccide Medusa.

Angerona a capo dell’anno, Stige in cima alla colonna, le ninfe stigie senza la cui mediazione Perseo non andrà da nessuna parte, sono tutte dee che proteggono/presiedono ad un passaggio, ad una svolta; la stessa misteriosa Ancaru etrusca lo è, perche presiede al passaggio alla morte.


Ma passaggio a cosa? A cosa prelude l’ingresso che queste dee custodiscono?
Pare che le dee, o le donne in generale, custodiscano un segreto, una capacità, un potere che gli uomini non capiscono, non intendono, come se fosse espresso in un’altra lingua o addirittura con altre modalità comunicative; poiché non sanno usarlo nè gestirlo, utilizzano le armi, la violenza o nel migliore dei casi la frode per sconfiggerlo definitivamente.

Graves in una nota a questo mito suggerisce un’altra versione:

“…la visita di Perseo alle Graie, la conquista dell’occhio , del dente, della sacca, del falcetto e dell’elmo che rende invisibili, nonché la sua fuga dalle altre Gorgoni che lo inseguivano dopo la decapitazione della Medusa(…)sono stati tratti dall’errata interpretazione di una raffigurazione del tutto diversa, nella quale si vedeva Ermete, con i sandali alati e l’elmo, nell’atto di ricevere in dono un occhio magico dalle tre Moire. Codesto occhio simboleggia la facoltà di percezione; Ermete diventava così in grado di padroneggiare l’alfabeto arboreo, inventato dalle stesse Moire. Esse gli donarono anche un dente divinatorio, come quello di cui si servì Fionn nella leggenda irlandese; un falcetto per tagliare dal tronco i ramoscelli per l’alfabeto, ; una sacca di pelle di gru per riporre tali oggetti; e una maschera di Gorgone per tenere lontani i curiosi. A terra, in basso, si vede la dea che regge uno specchio dove si riflette la testa della Gorgone, per mettere in evidenza l’assoluta segretezza dei suoi insegnamenti” (3).

Poi continua:

“(….) esisteva in Grecia un alfabeto il cui segreto era gelosamente custodito dalle sacerdotesse della Luna, cioè Io o le tre Parche; tale alfabeto era strettamente legato al calendario e le sue lettere non erano rappresentate da segni scritti, ma da ramoscelli recisi da alberi di specie diverse, che simboleggiavano i diversi mesi dell’anno”(4)

E nella nota successiva:

“Anche le lettere dell’antico alfabeto irlandese, come di quello usato dai druidi della Gallia descritti da Cesare, portavano il nome di alberi. L’alfabeto irlandese era chiamato Beth-luis-nion (“betulla chiamato Beth-luis-nion (“betulla-frassino di montagna-frassino”) dalle sue prime tre consonanti. E la sua composizione, che ci fa supporre un’origine frigia, corrispondeva a quella degli alfabeti pelasgico e latino: era cioè di tredici consonanti e cinque vocali. (….)Ogni consonante corrispondeva a un mese di ventotto giorni di una serie di tredici mesi che iniziava due giorni dopo il solstizio d’inverno….”.

Secondo questa interpretazione ciò che viene protetto dalle donne ed ambito dagli uomini è la parola: nel silenzio è custodita la parola, come il fiore è custodito nel seme. Quasi che la Dea Madre fosse il Silenzio, che tiene in grembo e poi partorisce il Figlio- Parola. Tutte le creature femminili terribili che costellano il viaggio di Perseo/Ermete non sarebbero che guardiane della parola, concepita nel Silenzio. Questa interpretazione giustificherebbe il fatto che solo le donne conservarono il dono della profezia: perché per tradizione erano femmine le custodi dell’alfabeto, ed è l’alfabeto che permette di divinare. C’è un alfabeto sacro e magico custodito da figure femminili. Una figura maschile se ne impossessa e lo diffonde fra gli uomini, ma a questo punto l’alfabeto si sdoppia: diventa d’uso comune fra gli uomini, e d’uso divinatorio ma riservato alle donne. Nell’uso comune, la parola perde la sua potenza e la sua chiarezza e a volte diventa ambigua e superficiale, mentre nell’uso magico la parola conserva tutto il suo potere, forma e delinea la realtà e con la profezia si lega anche alla realtà possibile. Del resto, come si dice nella saga di Avalon, “i figli parlano la lingua delle madri”: è la donna che insegna a parlare. Ma per insegnare a parlare, bisogna prima padroneggiare il silenzio.


RAVEN DI AVALON



Raven nel film "Le nebbie di Avalon"

“Ai margini del meleto, tra due alberi fioriti, c’era una piccola casa di canne intonacate di fango. All’interno ardeva un fuoco. Furono accolte con un inchino da una giovane donna abbigliata come le altre, con una veste scura e una tunica di pelle di cervo.

“Non parlarle”, disse Viviana,.” Ha fatto voto di silenzio. E’ sacerdotessa da quattro anni, e si chiama Raven”.(5)

Raven, una delle figlie di Avalon, compare per la prima volta quando Morgana arriva all’isola da bambina. E’ una figura apparentemente di secondo piano, ma analizzandola si scopre quanto peso simbolico abbia in tutto il romanzo, al punto da essere sempre a fianco della protagonista nei momenti chiave del romanzo: al suo arrivo ad Avalon, durante i rituali più importanti, al ritorno ad Avalon dopo l’esilio volontario ed infine durante l’apparizione del Graal.

Per cominciare essa è con Morgana in due episodi “magici”: nel corso di un rituale di divinazione e durante la preparazione di Excalibur. Raven resta discretamente sullo sfondo, ma non è semplice “assistente” di Morgana, bensì è “colei che la sostiene con la sua energia”: senza di lei Morgana non ce la farebbe. Morgana inizia, Raven completa: insieme, sono complementari. Soprattutto, è sua la voce della profezia. Morgana “vede”, ma è Raven a “dire”. Fin dall’inizio del romanzo si dà particolare rilievo al dono della “Vista” che caratterizza tutte le figlie più dotate dell’isola. Ma è difficile esplicitare chiaramente ciò che si vede, rendere comprensibili a tutti le immagini di una visione di origine sacra: ecco perché Morgana ha bisogno di Raven, perché le sue forze si esauriscono nella Vista. Dopo aver ricevuto una visione, c’è bisogno di altra energia per rendere palpabili le immagini e trasformarle in parole: l’energia di Raven. E’ significativo il fatto che sia votata al silenzio: essa ha rinunciato a parlare, non pronuncia mai una sillaba; le sole parole che dice sono sacre, sono le parole che manda la dea. E’ come se fosse necessaria una quantità incredibile di lavoro, esercizio e forza fisica per dire cose che hanno un senso: per lasciarci attraversare il corpo da una corrente – sia pure di parole – di origine sacra, per dire cose che ancora non esistono ma sono destinate ad avverarsi, e che seppure ancora non esistono hanno l’intero peso della Verità. Tutto questo lavoro, esercizio e forza sono il frutto del voto di silenzio. Non è facile imparare a stare zitti, zittire non solo le emozioni ma anche le curiosità, il desiderio di sapere e di chiedere, la voglia di contatto verbale con gli altri. Stare sempre zitti significa allontanarsi dal mondo e dalla società; non a caso Raven vive ad Avalon, per di più in un periodo della storia dove l’Isola si è allontanata ancora un po’ dal nostro mondo; ma stare sempre nel silenzio ti permette di risparmiare in te una tale riserva di energia e forza da metterti in contatto con altri piani.

Morgana e Raven vengono portate a riposare, e nella scena seguente Raven non c’è più mentre troviamo Viviana intenta a spiegare a Morgana il senso della profezia. Una volta portato a termine il suo compito, Raven scompare dietro le quinte. Lei ha dentro di sé la voce della Dea, e non si preoccupa di interpretare il senso delle parole. Anche questo è un momento delicato per noi mortali: d’accordo, abbiamo avuto una profezia, abbiamo tradotto in parole le immagini della sacerdotessa; ma che senso hanno queste parole? Come le interpretiamo ora? Il senso di vuoto e di mistero che circonda le sibille non è legato al non avere una risposta, ma al non capire la risposta avuta. La dea del silenzio continua a prenderci in giro: acconsente a parlare, ma in una lingua straniera che noi non capiamo. Nel passaggio da sentito a spiegato il messaggio perde forza e sacralità, e non è neppure detto che sia esatto il modo in cui viene tradotto: infatti tutta la storia di Avalon e delle sue sacerdotesse risuona dell’insicurezza, dell’incertezza con cui le varie Signore hanno interpretato i messaggi della Dea, e dei ripensamenti, rimorsi e rimpianti per aver scelto o non scelto un cammino invece dell’altro. La Dea ci parla, ma non è detto che noi siamo in grado di capire cosa dice.

Successivamente Raven compare in un momento difficile per l’isola: Viviana, invecchiata, capisce che c’è bisogno di una nuova signora ma in assenza di Morgana non sa a chi affidare l’incarico. Fa divinare la giovanissima Niniane, che pronuncia le parole: “Raven, Raven, il calderone tra le sue mani….” ed interpreta queste parole come il segno che Raven è adatta ad essere la nuova signora. Poi la chiama Raven e la supplica di aiutarla e dirle se Morgana ritornerà. Silenzio. “Intendi dire che non tornerà? O che non sai?”(6)

Questo è il punto di vista del mortale: non si capisce se il silenzio è ignoranza o conoscenza, né cosa nasconde dentro. Mi lascia sempre perplessa una cosa, però: perchè dovrebbe essere Raven a sapere quello che nemmeno la più famosa delle maghe, quella che passò alla storia per aver incantato perfino il grande Merlino, riesce a sapere?

Seconda richiesta, questa volta velata di maggiore autorità: Viviana chiede a Raven di accettare l’incarico ed è solo a questo punto che Raven ci viene descritta nel suo aspetto: alta, snella, sulla quarantina, con i capelli lunghi e scuri, il viso olivastro e gli occhi grandi sotto le sopracciglia folte. Solamente in questo punto del romanzo abbiamo il piacere di sapere com’è fatta questa dea del silenzio, questa donna che sembra un fantasma, che non parla mai, non fa nulla di spettacolare eppure assiste, sorregge, conforta, è indispensabile e sostiene donne più potenti di lei. Neppure questa volta Raven risponde, naturalmente, ma abbraccia Viviana, la lascia piangere, le offre conforto e se ne va senza aver accettato l’incarico. Ancora una volta la dea ha taciuto: non ha dato la risposta che serviva a Viviana, nè ha risolto i suoi problemi. Essere la signora di Avalon significava portare avanti una carriera politica e diplomatica pesantissima, trattare, scegliere, disporre, decidere. Raven non può fare tutto questo: non perché non ne abbia le capacità. Anzi, dal punto di vista della preparazione sarebbe la persona giusta. Ma ha fatto una scelta che va nella direzione opposta: rinunciando a parlare ha rinunciato a prendere una posizione, a scegliere, a far sapere al mondo qual è il suo pensiero, la sua idea: ha rinunciato a sé stessa. Quando parla non sono sue le parole che dice, ma della dea. Essere profetesse e votarsi al silenzio significa fare spazio dentro di sé, farsi da parte perché tutto lo spazio che c’è dentro di noi sia riempito e inondato dalla presenza della dea. E in questo Raven è più vicina alla dea di ogni altra signora dell’isola. Ecco perché lei potrebbe sapere ciò che Viviana non sa.

C’è un altro momento bellissimo, caratterizzato da un’atmosfera molto commovente dove Raven, pur presente con tutta la sua corporeità, rimane evanescente come in un sogno: il ritorno di Morgana ad Avalon dopo la morte di Viviana.

Al suo risveglio sull’isola Morgana scorge Raven, o meglio, dettagli del suo corpo: una cicatrice su una mano, le dita sulle labbra nel segno del silenzio come l’antica Angerona, altre cicatrici sul braccio e sul seno, il profumo di erbe rituali sui capelli…Sono particolari che per essere notati nell’oscurità implicano una notevole vicinanza fisica, un abbraccio. Raven angelo del focolare, Raven antica madre, colei che non ha mai lasciato l’isola, è ancora lì ad aspettare. Il fatto che in un primo momento Morgana la confonda con la donna del Popolo Fatato incontrata in passato, il fatto che lei riaccolga chi torna a casa, il fatto che lei e lei soltanto abbia il diritto ed il potere di riconsacrare Morgana con la benedizione delle figlie di Avalon e con i simboli, e celebri il giuramento di sangue, e soprattutto il fatto che trasmetta a Morgana la sensazione più bella, quella di essere nel grembo della madre, mi fanno pensare che Raven detenga un potere superiore a quello della Signora dell’Isola: forse, Raven è proprio la Dea. Di sicuro ne è il tramite. Anche il suo corpo, i movimenti ed i gesti contengono allo stesso tempo una leggerezza, una calore e una rotondità che le parole raramente sanno dare, e proprie di una creatura di un altro mondo.

L’ultima avventura la vede assistere alla magia più sacra: quando insieme a Morgana, alla corte di Artù nel giorno di pentecoste, operano il più potente degli incantesimi per riportare i sacri simboli all’isola, sottraendoli al vescovo cristiano che stava per usarli per la messa.

Raven ha una visione terribile, e il suo spavento è tale da svegliare Morgana che accorre da lei e la trova immobile, seduta sul letto, con i lunghi capelli sciolti e scomposti e gli occhi stralunati. E’ paralizzata dal terrore, è il ritratto di Medusa, ma la gravità di ciò che ha visto è tale che una volta ripresasi rompe per sempre il silenzio e abbandona Avalon. Alla corte di Artù, per l’ultima volta la sua presenza sarà indispensabile per sorreggere la magia di Morgana. Questa volta, si tratta dell’apparizione del Sacro Graal: è Morgana a sostenerlo e a distribuirne i doni, ma è Raven a sorreggere Morgana. E’ Raven a sorreggere il peso del potere della Dea, la cui presenza è talmente forte e terribile da spaccare il cuore. Non posso non pensare ad Angerona, protettrice dell'angina pectoris, che mi diviene via via più chiaro perchè quando la Dea ti passa attraverso può essere così dolce da ucciderti. Quando hai il cuore e il corpo così pieni d’amore, quando senti così forte la presenza e l’energia e la vibrazione della dea, non riesci neppure a muoverti o a parlare, sei paralizzata, puoi solo lasciarla passare, e persino Raven, che ha comunicato con la Dea per tutta la vita, ne è sopraffatta.


AGLI ANTIPODI DEL SILENZIO: IL POTERE DELLA PAROLA



La parola crea. E’ viva, forma di energia sottile ma estremamente potente. Nella Bibbia, Dio crea tutte le cose nominandole: dice “Sia la luce”, e la luce “è”. “Chiama” la luce giorno e le tenebre notte, ed ecco la sera ed il mattino. Poi dice “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque” ed ecco il firmamento e le acque separate, quelle sopra da quelle sotto al firmamento. E poi “nomina” il firmamento cielo. Poi crea la terra dicendo "Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto",” e poi chiama l'asciutto terra e le acque mare. E avanti così. Anche più tardi, nel Nuovo Testamento, Vangelo secondo Giovanni si parla in questo modo
:
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.”

L’origine del potere moderno della parola forse nasce da qui, perché con la Bibbia essa diventa strumento di creazione.

Ogni volta che Dio compie un atto di creazione, si assistono a tre momenti:

1)la parola nomina la realtà di una cosa

2)quella tal cosa esiste

3)la sua esistenza viene sigillata da un nome con cui la cosa viene chiamata.

In pratica, la parola crea l’esistere delle cose. Ma non solo. Creando, la parola trasforma la realtà: quando Dio nomina le cose, dà loro una forma. Prima esiste una massa informe di materia, e questa poi prende la forma del sopra e del sotto, del mare e della terra ecc. per mezzo della parola. Con il suo sistema creativo che prescinde dall’utero, in pratica, il Dio dei cristiani “separa”. Nella Bibbia, chi crea è un dio maschile, e creare diventa sinonimo di separare le cose le une dalle altre, staccarle, dare loro una individualità, cosa che poi accade a livelli molto più terreni nella vita di ognuno di noi: nella famiglia infatti il ruolo del papà è di spingere i bambini piccoli dal dentro al fuori, dal mondo materno al mondo esterno, “staccandoli” dalla mamma. Non a caso alcune ostetriche danno al padre “l’onore” di tagliare il cordone ombelicale alla nascita del piccolo. E non a caso si dice che il taglio cesareo è il sistema usato dai medici maschi, mentre le ostetriche favoriscono il parto spontaneo. Ecco qui la metafora ricorrente in tutti i miti precedenti, il senso del falcetto, della spada, del pugnale e della lancia e anche forse di Excalibur. E’ tipicamente maschile il ruolo del “tagliare”: la spada, come il fallo, apre, taglia, separa. La donna custodisce TUTTO nel suo silenzio, l’uomo invece distingue, separa, divide con la parola. Metaforicamente, il silenzio ed il femminile nel calice, la parola ed il maschile nella spada.

Nella leggenda del Graal Perceval è condannato ad un’estenuante ricerca perché non chiede “Chi serve il Graal?”, e non ponendo la domanda non permette neppure la risposta: non permette di esistere alla realtà che c’è dietro alla domanda non posta. Non solo. Ma con il suo silenzio, perpetua la situazione di disgrazia della terra dove vive il re pescatore, perché rimanendo in silenzio di fronte alla fanciulla del Graal, che “fa la donna”, cioè tace, lui “non fa l‘uomo”. Rinunciando a parlare Perceval rinuncia ad essere uomo verso la fanciulla che tiene il calice: se il sacro vaso rimane senza spada, non si ha unione e prosperità, non si ha più continuazione della specie. Perceval potrebbe essere colui che risana la ferita del re Pescatore, ferita che dona impotenza, vedi sterilità, ma tacendo lascia le cose come stanno.

La parola evoca. Ogni volta che noi pronunciamo una parola essa ci arriva accompagnata da una serie di valori, connotazioni, sensi nascosti, immagini, alcuni personalissimi, alcuni comuni a intere società, ma tutti radicati e molto antichi. Dietro ad ogni parola che pronunciamo c’è una storia, e pronunciare ogni parola significa evocare la totalità della storia. E’ in questo modo che le parole possono arrivare a fare del male o del bene. E’ come se pronunciando una parola noi evocassimo una marea, un’onda di energia di significati che investe la persona a cui la nostra parola è diretta. Per questo fa male continuare a ripetere certe cose anche a noi stessi, ad esempio concetti e parole negativi. Se un bambino si sente continuamente dare dello stupido, crescerà credendo di essere stupido, perché è al concetto di stupido che si adeguerà e farà molta fatica ad abituarsi a pensare di valere qualcosa. In questo contesto diventa fondamentale il linguaggio delle madri. E’ questo il linguaggio parlato dai bimbi come da ognuno di noi. Noi parliamo la lingua di nostra madre, la lingua che lei ci ha insegnato. E per lingua non intendo soltanto parole e suoni, ma anche metaforicamente tutto un comportamento che assimiliamo da piccolissimi e portiamo dentro fino alla morte.



ALLA RICERCA DEL SILENZIO



Avalon è lontana: non soltanto viviamo di parole, non soltanto diamo alle parole un potere ed un peso eccessivi, ma soprattutto siamo abituati fin da bambini a vivere il silenzio come un obbligo anziché come una possibile fonte di ricchezza. Ci viene detto con toni arroganti, minacciosi, e naturalmente urlando : Stai zitta, taci, fai silenzio! Non ci è stato insegnato ad amarlo, a rispettarne e conoscerne il valore. Invece dovrebbe essere un privilegio il fatto di non essere obbligate a parlare. Così, è difficile passare dall’abitudine di parlare al silenzio, ed è’ un percorso che va fatto per gradi.

Innanzitutto è necessario imparare a ridimensionare il potere della parola: chiamare le cose col loro vero nome per dare loro il giusto valore. Le cose sono soltanto ciò che sono. Tutto segue questa legge: la serie di aggettivi che si aggiungono per meglio definirle sono, per l’appunto, aggettivi che evocano altro, ma il senso vero e proprio di una parola è già nella parola stessa. Così un dolore non è mai un “grande dolore”, o un “dolore tremendo”: è solo dolore. Dolore significa già terribile e tremendo, altrimenti non sarebbe tale. Allo stesso modo non serve definire travolgente una passione: il travolgimento è implicito nell’idea stessa della passione. Una persona che non si lascia travolgere difficilmente proverà passione per qualcosa. E’ importante parlare con proprietà, con precisione, ed in maniera semplice, dicendo il minimo indispensabile, lasciando da parte le chiacchierare noiose ed inutili e i luoghi comuni. Significa risparmiare tempo e forze.

Conoscere il nome delle cose permette di dominarle. E’ per questo che alla fine del suo processo creativo Dio nomina le cose: per “definirle”, per dare loro un confine dopo averle separate dal resto, per dire ”tu sei questa cosa e basta”, “qui tu inizi e qui tu finisci”. E’ utile imparare a discernere il senso delle parole, specialmente il senso originale, l’etimologia. Studiare e conoscere, perché in questo modo le parole non potranno più far paura. . Se si impara a chiamare le cose col loro vero nome, si darà dato loro il giusto valore. Le cose chiamate con il loro vero nome possono risplendere della loro meravigliosa grandezza, o essere mortalmente ridimensionate.

“Non nominare il nome di Dio invano” significa che si deve usare bene la parola, che si deve averne rispetto e usarla il meno possibile, solo se necessario. Usare la voce a sproposito comporta una grande perdita di energia. La voce va usata piuttosto per cantare, per raccontare favole, per “guarire”. Imparare ad esprimersi con chiarezza e precisione, dicendo esattamente ed in maniera concisa quello che si pensa porta velocemente all’essenza del problema. A mano a mano che si impara ad esprimersi con concisione e semplicità, la semplicità e la chiarezza si fanno strada anche nel cervello: anche gli atteggiamenti e la stessa vita vengono sfrondati da ciò che non è indispensabile, il modo di essere e di fare diventerà più semplice ed essenziale, ed è a questo punto che il silenzio diventa più vicino, e che si incomincia a tacere. Si incomincia a sentire, invece di chiedere. Si incomincia a dare, invece di dire. Si comunica con il corpo, come Raven, e si impara a leggere il corpo degli altri, senza più farsi ingannare dalle parole, perché si “sente” col corpo, nel silenzio, cosa ti stanno davvero dicendo.


IL CALICE, ANCORA UNA VOLTA



La creazione tramite la parola è una modalità di creazione maschile. Tutte noi ci siamo conformate a questo sistema che ha la sua utilità e il suo pregio, ma possiamo fare ben altro. La parola del credo cristiano è parola di Dio, un dio maschile. Giurare, dare la propria parola, è una modalità tutta maschile di comportarsi. Dobbiamo capire come funziona, sapere come usarla perché ogni giorno incontriamo parole, ma prendiamo coscienza del fatto che il parlare ed il parlato sono una modalità espressiva che poco ha a che vedere con il femminile. Dio è prima di tutto Dio Padre. La Grande Madre del resto, ha spesso un compagno o degli amanti – e quanti ne vuole -, ha sempre dei figli, ma mai un Padre, cioè una figura a cui essere “sottoposta”. Perché è lei la creatrice, non LUI. E la donna crea creando, con il fare, non con il dire. Nell’Incanto di Doreen Valiente la Dea dice “ogni ATTO d’amore e di piacere mi appartiene”, ogni “atto”, non ogni “parola”. La verità è che tutto ciò che esiste è stato generato, come dicevano gli alchimisti. “Generato”, non “nominato”. Anche gli alchimisti esercitavano il loro solve et coagula nel silenzio per arrivare alla creazione dell’oro. Il silenzio è la modalità che accompagna la creazione al femminile. Forse per questo si dice che la parola è d’argento e il silenzio è d’oro, e forse proprio il silenzio è l’oro a cui gli alchimisti tendevano. La parola è come un principio attivo che ha bisogno di terreno fertile su cui attecchire, e il terreno fertile è il silenzio che la accoglie come un grembo. Come una coppa. Come un Graal. La parola non verrebbe notata in una distesa di altre parole: spicca perché si contrappone ad una realtà molto più discreta, quella del silenzio. Il silenzio non ha il potere evocativo della parola, ma il potere essenziale di contenere: serve un atto di volontà perchè al suo centro nasca la parola, è nel silenzio che tutte le cose, non solo le parole, si generano e si rigenerano, così come è al silenzio che si ricorre per trovare pace e rigenerarsi, mentre nel caos di una discoteca è più probabile stordirsi.

La parola coincide con l’azione, il silenzio con la stasi. Come la stasi è l’unica realtà che annulla l’azione, perché forma un muro che non si può abbattere, perché è “non azione”, così la parola si combatte e si vince col silenzio. Ogni volta che avremo fatto silenzio al di fuori di noi ed avremo evitato di parlare (replicare, spiegare, giustificare, esprimere giudizi ed opinioni) avremo risparmiato energia e forza per noi. A meno che non si tratti di un grido o di un pianto liberatorio senza il quale potremmo esplodere, è utile imparare a fare silenzio dentro, e renderci conto che la mente continua a secernere pensieri e parole inutili.

Il silenzio è segreto ed oblio: custodisce, o annulla. Contiene senza svelare, permette alle cose di esistere senza essere rese note. Noi restiamo nel dubbio, come Viviana di fronte al silenzio di Raven: non sai o non mi vuoi dire? Ed è qui che si capisce come il potere del silenzio sia di gran lunga maggiore del potere della parola perché la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere.

Come metafora, noi donne dobbiamo TORNARE A FARCI CALICE, ma non solo il calice del nutrimento perpetuo, cioè del continuo dare anche quando non richiesto, bensì il calice che raccoglie, che contiene. Dobbiamo reimparare il nostro ruolo, che non è solo quello di dare. E’ vero, la donna dà nutrimento, dà il seno, il latte, la vita, coccole e carezze. Ma non facciamoci fuorviare dall’abitudine a questa modalità: il DARE è azione verso l’esterno, è tipico dell’uomo, è l’uomo che eiacula, che dà, lancia il proprio seme verso l’esterno. La donna è colei che RICEVE. E molte di noi si sono dimenticate come si fa. Molti rapporti d’amore - e non solo - finiscono proprio perché l’uomo non si sente accettato dalla compagna, che insiste nel dare consigli, nel cercare di migliorarlo, nel suggerirgli “per il suo bene” come e cosa fare…..Nella polarità dare-accogliere ci siamo così sbilanciate in un solo senso, che non siamo più capaci di ricevere nulla, neppure un complimento, neppure il meritato denaro per un lavoro ben fatto, neppure una ricompensa. E poi ci sentiamo esaurite, svuotate, senza più forza.

Dobbiamo reimparare ad accogliere, a ricevere. Per stare con gli altri, per comunicare davvero, dobbiamo sentire cosa dicono. Dobbiamo tacere, stare ad ascoltare. Nelle espressioni verbali e non, in ogni sospensione, in ogni pausa, nella scelta dei termini ecc. , se stiamo ad ascoltare riusciremo a vedere tutto il mondo dell’altro. Ma per ascoltare, ascoltare davvero, è necessario fare silenzio. Prima di tutto con la voce, poi con la testa: sospendendo il giudizio, il pregiudizio, l’impressione. Quando sarai riuscita a fare silenzio in questo modo, il tuo non sarà solo ascolto, ma diverrà accoglienza: metterai da parte te stessa per dare spazio all’altro. E poi diverrà vera e propria accettazione.

Non siamo solo ciò che mostriamo: siamo soprattutto ciò che non mostriamo, ciò che non vorremmo mai mostrare, ciò che non diciamo. E quando accettiamo di incontrare, agire, ascoltare, vivere anche “Quelle” parti di noi sepolte nel silenzio, parti di noi spesso così prorompenti perché legate agli istinti ed ai bisogni primari, vedi al sesso o all’aggressività., comunque alla sopravvivenza, non diventiamo solo più complete, ma più ricche: come Persefone, incontriamo Plutone coi suoi doni, e magicamente diventiamo più umane e tolleranti con gli altri. Perché chi ha sperimentato comprende e tollera anche le piccolezze altrui, compatisce nel senso di patire insieme, e si sente in dovere di stare zitto, mentre chi giudica, chi è convinto di avere ragione, di sapere come stanno le cose, in genere ha sperimentato e vissuto poco e si sente in diritto di dire la sua, senza pensare alle conseguenze che questo atteggiamento può avere.

Le streghe, invece, conoscono bene il valore del silenzio. E’ chiaro che a tutti piacerebbe poter urlare, far conoscere al mondo ciò in cui si crede e ciò che si sente, ma per molto tempo questo non è stato possibile, e sinceramente non sono convinta che sia possibile oggi. Entrando a far parte di una congrega, o anche semplicemente aiutando o curando una persona, le streghe si mettono in luce, prendono una posizione, e mettono e hanno messo la sicurezza della loro vita e di quella dei loro cari nelle mani di altre persone. Quando si rende manifesta la propria posizione non solo si è automaticamente classificati ed etichettati, ma si lascia una specie di strascico che coinvolge altre persone a noi vicine, che vengono come “contagiate”: una persona che ci è amica, o è legata a noi, nell’opinione comune è “come noi”. Ciò che noi facciamo viene trasferito anche a chi vive intorno a noi, anche se all’oscuro di ciò che facciamo. E’ per questo motivo che le sorelle sanno conservare il silenzio ed il segreto anche a costo della vita:

“in perfetto amore ed in perfetta fiducia”.


UN RITUALE PICCOLO PICCOLO


Visualizza al centro del tuo corpo, dove tu pensi che sia il tuo centro, una mandorla di luce bianca che pulsa. Concentrati su di essa e prendi coscienza di questo: ogni volta che taci e non pensi, l’energia che non disperdi va a nutrire la mandorla che è in te.

 

Invocazione ad Arianna


 
Arianna, figlia di Minosse,
ti chiamo per il tuo coraggio.
Contro tutto e tutti hai seguito
solo il tuo cuore.
 
Arianna, sorella del Minotauro,
ti chiamo per il tuo ingegno.
Il tuo filo rosso è la guida
dentro e oltre il labirinto.
 
Arianna, donna innamorata,
ti chiamo per il tuo candore.
In un cuore puro non c’è posto
per il sospetto.
 
Arianna, amante di Teseo,
ti chiamo per il tuo cuore spezzato.
Nella sofferenza impariamo
a chi dare fiducia.
 
Arianna, profuga a Nasso,
in questa notte di Beltane
ti chiamo per il tuo vero volto.
 
Signora del Labirinto,
guida i nostri passi
nella danza della vita.
 
Aridela, che splendi da lontano,
guida i nostri passi
nella danza della morte.
 
Ariadne, di papaveri e d’orzo,
guida i nostri passi
dall’estasi, all’oblio, alla rinascita.
 
Arianna, sposa immortale di Dioniso,
oltre tradimento, abbandono, dolore,
guidaci semplicemente all’amore.

ARTEMIDE

Artemis di Ellen Nelson Reed
http://www.allposters.com/-sp/Artemis-Posters_i819718_.htm

Inno ad Artemide

Dea selvaggia
Signora degli animali
Dei boschi inesplorati
E delle paludi
Delle terre di nessuno
Ai confini
Del mondo abitato
Dove Natura
Regna sovrana
Con la sua legge
Spietata
E feconda

Tu che vergine sei
E per sempre
Dei parti
Assisti
L’esito felice
Perché innumeri
Siano abitate
Da umani e da fiere
Le pendici del monti
E le vaste pianure

Tu che ai confini
Dei territori segnati
Stabilisci
La tua incerta dimora
Accogli
Chi ai margini vive
Per qualunque motivo
E consenti un incontro
Tra lontani
Impossibile
Al di fuori di te

Agli scambi
Concedi i tuoi auspici
Di cose
e di devoti pensieri
E sul gioco perenne
Di preda e predatore
Veglia per sempre




Tu
Che della caccia
Che ha sapore
Di morte e di vita
Sei la sovrana

Il tuo arco dorato
E le implacabili frecce
Accosti
A quello del divino Fratello
Che riluce della luce del sole
Tu che le notti
E il chiarore di luna
Abiti, nascosta
E incontrastata

La Moira spietata
Ed un Padre invincibile
Ed un Fratello splendente
Ti condannarono, forse,
al sacrificio
delle unioni d’amore
delle nozze
e della gioia del parto
Ma ti inebri del grido
Della preda ferita
E dei canti di fanciulle
Innumerevoli
Che al tuo volto
Sacrificano
Il vergine fiore

Di te
Non dimentichiamo
Il nome che soccorre
Quando sperduti
Ci trovassimo
In terre senza nome
E la tua freccia
Sicura
Trafigga il nostro cuore
Quando l’ora sia giunta
E non abbandonarci
Alle angosce
Di una lunga agonia*




ARTEMIDE, DEA DELL'OLIMPO
Ricerca a cura di Martina

La nascita di Artemide e il suo ruolo nell' Olimpo
Artemide, Dea della caccia e della luna nuova è figlia di Zeus (Dio del Cielo) e Latona (Ninfa) e sorella gemella di Apollo (Dio del Sole).
La Dea Artemide, nata nell' isola di Delo prima di Apollo, aiutò la madre a partorire il fratello.
Un giorno mentre era ancora una bimba di tre anni suo padre Zeus la prese sulle ginocchia e le chiese quali doni avrebbe gradito.
Lei rispose: l'eterna verginità; l' eterna giovinezza, tanti nomi quanti ne ha mio fratello Apollo; un'arco e delle freccie come i suoi; il compito di portare la luce; una tunica da caccia color zafferano con un bordo rosso, che mi giunga fino alle ginocchia; sessanta giovani Ninfe oceanine, tutte della stessa età, come mie damigelle di onore; venti Ninfe dei fiumi, perchè queste si curino dei miei calzari e nutrano i miei cani quando io non sono impegnata nella caccia. Artemide allungo la mano per accarezzare la barba di Zeus che sorrise con orgoglio. Lei lo ringrazio, saltò giù dalle sue ginocchia e dopo scelse molte Ninfe di nove anni come Sue ancelle.

La Dea Artemide è una delle dodici grandi divinità del Monte Olimpo insieme al fratello Apollo. I Romani la identificavano come Diana. A volte Artemide viene confusa con altre tre divinità che sono in realtà diverse: Selene (Dea della luna piena), Ecate (Dea della luna calante) e Siria (Dea della metamorfosi).

I sacri nomi di Artemide
La Dea aveva diversi epiteti: Agrotera, Cinzia, Ecate, Febe, Cordaca, Ortosia, Orthia, Ortigia, Stinfalia, Coritalia, Cariatide, Dafnia, Delia, Brauronia, Elafebolia, Tauropolos, Apanchomene, Ilizia, Anahita, Leucofrine.

 

Il carattere di Artemide e le sue imprese
Artemide è la dea arcera che vive con le ninfe nel bosco, simbolo di libertà, di sorellanza e di capacità di centrare i propri obiettivi.
Dea degli animali selvatici, le donne la chiamano per alleviare i dolori del parto. Tuttavia ha un carattere a tratti selvaggio e vendicativo e numerose furone le vittime della sue collera.

1) Una delle sue prime imprese fu, col fratello Apollo, di mettere a morte i figli di Niobe, compito datole dalla madre Latona; un giorno, infatti, Latona sentì dire a Niobe di essere un' eroina superiore e offesa da questa affermazione chiese ad Apollo di uccidere i figli maschi e ad Artemide di uccidere le figlie femmine.

2) Orione aveva cercato di violentare Artemide e così la Dea infuriata gli mandò contro uno scorpione ed Orione venne punso nel tallone e lo uccise; per aver reso tale servigio, la Dea trasformò lo scorpione e la sua vittima, Orione, in costellazioni; ed è per questo che la costellazione di Orione fugge sempre da quella dello scorpione.

3) Atteone aveva inavvertitamente scorto Artemide mentre Ella, nuda, si bagnava in una fonte. La Dea, infuriata, gli aizzò la muta di cinquanta cani dello stesso Atteone, che ella aveva nel frattempo trasformato in cervo; i cani, non riconoscendo il loro padrone nella nuove sembianze, lo sbranarono.

Attributi di Artemide
Vestita in una corta tunica, armata di un arco d'argento, una faretra colma di frecce sulla spalla, vagava per i boschi con il suo stuolo di ninfe ed i suoi cani. Veniva associata a molti animali selvatici, simboli delle sue qualità. Il cervo, la daina, la lepre, la quaglia per la loro natura sfuggente. La leonessa per la sua regalità e l'orso feroce per il suo aspetto distruttivo. L'orso era anche degno simbolo del suo ruolo di protettrice dei piccoli. Era anche associata al cavallo selvatico, libero come lei. Quale dea della luna viene rappresentata con in mano una torcia e con il capo circondato dalla luna e le stelle.




ARTEMIDE, LA SORELLANZA E LA NATURA

di Manuela Caregnato
Quale Dea della caccia e della Luna, Artemide è la personificazione dello spirito femminile indipendente. Ella rientra nella categoria delle Dee vergini e a differenza di altre, non fu mai rapita o abusata e rappresenta un senso di integrità, di completezza, il cui valore non dipende da "con chi" essa sta, ma da ciò che essa è e sa fare.
La sua abilità di arciera fa di lei l'archetipo di un femminile che si pone un'obbiettivo e senza indugi lo raggiunge, dunque rappresenta la capacità di realizzare i propri progetti, una volta messi a fuoco.
Per quanto competitiva, Artemide non vede nelle altre donne delle rivali, bensì delle sorelle. Infatti corre per i luoghi selvaggi sempre accompagnata dalle sue ninfe, divinità minori dei boschi, delle montagne e dei ruscelli. Per altro si arrabbia tantissimo e si attiva per difendere le altre donne, quando queste sono in pericolo. Si tratta dunque di un femminile che prova un senso di solidarietà con le altre donne, la cui compagnia considera irrinunciabile e i cui diritti difende a spada tratta. Per questa ragione è stata presa a modello da molti movimenti femministi.
Nei confronti degli uomini ha un atteggiamento cameratesco, ma senz'altro non cade preda di innamoramenti e fascinazioni. Il gemello Apollo, dio del sole, può essere visto come la sua controparte maschile: lui il sole, lei la luna.
Il suo amore per la natura selvaggia, per i luoghi incontaminati e gli animali liberi fanno di lei anche un modello di donna ecologista, impegnata nella lotta per la salvaguardia dell'ambiente.

Artemide non si realizza nella maternità, e rappresenta un genere femminile che "si basta" e che trova la sua soddisfazione nell'essere pienamente sè stessa, nel lottare per ciò in cui crede e nel contatto con la natura che rappresenta la parte più selvaggia di noi.
Tuttavia, avendo aiutato la madre a mettere il mondo suo fratello, è considerata Dea del parto e protettrice delle partorienti, che la chiamano in suo aiuto nel momento del bisogno.
Viene infatti rappresentata come dea dalle cento mammelle, come si vede in questa rappresentazione dell'Artemide Efesia.



IL RAPPORTO FRA I DIVERSI VOLTI DI ARTEMIDE
di Patricia Monaghan**

Così come ce la mostra l'arte occidentale, Artemide è la vergine dea lunare che vaga per boschi e foreste acccompagnata dal suo corteo di ninfe, armata di arco e faretra, evitando gli uomini e uccidendo qualsiasi uomo che abbia osato guardarla. Ma questa versione a noi familiare non è che una delle tante identità assunte da questa complessa dea greca: essa era infatti anche l'Artemide di Efeso dalle molte mammelle, un simbolo semi-umano della fecondità e l'Artemide guerriera, ritenuta protettrice delle amazzoni. E' problematico comprendere se Artemide sia stata in origine una dea omnicomprensiva, scissasi in seguito in due identità distinte, o se invece abbia acquisito una natura così complessa assorbendo gli attributti che in precedenza contraddistinguevano le dee minori, allorchè i suoi fedeli ebbero in mano il dominio della grecia.

Comunque stiano le cose, Artemide, come Iside o Ishtar, finì per rappresentare le mutevoli energie femminili. Da qui nasce la sua contradditorietà: essa era vergine dedita alla promisquità sessuale; era la cacciatrice che proteggeva gli animali; era un'albero, un'orsa, la luna. Artemide era l'immagine della donna, che, attraversando la propria vita, assume via via ruoli diversi; era un vero e proprio compendio delle potenzialità femminili.

In uno dei suoi aspetti Artemide era una ninfa e governava su tutte le ninfe, una forza elementare il cui regno erano iboschi, nei quali vige un ordine tanto diverso da quello umano da apparire a noi come informe e libero; ma questa libertà è quella della completa obbedienza all'istinto, che gli animali possiedono ancora, a differenza degli esseri umani.
Sotto questo aspetto Artemide era la 'Signora della Selvaggina', la forza dell'istinto che assicura, attraverso la morte degli individui, la sopravvivenza della specie.
Come Signora degli animali, era per i Greci l'invisibile guardiano degli animali selvatici, colei che uccideva con le sue frecce acuminate chiunque desse la caccia a bestie gravide o a cuccioli. Un altro istinto su cui vegliava era quello della riproduzione, nelle sue manifestazioni del sesso e del parto; essa seguitò a essere la protettrice delle partorienti anche nella leggenda più tarda; quando la sua importanza come dea era ormai oscurata da quella degli dei maschi, il mito descriveva ancora Artemide come la gemella (nata prima) del sole (che in origine non era considerato suo fratello), la quale avrebbe fatto da levatrice durante la nascita di quest'ultimo. Artemide era la forza della creazione, colei che le madri greche invocavano quando le doglie del parto avevano inizio, trovando un sollievo nella credenza che essa le assistesse durante il travaglio così come faceva per qualsiasi femmina animale in procinto di partorire.

L'aspetto di ninfa dei boschi, dopotutto, non differisce poi molto da quello più noto della Madre Artemide, il cui grandioso tempio nella città di Efeso, legata al ricordo delle Amazzoni, era una delle meraviglie del mondo antico. Lì si ergeva la sua famosa statua massiccia, costituita da un possente busto privo di gambe da cui pendeva un gran numero di mammelle, sovrastato da una testa che reggeva la corona turrita della città. Questa Artemide era soltanto una visualizzazione diversa della stessa energia rappresentata dalla ninfa boschiva: l'istinto vitale, che spinge a produrre e riprodurre in continuazione, a divorare e a morire. Vi è una forza nell'immagine di Artemide Efesia che potrebbe anche venir percepita come terrificante, tanto appare immane e disumana.

Dea più adorata della Grecia, Artemide era onorata con rituali molto popolari, anche se vari, così come vari erano gli aspettti della dea stessa. A Efeso, nel suo ricco tempio, Artemide era servita da sacerdotesse caste, che prendevano il nome di Melisse, o api, e da sacerdoti eunuchi. A Sparta era Korythalia, venerata con danze orgiastiche. Le Amazzoni adoravano la madre della guerra, Astateia, con una danza circolare durante la quale percuotevano gli scudi e battevano il suolo con i piedi ricoperti da calzari atti alla guerra. Sembra, però, che le feste più popolari in onore di Artemide fossero quelle celebrate durante le notti di luna piena, in cui i fedeli si radunavano nel bosco sacro alla dea e si abbandonavano al suo potere, facendo baldoria e accoppiandosi senza conoscersi. La dea preferita della Grecia era dunque la personificazione della legge naturale, una legge così diversa da quelle della società, tanto più antica, forse destinata a durare eternamente.

ATENA
Testo e ricerca di Xenia per il quaderno Labrys n.2- Imbolc 2005

Un'Immagine di Atena, la Nike di Samotracia, conservata al Museo del Louvre
Altre immagini alla pagina Immagini di Atena


"Pallade unigenita, augusta prole del grande Zeus, Divina,
Dea beata, che susciti la guerra, dall'animo forte, indicibile,
di gran nome, che abiti negli antri, che governi le alture elevate
dei gioghi montani e i monti ombrosi,
e rallegri il tuo cuore nelle valli, godi delle armi,
con le follie sconvolgi le anime dei mortali,
fanciulla che estenui, dall'animo che incute terrore,
che hai ucciso la Gorgone, che fuggi i talami,
madre felicissima delle arti, eccitatrice,
follia per malvagi, per buoni saggezza;
sei maschio e femmina, generatrice di guerra,
astuzia, dalle forme svariate, dracena, invasata,
splendidamente onorata, distruttrice dei Giganti Flegrei,
guidatrice di cavalli, Tritogenia, che sciogli dai mali,
demone apportatore di vittoria, giorno e notte,
sempre, nelle ore piccole ascolta me che prego,
dà la Pace molto felice e sazietà e Salute
nelle stagioni felici Glaucopide, inventrice delle arti, regina molto pregata."


E' in questo modo che ci si rivolgeva alla grande dea vergine Atena negli Inni Orfici, alla "Regina del cielo" (lo stesso epiteto usato per Iside e poi anche per la Madonna), nella mitologia greca, uno dei dodici dèi olimpici, dea della sapienza, della destrezza e della guerra; identificata dai Romani con Minerva. Mentre, in un inno Omerico, era questa la descrizione della Dea:

"Vado a cantare di Pallade Atena, guardiana della città, la terribile, colei che con Ares si occupa di azioni bellicose, il saccheggio di città e del pianto battagliero di guerra; ella salva i soldati come essi vengono e se ne vanno. Sii la benvenuta, Dea, donami fortuna e buona salute."

La nascita della Dea e il suo ruolo nell'Olimpo
Atena nacque già adulta dalla testa di Zeus, che aveva inghiottito la sua prima moglie Meti (consiglio) per paura che gli desse un figlio a lui superiore.
Efesto (o Prometeo) aprì la testa del dio con un'ascia ed emerse Atena ricoperta da un'armatura (elmo e corazza). L'antico epiteto di Triteia (nata da Tritone o la piena ruggente) indicherebbe che era figlia dell'oceano.
Secondo Omero, Oceano era l'origine di tutte le cose e di tutti gli Dèi.
Atena aveva un posto di rilievo nella religione greca. Il suo nome era invocato, insieme a quelli si Zeus e Apollo, nei giuramenti solenni.
Atene, che da lei prendeva il nome, era il centro principale del suo culto.
I nomi delle prime sacerdotesse di Atena - figlie di Cecrope - Aglauro, Pandroso ed Erse, significano "aria luminosa", "rugiada" e "pioggia".
Secondo l'opera "Sugli Dèi e il mondo" di Sallustio, la Dea faceva parte degli Dèi encosmici (Dèi che fanno il mondo), che vigilavano sul mondo stesso ed era legata all'etere.

I sacri nomi di Atena
La dea aveva diversi epiteti, oltre a Pallade, in cui essa si incontra nei miti greci: Poliade (della città), Ergane (industriosa) come patrona dei lavoratori delle arti decorative, Leitis (dea della bellezza), Peana (guaritrice), Zosteria (della cintura) quando era armata per la battaglia, Anemotis (dei venti), Promachorma (protettrice dell'ancoraggio), Pronea (del pronao), Pronoia (provvidenza), Xenia (ospitale), Larissea (di Larissa), Oftalmitis (dell'occhio), Cissea (dell'edera), Mantide (di Aiace), Aitia (sula), Agoraia, Nike (vittoria) per il suo tempio speciale sull'acropoli di Atene, Parthenos (vergine), Promachos (che lotta in prima fila) che ha ispirato la statua di Fidia. Altri ancora: Glaucopide (da Glaukopis, "dagli occhi lucenti"), Alalcomeneide, Minerva Cecropia, Alea, Apaturia, Armata, Colocasia, Crisia, "Dai giusti meriti", Guerriera, Itonia, Lafria, Madre, Narcea, Onga. Un altro epiteto era forse Coronide (cornacchia), che poi venne usato per designare la donna messa incinta da Apollo da cui nacque Asclepio; questo perché gli Ateniesi negarono sempre che Atena avesse mai avuto figli, e quindi alterarono il mito (secondo Robert Graves).

Il carattere della Dea

Atena non era interessata al sesso; una volta, si racconta nelle Metamorfosi di Ovidio (e come si leggerà più avanti), Efesto provò a violentarla ma lei riuscì ad evitarlo; nonostante questo, lui eiaculò sulla sua gamba; il seme cadde sulla terra e fecondò Gaia (sempre la Dea) che rifiutò questo figlio. Allora Atena lo raccolse (si chiamava Erittonio, tradotto spesso come "molta terra") in un cesto e lo diede alle figlie di Cecrope (più tardi, Atena avrebbe punito Aglauro per aver guardato il contenuto del cesto contro lavolontà della Dea). Erittonio crebbe e divenne quarto Re di Atene.
Atena aveva un ruolo importante nell'agricoltura. La stagione della semina si apriva in Attica con tre rituali sacri di aratura, due dei quali in onore di Atena inventrice dell'aratro. Inoltre, era stata Atena ad insegnare come attaccare i buoi al giogo e sempre lei aveva dato agli uomini l'albero d'olivo, così come aveva inventato i dadi a scopo divinatorio (che poi entrarono nell'uso popolare, anche se l'arte augurale rimase prerogativa dell'aristocrazia sia in Grecia che a Roma), le briglie, il telaio.

Festività a lei dedicate
Sue feste principali erano le Panatee (che nei miti greci si raccontano essere state inventate in suo onore da Teseo), in origine feste della mietitura, poi dedicate ai doni intellettuali della dea. Altre festività erano le seguenti: Quinquatro: 19-21 marzo; nascita: 23 marzo; 19 giugno. In Grecia: Grandi Panatee ogni 4 anni; Panatee a luglio; Procaristerie 21 marzo; Callinterie fine Aprile; Plinterie inizio maggio; Eiseterie, Sinecie, Pianepsie 21 settembre; Arreforie inestate; Agraulie e Niceterie ad Atene; Alee a Tagea,Diisoteria in Attica; Ellotiche a Corinto; Niceforie a Pergamo ogni 3 anni; Tonee ad Argo.

Iconografia e animali sacri a Pallade

Nell'arte, Atena è spesso raffigurata con scudo, lancia e con in mano la testa sanguinante di Medusa. Sacri alla dea erano l'olivo, il gallo, la civetta - in età classica tarda - animale poi definito demoniaco e ricollegabile alle streghe (essendo notturno) ed in quanto esse erano adoratrici di Diana; la cornacchia/corvo (che ritroviamo anche al fianco di altre divinità, oltre ad Apollo, anche nel nord, presso i Germanici - vedi Odino - ma anche come compagno di Dee celtiche come Rhiannon e Morrigan); il serpente (in quanto essere ctonio e legato alla capacità di divinare) ed, infine, la capra (animale anch'esso legato a tante divinità antiche: un esempio su tutti Pan), con cui spesso era rappresentata.
A lei sono state dedicate grandi opere d'arte, essendo la divinità per eccellenza dell'Acropoli: pensiamo al Partenone (da "Parthenos", "Vergine"), il tempio più armonioso e il più celebre di tutti i templi della Grecia.
Fu edificato per volere di Pericle tra il 447 ed il 432.
L'edificio, costruito in marmo pentelico, presenta, dopo il pronao, la sala sacra il cui lato maggiore misura100 piedi attici. Qui si custodiva una celebre statua, scolpita da Fidia, che riproduceva la Dea; era un simulacro in oro ed avorio, alto 12 metri. Oltre a questa sala, poi, vi era quella in cui era custodito il tesoro di Atene e tutti i suoi documenti più importanti. Inoltre, l'architrave del tempio era decorato con scene tratte dalla mitologia e dalla guerra vinta contro i Persiani, (sempre lavoro di Fidia); sul frontone orientale la scena della nascita di Atena, mentre nel lato opposto la sua sfida con Poseidone.
Altri rilievi rappresentano scene delle feste Panatee (gran parte di tutto questo si può vedere al British Museum di Londra).
Altra opera di Fidia era un bronzo alto circa 9 metri rappresentante Atena guerriera presso Propilei, l'ingresso monumentale all'estremità occidentale dell'Acropoli. Sempre ad Atena era dedicato il mitico Palladio, statua che si credeva essere caduta dal cielo, di cui si prendeva cura una famiglia sacerdotale di Atene; si credeva che finché la statua fosse rimasta al sicuro, sarebbe stato lo stesso per la città. All'inizio si trovava ad Ilio (Troia) ma poi, caduta la città, si racconta sia stata portata via da Ulisse e Diomede o da Enea.
Atene, Roma ed Argo, dichiaravano tutte di possedere il vero Palladio.
Atena compare in Omero, Virgilio, Inni Omerici, Pausania, Ovidio, Eschilo e Sofocle. Nella letteratura posteriore è citata come Minerva.
Infine, prima di citare i miti in cui Pallade appare, possiamo dire che Atena è presente anche in "Paradiso perduto" di Milton, in cui la sua nascita viene a rappresentare la nascita del Peccato dalla testa di Satana.

Ma ora lascio la parola ai miti in cui essa è protagonista, o semplicemente appare, tenendo conto di una cosa. Ne "I miti greci- dei ed eroi in Omero", così come in "LaDea Bianca", Robert Graves parte dal presupposto che spesso i miti nascondano, in realtà, non solo simboli spirituali, ma anche avvenimenti storici ben precisi.
Uno di questi è sicuramente l'avvento del patriarcato, vincente sul matriarcato, da un certo momento in poi e cioè, secondo lui, soprattutto dalle invasioni achee alla fine del XIII secolo avanti Cristo, e in modo definitivo con l'arrivo dei Dori. La genealogia divenne patrilineare, ma non solo: tutto questo cambiamento a livello sociale ebbe ripercussioni sul sistema religioso, facendo sì che, dopo un lungo periodo in cui le divinità femminili avevano avuto, come dire, la meglio, si giunse al sistema olimpico che venne visto come un compromesso fra la tradizione ellenica e quella pre-ellenica, in cui si avevano sei Dèi e sei Dee capeggiati da Zeus ed Era, creando un Concilio divino simile a quello babilonese.
Ma, come dice Graves nell'introduzione ai suoi Miti Greci: “dopo una rivolta della popolazione pre-ellenica, descritta nell'Iliade come una cospirazione contro Zeus, Era fu subordinata al marito, Atena si dichiarò "tutta per il padre" e Dioniso, spodestando Estia, assicurò alle divinità maschili la preponderanza nel Concilio.
Tuttavia le Dee, sia pure in minoranza, non furono mai estromesse come accadde a Gerusalemme(…)".
Inoltre, egli sostiene che certi miti non siano semplici fantasie, ma dogmi teologici: ad esempio, il fatto che Atena nascesse dalla testa di Zeus aveva almeno tre interpretazioni contrastanti:
“1) Atena era nata per partenogenesi da Meti, vale a dire era la più giovane persona della trinità che faceva capo a Meti, dea della saggezza.
2) Zeus inghiottì Meti, vale a dire gli Achei soppressero il suo culto e attribuirono il monopolio della saggezza a Zeus come dio patriarcale.
3) Atena era figlia di Zeus, vale a dire gli Achei fedeli a Zeus risparmiarono i templi di Atena purché i suoi devoti accettassero la suprema sovranità di Zeus.
La leggenda di Zeus che inghiotte Meti, con quel che segue, fu probabilmente illustrata sulle pareti di un tempio; come l'erotico Dioniso (un tempo nato da partenogenesi da Semele) nacque da una coscia di Zeus, così l'intellettuale Atena nacque dalla sua testa.
Se taluni miti ci appaiono a prima vista confusi è perché il mitografo ha deliberatamente o accidentalmente errato nell'interpretare un sacro affresco o un dramma rituale. Ho chiamato tale processo "iconotropia" e se ne possono trovare esempi in tutte le letterature sacre che abbiano codificato la radicale riforma di antiche fedi."
Una nota ancora: utilizzo qui gli stessi titoli dati ai miti da Graves, nel caso si volessero ritrovare i riferimenti nel testo originale.

Un mito filosofico della creazione
Il mito narra che dall'unione tra mare e fiumi nacquero le Nereidi; ma non esistevano gli uomini mortali, allora Atena diede il consenso a Prometeo (figlio di Giapeto) di formarli ad immagine e somiglianza degli Dèi impastando creta ed acqua del Panopeo ( fiume della Focide ); ed Atena soffiò in loro la vita.
Quindi: Atena diede la vita agli esseri umani in uno dei miti greci sulla creazione.

Le cinque età dell'uomo
Qui si dice che l'istitutore di Atena fu Alalcomeneo (il primo uomo che visse in Beozia), lo stesso che fu consigliere di Zeus quando ebbe una contesa con Era. In realtà, Alalcomeneo ("protettore") è un personaggio fittizio, ci dice Graves: il suo nome proviene dall'epiteto di Atena come "Alalcomeneide" (in Iliade IV 8 ), protettrice della Beozia; quindi, questo significherebbe che questa figura avrebbe voluto indicare, dogmaticamente e dal punto di vista patriarcale, che nessuna donna, neppure una dea, avrebbe potuto diventare sapiente senza l'aiuto di un uomo e quindi che la Dea della Luna e la luna stessa erano state create da Zeus.

La nascita di Atena
Ci sono diverse versioni del mito. Secondo la tradizione Pelasgica, Atena sarebbe nata presso il lago Tritonide, in Libia, dove fu raccolta e nutrita da tre ninfe della regione che vestivano di pelle di capra. Da
fanciulla, per errore, avrebbe ucciso la sua amica di giochi Pallade durante un combattimento per scherzo, armata di lancia e scudo, e per questo, in segno di lutto, avrebbe aggiunto al proprio nome l'epiteto Pallade. Poi, avrebbe fatto un viaggio verso la Grecia, passando da Creta, e avrebbe vissuto in Atene, presso il fiume Tritone, in Beozia.
Questo mito, secondo Graves, ci spiega le origini libiche della dea Atena, come già aveva fatto Platone che l'aveva riconosciuta in Neith, dea libica, appunto.
Il combattimento sarebbe stato un combattimento annuale, in cui si sarebbero impegnate le sacerdotesse vergini di Neith per il titolo di Gran Sacerdotessa. Anche l'abito, di pelle di capra, era tipico delle donne libiche.
Per l'uccisione di Pallade: è una tarda versione patriarcale data da Apollodoro, che punta sulla paternità di Zeus verso Atena (lui avrebbe protetto la figlia contro la sorellastra Pallade, che era figlia di Tritone ). Però, l'egida (la sacca magica di pelle di Capra di Atena) era già della Dea molto tempo prima che Zeus si attribuisse la paternità di Atena.
In Erodoto, poi, si dice che certe grida di trionfo che a lei erano dedicate (olou, olou) erano già di origine libica.
Infine, "Tritona" significa "la terza regina", il membro più anziano della triade, la madre della fanciulla che combatté contro Pallade e che poi divenne ninfa.

Zeus e Meti
Per alcuni, Atena sarebbe figlia di un gigante alato a forma di caprone, di nome Pallade, che poi avrebbe cercato di violentarla; ma lei sarebbe riuscita a strappargli le ali applicandole alle proprie spalle e usando la sua pelle per farsi l'egida; per questo avrebbe come epiteto Pallade. Per altri, l'egida sarebbe fatta con la pelle della Gorgone Medusa (scorticata da Atena dopo che Perseo la ebbe decapitata). Per altri sarebbe figlia di un certo Itono (re di Itone nella Ffiotide) e che Atena avrebbe ucciso per errore Iodama, figlia del re, facendole vedere la testa della Gorgone (quindi, tramutandola in sasso) mentre oltrepassava il recinto sacro. Per altri, Atena sarebbe figlia di Poseidone ma la Dea lo rinnegò, chiedendo di essere adottata da Zeus, che accettò.
Mentre il mito sacerdotale narra che Zeus inseguisse vogliosamente la Titanessa Meti che prese varie forme per sfuggirgli; alla fine fu raggiunta e fecondata. Un oracolo disse che sarebbe nata una figlia, e che se Meti avesse concepito una seconda volta, sarebbe nato un figlio maschio che avrebbe spodestato Zeus.
Allora, mentre giaceva con lei, Zeus inghiottì Meti (che da allora sembra desse consigli a Zeus dal suo ventre). A tempo debito, Zeus ebbe una forte emicrania, lungo il lago Tritone, ma giunse Ermete che capì quale fosse il problema. Egli chiamò Efesto o Prometeo e questi aprì la testa del dio con un'ascia.
Così, nacque Atena, adulta ed armata di tutto punto, urlando.
Questa narrazione eliminerebbe le origini matriarcali di Atena, rendendola figlia del patriarcato. Infatti, il mito parla della saggezza come di un attributo maschile; ma fino a quell'epoca, solo la Grande Dea era stata saggia.
Esiodo avrebbe così conciliato tre fattori contrastanti:
a ) Atena era nata da partenogenesi dalla titanessa Meti, legata a Mercurio, alla saggezza e alla sapienza;
b ) Zeus, inghiottendola, ne avrebbe acquisito la saggezza (quindi gli Achei soppressero il culto dei Titani e attribuirono il monopolio della saggezza a Zeus);
c )Atena era figlia di Zeus (cioè gli Achei insistettero perché gli Ateniesi riconoscessero il supremo potere patriarcale di Zeus).
Quindi, Atena diventa qui la fedele interprete di Zeus e nega la discendenza matriarcale. Al suo servizio officiano sacerdoti e non sacerdotesse.
Per l'epiteto Pallade, Graves dice che la parola "vergine" non si addice molto ad un gigante alato; forse questa versione del mito nasce da una rappresentazione delle nozze rituali della dea (Atena Latria) e un re-caprone, avvenute dopo il combattimento rituale contro la rivale.
L'usanza libica del matrimonio col caprone, ci dice Graves, si diffuse nell'Europa del nord e si ritrovò nelle maschere di Calendimaggio.
Il rifiuto di Poseidone come padre forse è dovuto a qualche sovvertimento di governo nella città di Atene, mentre per quanto riguarda Itono (uomo-salice) si può dire che gli Itoni sostenevano di aver onorato Atena molto prima degli Ateniesi (il salice le sarebbe stato sacro nella Fftiotide).
Per quanto riguarda l'egida, era sacra presso i libici, rappresentava la tunica di castità delle fanciulle e l'uomo che l'avesse strappata contro la loro volontà sarebbe stato messo a morte (ecco perché il volto della Gorgone su quella di Atena che forse, più che uno scudo, poteva essere una fodera da applicare su un disco sacro). Inoltre, sembra che Atena fosse non solo la Dea principale di Atene, ma anche di Argo, Sparta, Troia, Epidauro, Trezene, Feneo (località pre elleniche).

Carattere ed imprese di Poseidone
Anche qui appare Atena. Perché? Proprio perché ebbe da scontrarsi con il Dio del mare. Siccome egli cercava sempre di conquistarsi delle terre, un giorno ebbe delle pretese sull'Attica e addirittura scagliò il suo tridente in Atene dando origine ad un pozzo d'acqua marina. Poco dopo,durante il regno di Cecrope, Atena prese
possesso dell'Attica in modo più generoso, piantando l'ulivo vicino a questo pozzo, ma Poseidone, arrabbiato, la sfidò a duello; Atena avrebbe accettato, se non fosse che Zeus evitò lo scontro, volendo giudicare i due. Vennero giudicati nel tribunale olimpico con Cecrope testimone; le dee appoggiavano Atena, gli Dèi Poseidone, ma per maggioranza fu Atena a vincere il governo dell'Attica, poiché aveva fatto il dono migliore alla terra. Ma Poseidone, furente, allagò la pianura triasia dove sorgeva la prima Atene (la città di Atena) e allora la Dea si trasferì in quella che fu la futura Atene.
Per placare il Dio, le donne ateniesi rinunciarono al voto e fu proibito agli uomini di portare il cognome della madre, come invece si era fatto fino ad allora. Inoltre, Poseidone contese ad Atena anche un'altra terra, Trezene, e allora Zeus la fece dividere equamente tra i due, ma essi non ne furono affatto contenti. Inoltre, Poseidone si vantava di aver inventato le briglie, ma in realtà questa è un'invenzione di Atena.

Carattere e natura di Afrodite

Qui si narra del fatto che le Moire diedero ad Afrodite un solo compito divino, quello cioè di fare l'amore; ma un giorno Atena la sorprese che tentava di usare il telaio, rischiando quindi di usurpare le sue prerogative.
Afrodite chiese perdono e da quel momento non lavorò mai più.

Carattere ed imprese di Ares

Anche Ares si scontrò con Atena, perdendo miseramente.
La Dea lo sconfisse, infatti, ben due volte in battaglia, in quanto più agile di lui.

Carattere ed imprese di Apollo
Ecco il racconto di come Apollo uccise il satiro Marsia, che era seguace della Dea Cibele.
Un giorno Atena si costruì un flauto doppio con ossa di cervo e lo suonò ad un banchetto degli Dèi.
In quel momento, Era ed Afrodite cominciarono a ridacchiare e lei non capiva come mai, visto che la musica piaceva agli altri. Allora, andò a suonarlo in un bosco della Frigia, vicino ad un ruscello, ma quando si guardò riflessa suonare, si vide gonfia e paonazza, così orribile che scagliò lontano il flauto maledicendo chi l'avesse raccolto. Marsia fu la vittima della maledizione: trovò per caso il flauto e subito lo suonò. La maledizione lo avrebbe portato ad essere scorticato vivo da Apollo durante una gara musicale.

Carattere e imprese di Efesto

Nelle note, Graves ci spiega che "ad Atene, Efesto e Atena abitavano i medesimi templi e il nome di Efesto può considerarsi una correzione di hemerophaistos, "colui che brilla durante il giorno" (vale a dire il sole), mentre Atena è la Dea-Luna "quella che splende di notte", patrona dei fabbri e di tutte le arti meccaniche.
Pochi sanno che ogni attrezzo, arma o utensile dell'età del bronzo aveva poteri magici e che il fabbro era ritenuto una specie di mago. Così, delle tre persone della triade Lunare di Brigit, la prima patrocina i poeti, l'altra i fabbri e la terza i medici. Quando la dea fu detronizzata, il fabbro fu innalzato a divinità (…)."

Carattere ed imprese di Atena
Ecco come la descrive Graves: "Atena inventò il flauto, la tromba, il vaso di terracotta, l'aratro, il rastrello, il giogo per i buoi, la briglia per i cavalli, il cocchio, la nave. Fu la prima ad insegnare la scienza dei numeri e di tutte le arti femminili, come il cucinare, il filare e il tessere. Benché dea della guerra, essa non gode delle sanguinose battaglie, come invece accade ad Ares e a Eris, ma preferisce appianare le dispute e far rispettare la legge con mezzi pacifici. Non porta armi in tempo di pace e qualora ne abbia bisogno le chiede in prestito a Zeus. La sua misericordia è grande. Se nei processi che si svolgono all'Aeropago i voti dei giudici sono pari, essa di solito aggiunge il proprio per ottenere l'assoluzione dell'accusato. Ma se si trova in tempo di guerra non perde mai una battaglia, sia pure contro lo stesso Ares, perché più esperta di lui nell'arte strategica; i capitani accorti si rivolgono sempre a lei per avere consiglio."
Sia tra i Titani che tra i Giganti ci sarebbero stati dei pretendenti per Atena, ma lei rifiutò ogni proposta di matrimonio.
Durante la guerra di Troia, addirittura, la Dea chiese ad Efesto di fabbricarle un'armatura per non dover chiedere in prestito quella di Zeus che era neutrale. Lui non volle farsi pagare e le disse che l'avrebbe fatto per amore… Atena non capì la frase e quando si presentò nella fucina del Dio, Efesto cercò di violentarla.
Il punto è che Efesto era vittima di uno scherzo, di solito non si comportava così: Poseidone gli aveva detto che Atena stava venendo alla fucina, col consenso di Zeus, per fare l'amore con lui. Atena si divincolò da Efesto ma lui eiaculò sulla sua coscia, sopra il ginocchio. La Dea si ripulì con della lana che buttò a terra (cadde proprio su Atene) fecondando così la Madre Terra che era là in visita. Madre Terra si rifiutò di avere un figlio ottenuto così da Efesto, non volle accudirlo, e allora se ne occupò Atena. Chiamò il bimbo Erittonio e per evitare che Poseidone potesse ridere di tutta questa burla, lo nascose in un cesto che affidò ad Aglauro, figlia maggiore di Cecrope, re di Atene, perché se ne prendesse cura lei.
Anche Cecrope era figlio della Madre Terra e come Erittonio (alcuni dicono che ne fosse il padre) era metà uomo e metà serpente; fu il primo re a riconoscere i diritti di paternità.
Egli portò molti cambiamenti in Atene e aveva una moglie e tre figli: Aglauro, Erse e Pandroso. Esse vivevano in una casa nell'Acropoli. Una sera, di ritorno da una festa sacra, mentre portavano a turno il cesto di Atena sulla testa, giunse Ermete che offrì oro ad Aglauro per farlo entrare nella stanza di Erse, la più giovane, di cui era innamorato. Aglauro prese l'oro ma non fece nulla per aiutare il Dio poiché, per mezzo di Atena, essa era diventata gelosa di Erse. Allora, Ermete entrò con violenza in casa, trasformò Aglauro in pietra e violentò Erse. Dopo la nascita dei due loro figli, Erse divenne curiosa e volle vedere il contenuto del cesto di Aglauro, con la madre e l'altra sorella. Vedendo un fanciullo con la coda di serpente al posto delle gambe, si spaventarono talmente tanto da gettarsi giù dall'Acropoli.
Quando Atena seppe la notizia da un corvo, rimase talmente dispiaciuta che le cadde dalla mani un'enorme roccia verso l'Acropoli (oggi il monte Licabetto ) ed inoltre mutò in nero le piume del corvo che erano bianche e proibì per sempre che i corvi si posassero sull'Acropoli. Da quel momento, Erittonio si rifugiò nell'egida di Atena dove lei lo allevò come un vero figlio. Da adulto, Erittonio divenne Re di Atene, instaurò il culto di Atena ed insegnò la lavorazione dell'argento.
La sua immagine fu posta nel cielo nella costellazione dell'Auriga in quanto introdusse il carro trainato da 4 cavalli.
Per quanto riguarda questo mito, c'è da dire che Graves parla del problema verginità in una nota: per gli Ateniesi, Atena doveva essere per forza vergine, poiché questo indicava l'inespugnabilità della città stessa.
Allora, modificarono "i miti secondo i quali Poseidone e Borea le avrebbero fatto violenza, negando così che Efesto l'avesse messa incinta di Erittonio, Apollo e Licno (lampada). Fecero derivare il nome di Erittonio da "erion" (lana) oppure da "eris" (contesa) e "chtonos" (terra) ed inventarono il mito della sua nascita per spiegare la presenza, in pitture arcaiche, di un fanciullo serpente che sbuca dall'egida della Dea.
La parte di Poseidone nella nascita di Erittonio fu probabilmente molto più semplice e diretta: se no, perché mai Erittonio avrebbe dovuto introdurre ad Atene il cocchio a quattro cavalli di Poseidone?"
Inoltre, sempre per il rapporto tra Erittonio ed Atena, Graves dice anche questo: "Atena fu in origine la triplice dea e quando la figura centrale, cioè la Ninfa, venne soppressa e i miti che la riguardavano vennero attribuiti ad Afrodite, Orizia ed Alcippe (dee legate
all'amore sensuale, n.d.r.) rimasero soltanto la Vergine vestita di una pelle di capra, e patrona della guerra, e la Vegliarda, che ispirava oracoli e presiedeva a tutte le arti. Erichtonius è forse una forma dilatata da Erechtheus che significa "dalla terra dell'erica" anziché "molta terra" come comunemente si interpreta. Gli Ateniesi lo rappresentavano come un serpente dalla testa umana perché era l'eroe o il fantasma del re sacrificato che rendeva noti i desideri della Vegliarda. Sotto questo aspetto di Vegliarda, Atena era assistita da una civetta e da un corvo. L'antica famiglia reale di Atene si vantava di discendere da Erittonio e da Eretteo, i suoi membri si chiamavano Eretteidi, usavano portare serpenti d'oro come amuleti e tributavano un culto ad un serpente sacro sull'Eretteo. Ma Erittonio era anche un vento fecondatore che soffiava già dai monti coperti d'erica, e una copia dell'egida di Atena veniva donata a tutte le coppie di giovani sposi ad Atene per assicurare fertilità alla sposa."
Inoltre, tornando alla faccenda di Agraulo, sembra che questo nome fosse uno dei tanti appellativi della Dea-Luna e, quindi, anche di Atena.
Per quanto riguarda la cacciata dei corvi dall'Acropoli, è una variante mitica della cacciata di Crono (che significa "corvo"), quindi rappresenta la vittoria della religione olimpica. Il corvo che cambia colore da bianco a nero, invece, può collegare Atena ad una dea gallese, Branwen, "corvo bianco", che era sorella di Bran. Ed uno degli appellativi di Atena era "Coronide". Atena, ci racconta Graves, è modesta come Artemide ma ancor più generosa: ad esempio, quando Tiresia la sorprese nuda al bagno, non lo fece sbranare come invece fece Artemide con Atteone, ma gli pose sugli occhi le mani accecandolo e rendendolo chiaroveggente.
L'unica volta che davvero Atena si comportò con invidia fu con Aracne, una principessa di Colofone, in Lidia, molto esperta in tessitura, più della Dea stessa.Quando porsero alla Dea il mantello intessuto da Aracne con le immagini degli amori degli Dèi, non trovandovi errori, Atena si infuriò e lo distrusse. La principessa allora si impiccò ad una trave, impaurita ed avvilita, e a quel punto la dea la trasformò in ragno e tramutò la corda in ragnatela; in questo modo la ragazza si salvò arrampicandovisi.
Secondo Graves, questa sfida tra Atena ed Arachne potrebbe essere letta storicamente come una rivalità commerciale tra gli Ateniesi e i Lido-Cari che erano di origine cretese ed avevano la supremazia sul mare.
Se posso esprimere la mia opinione, penso anche che il mito del ragno possa ricollegarsi ad un lato della Dea particolare (quindi Arachne sarebbe un'ulteriore manifestazione della Dea), ovvero quello del mondo infero/inconscio, il luogo in cui si muovevano nel passato gli sciamani. E' il lato più femminile, lunare ed irrazionale di lei che forse il patriarcato ha voluto cancellare rappresentando nel mito l'ira di Atena verso Aracne. Nel testo "La sapienza di Avalon" di Brian Bates esisteva, nella mitologia germanica, una Dea Ragno, Le- Hev- Hev che avrebbe insegnato al pretendente sciamano i misteri a lui rivolti una volta che avesse accettato di farsi portare nel mondo degli spiriti da un grosso ragno durante uno stato di coscienza alterato.
Una tradizione simile si trovava in una tribù delle Nuove Ebridi dove esisteva addirittura una danza del labirinto legata a questa Dea, una creatura-ragno che nell'inglese moderno viene anche chiamata "Incubo". Ed inoltre, il ragno, la sua tela, si ricollega al Wyrd, al destino ed alle Norne o Parche.

Zagreo
In questo mito, Graves ci racconta di come Zeus generò in segreto un figlio da Persefone, chiamato Zagreo. Quando i Titani- nemici di Zeus- cercarono di mangiare addirittura il bambino, Atena interruppe il tremendo pasto poco prima della fine e, dopo essersi impadronita del cuore di Zagreo, lo rinchiuse in una figura di gesso nella quale soffiò la vita, facendo di Zagreo un immortale.

I figli del mare
Atena è legata anche alle Gorgoni: Stimo, Curiale e Medusa. Un tempo esse erano donne bellissime, ma una notte Medusa giacque con Poseidone e Atena, infuriata poiché avevano avuto il rapporto sessuale in uno dei suoi templi, trasformò la Gorgone in un mostro alato con occhi fiammeggianti, denti lunghi da cui sporgeva la lingua, unghie di bronzo e serpenti al posto dei capelli; era così orribile che impietriva con lo sguardo. Quando molto più avanti Teseo uccise Medusa decapitandola, e dopo che dal suo corpo furono usciti i corpi dei figli di Poseidone (Crisaore e Petaso), Atena ne applicò la testa alla sua egida. Altre versioni raccontano che l'egida della Dea fu fatta con la pelle della Gorgone che Atena le strappò di dosso. Più avanti, Graves ci parla anche delle Graie (Enio, "guerresca"; Panfredo, "Vespa"; Dino, "Terribile"), sempre legate al mare, così come le Arpie, che probabilmente erano rappresentazioni dell'Atena arcaica, cioè la triplice dea nella veste di distruttrice.
La rivolta dei Giganti Durante la rivolta dei Giganti contro l'Olimpo, arrabbiati perché Zeus aveva confinato nel Tartaro i loro fratelli Titani, Atena si rese indispensabile. Come?
Siccome Era profetizzò che i Giganti non sarebbero mai stati uccisi da un dio ma solo da un umano che vestisse di pelle di leone (e solo se avesse trovato, prima dei Giganti stessi, un'erba che lo avrebbe reso invulnerabile che crescesse in un luogo segreto), Zeus chiese aiuto alla Dea e la mandò a chiedere soccorso ad Eracle (l'uomo con la pelle di leone).
Chiese poi ad Elio, Selene ed Eos di non brillare per un po'. Alla debole luce delle stelle, Zeus vagò in una regione indicatagli da Atena, trovò l'erba magica a la portò sull'Olimpo.
Così, gli Dèi poterono affrontare la battaglia.
Non solo. Atena diede indicazioni ad Eracle durante lo scontro, così come fu l'unica delle divinità a tenere testa a Porfirione, uno dei Giganti, durante il combattimento. Alla fine, comunque, vinsero gli Olimpi e quando i Giganti superstiti si rifugiarono sulla terra, gli Dèi li inseguirono ed Atena scagliò un grande masso contro Encelado che venne colpito, appiattendosi e divenendo l'isola di Sicilia.

Tifone
Quando Tifone, figlio della Madre Terra e del Tartaro, attaccò gli Dèi per vendicare i Giganti, tutte le divinità olimpiche scapparono, tranne Atena: lei rimproverò Zeus per la sua codardia finché questi non decise di scagliare una folgore contro Tifone, oltre a colpirlo col falcetto di cui si era servito per castrare Urano.
Atlante e Prometeo (Titani) Si racconta che prometeo fosse presente alla nascita di Atena grazie alla sua saggezza e che la Dea gli insegnò l'architettura. Ed ecco, poi, il mito di Prometeo: un giorno, a Sicione, ci fu una disputa riguardo alle parti di un toro sacrificato che si dovevano offrire agli Dèi e sulle parti che gli uomini potevano tenere per sé. Prometeo fece da arbitro e scuoiò e smembrò il toro, ricucendo la sua pelle in modo da formare due sacche.
Una sacca la riempì con tutta la carne dell'animale e la nascose sotto lo stomaco (boccone meno buono), l'altra conteneva le ossa, nascoste sotto uno strato di grasso. Quando le presentò a Zeus, il Dio si ingannò scegliendo la sacca con il grasso e le ossa (che da quel giorno fu la porzione per gli Dèi), ma punì Prometeo privando gli uomini del fuoco. Allora, Prometeo corse da Atena: lei lo fece entrare di nascosto nell'Olimpo, così che l'uomo poté rubare il fuoco e riportarlo sulla terra. Zeus si vendicò facendo incatenare Prometeo ad una roccia, facendogli mangiare il fegato (che si rigenerava continuamente) da un avvoltoio. Non volendo ammettere che di vendetta si trattasse, Zeus fece circolare la voce che Atena avesse chiamato sull'Olimpo Prometeo perché aveva una relazione con lui.
Secondo Graves, riguardo a questa presunta relazione, è possibile che gli Ateniesi, volendola negare, abbiano identificato - ad Atene, almeno - Prometeo con Efesto, del quale si narrava la stessa leggenda in quanto lui ed Atena condividevano lo stesso tempio sull'Acropoli.

Asclepio
Sappiamo che Apollo fu amante di Coronide (figlia di Flegia, re dei Lapiti), e dovendosi recare a Delfi le lasciò in custodia un corvo dalle penne bianche. Quando il corvo partì per avvertire il Dio che la donna lo stava tradendo con Ischi (figlio di Elato), Apollo, che aveva già divinato il tutto, maledisse il corvo per non aver accecato l'amante della donna e da allora le sue piume sono divenute nere. Vi sono anche altre versioni del mito. Fatto sta che Coronide era incinta di Apollo; il bimbo che nacque dalla loro unione era Asclepio, cresciuto dal padre e allattato da una capra. Il ragazzo imparò da Apollo e da Chirone (il centauro)a curare: guariva i malati e ricevette da Atena in dono due fiale contenenti il sangue della Gorgone Medusa.
Il sangue estratto dal lato sinistro di Medusa serviva per resuscitare i defunti, mentre la parte destra poteva dare la morte istantanea. Secondo alcuni Atena e Asclepio si divisero il sangue.
Asclepio lo avrebbe usato per salvare vite umane, mentre la Dea per scatenare le guerre. Tra l'altro, due gocce del sangue Atena le aveva date anche ad Erittonio: una per uccidere, l'altra per curare e aveva fissato al corpo di serpente del fanciullo due fiale con bende d'oro. Per quanto riguarda questa relazione tra Coronide e Apollo: Graves ci dice che la Dea Atena ricevette l'appellativo di "Coronide" per via del corvo oracolare (per cui: non poteva essere vergine, se era lei Coronide,la quale aveva giaciuto con Apollo).
L'altro appellativo era "Igea", dovuto alle sue capacità curative. Ella usava vischio ("ixias", parola legata ad Ischi, che significa "forza" e ad Issione, "il forte nativo").
Il vischio nell'Europa orientale è un parassita della quercia ed "Esculapio", il nome latino di Asclepio, che significa "colui che pende dalla quercia esculenta" (cioè il vischio), può forse essere la forma più antica delle due.
Il vischio veniva identificato con i genitali della quercia e quando i Druidi lo staccavano lo facevano con un falcetto d'oro come fosse una evirazione simbolica. Come dice Graves, in antichità si pensava che il liquido appiccicosa del vischio fosse lo sperma della quercia, dotato di grandi capacità curative.
Enea scese negli Inferi con un ramo di vischio in mano, come ricorda Frazer nel "Ramo d'oro", per poter tornare nel mondo dei vivi.
Il fatto che Atena distribuisse ad Asclepio e ad Erittonio il sangue della Gorgone fa supporre, secondo l'autore, che questo tipo di culto fosse custodito dalle sacerdotesse e che chi cercasse di scoprirne il segreto fosse punito con la morte (la testa della Gorgone è un forte monito). Secondo lui, il sangue del re della quercia sacrificato, o del fanciullo che lo sostituiva (vedi scontro tra re del vischio e re dell'agrifoglio di cui Graves parla anche in "La Dea Bianca"), veniva probabilmente distribuito durante il sacrificio con il succo di vischio. N.B. sia Erittonio che Asclepio hanno una forma serpentina, quindi sono eroi oracolari; parecchi serpenti, dice Graves, erano allevati nel tempio di Asclepio, poiché erano simboli di rigenerazione (i serpenti cambiano pelle ogni anno).
La capra che allatta Asclepio è forse la Dea-Capra Atena (si ricordi la sua egida in cui si rifugia Erittonio). Per la maledizione del corvo: essa è comune sia ad Apollo che ad Atena; questo perché, secondo Graves, quando Atena venne vista come Vergine e leale figlia di Zeus, dovette seguire l'esempio di Apollo e maledire il corvo che un tempo le era caro.

Europa e Cadmo
In questo mito si racconta di come Cadmo, figlio di Agenore (a sua volta figlio di Libia e Poseidone) e di Telfassa (o Argiope) eresse un simulacro di Atena a Tebe.
Cadmo disse ai compagni con cui era giunto là, che si doveva sacrificare una vacca ad Atena e disse loro di attingere acqua lustrale presso una fonte di Ares.
Ma egli non sapeva che la fonte fosse custodita da un serpente che morsicò gli uomini; Cadmo si vendicò schiacciandogli la testa con una pietra. Non appena ebbe fatto il sacrificio, la Dea apparve e lo lodò per ciò che aveva fatto e gli ordinò di piantare sottoterra i denti del serpente. Dopo che lo ebbe fatto, gli uomini che erano morti balzarono in piedi.

Cadmo e Armonia
Qui si racconta del primo matrimonio di mortali a cui parteciparono gli Dèi dell'Olimpo, cioè del matrimonio di Cadmo ed Armonia, figlia di Afrodite e di Ares.
Atena aveva affidato la regione della Boezia a Cadmo che aveva espiato 8 anni di servizio come schiavo presso Ares per aver ucciso il serpente alla fonte. Altre versioni raccontano che Atena gli diede in sposa Armonia quando si recò in Samotracia. Atena donò alla sposa una veste aurea che le conferiva una dignità divina ed una serie di flauti.

Belo e le Danaidi
In questo mito si parla delle 50 figlie di Danao ( figlio di Re Belo regnante di Chemmi, nella Tebaide ), chiamate Danaidi. Alla morte di Belo, il nostro temette un complotto da parte dei fratelli e quando un oracolo gli diede ragione e disse che il gemello Egitto voleva uccidergli le figlie, Danao decise di fuggire dalla Libia, che egli governava. Ed ecco entrare in scena Atena che lo aiutò a costruirsi una nave per sé e per le figlie; fu per questo che poi Danao dedicò alla Dea una statua a Rodi, dove passò per andare verso la Grecia.

Eaco
Questo mito parla di Eaco, figlio generato da una donna, Egina, e da Zeus. Eaco regnava su Enone, sull'isola chiamata da lui Egina. Si racconta che fu lui a chiamare la nuova gente con cui ripopolò l'isola "Mirmidoni" (formiche) in occasione di un ringraziamento a Zeus.
Ma altri raccontano che i Mirmidoni furono così chiamati in onore di Re Mirmidone, la cui figlia Eurimedusa fu sedotta da Zeus sotto forma di formica e, da allora, le formiche sarebbero sacre in Tessaglia.
Altri narrano, invece, di una Ninfa chiamata Mirmece che, quando vide la sua compagna Atena inventare l'aratro, si vantò di averlo inventato lei per prima; per punizione, venne trasformata in formica dalla Dea.

Atamante
In questo mito viene citata una donna, Ino, sorella di Semele - la donna da cui Zeus ebbe Dioniso.
Ino avrebbe aiutato la sorella a nascondere il piccolo Dioniso dall' ira della moglie di Zeus, Era.
In una nota riguardante a questo racconto, Graves ci spiega che Ino è anche chiamata Gorgopide (volto arcigno), che era un appellativo di Atena.
Tra l'altro, la povera Ino, a causa delle trame di Era, finisce per suicidarsi buttandosi dal monte Moluride sul quale stava un tale Scirone che precipitava i viandanti in mare. Questo Scirone, ci dice Graves, porta il nome del bianco parasole (o paraluna) che veniva portato in processione in onore di Atena; mentre la roccia Moluride egli ipotizza che potesse essere un promontorio da cui venissero buttati giù il re sacro o i suoi sostituti in onore della Dea Luna Atena/Ino.
Forse il parasole si usava per rallentare la caduta.

Perseo
Qui si parla dell'eroe Perseo, figlio di Danae e Zeus, sceso su di lei sottoforma di pioggia d'oro. Egli venne cresciuto da Re Polidette, dopo che suo fratello ebbe trovato un'arca - col bimbo e la madre - lasciata su un fiume dal padre di Danae.
Sembra che Polidette volesse sposare a forza Danae e che Perseo si opponesse; anche se altri raccontano che questo Re Polidette riuscì subito a sposare Danae e che avesse cresciuto Perseo nel tempio di Atena. Fatto sta che, nella prima versione del mito, pur di evitare che il Re sposi sua madre, Perseo pensa di fargli, come dono di nozze con un'altra donna (che il re finge di voler sposare al posto di Danae) la testa della Gorgone Medusa e glielo dice. Il re sembra esserne contento.
Atena, sentendo il dialogo tra i due, ed essendo nemica dichiarata di Medusa (avendola lei stessa trasformata nel mostro che è) accompagna Perseo nell'impresa. Prima lo porta nella città di Dietterione, nell'isola di Samo, dove oggi si vedono i simulacri delle tre Gorgoni, perché Perseo possa distinguere Medusa dalle sorelle; poi gli consiglia di non guardare mai negli occhi direttamente Medusa, ma la sua immagine riflessa, e per questo gli dona uno scudo lucente.
Perseo va nel posto giusto, trova le Gorgoni addormentate tra le statue di persone e animali pietrificati da Medusa; poi, egli fissa lo sguardo sulla Medusa riflessa nello scudo, Atena guida la sua mano e con un solo colpo di falcetto decapita la Gorgone. A questo punto, dal cadavere del mostro escono il cavallo alato Pegaso e il guerriero Crisaore, con una falce dorata in mano. Perseo non sa che Poseidone aveva generato precedentemente questi esseri in Medusa all'ombra di un tempio di Atena.
Alla fine, seppellisce sotto un tumulo di terra la testa della Gorgone nella piazza di Argo.
Per quanto riguarda Medusa, si racconta che fosse la bellissima figlia di Forco che oltraggiò Atena e guidò in battaglia i Libici del lago Tritonide.

Bellerofonte
Bellerofonte, figlio di Glauco e nipote di Sisifo, fu il personaggio che dovette cercare di catturare Pegaso, il cavallo dallo zoccolo lunato (quindi legato alla dea Lunare). In quel periodo, Pegaso, che di solito stava sul monte Elicona, si trovava sull'Acropoli presso una delle fonti, la fonte Pirene; Bellerofonte, rintracciandolo, gli passò sopra il capo una briglia d'oro, dono di Atena. Altri però dicono che Atena consegnò a Bellerofonte il cavallo già imbrigliato ed altri ancora che fu il padre suo Poseidone a consegnarglielo (successivamente, Bellerofonte uccise la Chimera con l'aiuto di Pegaso).
Come ci spiega Graves, il mito di Bellerofonte che domina Pegaso (il cavallo della Luna usato nei riti propiziatori della pioggia) con l'aiuto di una briglia fornitagli da Atena, lascia supporre che il candidato a diventare il re sacro fosse incaricato dalla Triplice Musa ("dea della montagna") o dalla sua rappresentante, di catturare un cavallo selvaggio; allo stesso modo Eracle, più avanti, cavalcò Arione (essere lunare che sta in alto).
Graves aggiunge poiche a giudicare da certi riti primitivi danesi e irlandesi, la carne di questo cavallo venisse mangiata in modo sacrale dal re dopo la sua rinascita simbolica dalla dea della montagna con la testa di giumenta (una forma di Divinità femminile che si ritrova, tra l'altro, in molte altre culture: pensiamo ad Epona o a Rhiannon, dee celtiche legate sempre ai cavalli).
Per l'autore, questa parte del mito può ricordare anche la conquista dei santuari della Dea della montagna ad Ascra, sul monte Elicona e a Corinto, compiuta dagli invasori elleni. Un evento analogo si rispecchia nella leggenda di Poseidone che usa violenza all'arcade Demetra dalla testa di cavalla generando in lei il cavallo lunare Arione; inoltre, è sempre Poseidone a usare violenza a Medusa, generando in lei Pegaso.

Gli amori di Minosse
In una nota riguardante il mito di Minosse, Graves ci dice che sembra che a Creta il culto della capra precedesse il culto del toro (che si ritrova anche in molte pitture parietali nella Creta Minoica) e che Pasifae (che si innamora del toro, con cui genera il Minotauro), in origine, si unisse al re-capro. Si parla qui di una donna, Britomarti, che per sfuggire alla violenza che le voleva usare Minosse, scappando, si gettò in mare (venne salvata poi dai pescatori). Per questo venne divinizzata da Artemide con il nome Dittinna. Ma altri suoi nomi sono Afea (La signora del lago) e Lafria. Lafria (colei che conquista il bottino), il nome dato a Dittinna nell'Isola di Egina, era anche l'appellativo della Dea-capra Atena che si narra fosse stata assalita dal caprino Pallade che essa scuoiò servendosi poi della sua pelle per farsi l'egida.
L'epiteto "Lafria" ci fa supporre, dice Graves, che la Dea fosse l'inseguitrice e non l'inseguita.

Teseo e Medea
In questo mito si parla della gelosia di Medea, seconda sposa di Egeo (padre di Teseo) verso il figliastro (Teseo era figlio di Egeo ed Etra: quando il bambino nacque, Egeo non lo seppe subito e così si prese come sposa Medea pensando che con le sue arti magiche gli potesse dare un figlio; evidentemente, temeva di non poter avere figli con l'altra moglie).
In una nota, Graves ci parla della tribù di cui forse facevano parte sia la Grande Sacerdotessa di Atena ad Atene, sia la Grande sacerdotessa di Era: la tribù del leone ( di cui entravano a far parte i re sacri per adozione ). Ma non solo: come Era aveva il cuculo come animale di origine totemica, Atena aveva, oltre alla civetta, anche l'aquila marina (nell'Odissea)e la rondine; mentre quando veniva rappresentata a fianco di Apollo prendeva le forme di un avvoltoio (nell'Iliade) e, se era accanto ad Era, come colomba. Su un vaso ateniese del 500 a.C. venne rappresentata anche come allodola. Il nostro ci spiega anche che fino all'epoca classica esisteva una cerimonia in cui gli iniziati della tribù della civetta si travestivano come questo animale e dovevano cercare di catturare i loro uccelli totemici in una cerimonia parecchio complicata.

Edipo
Qui si narra del cieco Tiresia, il veggente più famoso della Grecia a quei tempi, che aiutò anche Edipo con i suoi vaticini.
Alcuni dicono che Atena, dopo aver accecato Tiresia perché inavvertitamente l'aveva vista fare il bagno, si lasciò commuovere dalle lacrime della madre di lui e, preso il serpente Erittonio dalla sua Egida, gli ordinò : "Lava le orecchie di Tiresia con la tua lingua affinché egli possa intendere il linguaggio profetico degli uccelli".
Inoltre, la Dea donò al nostro un bastone di corniola per reggersi.

I sette contro Tebe
Nel mito si narra di cosa accadde a Tebe dopo la cacciata e la morte del re Edipo.
I due figli, Polinice e Eteocle, gemelli, si erano divisi i periodi in cui regnare.
Ma accadde che Eteocle, con una scusa, non volle smettere di regnare e fece cacciare il fratello. Così come venne bandito dalla città un altro uomo, Tideo, con l'accusa di aver ucciso volontariamente il fratello (anche se lui diceva che fosse stato un incidente). Questi due, Polinice e Tideo, erano pretendenti alla mano delle figlie del Re Adrasto, regnante di Argo. I due sposarono le figlie del re per diventare i principi di Argo, ma prima del loro insediamento il re disse che voleva marciare su Tebe, per conquistare quel regno. Venne fatta una spedizione di 7 campioni: Polinice, Tideo e 5 uomini di Argo. Durante la guerra, un tebano, Melanippo, ferì Tideo al ventre; Atena era molto affezionata a Tideo e quando lo vide a terra morente si affrettò a chiedere a Zeus un filtro miracoloso che l'avrebbe risanato subito. Ma Anfiarao, uno dei 7 campioni, odiava Tideo che aveva spinto la gente di Argo a questa guerra ed allora, con ingegno, corse da Melanippo e gli tagliò la testa gridando: "Questa è la tua vendetta!" e diede la testa a Tideo. Poi, gli disse: "Spacca il cranio e inghiottine il cervello": Tideo obbedì e Atena, che arrivava in quel momento con il filtro, lo rovesciò a terra fuggendo disgustata.

Il processo ad Oreste
Qui si parla del processo fatto ad Oreste a seguito dell'assassinio, perpetrato da lui con la complicità della sorella Elettra, contro la madre Clitemnèstra ed il suo amante, Egisto, poiché essi avevano ucciso il Re Agamennone - sposo di Clitemnèstra e padre di Oreste ed Elettra ( i quali avevano voluto vendicarlo ).
Durante questo processo, Atena diede una mano ad Oreste, avendone sentito le suppliche nel suo nuovo territorio troiano, lo Scamandro; giunse ad Atene e raccolse i più nobili tra i cittadini e i giudici per giudicare quel caso di omicidio. Oreste venne difeso da Apollo mentre le Erinni (che erano personificazioni dei rimorsi di coscienza e perseguitavano chi avesse commesso una grave "hybris") fecero la parte delle accusatrici. Siccome la votazione dei giudici si chiuse alla pari, Atena si dichiarò dalla parte di Agamennone - il vendicato - dando il suo voto decisivo in favore di Oreste che venne prosciolto.

Le Erinni placate
Qui si racconta che, a seguito dell'aiuto ricevuto dalla Dea, Oreste dedicò un altare ad Atena Guerriera; ma le Erinni insoddisfatte minacciarono di rendere sterile l'Attica, con la conseguente morte della popolazione. Allora Atena cercò di placarle adulandole: finse di ammettere che le Erinni fossero più sagge di lei e propose loro di stabilirsi in una grotta nei pressi di Atene, dove sarebbero state onorate da una grande quantità di devoti; la Dea promise loro altari, sacrifici, libagioni e anche primizie dopo ogni matrimonio che si fosse celebrato e per la nascita di ogni bambino ecc. Se avessero accettato, nessuna casa ateniese che non onorasse le Erinni avrebbe potuto prosperare: ma esse, in cambio, dovevano impegnarsi ad invocare i venti favorevoli per la flotta della città e messi abbondanti e matrimoni fecondi, estirpando la razza degli empi, cosicché ad Atene fosse assicurata la vittoria in guerra. Le Erinni accettarono l'offerta. Da quel giorno esse, invocate col nome di Venerande, lasciarono Atene e vennero celebrate dal popolo. Solo tre delle Erinni, però, avevano accettato la proposta di Atena. Le altre continuarono a perseguitare Oreste.

Ifigenia in Tauride

In seguito alle Erinni che non accettarono l'idea di Atena, Oreste andò a Delfi minacciando di suicidarsi se Apollo non lo avesse liberato dalle persecutrici. La Pizia, allora, gli disse di partire per andare fino al Mar Nero e che si sarebbe liberato dal tormento se egli si fosse impadronito della statua lignea di Artemide nel Chersoneso, in Tauride, per riportarla ad Atene (o, in un'altra versione, nell'Argolide).
Fatto sta che, una volta trovata la statua, mentre cercava di metterla in mare con l'aiuto di altri, tra cui anche Ifigenia (che egli credeva morta in un sacrificio) un vento improvviso li scagliò verso la riva rocciosa e sarebbero tutti morti se Atena non avesse pregato Poseidone di placare il mare.
Poco dopo, nel suo viaggio di ritorno, Oreste si fermò nell'isola di Sminto. Atena, comunque, aiutò Oreste anche cercando di placare il re della Tauride, Toante (figlio di Arianna e Dioniso) che avrebbe voluto punire i fuggiaschi - Oreste e compagnia bella - che stavano fuggendo con la statua.
Alla fine Oreste riuscì ad uccidere Toante e a giungere sano e salvo a Micene con il simulacro della Dea, e le Erinni lo lasciarono stare.
Altri dicono che sia giunto a Rodi, ma si racconta anche che Atena sia apparsa ad Oreste dicendogli di andare a Braurone, dove la statua avrebbe dovuto essere messa nel tempio di Artemide Tauropolo e placata col sangue sgorgato dalla gola di un uomo. Atena designò Ifigenia come sacerdotessa di quel tempio, dove sarebbe vissuta fino alla morte. Le offerte al rito avrebbero dovuto comprendere anche gli abiti delle ricche matrone morte di parto.

La giovinezza di Eracle
Qui si parla di Eracle, figlio di Alcmena e di Zeus.
Per paura della gelosia di Era, Alcmena lasciò il bimbo in un campo; su istigazione di Zeus, Atena portò a passeggiare Era proprio in quel luogo.
Atena, fingendo sorpresa, disse ad Era: "Guarda, mia cara, che bimbo eccezionalmente robusto!", prendendo il bimbo tra le braccia. Atena convinse Era, che aveva il latte, ad allattare la creatura.
Il piccolo Eracle si attaccò al petto della Dea con tale forza che lei staccò il bimbo da sé facendo schizzare del latte nel cielo, dando origine alla Via Lattea. Era disse che il bambino era un mostro e lo disprezzò, ma ormai, avendo bevuto il di lei latte, Eracle era immortale ed Atena ridiede con gioia il bimbo ad Alcmena.

La seconda fatica: l'idra di Lerna
Qui si parla di come Atena aiutò Eracle contro il mostro idra.
Quando Eracle giunse a Lerna, lei gli indicò la tana del mostro. Dietro consiglio di Atena, Eracle costrinse l'idra ad uscire dalla tana tempestandola di frecce infuocate e poi l'assalì trattenendo il fiato.

La sesta fatica: gli uccelli Stinfali
In questa avventura dell'eroe, Atena gli diede una mano nel cacciare gli uccelli sacri ad Ares che avevano becchi, artigli e ali di bronzo ed erano divoratori di uomini; essi vivevano lungo la palude Stinfalia. Mentre Eracle indugiava incerto sulla riva della palude, Atena gli donò un paio di nacchere di bronzo (o un sonaglio), fabbricate da Efesto; Eracle cominciò a battere l'una contro l'altra e gli uccelli si alzarono in volo, pazzi di terrore.
A questo punto, il nostro li uccise a dozzine.
In una nota legata al mito, Graves ci dice che, benché Atena continui ad aiutare Eracle, questa fatica non fa parte, a suo parere, di quelle prove che precedevano le nozze sacre (sempre nell'ottica dei riti matriarcali) ma glorifica Eracle come il risanatore che scaccia i demoni delle febbri, identificati come uccelli di palude.

La dodicesima fatica: la cattura di Cerbero

Qui si narra di quando Eracle dovette scendere nel Tartaro (gli Inferi) per catturare il cane a tre teste, Cerbero, dopo essersi prima fatto iniziare ai misteri Eleusini per prepararsi all'impresa.
Nella sua discesa al Tartaro fu accompagnato da Atena e da Ermete; ed ogni volta che egli era esausto, la Dea lo confortava. E fu grazie al suo aiuto che riuscì, una volta sconfitto Cerbero, ad attraversare sano e salvo lo Stige.

La conquista dell'Elide

Al ritorno dalle fatiche, Eracle mosse guerre al re dell'Elide, che odiava.
Alla prima guerra non vinse, ma nella seconda sì. Dopo averla messa a ferro e fuoco, Eracle decise di ripopolare la città e le vedove dei guerrieri elei, che furono obbligate a giacere con i soldati di Eracle, pregarono Atena perché potessero rimanere incinte al primo rapporto: la Dea esaudì questa preghiera ed in segno di gratitudine le donne alee fondarono un santuario ad Atena Madre.

La conquista di Pilo

Dopo aver attaccato l'Elide, Eracle attaccò la città di Pilo che si era schierata con Elide. Atena si schierò con lui, mentre Pilo fu protetta da Era, Poseidone, Ade e Ares.
Mentre Atena teneva occupato Ares, Eracle affrontò Poseidone, vincendo su di lui. Poi aiutò Atena contro Ares, vincendolo e ferendolo gravemente. La battaglia andò avanti parecchio. Atena lo aiutò anche a salvarsi da Periclimeno, l'Argonauta, che trasformandosi in aquila rischiò di accecare Eracle.
Per quanto riguarda questo mito, Graves ci spiega che probabilmente questo racconto potrebbe essere un altro episodio dell'invasione achea del Peloponneso avvenuta nel XIII° secolo.
Era, Poseidone, Ade e Ares, cioè le divinità più antiche, danno il oro aiuto ad Elide; le più giovani, come Atena, nata dalla testa di Zeus, ed Eracle come figlio di Zeus, si oppongono ad esse.

Auge
In questo mito si racconta di come Eracle, ubriaco, sembrava avesse fatto violenza alla principessa e sacerdotessa di Atena, Auge (anche se alcuni narrano che forse l'incontro tra i due fosse voluto da entrambi).
Un rapporto sessuale, tra l'altro, avvenuto proprio nel tempio della Dea.
In una nota legata al racconto, Graves ci dice probabilmente, questa violenza alla sacerdotessa, possa far identificare questa Atena con Neith o Anatha, una dea lunare orgiastica le cui sacerdotesse si univano ogni anno col re sacro per assicurare un buon raccolto.
Questa usanza, ci dice, sopravvisse in parte anche nel tempio di Ercole a Roma - dove la moglie del dio si chiamava Acca - e a Gerusalemme dove , prima delle riforme religiose dell'Esilio, pare venisse celebrato il matrimonio sacro ogni anno, a settembre, tra il gran sacerdote che rappresentava Geova e la Dea Anatha. I figli divini che nascevano da queste unioni diventavano gli Spiriti del Grano dell'anno successivo; Atena Alea, infatti, era una dea del grano patrona dei mulini.
Deianira
In questo mito si narra di come Eracle corteggiò Deianira, figlia di Dioniso. Ella non era interessata al matrimonio. E secondo Graves, anche per il suo amore per la guerra, Deianira poteva essere una personificazione della pre-olimpica Atena, dea delle battaglie.

Eracle a Trachine
Eracle si stabilì per un po' di tempo a Trachine e dopo questo periodo e varie altre avventure, si spostò a Itono, nella Ffotide, dove vi era un antico tempio di Atena. Qui incontrò Cicno, figlio di Ares e Pelopia, che offriva grandi premi a chi si sfidasse con lui in una gara al cocchio. Ai perdenti egli tagliava le teste e le appendeva sul tempio del padre Ares (n.b. questo Cicno, però, non è lo stesso Cicno che Ares ebbe a Pirene e che poi divenne cigno).
Siccome Cicno razziava le mandrie del tempio di Delfi, Apollo spinse Eracle ad accettare la sfida. Eracle si presentò con la corazza d'oro donatagli da Atena, con l'auriga Iolao (mentre l'auriga di Cicno era Ares). Ma la Dea lo avvertì che, nonostante avesse avuto da Zeusa la facoltà di uccidere Cicno, a lui sarebbe spettato solo di difendersi da Ares e, anche se vittorioso su Cicno, non avrebbe dovuto spogliarlo dell'armatura né dei cavalli.
Atena, poi, salì sul cocchio di Eracle, scrollò l'egida e fece scattare in avanti il cocchio. Eracle riuscì ad uccidere Cicno e poi affrontò Ares: il Dio scagliò su di lui la sua lancia, ma Atena la deviò; Ares venne ferito e alla fine venne portato svenuto da Atena sull'Olimpo.
Secondo Graves, il fatto che Atena salga sul cocchio di Eracle, significa che essa rappresenta la sposa del nuovo re sacro (Eracle, appunto).

La riunione degli Argonauti
Qui si parla del viaggio verso la Colchide da parte di Giasone e degli Argonauti per riprendere il Vello D'oro e portarlo in terra di Iolco. Atena stessa ornò la prua della nave Argo con una figura di buon auspicio, intagliata in una quercia di Dodona sacra al padre Zeus.

La conquista del Vello d'oro

Qui si parla di come Era e Atena pensarono di aiutare il loro protetto Giasone nella conquista del vello; alla fine chiesero aiuto ad Afrodite la quale ebbe l'idea di fare innamorare Medea di Giasone, con l'aiuto di Eros. Il tutto perché Medea, grande maga, lo avrebbe potuto facilitare con le sue arti magiche. Ed in effetti, così fu; addirittura, grazie a lei, ultima erede del re di Corinto, Giasone poté regnare per dieci anni sulla città.

La fondazione di Troia
Troia o Ilio non si è sempre trovata dove pensiamo noi. All'inizio, dopo che un oracolo disse a Dardano di non fondare una città sulla collina Ate, dove invece lui avrebbe voluto, poiché se no sarebbe stata una città disgraziata, venne costruita alle pendici del monte Ida, chiamandosi Dardania.
Dardano, uno dei re di questa prima città, venne a sapere da un oracolo che, finché la dote di sua moglie fosse rimasta sotto la protezione di Atena, la città che stava per fondare sarebbe stata invincibile. Dardano aveva diversi figli, tra cui Ilo che aveva vinto la gara di lotto ai giochi in Frigia; il Re Frigio gli diede anche una mucca pezzata e gli consigliò di fondare una città là dove la mucca si fosse stesa.
Così fece: la mucca si stese a dormire sulla collina di Ate e là, Ilo fondò la sua Ilio.
Tracciato il solco che segnava i confini della città, Ilo pregò Zeus perché gli desse un segno e il mattino dopo trovò davanti alla tenda un oggetto di legno, per metà sepolto nella terra e coperto di erbacce. Questo oggetto era il Palladio, un simulacro senza gambe alto tre cubiti, fatto da Atena in memoria della sua compagna di giochi libica Pallade.
Pallade (nome che poi Atena aggiunse al suo) reggeva una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra. Il suo petto era coperto dall'egida. Atena pose prima il simulacro sull'Olimpo, accanto al trono di Zeus, dove gli furono tributati grandi onori; ma quando la bisnonna di Ilo, la Pleiade Elettra, fu violata da Zeus e insozzò il simulacro con il suo tocco, Atena - furibonda - scaraventò lei e il simulacro sulla terra. Apollo, allora, consigliò ad Ilo di aver cura della Dea caduta dal cielo così la città sarebbe stata protetta, poiché la forza e il potere, disse, accompagnavano sempre la Dea ovunque.
Ilo obbedì all'oracolo ed innalzò sulla cittadella un tempio che ospitasse il simulacro.
Anche se altri raccontano che il tempio fosse già in costruzione quando la statua discese dal cielo come dono della Dea.
Si dice che un giorno, quando il simulacro si trovava ancora in mano ai troiani, Ilo si precipitò tra le fiamme del tempio per salvarlo e rimase accecato; ma in seguito, riuscì a placare Atena e recuperò la vista.

Paride ed Elena

Qui si parla dell'amore famoso tra Paride ed Elena che portò alla guerra di Troia. Perché Zeus e Temi fecero scoppiare la guerra di Troia? Diciamo che il motivo è poco chiaro.
Ma la decisione era già stata presa molto tempo prima, quando la Dea Eris gettò la mela d'oro della discordia con la scritta "Alla più bella" sul tavolo del banchetto di nozze tra Peleo e Teti. Zeus non volle saperne di appianare la discussione tra Era, Atena ed Afrodite e lasciò che Ermete guidasse le tre dee sul monte Ida dove Paride, figlio di Priamo e di Ecuba (regnanti di Troia), avrebbe fatto da arbitro.
C'è però da fare una premessa su Paride: poco prima della sua nascita, Ecuba sognò che questo bambino avrebbe portato alla rovina Ilio. E vi fu anche una profezia che disse che si dovevano uccidere tutte le principesse troiane e i loro figli nati in un certo giorno.
In quel giorno anche Ecuba partorì, ma Priamo risparmiò loro la vita. Insomma, Priamo, invece che uccidere egli stesso il figlio, diede questo compito ad un pastore, Agelao, che non ne ebbe cuore e abbandonò il bimbo sul monte Ida dove venne allattato da un'orsa (che fosse la Dea?).
Avendo visto questo prodigio, il pastore se lo portò a casa crescendolo come un figlio. Crebbe e divenne una persona leale come si vide in una gara di tori con Ares: Paride aveva promesso che il vincitore avrebbe ottenuto una corona d'oro e in effetti, quando Ares vinse, Paride onestamente lo premiò.
Questo piacque agli Dèi e per questo fu scelto lui come giudice della sfida tra le Dee. Quindi: quando Era, Atena e Afrodite giunsero con Ermete sul monte, si trovarono questo giovane a giudicarle; subito le fece spogliare per osservarle. Atena chiese che Afrodite si togliesse la cintura magica che faceva innamorare tutti gli uomini di lei, mentre Afrodite volle che Atena si togliesse l'elmo perché così sarebbe stata più brutta.
Ognuna di loro cercò di "corromperlo": Era con il potere e la ricchezza, Atena con la bellezza, la saggezza e la vittoria di tutte le battaglie; ma nessuna delle due ebbe la meglio. Queste due cose non gli interessavano.
Afrodite, invece, gli promise Elena, la donna più bella della Grecia e moglie di Menelao, dicendogli che Eros lo avrebbe accompagnato a Sparta per farla innamorare di lui. Subito Paride diede a lei la mela, facendosi così odiare da Era e Atena che se ne andarono complottando la distruzione di Troia.

La prima riunione in Aulide
Nel mito si narra, oltre che di Paride ed Elena e dei re greci, anche del giovane Achille, cresciuto da Chirone e sorvegliato con ammirazione sia da Artemide che da Atena fin dalla giovane età. Inoltre, si parla anche di Aiace, figlio di Telamone re di Salamina, secondo solo ad Achille e suo cugino.
Costui era molto tracotante e credeva di non aver bisogno dell'aiuto degli Dèi, attirando su di sé la loro ira. In una occasione, mentre Atena lo incitava in guerra, lui le gridò di allontanarsi e di incitare gli altri perché lui ce la faceva benissimo da solo. Questo comportamento lo avrebbe portato alla morte.

La pazzia di Aiace
Quando Teti, madre di Achille, decise di assegnare le armi del figlio - dopo la sua morte - al più valoroso dei Greci, soltanto Aiace e Ulisse, che avevano coraggiosamente difeso, spalla a spalla, il cadavere di Achille, si fecero avanti. Mentre i due si vantavano di grande imprese in battaglia, Agamennone mandò una spia a sentire cosa dicevano in proposito i nemici. Una giovane lodò Aiace per aver trascinato via il cadavere di Achille dal campo di battaglia mentre un'altra, per ispirazione di Atena, lo denigrò e lodò Ulisse.
Quindi, le armi andarono a lui. Aiace fu così accecato dall'ira che decise di vendicarsi la sera stessa: ma Atena lo colpì con una crisi di pazzia ed egli si aggirò furibondo con la spada in mano tra le mandrie e le greggi razziate a Troia.
Fece un vero macello di questi animali. Recuperato il senno, però, cadde nella disperazione più cupa; lasciando la moglie e il figlio Eurisace, e con la scusa di doversi bagnare nel mare per sfuggire all'ira di Atena e trovare un pezzo di terreno incolto dove seppellirvi la spada, si suicidò.
Il fratello Teucro, tornato da lontano, rischiò di essere ucciso per il macello fatto da Aiace e andò a cercare il fratello poiché Calcante (profeta) gli disse che egli era stato fatto impazzire da Atena.
Lo trovarono già morto.
Alcuni ritengono, però, che il litigio tra Ulisse ed Aiace fosse sorto per decidere chi dei due dovesse tenere il Palladio che avevano rubato da Troia dopo la caduta della città.
Sembra poi che il figlio di Eurisace, Fileo, diventato cittadino ateniese, offrì la sovranità su Salamina ad Atena.

Il cavallo di legno
Fu Atena ad ispirare l'idea del cavallo di legno ai Greci ed anzi fu lei stessa a dirigerne la costruzione. Fu Epeo, nato codardo a causa di una falso giuramento fatto da suo padre su Atena in passato, a costruire il cavallo di legno di faggio, vuoto all'interno, con una porticina su un lato e sull'altro la scritta che diceva che il cavallo era consacrato ad Atena.
Priamo e i figli, vedendo che era un tributo alla Dea, proposero di portarlo nella città (per non essere sacrileghi verso di lei) causando così quella che sarebbe stata la distruzione di Troia.

Il sacco di Troia
Durante il saccheggio della città, avvennero cose davvero orribili, come ad esempio il tentativo di violenza da parte del piccolo Aiace su Cassandra, rifugiatasi nel tempio di Atena pur di salvarsi: per non essere trascinata via, ella si attaccò alla statua della Dea obbligando Aiace a rimuovere anche la statua e facendo adirare Atena.
Alla fine, Aiace venne punito per questo atto: si narra che la stessa Atena lo polverizzò con un fulmine preso in prestito dal padre Zeus.
L'ira di Pallade ricadde, poi, su quelle che erano le terre governate da Aiace, cioè Locri Opunzia.
L'oracolo delfico disse ai sudditi di quelle terre che sarebbero stati perseguitati dalla carestia e dalla pestilenza se non avessero mandato due fanciulle a Troia ogni anno per duecento anni.
Da quel giorno, hanno fatto questo le cento famiglie più illustri di Locri: si facevano sbarcare di nascosto le fanciulle (estratte a sorte) a notte fonda sul promontorio Reteo in stagioni sempre differenti e venivano introdotte nel tempio di Atena, tramite il cunicolo segreto già usato a suo tempo da Ulisse e Aiace per rubare il Palladio.
Se le ragazze venivano trovate dai troiani, essi le uccidevano, ma una volta entrate nel tempio erano salve. Venivano tosate, portavano abiti da schiave e facevano lavori umili nel sacro recinto finché un paio di altre fanciulle non davano loro il cambio.
Questo è un caso storicamente accertato, dice Graves.
Sembra che la Ilio di Priamo fosse stata colonizzata in parte da Locresi, una tribù pre - ellenica di Lelegi.
Essi godevano del diritto ereditario del privilegio di fornire ad Atena una certa quantità di sacerdotesse; lo continuarono a fare per molti anni dopo la fine della guerra di Troia. Questa "maledizione" di Atena durò mille anni ed ebbe termine nel 264 a.C.

Le peregrinazioni di Odisseo
Durante il viaggio di ritorno verso Itaca, Atena aiuta Odisseo in vari momenti. Uno di questi avviene quando l'eroe lascia l'isola di Calipso: la Dea crea un vento che placa le onde ( all'insaputa di Poseidone ) davanti ad Ulisse e due giorni egli può così approdare all'isola dei Feaci.

Il ritorno di Odisseo
Al suo arrivo ad Itaca, Ulisse non riuscì a riconoscere la sua isola a causa della nebbia in cui l'aveva avvolta Atena.
La Dea gli si presentò sottoforma di pastorello ed ascoltò il suo lungo racconto. Ulisse narrò di essere cretese, fuggito a bordo di una nave dopo aver ucciso il figlio di Idomeneo e abbandonato sulla spiaggia contro la sua volontà.
Egli chiese al pastorello che isola fosse quella e Atena, ridendo, gli accarezzò la guancia dicendogli: "Sei un meraviglioso bugiardo, se già non conoscessi la verità ti avrei creduto. Ciò che mi sorprende è tuttavia che tu non mi abbia riconosciuto. Io sono Atena. I Feaci ti sbarcarono qui per mio ordine. Mi spiace che tanti anni siano passati prima che io potessi ricondurti a casa ma non osavo offendere mio zio Poseidone aiutandoti in modo troppo palese."
La Dea gli consigliò, poi, di nascondere le ricchezze donategli dai Feaci e lo trasformò in un povero mendicante, portandolo alla casa del porcaro Eumeo, fedele ad Ulisse.
Atena era appena giunta da Sparta dove Telemaco (il figlio di Odisseo) si era recato per chiedere notizie del padre a Menelao.
E questo perché c'era il problema dei Proci, i principi che volevano prendere in sposa Penelope ed occupare il trono di Ulisse. Essi si erano messi d'accordo per uccidere Telemaco al suo ritorno da Sparta.
Per questo, Atena lo aveva fatto ripartire in gran fretta da là. Contemporaneamente al viaggio di Telemaco, quindi, Ulisse venne ospitato da Eumeo e, finché Atena non gli diede il suo consenso, non disse niente sulla vera sua identità. Poi, al ritorno di Telemaco,si scoprì anche col figlio.
Successivamente, Eumeo guidò nella sala dei banchetti Ulisse dove Telemaco finse di non conoscerlo. Apparve così Atena (invisibile a tutti tranne che ad Ulisse) che consigliò al nostro di aggirarsi in mezzo ai tavoli mendicando cibo per rendersi conto di che razza di uomini fossero i pretendenti: essi erano avari ed avidi.
Più avanti, Ulisse/mendicante parlò con Penelope: egli le raccontò di aver incontrato Odisseo, e contemporaneamente Penelope ordinò alla vecchia nutrice di lavargli i piedi. La vecchia (Euriclea), riconobbe la ferita alla coscia di Ulisse e lanciò un urlo di sorpresa: ma lui la prese per la gola pregandola di non dire nulla, mentre Penelope non si accorse di niente poiché Atena aveva distratto la sua attenzione.
Durante la strage fatta da parte di Odisseo e Telemaco contro i Proci, poi, Atena - in veste di rondine svolazzò sulla sala finché tutti i pretendenti giacquero morti all'infuori dell'araldo e dell'aedo; non avendogli fatto del male direttamente, Ulisse li risparmiò (anche perché le loro persone erano sacre).
Dopo di ciò, il giorno successivo si avvicinò un gruppo costituito dai parenti dei Proci uccisi che volevano affrontare Odisseo , il quale si trovò ad essere aiutato dal padre Laerte; la lotta sembrava andare a favore di Ulisse, ma Atena intervenne e propose una tregua.

Atena: la Dea Bianca
Il libro "La Dea bianca" parla moltissimo di Atena, mettendola in relazione con altre divinità provenienti da differenti culture; inoltre, potremmo dire che il libro tragga il suo titolo da un momento dell'Odissea in cui la Dea Bianca Ino (Atena) appare ad Ulisse in difficoltà in mare (Odissea, Libro V, 313-364).
L'idea di una Dea Bianca si ritrova, poi, in tanti miti diversi; pensiamo alle cerve bianche che rappresentavano la Dea o alla scrofa bianca, la Dea celtica Kerridwen.
Il bianco, insomma, è uno dei colori della Dea un po' ovunque. Diciamo che nel libro di Graves vi sono alcuni passaggi interessanti; alcuni sono presenti anche nel testo "I miti greci" dello stesso autore, cose che sono già state dette, mentre altre possono essere aggiunte per completare il discorso.
Nel capitolo: "Cane, capriolo, pavoncella", Graves ci parla del culto di Bran (Dio Irlandese) che mostra molti elementi simili ad Asclepio, il quale era legato al corvo, poiché sua madre era Coronide (cornacchia), probabilmente epiteto di Atena a cui questo animale era sacro in origine.
Suo padre era Apollo, il cui animale sacro era sempre il corvo. Per cui, viene sostenuta l'ipotesi che in realtà Asclepio fosse figlio di Atena. Tanto è vero che fu proprio lei a donare ad Asclepio il sangue della Gorgone per guarire. Più avanti, nel capitolo "La Dea bianca", il nostro ci dice che la relazione che Asclepio, Dio della medicina, aveva con Atena poteva essere quella che c'era tra Iside e Thoth, Esmun con Istar, Diancecht con Brigit, Odino con Freya e Bran con Danu: un rapporto di "subalternità", in quanto era grazie alla Dea che egli poteva svolgere la sua funzione.
In un capitolo successivo, "L'alfabeto arboreo (1 )", l'autore ci parla del salice, pianta sacra alla Dea della luna ed ai poeti. "Il salice" – dice - "è l'albero degli incantesimi, il quinto albero dell'anno ( secondo il calendario celtico Beth-Luis-Nion - n.d.r.), e cinque (V) era il numero sacro alla dea-Luna romana Minerva (che condivide con la Dea Indiana Kali, - n.d.r.).
Il mese va dal 15 aprile al 12 maggio e a metà di questo periodo cade la festa di Calendimaggio (30 Aprile-1° Maggio, festa di Beltane; - n.d.r.) famosa per le sue baldorie orgiastiche e la rugiada magica.
E' possibile che portare in processione rami di salice la domenica delle Palme, festa mobile che di solito cade agli inizi di Aprile, sia un'usanza che propriamente appartiene all'inizio del mese del salice.
Sempre riguardo a questo, più avanti, ne "Il sacro e ineffabile nome di Dio", si parla del calendario etrusco, adottato dai romani durante la Repubblica, che "era ordinato per "nundina" o periodi di otto giorni, in greco "ogdoadi" e anche qui egli riparla del numero 5 legato a Minerva.
Il discorso continua: "Possiamo identificare Minerva con Carmenta, perché a Roma le si attribuiva l'invenzione delle arti e delle scienze e perché durante la sua festa, i Quinquatria, si mettevano in acqua barche decorate di fiori fatte probabilmente di legno d'ontano. Quinquatria significa "le cinque sale", presumibilmente cinque stagioni dell'anno, e le si celebrava cinque giorni dopo la festa primaverile dell'Anno Nuovo della dea calendariale Anna Perenna (di cui si parlerà dopo - n.d.r.).
E' quindi possibile che i cinque giorni fossero quelli che restano dopo la divisione dell'anno in cinque stagioni di 72 giorni ciascuna (si ricordi che il 5 e il 72 sono numeri sacri anche nel sistema Beth-Luis-Nion)".
Nel capitolo "La canzone di Amergin" si parla delle già citate origini Libiche di Atena (cosa che sosteneva già Erodoto, il quale la collegava alla dea Neith), del suo essere una dea-capra e anche del fatto che la Dea fosse patrona dell'arte augurale.
In "Palamede e la Gru", invece, si parla del suo ruolo nell'uccisione, da parte di Perseo, della Gorgone, nemica della Dea.
Sembra che in realtà, la gente di Argo, nel periodo di Pausania, descrivesse Medusa come un'affascinante regina libica decapitata dal loro antenato Perseo in seguito ad una battaglia e che pertanto, dice Graves, la si possa identificare con la dea serpente libica Lamia (Neith), tradita da Zeus e diventata rapitrice e divoratrice di bambini. Quindi, indirettamente, dovrebbe essere Atena stessa, divenuta secondaria dopo la venuta del patriarcato.
Perseo, prima di andare ad uccidere Medusa, si prepara e va delle tre Graie/Moire (che avevano come animale sacro il cigno o, probabilmente, la gru) le vecchie sorelle velate delle Gorgoni, che avevano fra tutte un solo occhio e un solo dente. Sottratti loro l'occhio e il dente, si prepara con le armi donategli da Atena (lo specchio) e da Ermes (un falcetto d'oro) e dai sandali alati come quelli di Ermes ottenuti dalla tre Ninfe.
Sia le Graie che le Ninfe sarebbero aspetti della Dea triplice: come Dea del fato e dell'amore.
Secondo Graves questo racconto nasconde altro, in modo piuttosto complesso (descrivere qui il suo ragionamento sarebbe assai difficile), ovvero la scoperta dell'interpretazione del volo degli uccelli e dell'interpretazione dell'alfabeto inventato da Carmenta/Atena da parte del Dio, discorso collegato all'interpretazione che l'autore fa del Beth Luis Nion. Inoltre, egli sostiene (come già aveva fatto J.E. Harrison) che non sia mai esistita una vera Gorgone, ma che essa fosse un tipo di maschera indossata dalle sacerdotesse della dea portate per spaventare i profani; i sibili da loro emessi spiegherebbero il perché dei serpenti. Analogamente nella Grecia antica, dice Graves, "si usava mettere una maschera della Gorgone sugli sportelli dei forni e delle fornaci per spaventare gli spiriti che avrebbero potuto aprirli e rovinare la cottura." Nello stesso capitolo si spiega poi che la Gru era un animale sacro ad Atena.
In "Il dio dal piede di toro", invece, si parla della civetta, sacro alla dea, che la accomuna alla Dea Lilith assiro - babilonese, poi demonizzata nei miti ebraici come la prima donna di Adamo - una donna sessualmente libera e che non voleva essere a lui sottomessa - divenuta un demone succube che torturava nel sonno i bambini, simile alla megera Annis succhia - sangue nel folklore britannico.
In "Una conversazione a Pafo nel 43 d.C.", invece, si disquisisce del perché il nome Pallade (Pallas) di origine maschile (e che si ritrova nei miti greci come nome di molti eroi maschi e delle stirpe dei Pallantidi) sia potuto divenire un nome della dea.
L'ipotesi è che essa sia divenuta un androgino.
Graves dice: "Ci sono parecchi esempi di questo genere: Sin , la divinità lunare dei Semiti, Baalith in Fenicia, il persiano Mitra. All'inizio si tratta di una divinità femminile e onnipotente, poi compare un dio altrettanto potente e i due o diventano gemelli, com'è successo ad Artemide, quando accettò di dividere Delo con Apollo di Tempe, oppure vengono fusi in un'unica divinità bisessuale.
Così l'inno orfico celebra Zeus a un tempo padre e Vergine Eterna. (…)", come nell'inno orfico ad Atena, dove la si descrive come "maschio e femmina".
Graves continua: " E Varrone (…) scrivendo della Trinità Capitolina, dichiara (…) che insieme formano un solo dio: Giunone è la Natura in quanto materia, Giove la Natura in quanto impulso creativo e Minerva la Natura in quanto mente che tale impulso dirige. (…) spesso Minerva impugna la folgore di Giove; e dunque se Giove è la Vergine Eterna, Minerva è analogamente il Padre Eterno. (…)
Minerva è universalmente identificata con Pallade Atena, dea della Saggezza. Atena sta a Pallade come Minerva sta a Giove:è la sua metà migliore." Inoltre, continua: "una divinità bisessuale rimane naturalmente casta, a giudicare almeno nel caso di Minerva" che viene vista come la Dea che vorrebbe "redimere" il Padre/Alter ego maschile Zeus dalla sua… libertà sessuale.
In "Le acque dello Stige", Graves parla della dea pelasgica Anna Perenna, "Anna Perenne", che nei Fasti di Ovidio si dice venisse considerata da alcuni come la dea Lunare Minerva e che fosse legata alla triplice figura Ana, Badb, Macha; quest'ultima, come dea mortifera, era legata alla cornacchia come Atena (come anche la Morrigan ecc.; un'altra cosa che ci fa capire che Atena era in origine anche Dea della Morte).
Graves si riferisce qui ad un altro autore, E. M. Parr, che sosteneva che "An” in sumero significasse "cielo" e che secondo lui la dea Atena era un altro tipo di Anna, ossia Athenna, inversione di Anatha, o la Neith libica.
In "L'unico tema poetico" si parla di un ulteriore epiteto della dea, "Peonia", da cui nascerebbe il nome del fiore selvatico omonimo, tipico del Mediterraneo, che sboccia solo all'equinozio di primavera e perde presto i suoi petali.

 

LO SGUARDO DELLA MEDUSA Ad Atena



Eccola: avanza
dallo scudo di Atena che tiene nascosto
il bellissimo volto.
Non più la fanciulla che ha conosciuto l’amore
che ha sciolto i capelli nel tempio della Dea
peccando due volte:
la prima per essersi data
la seconda al dio più terribile.
Ora porta la morte
e chiunque la guardi diverrà come pietra.
La sua smorfia ricorda il silenzio perfetto dell’Ade
il gelido trono che sta oltre la soglia.
Sovrana del buio
che in Lei prende forma
di sinuosi pensieri.
Capace di vita capace di morte:
è lo specchio della nostra paura.
E così ancora una volta – si disse la Dea –
ho ingannato gli umani.
E le lacrime bagnavan la terra
trasformandosi in serpi.

BAUBO II calore: recupero della sacralità nella sessualità

di Clarissa Pinkola Estés

Baubo di laura Schmidt, immagine tratta da http://www.cherrymagic.com

Sullo stesso tema leggi anche "Il riso degli Dei"



Le dee sporcaccione

C'è un essere che vive nel sottosuolo selvaggio delle nature femminili. Questa creatura è la nostra natura sensoriale, e come tutte le creature complete ha i suoi cicli naturali e nutritivi.
Questo essere è curioso, nel suo porsi in relazione è talvolta esigente, talaltra quiescente. Reagisce agli stimoli concernenti i sensi: la musica, il movimento, il cibo, le bevande, la pace, la quiete, la bellezza, l’oscurità.

Questo è l’aspetto femminile che possiede il calore. Non un calore che si esprime in: «Facciamo del sesso». È piuttosto una sorta di fuoco sotterraneo che talvolta divampa, talaltra lentamente brucia, ciclicamente. Con l’energia che viene liberata, la donna agisce come le pare conveniente. Nella donna, il calore non è uno stato di eccitazione sessuale ma uno stato di intensa consapevolezza sensoriale che include la sua sessualità, ma a essa non si limita.

Molto si potrebbe scrivere sugli usi e gli abusi della natura sensoriale femminile e come le donne stesse e altri attizzano il fuoco contro i suoi ritmi naturali o cercano di spegnerlo del
tutto. Concentriamoci invece su un aspetto che è ardente, decisamente selvaggio, emanante un calore che ci riscalda di un sentimento buono. Nelle donne moderne questa espressione sensoriale ha goduto di una brevissima libertà prima della condanna; in molti luoghi ed epoche è stata assolutamente bandita.

C'è un aspetto della sessualità femminile che nei tempi antichi veniva detto oscenità sacra, non nel senso che ha assunto oggi la parola, ma inteso come saggezza e intelligenza nella sessualità.
C'erano un tempo culti dedicati alla sessualità femminile irriverente, che non erano dispregiativi ma intesi a ritrarre parti dell’inconscio che rimangono tuttora misteriose e sconosciute.
L'idea stessa della sacralità della sessualità, e più specificamente dell’oscenità, quale aspetto della sua sacralità, è essenziale per la natura selvaggia. Nelle antiche culture matriarcali esistevano dee dell’oscenità, così chiamate per la loro lascivia innocente quanto scaltra. Tuttavia il linguaggio rende ormai assai difficile comprendere le «dee oscene» senza connotati volgari. Ecco dunque che cosa significa l’aggettivo osceno e altri termini correlati.
Da questi significati, immagino potrete capire come mai questo aspetto dell’antico culto delle dee fu sospinto in meandri sotterranei.

Desidero riprendere queste due definizioni date dal vocabolario affinché possiate trarre le vostre conclusioni.
Sporco: dal latino spurcus. Non pulito, macchiato di materia sudicia; fìg.: disonesto, turpe, osceno: coscienza sporca, parole sporche, azione sporca»
Osceno: dal latino obscenus, che offende gravemente il pudore: scritti osceni; fìg.: di cosa, bruttissima: ovvero, dall’antico ebraico, Ob, che significa maga, strega.

A dispetto di tanta denigrazione, restano frammenti di storie nella cultura che sono sopravvissuti a svariate purghe. Ci informano che l’osceno non è affatto volgare, ma assomiglia piuttosto a una creatura fantastica che vorreste avere tra le vostre migliori amiche.

Alcuni anni fa, quando presi a raccontare «storie delle dee sporcaccione», le donne sorridevano, poi si mettevano a ridere sentendo narrare gli exploits delle donne, reali e mitologiche, che avevano usato la sessualità, la sensualità, per ottenere qualcosa, affermarsi, alleviare la tristezza, sollecitare il riso, rimettendo così a posto qualcosa che era andata storta. Fui anche colpita da come le donne passavano al riso: prima dovevano mettere da parte tutta la loro educazione, secondo cui non era da vere signore.
Vidi che questo «comportamento da signore» in realtà, al momento sbagliato, soffocava le donne invece di farle respirare liberamente. Per ridere bisogna espirare e inspirare in rapida successione. Sappiamo dalla chinesiologia e dalle terapie come l’Hakomi che con la respirazione profonda sentiamo le nostre emozioni, mentre quando non desideriamo sentire, smettiamo di respirare, tratteniamo il respiro.
Nel riso, la donna può cominciare a respirare davvero, e cominciare quindi a sentire sensazioni non autorizzate. Ma quali sensazioni? Non tanto di sollievo, né di conforto, quanto di apertura a lacrime trattenute o a memorie dimenticate, o la rottura delle catene messe alla personalità sensuale.

Mi fu chiaro che l’importanza di queste antiche dee dell’oscenità stava nella loro capacità di allentare ciò che era troppo stretto, di bandire la malinconia, di comunicare al corpo un umore che non appartiene all’intelletto ma al corpo medesimo, di mantenere liberi questi passaggi. È
il corpo che ride per le storie dei lupi delle praterie, di zio Trungpa, per le battute di Mae West, e così via.
Le dee dell’oscenità producono una forma vitale di medicina neurologica ed endocrina che si diffonde nel corpo.

Ecco dunque tre storie che rappresentano l’osceno nel senso del termine da noi impiegato, nel senso di una sorta di incanto sessuale/sensuale che produce una bella sensazione emotiva. Sono tutte e tre istruttive per le donne. Due sono antiche, una è moderna, e parlano delle dee sporcaccione. Le chiamo così perché a lungo hanno vagato sotto terra. Nel senso positivo, appartengono alla terra fertile, al fango, al concime della psiche, la sostanza creativa da cui tutte le arti traggono origine. In effetti, rappresentano quell’aspetto della Donna Selvaggia che è nel contempo sessuale e sacro.


Baubo: la Dea panciuta



Esiste un modo di dire assai efficace: Dice entre las piernas, parla con quel che ha tra le gambe. Storie «tra-le-gambe» si ritrovano in tutto il mondo. Una è la storia di Baubo, una dea dell’antica Grecia, la cosiddetta «dea dell’oscenità». Ha nomi più antichi, come Iambe, ed evidentemente i greci la ripresero da ben più antiche culture. Sono esistite dee archetipe selvagge della sessualità sacra e della fertilità Vita/Morte/Vita fin dall’inizio dei tempi.

Un unico riferimento a Baubo negli scritti a noi pervenuti dall’antichità fa pensare che il suo culto venne distrutto e sepolto sotto lo scompiglio delle varie conquiste. Sento che da qualche parte, forse sotto le colline silvane o i laghi nascosti tra i boschi in Europa e in Oriente, esistono templi a lei dedicati, con tanto di icone ossee.
Non è dunque un caso se pochissimi hanno sentito parlare di Baubo, ma ricordate che basta un coccio per ricostruire l’insieme. In questo caso il coccio esiste, perché è arrivata a noi una storia in cui compare Baubo. È una delle divinità più amabili e picaresche che abbiano abitato l’Olimpo. Questa è la mia cantadora, la versione basata sull’antico selvaggio frammento di Baubo che ancora occhieggia nei miti greci dopo l’epoca matriarcale e negli inni omerici.

Demetra, la dea materna della Terra, aveva una bellissima figlia di nome Persefone, che un giorno giocava all’aperto. Persefone vide a un tratto un fiore particolarmente bello, e allungò le mani per coglierlo. D'improvviso la terra prese a tremare e si aprì una profonda voragine. Dalle profondità della terra emerse Ade, il dio degli Inferi. Alto e possente, stava ritto su un carro nero tirato da quattro cavalli del colore dei fantasmi.

Ade rapì Persefone sul suo carro, e lanciò i cavalli giù nelle profondità della terra. Le urla di Persefone si fecero sempre più flebili a mano a meno che si richiudeva la voragine sulla terra, come nulla fosse mai accaduto. Sulla terra regnò il silenzio, e si diffuse il profumo dei fiori calpestati. E la voce della fanciulla risuonò attraverso le pietre delle montagne, gorgogliò tra le onde del mare. Demetra udì le pietre urlare. Udì le acque urlare. E strappandosi il serto dalla chioma immortale, e spogliandosi degli scuri veli, prese a volare sulla terra come un grande uccello, alla ricerca di sua figlia, chiamandola a gran voce.
Quella notte una vecchia seduta al limitare di una caverna disse alle sorelle di aver udito tre grida quel giorno: una era una giovane voce che urlava di terrore, l’altra chiamava lamentosamente, e la terza era di una madre in lacrime.

Persefone non si ritrovava, e iniziò così la lunga folle ricerca di Demetra della figlia tanto amata. Demetra si infuriò, pianse, urlò, cercò indizi e frugò dentro, sotto, sopra ogni rialzo della terra, implorò compassione, implorò la morte, ma non riuscì a trovare l’amata figlia.

Allora, lei che aveva fatto crescere ogni cosa per l’eternità, maledisse tutti i campi fertili del mondo, urlando nell’afflizione:
«Morite! Morite! Morite!»
Per via della maledizione di Demetra, nessun bambino poteva nascere, non poteva crescere il grano per il nutrimento, né potevano sbocciare fiori per le feste o crescere rami d'albero per i morti. Tutto era appassito e inaridito sulla terra riarsa.

Demetra non si era più bagnata, e le sue vesti erano tutte infangate e i capelli arruffati. Nel suo cuore la pena vacillava, ma non si sarebbe arresa. Dopo tante domande, preghiere, avventure che non avevano portato a nulla, cadde infine accanto a un pozzo in un villaggio in cui nessuno la conosceva. E appoggiò il corpo dolente contro la pietra fredda del pozzo, e in quel mentre sopraggiunse una donna, o piuttosto una specie di donna. E questa donna si mise a danzare davanti a Demetra dimenando i fianchi in un modo che ricordava il rapporto sessuale, e scuotendo i seni nella danza. E vedendola Demetra non potè trattenere un lieve riso.

La femmina ballerina era davvero magica, perché non aveva testa, e i capezzoli erano i suoi occhi e la vagina la sua bocca.
Con questa amabile bocca prese a intrattenere Demetra con storielle piccanti. Demetra cominciò a sorridere, poi ridacchiò, poi esplose in una fragorosa risata. E insieme risero le due donne, la piccola Baubo e la potente Demetra.

E fu proprio questo riso che trasse Demetra dalla depressione e le diede l’energia necessaria per continuare la ricerca della figlia; con l’aiuto di Baubo, della vecchia Ecate e di Elio, il Sole, la ricerca ebbe buon esito. Persefone fu restituita alla madre. Il mondo, la terra e il ventre delle donne ripresero a fiorire.
Ho sempre amato la piccola Baubo più di qualsiasi altra dea della mitologia greca, forse di qualunque altro personaggio, qualsiasi epoca.
Indubbiamente discende dalle panciute dee neolitiche, misteriose figure senza testa, e talvolta senza piedi e senza braccia. Dire che sono immagini della fertilità non basta, sono
molto di più. Sono i talismani del parlare femminile, di quel che mai e poi mai una donna direbbe in presenza di un uomo, se non in circostanze assolutamente insolite.

Rappresentano sensibilità ed espressioni uniche nel mondo; i seni, e quanto si sente dentro a queste sensibili creature, le labbra della vagina, in cui una donna prova sensazioni che altri potrebbero immaginare ma solo lei conosce. E il riso che scuote il ventre è una delle migliori medicine che una donna possa ricevere.

Ho sempre pensato che il tè delle signore non sia che un resto di un antico rituale femminile, per stare insieme, e poter parlare con le viscere, dire la verità, ridere a crepapelle, sentirsi rianimate, e poi tornare a casa, dove tutto va meglio.

Talvolta è difficile allontanare gli uomini, affinchè le donne possano restare da sole. So soltanto che un tempo le donne invitavano gli uomini ad «andare a pesca». È un'astuzia cui le donne ricorrono da tempi immemorabili, questa di allontanare gli uomini per un po', per restare per conto proprio e insieme alle altre.
Di tanto in tanto le donne desiderano vivere in un'atmosfera squisitamente femminile, in solitudine o in compagnia. È un ciclo femminile naturale.

L'energia maschile è bella, addirittura sontuosa, grandiosa. Ma talvolta è come mangiare troppi cioccolatini. Per qualche giorno vorremmo mangiare solo del riso in bianco e bere brodo leggero per ripulire il palato. Di tanto in tanto dobbiamo farlo.

Inoltre, la piccola dea panciuta Baubo ci offre l’interessante idea che un po' di oscenità aiuta a vincere la depressione. Ed è vero che certe risate, provocate da tutte quelle vecchie storie che le donne si raccontano, quelle storie di donne così incolori da essere completamente insapori... quelle storie rimescolano la libido. Riattizzano il fuoco dell'interesse per la vita.

Nel vostro tesoro ritrovato, mettete queste storielle sporche, storie del tipo di Baubo, storie minori che sono una potente medicina, Le storielle «sporche» non soltanto alleviano la depressione ma possono far svanire la collera, lasciando una donna più contenta di prima. Provate e vedrete.

Non posso dire molto di più sugli altri due aspetti della storia di Baubo, perché vanno discussi in piccoli gruppi e soltanto tra donne, ma posso dire questo: Baubo presenta un altro aspetto,
cioè vede con i capezzoli. Per gli uomini è un mistero, ma durante i workshop le donne annuiscono entusiaste e affermano: «So benissimo che cosa intendi!»

Vedere con i capezzoli è sicuramente un attributo sensoriale. I capezzoli sono organi psichici, reagiscono alla temperatura, alla paura, alla collera, al rumore. Sono un organo dei sensi quanto gli occhi.

Quel «parlare con la vagina» è, simbolicamente, parlare con la prima materia, il più fondamentale, sincero livello di verità – la os vitale. Che altro aggiungere se non che Baubo parla dal filone materno, dalla miniera profonda, letteralmente dalle profondità.
Nella storia di Demetra alla ricerca di sua figlia nessuno sa che cosa Baubo dica davvero a Demetra, ma qualche idea in proposito possiamo averla.


Dick, il Lupo delle Praterie

Le storielle che Baubo racconta a Demetra saranno probabilmente state facezie femminili su quei trasmettitori e ricettori mirabilmente modellati che sono i genitali. Se così fosse, forse Baubo raccontò a Demetra una storia come questa, che ho sentito raccontare anni or sono da un vecchio posteggiatore di Nogales.
Si chiamava Oid Red, e rivendicava sangue indigeno.

Non si era messo la dentiera, e da un paio di giorni non si radeva. La sua simpatica vecchia moglie, Willowdean, aveva un volto grazioso ma rovinato. Una volta, mi raccontò, nel corso di una rissa al bar, le avevano rotto il naso. Possedeva tre Cadillac, nessuna delle quali funzionava. Lei aveva un Chihuahua che teneva in un box per bambini in cucina. Lui era il tipo che tiene il cappello in testa anche al cesso.

Ero in giro a raccogliere storie, e con la mia roulotte ero arrivata ai loro terreni. «Conoscete per caso storie di queste parti?» esordii, intendendo la zona e i dintorni.

Oid Red guardò la moglie maliziosamente, con un sorrisetto provocatorio: «Le racconterò di Dick il Lupo delle Praterie».
«Red, non stare a raccontarle questa storia. Red, tu non gliela racconti proprio.»
«E io invece le racconto la storia di Dick il Lupo delle Praterie»
, asserì Old Red.

Willowdean si prese la testa tra le mani e disse, come parlando al muro: «Non raccontarle quella storia, Red. Dico sul serio».
«Gliela racconto subito, Willowdean.»
Willowdean sedeva sul bordo della sedia, con una mano sugli occhi come fosse improvvisamente diventata cieca.
Ecco cosa mi raccontò Oid Red. Disse di aver sentito questa storia «da un vecchio navajo che l’aveva sentita da un messicano che l’aveva sentita da uno hopi».

C'era una volta Dick il Lupo delle Praterie, ed era la creatura più affascinante e più stupida nel contempo che uno possa mai sperare d'incontrare. Aveva sempre fame di qualcosa, e sempre
giocava qualche tiro a qualcuno per ottenere quello che voleva, e il resto del tempo dormiva.
Un bel giorno, mentre Dick il Lupo della Prateria dormiva, il suo pene si stufò proprio, e decise di abbandonare Dick e vivere un'avventura per conto suo. Così il pene si staccò da Dick il Lupo delle Praterie e si avviò per la sua strada. Più che altro andava saltellando, perché aveva una gamba sola.
Saltellando saltellando se ne andava tutto contento e dalla strada saltò nel bosco dove - Oh no! - finì dritto in un mucchio di aghi pungenti.
«Ahi!»
urlò. «Ahiiii!» strillò. «Aiuto! Aiuto!»
Tutte quelle urla risvegliarono Dick il Lupo delle Praterie, e quando abbassò la mano per rallegrarsi con la solita manovra, quello non c'era più! Dick il Lupo delle Praterie corse giù per la strada tenendosi tra le gambe, e alla fine arrivò dov'era il suo pene, nel peggior stato che possiate immaginare. Delicatamente Dick sollevò il suo avventuroso pene dagli aghi, lo accarezzò e lo blandì, e lo rimise al posto giusto.

Old Red rideva come un pazzo, tossendo, strabuzzando gli occhi e tutto il resto. «E questa è la storia del vecchio Dick il Lupo delle Praterie.»
Willowdean lo ammonì: «Ti sei dimenticato di raccontarle il finale».
«Quale finale? Gliel'ho già raccontato il finale»
, borbottò Old Red.
«Ti sei dimenticato di raccontarle il vero finale della storia, vecchio bidone.»
«Allora, se tè lo ricordi tanto bene, raccontaglielo tu.» Suonarono alla porta e lui si alzò dalla sedia cigolante.
Willowdean mi fissò con gli occhi che le brillavano: «La fine della storia è la morale».
In quell’istante Baubo s'impossessò di Willowdean, perché cominciò con risatine soffocate, poi sghignazzò per poi esplodere in una fragorosa risata, e tanto a lungo rise che le vennero le lacrime agli occhi, e le ci vollero un paio di minuti per dire queste due frasi, ripetendo ogni parola due o tre volte tra un sussulto e un altro.

«La morale è che quegli aghi, anche quando Dick li ebbe tolti, continuarono a pungergli il coso, da diventar matti. Ecco perché gli uomini scivolano contro le donne, e si strofinano con quello sguardo negli occhi che dice: ‘Ho un tale prurito'. Sai, quel cazzo universale prude sempre da quella prima volta che è corso via.»

Ora non saprei proprio dire che cosa mi colpì, so soltanto che lì nella sua cucina abbiamo riso tanto da perdere il controllo dei muscoli. Mi rimase poi una sensazione speciale, come di aver
mangiato un bel pezzo di rafano.

È il genere di storia che secondo me raccontò Baubo. Il suo repertorio comprende tutte quelle che fanno ridere così le donne, senza trattenersi, e non importa se si vedono le tonsille, se il
ventre sporge e il seno ballonzola. C'è qualcosa di speciale nella risata sul sesso. La risata «sessuale» pare raggiungere le profondità della psiche, scuotendo tutto quanto è sciolto, giocando sulle ossa, facendo scorrere in tutto il corpo una sensazione deliziosa. È una forma di piacere selvaggio che appartiene al repertorio psichico di ogni donna.

Il sacro e il sensuale/sessuale vivono vicinissimi nella psiche, poiché sono proposti all’attenzione da un senso di meraviglia e non dall’intellettualizzazione ma dall'esperienza di qualcosa che attraversa i sentieri fisici del corpo, qualcosa che per un attimo o per sempre, che si tratti di un bacio, di una visione, di una risata o altro ancora, ci tramuta, ci riscuote, ci solleva su una vetta, appiana le nostre rughe, rende il nostro passo danzante, ci fa provare un'esplosione di vita.

Nel sacro, nell’osceno, nel sessuale c'è sempre una risata selvaggia in attesa, un breve passaggio di riso silente, o la risata di una vecchia, o il respiro affannoso che è riso, o il riso che è selvaggio e animalesco, o il trillo che è come una scala musicale. Il riso è un lato nascosto della sessualità femminile; è fisico, elementare, appassionato, vitalizzante e pertanto eccitante. È una sessualità senza scopo, a differenza dell" eccitazione genitale. È una sessualità della gioia, per un istante appena, un vero amore sensuale che vola libero e vive e muore e di nuovo vive della sua propria energia. È sacro perché è così salutare. È sensuale perché risveglia il corpo e le emozioni. È sessuale perché è eccitante e provoca ondate di piacere. Non è unidimensionale, perché il riso si spartisce con se stessi e con tanti altri. È la sessualità più selvaggia nella donna.

Ecco ora un'altra storia di donne e di dee sporcaccione. La sentii quand'ero piccola. È sorprendente la quantità di cose che i bambini sentono quando, secondo gli adulti, non ascoltano.


Un viaggio in Ruanda

Avevo circa dodici anni, e ci trovavamo a Big Bass Lake, nel Michigan. Dopo aver preparato la colazione e il pranzo per quaranta persone, tutte le mie simpatiche parenti, mia madre e le zie, se ne stavano al sole sdraiate su delle chaise longue, a chiacchierare e scherzare. Gli uomini erano «a pesca», cioè se la spassavano per conto loro, raccontandosi le loro storielle e le loro barzellette. Io giocavo per conto mio, abbastanza vicina alle donne.

D'improvviso udii delle urla acute, e corsi allarmata dove si trovavano le donne. Ma non urlavano di dolore. Ridevano, e una mia zia continuava a ripetere, quando riusciva a prender fiato, «si coprirono la faccia... si coprirono la faccia!» E questa frase misteriosa scatenava le loro risate.
A lungo continuarono a urlare, a ridere, a restare senza fiato. Una mia zia aveva una rivista appoggiata sulle gambe. Quando molto più tardi le donne si appisolarono al sole, feci scivolare la rivista giù dalle gambe della zia e sdraiata sotto la chaise longue mi misi a leggere con grande curiosità. Riportava un aneddoto della seconda guerra mondiale.

Il generale Eisenhower stava per visitare le sue truppe nel Ruanda. (Avrebbero potuto essere nel Borneo, e il generale avrebbe potuto essere MacArthur. Ai tempi i nomi significavano ben poco per me.) Il governatore voleva che le indigene si ponessero ai lati della strada e si sbracciassero e dessero il benvenuto a Eisenhower mentre passava sulla jeep. L'unico problema era che le indigene non indossava mai altro che una collanina di perle, e qualche volta una sorta di cintura.
No, non andava per niente bene. Così il governatore convocò il capo tribù e gli espose il problema. «Non ti preoccupare», disse il capo della tribù. Se il governatore fosse riuscito a fornire parecchie decine di gonne e camicette, si sarebbe preoccupato lui di farle indossare alle donne per quella speciale circostanza. E il governatore e i missionari del luogo si diedero un gran daffare per fornire quanto richiesto.

Tuttavia, il giorno della grande parata, e pochi minuti prima che Eisenhower, come previsto, passasse sulla sua jeep, si scoprì che, mentre tutte le indigene avevano diligentemente indossato le gonne, non si erano messe le camicette, e per giunta le avevano lasciate a casa. Così se ne stavano lungo i due lati della strada a petto nudo, con le gonne e nient'altro addosso.
Al governatore venne un colpo quando fu informato della cosa, e immediatamente convocò il capo tribù. Questi gli assicurò che la donna più importante della tribù, quando aveva conferito con lui, gli aveva confermato che tutte erano pronte a coprirsi il petto al passaggio del generale. «Sei proprio sicuro?» urlò il governatore. «Sicuro, sicurissimo», rispose il capo tribù.

Non c’era più tempo per discutere, e possiamo soltanto immaginare la reazione del generale Eisenhower quando arrivò sulla sua jeep e vide una donna dopo l’altra, a seno nudo, tirar su la gonna per coprirsi la faccia.

Me ne stavo sotto la sedia cercando di soffocare la mia risata.
Era la storia più stupida che avessi mai sentito. Era una storia stupenda, un vero thriller. Ma a intuito mi rendevo anche conto che era proibita, e così per anni e anni la tenni per me. E talvolta, in momenti di difficoltà, di tensione, magari prima di dare un esame all’università, pensavo alle donne del Ruanda che si coprivano la faccia con le gonne, e indubbiamente se la ridevano. E ridevo, mi sentivo concentrata, forte, coi piedi sulla terra.

Questo indubbiamente è l’altro dono degli scherzi e del riso delle donne. Diventa un'ottima medicina per i tempi duri, un corroborante nella convalescenza. Possiamo pensare al sessuale e all’irriverente come a qualcosa di sacro?
Sì, specie quando sono medicine.

Jung osservò che se qualcuno arrivava nel suo studio lamentandosi di un problema sessuale, il problema vero era spesso più che altro dello spirito e dell’anima. Quando una persona
parlava di un problema spirituale, spesso in realtà si trattava di un problema di natura sessuale.

In tale senso, la sessualità può essere foggiata come una medicina per lo spirito, ed è pertanto sacra. Quando il riso aiuta senza far danno, quando rischiara, riallinea, riordina, riasserisce potere e forze, quel riso porta salute. Quando il riso rende le persone contente di essere al mondo, più consapevoli dell’amore e dell’eros, quando allevia la tristezza e vince la collera, allora è sacro.

Nell’archetipo della Donna Selvaggia, c'è molto spazio per la natura delle dee sporcaccione. Nella natura selvaggia, il sacro e l’irriverente, il sacro e il sessuale non sono separati ma vivono insieme come, immagino io, un gruppo di vecchissime donne ai bordi della strada in attesa del nostro passaggio. Sono nella vostra psiche, vi attendono per mostrarsi, e intanto si raccontano le loro storie e ridono come pazze.

 

DEMETRA
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Immagine di Pamela Matthews

L'archetipo

Demetra rappresenta l'energia materna per eccellenza, la vera nutrice e protettrice dei giovani e vulnerabili. Non necessariamente è la madre biologica delle sue creature, poichè sa nutrire con pari amore anche amici, conoscenti e compagni, che in lei vedono la buona madre sulla cui spalla si può piangere. Il suo senso protettivo e la sua determinazione nel difendere sono leggendarie, come l'orsa che protegge il suo cucciolo. Il suo limite consiste nell'identificarsi nel solo ruolo di madre e nella difficoltà a lasciare andare le sue creature.
La donna che incarna l'archetipo Demetra ha bisogno di comprendere che, come la natura con il ciclo delle stagioni insegna, il cambiamento è parte del ciclo naturale delle cose, e resistere ad esso significa solo ristagnare.
La Dea della fertilità può essere madre di tante creature, di un figlio, di un animale, di un opera d'arte o di un progetto creativo. Ma qualsiasi sia l'oggetto del suo amore, deve imparare a lasciarlo andare, affinchè a sua volta segua il suo percorso.


Il Mito

Antica Dea greca della natura e delle messi, simbolizza l'energia materna archetipica.
Dea di fertilità, presiede al ciclo naturale di morte e rinascita.
Figlia di Rea e di Crono, Demetra è descritta nell'inno omerico come sorella maggiore di Zeus, con cui concepì l’adorata figlia Persefone-Kore.
Ma un giorno Persefone, fresca come un fiore, scomparve e sua madre non riuscì a trovarla da nessuna parte. Piangente, Demetra cercò e ricercò ovunque nelle campagne chiamando a gran voce questa figlia che le era tanto vicina da sembrare quasi un suo doppio, la sua infanzia, la sua giovinezza felice. In preda all’ira Demetra afferrò il suo manto verde-azzurro e quasi senza pensarci lo fece in minuti pezzi e li sparse tra l’erba ovunque come fossero spighe di grano. Ma fiori ed erba appassirono ben presto perché la stessa Demetra era l’origine di ogni crescita e il suo dolore faceva sì che la sua energia abbandonasse le piante, che cominciarono ad avvizzire. Fu così che Chloè (la verde), la gioiosa terra, si trasformò per la prima volta nella Demetra autunnale, dai colori giallo oro.
La Dea vagò per la terra morente finchè giunse a una città vicina ad Atene. Lì, sotto le sembianze di una vecchia di nome Doso, assunse l’incarico di nutrice preso la regina di Eleusi Metanira, di cui voleva rendere immortale il figlio Trittolemo tenendolo sospeso sulle fiamme del focolare. La regina terrorizzata la scoprì e la Dea in incognito venne riconosciuta. Demetra restò tuttavia a Eleusi dove sedeva tristemente vicino ad un pozzo, piangendo la perdita della figlia adorata. Un giorno la figlia della regina, Baubo, vide la Dea così triste che volle consolarla. Demetra rifiutava qualsiasi parola di conforto e allora Baubo, per strapparle un sorriso mise allo scoperto maliziosamente i propri organi genitali. Sorpresa Demetra ebbe un sogghigno, la prima risata che la terra moribonda udiva dalla Dea dopo mesi e mesi. Poco dopo Persefone venne restituita alla madre e la primavera fiorì nuovamente sulla terra.
Grata dell’ospitalità ricevuta dagli abitanti di Eleusi, Demetra insegnò l’arte dell’agricoltura al principe Trittolemo e in seguito fece di quella città il centro dei suoi riti misteriosi, i famosi Misteri Eleusini.
Questa storia greca della grande dea è un’evidente metafora del volger delle stagioni, ma rappresenta anche un tenero archetipo del legame tra madre e figlia. Pur essendo una variante del comune mito mediterraneo che mostra come la terra ami e consumi la sua vegetazione, questa leggenda ha di singolare l’accento posto non sull’amore sessuale tra il figlio che eternamente muore e la madre, ma sul legame familiare tra la materna Demetra e la sua adorata figlia Persefone. Questa figlia, la terra durante la primavera, in realtà era solo un’altra forma della stessa Demetra. In sicilia l’identità tra Demetra e Persefone era canonica: entrambe erano chiamate damatres (madri) e venivano raffigurate in modo indistinguibile. Ma la forma più comune della grande dea era una triade di dee e non una coppia. Molti studiosi hanno setacciato i più famosi miti di demetra sperando di trovare il terzo elemento della triade femminile, la terra invernale, la vecchia carica di età, il seme ibernato.
In generale la riflessione si è soffermata su Ecate, che certamente sembra essere la più simile a una vecchia ta le possibili figure divine del racconto. In più essa compare nei punti cruciali della storia, per esempio era l’unica testimone della scomparsa di Persefone. Dato che difficilmente l’onnisciente terra, Demetra, poteva ignorare ciò che accadeva sulla superficie, è ragionevole pensare che Ecate fosse un aspetto della stessa Demetra in qualità di madre terra.



Il ritorno di Persefone - Frederic Leighton- 1891


La permanenza a Eleusi

Fu per ringraziare Celeo della sua ospitalità, che Demetra decise di fargli il dono di trasformare Demofoonte in un dio. Il rituale prevedeva che il bimbo fosse ricoperto ed unto con l’ambrosia, che la dea stringendolo tra le braccia soffiasse dolcemente su di lui e lo rendesse immortale bruciando nottetempo il suo spirito mortale sul focolare di casa. Demetra una notte, senza dire nulla ai suoi genitori, lo mise quindi sul fuoco come fosse un tronco di legno ma non poté completare il rito perché Metanira, entrata nella stanza e visto il figlio sul fuoco, si mise ad urlare di paura e la dea, irritata, dovette rivelarsi lamentandosi di come gli sciocchi mortali non capiscano i rituali degli dei.
Invece di rendere Demofoonte immortale, Demetra decise allora di insegnare a Trittolemo l’arte dell’agricoltura, così il resto della Grecia imparò da lui a piantare e mietere i raccolti. Sotto la protezione di Demetra e Persefone volò per tutta la regione su di un carro alato per compiere la sua missione di insegnare ciò che aveva appreso a tutta la Grecia. Tempo dopo Trittolemo insegnò l’agricoltura anche a Lindo, re della Scizia, ma costui rifiutò di insegnarla a sua volta ai suoi sudditi e tentò di uccidere Trittolemo: Demetra per punirlo lo trasformò allora in una lince.

Il nome e i suoi attributi

Madre terra è solo uno dei possibli significati del nome di Demetra.
La seconda parte della parola significa al di là di ogni dubbio “madre”.
Tuttavia la prima parte si può tradurre altrettanto bene con cereale quanto terra, il che fa di Lei non più la dea della superficide della terra ma solo di quella parte della superficie che è coltivata, quella che sostenta le piante parallela alla Cerere romana. Se il nome damater deriva da radici che rimandano alla madre terra la dea diventa un’altra forma di Ge o Gea. In quanto tale, in certe leggende compare come la compagna di Poseidone* che significa appunto ”il marito di da”.

Il culto

Sia come simbolo dell’intera terra, sia come simbolo della vegetazione commestibile, Demetra era adorata con sacrifici in cui si faceva uso del fuoco, poiché era necessario che le offerte fossero presentate così come si trovavano in natura.
Favi di miele, lana non filata, uva non spremuta, frumento non cotto venivano posti sui suoi altari. Non erano per lei le offerte di vini, dolci e tessuti: Demetra rappresentava il principio dei prodotti naturali, non artificiali.
Ella donò al genere umano la conoscenza delle tecniche agricole: la semina, l’aratura, la mietitura e le altre correlate. Come tale era particolarmente venerata dagli abitanti delle zone rurali, in parte perché beneficavano direttamente della sua assistenza, in parte perché nelle campagne c’è una maggiore tendenza a mantenere in vita le antiche tradizioni, e Demetra aveva un ruolo centrale nella religiosità Greca delle epoche pre-classiche. Esclusivamente in relazione al suo culto sono state trovate offerte votive, come porcellini di creta, realizzati già nel Neolitico.
In epoca romana, quando si verificava un lutto in famiglia, c’era l’usanza di sacrificare una scrofa a Demetra per purificare la casa.
I luoghi principali in cui il culto di Demetra era praticato si trovavano sparsi indifferentemente per tutto il mondo Greco: templi sorgevano ad Eleusi in Sicilia, Ermione, Creta, Megara, Lerna, Egila, Munichia, Corinto, Delo, Piene, Agrigento, Lasos, Pergamo, Selinunte, Tegea, Mesembria, Thorikos, Dion, Licosura, Enna e Samotracia.
Ma la sua festa più importante, dedicata anche a Persefone Kore, veniva tenuta ad Eleusi dove i greci annualmente celebravano i misteri che mettevano l’iniziato in uno stato di grazia e di gratitudine verso la Madre. Durante le feste che duravano tre giorni i mystai imitavano Demetra nella sua ricerca disperata di Persefone rinnnovando poi il tripudio allorchè ancora una volta ella si riuniva con la figlia. Nella loro pantomima erano dapprima Demetra Erynes (irata), furiosa e triste per la perdita di Persefone, poi assumevano il ruolo felice di Demetra Louisa (amorevole), la madre trasformata dal ritrovamento della figlia. In altri luoghi e in altri tempi, Demetra ha avuto altri attributi: Kidaria (maschera), Chamaine (suolo), e la potente Thesmoforos (legislatrice), ordinatrice non solo delle stagioni, ma anche della vita umana.

Altri epiteti

A seconda dei vari contesti, Demetra era invocata con diversi epiteti:

· Potnia – "Padrona" (nell’ Inno Omerico a lei dedicato)
· Chloe – "Il verde germoglio"
· Anesidora – "Colei che spinge in su i doni"
· Malophoros – "Colei che dà mele" o "Colei che dà greggi"
· Kidaria – “maschera”
· Chtonia – "Che si trova nel suolo"
· Erinys – "Implacabile"
· Lusia – "Che prende il bagno"
· Thermasia – "Calorosa"
· Kabeiraia– nome di origine pre-greca di significato incerto
· Thesmophoros – "Fornitrice di consuetudini" o anche "legislatrice", titolo che la lega all’antica dea Temide. Questo titolo era usato in connessione con la Tesmoforia, una cerimonia segreta riservata alle donne che si svolgeva ad Atene, e connessa con le tradizioni matrimoniali.

Iconografia



statuetta cretese della dea del papavero


Demetra viene solitamente raffigurata mentre si trova su un carro, e spesso associata ai prodotti della terra, come fiori, frutta e spighe di grano. A volte viene ritratta insieme a Persefone.
Raramente è stata ritratta con un consorte o un compagno: l'eccezione è rappresentata da Giasone, il giovane cretese che giacque con Demetra in un campo arato tre volte e fu in seguito, secondo la mitologia classica, ucciso con un fulmine da un geloso Zeus.
La versione cretese del mito dice però che questo gesto fu invece compiuto da Demetra stessa, intesa nell' incarnazione più antica della Dea.
Una statuetta d’argilla trovata sull’isola di Creta rappresenta la dea del papavero adorata nella cultura Minoica mentre porta i baccelli della pianta, fonte di nutrimento e di oblio, incastonati in un diadema. Appare dunque probabile che la grande Dea Madre, dalla quale derivano i nomi di Rea e Demetra, abbia portato con sé da Creta nei Misteri Eleusini insieme al suo culto anche l’uso del papavero, ed è certo che nell’ambito dei riti celebrati a Creta, si facesse uso di oppio preparato con questo fiore.
Quando a Demetra fu attribuita una genealogia per inserirla nel Pantheon classico greco, diventò figlia di Crono e Rea, sorella maggiore di Zeus. Le sue sacerdotesse erano chiamate Melisse.
I suoi simboli sono le spighe di grano con cui si fa il pane, gli animali a lei sacri l'orsa e la scrofa.


*Demetra e Poseidone

Secondo alcune tradizioni, Poseidone (il cui nome significa "il consorte di colei che distribuisce") una volta inseguì Demetra che aveva assunto il suo antico aspetto di dea-cavallo. Demetra tentò di resistere alla sua aggressione, ma neppure confondendosi tra la mandria di cavalli del re Onkios riuscì a nascondere la propria natura divina; Poseidone si trasformò così anch’egli in uno stallone e si accoppiò con lei. Demetra fu letteralmente furibonda ("Demetra Erinni") per lo stupro subito, ma lavò via la propria ira nel fiume Ladona. Dall’unione nacquero una figlia il cui nome non poteva essere rivelato al di fuori dei Misteri Eleusini, ed un cavallo dalla criniera nera chiamato Arione.


Rito di gruppo - Affrontare le tesmoforie

Oltre ai misteri eleusini, il Più grande rituale associato a Demetra erano le tesmoforie. Chiamate dai Beoti "la cerimonia del dolore", le tesmoforie venivano celebrate nel mese di ottobre da spose e madri. Riproponendo il tormento di Demetra dovuto al distacco da Persefone questo rito imperniato sul dolore e sulla catarsi forniva alle donne l'opportunità di esprimere sentimenti «pesanti» connessi alla maternità e al matrimonio. Per molte di loro si trattava dell'unica possibilità nell'arco di un intero anno per affrancarsi dalle responsabilità domestiche e familiari e per aggregarsi ad altre donne.

I riti delle tesmoforie coprivano un periodo di tre giorni.
Analogamente ai misteri eleusini, i riti si svolgevano nella massima segretezza. Attraverso la partecipazione alle tesmoforie, le donne sentivano che Demetra avrebbe compreso i loro tormenti, confortandole con la sua accettazione. Ciascuno dei tre giorni corrispondeva al passaggio oscuro della luna, mentre transita dalla fase calante alla fase crescente.

Il primo giorno del rito, Kathodos («discendente») e Anodos ("ascendente") le donne sacrificavano i maiali sospingendoli, insieme a delle sagome fatte di grano e farina che riproducevano uomini e serpenti, in una tana di serpenti. Sempre da quella tana, esse raccoglievano i resti del sacrificio dell'anno precedente, mescolandoli al grano da semina. Secondo alcuni studiosi, le donne utilizzavano questo miscuglio sacro per modellare oggetti religiosi.
Il secondo giorno delle tesmoforie, Nesteia («digiuno»), le donne davano libero sfogo a ogni singola sfumatura del loro dolore. Durante il digiuno, piangevano esprimendo la sofferenza nello stesso modo in cui Demetra l'aveva vissuta. Nello stesso frangente, avveniva anche la condivisione dei melograni.
Il nome dell'ultimo giorno, Kalligeneia («nato puro»), delinea la catarsi che una simile messinscena delle emozioni collettive innescava in quelle donne.

Laddove molte madri assistono serenamente all'abbandono della dimora familiare da parte del figlio adulto, altre non vivono questa fase all'insegna di questo stato d'animo. Per queste madri, la struttura delle tesmoforie fornisce l'opportunità per elaborare il dolore del distacco con il supporto di un gruppo di donne solidali. Troppo spesso la nostra società impone alla donna di reprimere la sofferenza e continuare a vivere come se niente fosse. Le tesmofòrie ci permettono di onorare il nostro dolore, riconoscendone l'accezione divina.

Se desiderate compiere questo rito, scegliete di dedicargli due notti e un giorno consecutivi, meglio se in concomitanza con il novilunio. Invitate le amiche più care, quelle capaci dì accettare le vostre emozioni, a condividere questo momento. Fate in modo, se possibile, di escludere altri impegni per quei giorni - nessun incarico di responsabilità, nessuna telefonata.

Per la prima notte del rito, organizzate un banchetto sontuoso da dividere con le amiche. Sulla tavola imbandita, lasciate un posto vuoto per il figlio assente e riempite il suo piatto di cibo. Raccontate alcuni aneddoti su vostro figlio e su quanto avete vissuto con lui. Cercate di non cedere al dolore che provate per il distacco, questa fase è rinviata alla seconda notte della vostra riunione conviviale. Sforzatevi per quanto possibile, di digiunare dalla fine del banchetto fino alla seconda notte, quando dovrete abbandonarvi ai vostri sentimenti più cupi. Permettete alle lacrime di scorrere. Lasciate che le vostre amiche vi consolino. Sentitene la partecipazione, l'amore e il sostegno, mentre esprimete il dolore e la confusione che provate riguardo a ciò che vi è accaduto. Se siete incapaci di lasciare andare i vostri sentimenti, accettateli. Parlatene. Non appena avvertite che la tempesta delle vostre emozioni accenna a placarsi, rompete il digiuno con il succo di melograno.

L'ultimo giorno segna l'inizio della vostra nuova vita di madre - la madre di un figlio adulto. Uscite di casa, e mentre passeggiate con le vostre amiche osservate gli alberi e il paesaggio che vi circondano. Voi, le vostre amiche e vostro figlio fate parte di quel complesso meccanismo che chiamiamo mondo. Se vi sentite pronte, discutete i progetti che avete in serbo per la vostra nuova vita: che cosa volete fare, ora che il fardello delle vostre responsabilità si è alleggerito? Come sarà il vostro rinnovato rapporto con il figlio adulto? In che misura cambierà?

Non dimenticate che, come Demetra, siete sopravvissute all'inverno del vostro dolore; anche se non riuscite a scorgere le gemme primaverili, state pur certe che alla fine giungeranno, in quanto apportatrici di una nuova vita.

 

ECATE
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Ecate la giovane e l’anziana, Ecate l’esploratrice della psiche, Ecate levatrice e accompagnatrice dei morti, Ecate Dea dei crocicchi, Ecate la potente  e la saggia, Ecate trivia, Ecate la multiforme.
Non è facile parlare o scrivere di Ecate, tanto è vasto il suo universo. Noi stesse abbiamo atteso un lungo tempo prima di deciderci a pubblicare una sua ricerca… l’abbiamo aspettata, temuta forse, ….e poi è arrivato il segno che aspettavamo (una ricerca inviataci
da una lettrice, che pubblicamente ringraziamo).
E così come un frutto maturo, è seguito il nostro lavoro, che culmina con la meditazione per incontrarLa.
Abbiamo cercato nell’ambito di questa ricerca di citare ogni suo aspetto, coscienti che questo spazio non può certo esaurire un mito della sua portata. Ma ci è piaciuto dare particolare rilievo alle sue origini da levatrice e alla sua valenza di saggia e anziana, per dare spazio ad un tema che da tempo desideravamo trattare, l’incontro con la menopausa, l’età del vero potere di ogni donna.

S“Celebro Ecate trivia, amabile protettrice delle strade,
terrestre e marina e celeste, dal manto color croco,
sepolcrale, baccheggiante con le anime dei morti,
figlia di Crio, amante della solitudine superba dei cervi,
notturna protettrice dei cani, regina invincibile,
annunciata dal ruggito delle belve, imbattibile senza cintura,
domatrice di tori, signora che custodisce le chiavi del cosmo,
frequentatrice dei monti, guida, ninfa, nutrice dei giovani,
della fanciulla che supplica di assistere ai sacri riti,
benevola verso i suoi devoti sempre con animo gioioso.”
(1)

Esiodo, nella sua Teogonia, dedica ad Ecate quest’inno, dove Zeus concede alla Dea gloria e potere supremo sulla terra, sugli inferi e sul cielo concedendole, allo stesso tempo, i diritti originari come discendente delle divinità primordiali, fra cui quello di accordare o negare ai mortali ciò che desiderassero:

“che fra tutti Zeus Cronide onorò, e a lei diede illustri doni,
che potere avesse sulla terra e sul mare infecondo;
anche nel cielo stellato ha una sua parte d’onore
e dagli Dei immortali è sommamente onorata.”


E’ a Lei che Demetra, nella sua disperata ricerca di Persefone,
si rivolge per avere indicazioni su dove fosse la figlia (2)

“…. Ma nessuno degli immortali o degli uomini mortali
udì la sua voce e nemmeno gli olivi dagli splendidi frutti.ecate e demetra
Solo la figlia di Perse, che ha candida mente,
Ecate dal diadema luminoso, nel suo antro,
e il divino Elio, splendido figlio di Iperione,
udivano la fanciulla che invocava il padre Cronide; …….”

e ancora

“….Ma quando infine giunse per la decima volta la fulgente aurora
le venne incontro Ecate reggendo con la mano una torcia;
e, desiderosa di informarla, le rivolse la parola, e disse:
"Demetra veneranda, apportatrice di messi, dai magnifici doni,
chi fra gli dei celesti o fra gli uomini mortali
ha rapito Persefone, e ha gettato l'angoscia nel tuo cuore?
Infatti, io ho udito le grida ma non ho visto con i miei occhi
chi fosse il rapitore: ti ho detto tutto, in breve e sinceramente".
Così dunque parlò Ecate; e non le rispose
la figlia di Rea dalle belle chiome; invece, rapidamente, con lei
mosse, stringendo nelle mani fiaccole ardenti…..”

Se rare sono le citazioni che la riguardano, tuttavia all’antica e misteriosa Dea era dedicato un
culto molto radicato, che a partire dall’Oriente sopravvisse alla cultura indo-europea e greca,
giungendo in alcune varianti fino all'epoca moderna.


Il nome
L'etimologia più diffusa del nome Ecate la fa derivare dall'equivalente femminile di Hekatos, un oscuro epiteto di Apollo (Ecate e Apollo erano spesso abbinati nei luoghi oracolari). E'stato tradotto in vari modi, come "che colpisce, che opera da lontano".

Secondo altri, il nome deriverebbe dal termine greco per "desiderio, volere", in riferimento al suo potere di realizzare i desideri dei mortali.

Per altri ancora il suo nome avrebbe la stessa radice della parola greca “cento”, allude alle molte forme che lei può assumere: Ecate, discendente dei Titani, la “multiforme”.

Fra le dee mediterranee, colpisce la vicinanza del nome Ecate con quello della dea-levatrice egizia Heqit, Heket o Hekat.
L’anziana era la matriarca tribale dell’Egitto pre-dinastico ed era nota come una donna saggia. Heket era una dea dalla testa di rana che era connessa con lo stato embrionale quando il seme morto si decompone e inizia a germinare. Ella era inoltre una delle levatrici che assistono ogni giorno alla nascita del Sole. Tutte queste analogie con Ecate, al di là del nome, farebbero pensare ad un originario archetipo comune.

Da ultimo, sempre in ambito egizio, Heka era il termine per indicare la magia (vi era una dìivinità Heka, spesso rappresentata come una combinazione di molti dei), legata al termine ka, energia vitale, anima o spirito, per cui heka era letteralmente il "rendere attivo il ka".

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Le origini      

Antica dea legata alla fertilità e al ciclo della vita, Ecate entra quindi nel mondo greco e viene descritta come una dei Titani, sebbene le sue origini fossero antecedenti al pantheon olimpico.
Essendo  esistita prima che le tre ondate di Ioni, Achei e Dori invadessero la  Grecia, Ecate prese il suo posto tra le altre divinità pre-elleniche come  Afrodite, Artemide, Atena/Metis, Demetra, Persefone, Gaia, Era, Rea,  eccetera.

La tradizione più antica la riconosce come una divinità pre-olimpica e ne fa la figlia di Erebo e Notte.

Fino a quando il suo collegamento alla fecondità non venne  oscurato, si disse che era la madre di Circe o delle Tre Grazie.

Nella Teogonia di Esiodo si afferma che Ecate era figlia dei due titani Perse ed Asteria, entrambi simboli della luce splendente. Esiodo la descrive come Regina delle Stelle, figlia della vergine  madre Asteria (stellata) e destinata ad ereditare il trono di Regina del Cielo.
Asteria era una delle sorelle di Leto, che diede alla luce Apollo e Artemide, facendo dunque di Ecate una cugina di Artemide.

A riprova dell’alta considerazione che i greci avevano per le antiche origini di questa Dea, fu a Lei  riconosciuto un potere posseduto da Zeus : quello di concedere o vietare all’umanità la realizzazione dei desideri.

Di fatto la documentazione che la riguarda è alquanto scarsa e nell’ambito della mitologia greca sono poche le interazioni che ebbe con le altre divinità e questo potrebbe avvalorare la tesi circa sue antichissime origini.

ecate
Iconografia tradizionale
Le prime rappresentazioni di Ecate sono singole e non triplici(3), mentre fin dai tempi antichi era legata ai crocicchi, ai trivi.
Pausania sosteneva che Ecate fosse stata dipinta per la prima volta nella forma triplice dallo scultore Alcamene durante il periodo greco classico, verso la fine del quinto secolo.
Alcuni ritratti classici,  mostrano la dea in forma triplice mentre regge una torcia, una chiave e un serpente.
Altri continuano a rappresentarla in forma singola, spesso nell'atto di reggere una o due torce.

Negli scritti esoterici greci, di derivazione egiziana, con riferimento a Ermete Trismegisto, e nei papiri di magia della Tarda Antichità è descritta come una creatura a tre teste: una di cane, una di serpente e una di cavallo.

ecateSUn rilievo in marmo del IV secolo d.C. di Crannone in Tessaglia mostrava Ecate, in compagnia di un cane, mentre posa un serto sul capo di una cavalla.
La cagna è la sua compagna e il suo equivalente animale e una delle forme più usuali di offerte a Ecate, era il lasciare della carne ai crocicchi. A volte gli stessi cani le venivano sacrificati (un giusto accenno alle sue origini non elleniche, dato che i cani, insieme agli asini, raramente venivano tenuti in così alta considerazione negli antichi rituali greci). (4)

Nell'inno orfico citato in apertura ella è detta "senza cintura", dalle vesti sciolte.


Appellativi
Chtonia (Del mondo sotterraneo)
Antaia (Colei che  incontra)
Apotropaia (Protettrice)
Enodia (La dea che appare sulla via)
Kourotrophos (Nutrice di fanciulli)
Propulaia/Propylaia (Colei che sta davanti alla porta)
Propolos (Colei che serve)
Phosphoros (Portatrice di luce)
Soteira (Sapiente)
Triodia/Trioditis (Che frequenta i crocicchi)
Klêidouchos (Che porta le chiavi)
Trimorphe (Triplice)



ecateSI simboli di Ecate
Ecate custodisce e presiede i crocevia: qualunque incrocio, in particolare quello di incontro di tre vie, è a lei sacro ed un tempo vi erano edificate edicole ed effigi in suo onore.
Molte credenze e rituali di derivazione contadina approdano nella loro fase culminante proprio nei crocevia e ai trivi. Proprio in questi luoghi si portano le offerte in suo onore.
Poste agli incroci di tre strade, le statue di Ecate proteggevano i viandanti, aiutandoli a scegliere il percorso giusto e ad individuare i passaggi meno rischiosi. Ecco perché in alcune rappresentazioni Ecate ha addirittura tre teste, ognuna che guarda in una diversa direzione.
La cristianità ne ha fatto invece territorio diabolico dove vi si seppellivano i suicidi. Il crocicchio è, al contrario, un posto di concentrazione di energie: le strade, i cammini, i destini si incrociano e portano ad una scelta.  Ecate è la dea delle scelte e della libertà di scelta.

ecate e torciaLa torcia è come abbiamo detto  uno degli attributi fondamentali di Ecate, luce che illumina le tenebre, sapienza divina, essenza divina di luce. La torcia di Ecate serve a illuminare le anime nel loro passaggio dalla luce all'oscurità, ma anche
ad accendere la scintilla della vita per farla uscire dalle tenebre. La coppia Apollo - Ecate presente in molti luoghi oracolari (es Sibilla Cumana) ci parla anche di due facce della luce di saggezza: quella apollinea della luce diurna e quella interiore
di Ecate notturna.

Il coltello appare in molte rappresentazioni di Ecate, forse associato al suo ruolo di levatrice (per tagliare il cordone ombelicale), ma è associato anche al suo ruolo di accompagnatrice nella morte, dove taglia i legami fra il corpo fisisco e lo spirito.

Quello della chiave è un attributo significativo di Ecate guardiana delle soglie.
Hekate Kleidoukoz (Kleidoukos) è “Colei che tiene la chiave” che controlla il passaggio dal mondo della superficie al mondo ctonio dell'Ade., dal regno del conosciuto a quello dello sconosciuto. Ecate guida di Persefone agli Inferi è anche la custode dei misteri, la sacerdotessa che trasmette i segreti della conoscenza.
ruta ecate
Appartenente al mondo animale è il simbolo del serpente, associato all'idea del labirinto.
Il serpente è animale che emerge dal mondo ctonio, associato alla rigenerazione e al rinnovamento per il suo cambiare pelle.

Nel cosidetto Oracolo caldeo, edito ad Alessandria, la Dea era associata al simbolo noto come ruota di Ecate, con forme serpentine che disegnano una figura labirintica a tre direzioni.
Triplicità, vita morte e rinascita, rinnovamento e altri dei suoi significati sono racchiusi in questo simbolo.

ecate
Il cane è invece simbolo dell’Oltretomba, antica guida per i morti.
Le apparizioni o la presenza di Ecate ai crocicchi era manifestata proprio dai latrati lontani dei cani. Numerosi sono i simboli che condivide con la figura di Cerbero, custode dell’Ade.

Altri animali simbolo di Ecate sono i cavalli e i gatti neri.
La civetta è sua messaggera. I suo carro è tirato da dragoni.



ecateSUna e trina
Il mito di Ecate ed il simbolismo ad esso associato sono assai complessi.
Essa è contemporaneamente una e trina, in quanto riunisce in sé i tre aspetti, che sono stati visti da alcuni contemporanei come quello di fanciulla, di madre e di anziana (da cui il nome latino Trivia).

Per gli antichi greci le divinità femminili associate alla Luna erano principalmente tre: Selene (la luna piena), Artemide (la luna nuova) ed Ecate (la luna calante), in seguito riprese dalla civiltà romana, con i nomi di Luna, Diana ed Ecate .
Ella sarebbe la rappresentazione di uno dei tre aspetti della madre terra,  Demetra,  che annoverava anche la vergine Persefone e la saggia Ecate, lo stadio finale della crescita di ogni donna.
In virtù della sua natura trina, viene vista anche come dea del tempo e del destino, affine alle Parche e alle Moire, per la sua capacità di guardare al passato, al presente e al futuro.
Sempre tre sarebbero i mondi cui appartiene, essendo in grado di attraversare liberamente il mondo degli Inferi, quello degli uomini e quello degli Dei.

Così cita lo scrittore latino Ovidio, nei “Fasti”:
“…le facce di Ecate si volgono verso tre parti / perché guarda i crocicchi che si dividono in tre strade…”

Questo presiedere ai crocicchi  formati da tre strade ci ricorda peraltro una realtà fisiologica: è analogo al modo in cui funziona il  sistema nervoso umano, per i suoi triplici incroci interni.


I suoi poteri
Come abbiamo visto, già nel nome Ecate è profondamente connessa all'idea di potere, potere magico.
Le ‘parole di potere’ (o incantesimi)  sono collegate ad Ecate: il termine egiziano ‘heka’, ciò che rende attivo il ka, indica il dare voce a un intento, in modo che gli effetti si manifestino immediatamente  dopo che esso ha lasciato le labbra di chi lo esprime. La magia della  volontà, della volontà che si esprime e crea.

Nonostante le sue rare apparizioni nell’ambito dell’Olimpo, Ecate  mantenne il dominio su cielo, terra e mondo sotterraneo, nonché il ruolo di custode della ricchezza e delle benedizioni della vita. Come abbiamo visto Zeus stesso non osò destituirla, sebbene il potere di Ecate fosse rimasto grande quanto- se non più- del suo. Anzi la onorò al punto di concederle  l’antico potere di donare o negare ai mortali i loro desideri.

Tra i suoi attributi riconosciamo anche l’onniscenza, in quanto conosce passato presente e futuro di ognuno, e in virtù di ciò simboleggia il collegamento fra le vite passate e quelle che dovranno venire.
Viene infatti rappresentata con un libro in una mano ed una torcia nell’altra, a indicarne la profonda conoscenza e saggezza ed il suo ruolo di guida nell’oscurità.

Conseguentemente alla sua associazione con Persefone, e alle sue origini come Heket, la dea levatrice egizia (di cui parleremo più avanti), ella è connessa con il concetto di morte e rigenerazione. E’ suo compito infatti accompagnare le anime nel regno dei morti, ma lei fa anche il percorso inverso, cioè conduce dalla morte alla vita e sin dalla nascita illumina la strada nell’oscurità, dunque rappresenta anche il coraggio di avventurarci dove non conosciamo la strada, il coraggio di andare oltre i nostri limiti.
Ecate, quindi, è il collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti, che unisce tenebre e luce. Il buio è anche ciò che per noi è ignoto, l’inconscio, quanto nella nostra vita è nascosto ma presente. Ecate è la torcia che fa luce in questo reame sconfinato che spesso neghiamo, o forse non riconosciamo, di avere. La sua funzione è di guida, illuminazione e libertà. In tel senso, è simile a Virgilio: accompagnatrice saggia, ella ha la funzione di indicare le vie dei regni inferi, di illuminarle, lasciando a chi viene da ella accompagnato il suo percorso.

Ecate è anche esperta nelle arti della divinazione. Ella dona agli umani i sogni e visioni che, se interpretati saggiamente, portano a grande chiarezza. Come abbiamo già accennato, era una delle dee legate agli oracoli delle Sibille.


La luna calante

luna neraEcate vista come rappresentante la fase calante della luna, ci reca l'immagine della donna nell'età che coincide con la menopausa e la post-menopausa. Un tempo che contiene in sé la fanciulla e la madre, ma che di esse non conserva  più gli obblighi, solo i doni. Contrariamente a quanto si pensa delle donne anziane, questa è una fase della vita in cui vi è saggezza, capacità introspettiva, ma anche indipendenza e potere sessuale e creativo.

L’anziana è l’agente del cambiamento e della trasformazione, poiché l’aver vissuto la pienezza della vita  le permette di abbandonarsi all’oscurità e alla trasformazione, accogliendo il mistero della morte.

E’ questa Ecate, o Baba Yaga, o la Nonna Donna Ragno o la Morrigan ed altre ancora, antiche dee
che rappresentano quella fase delle vita in cui è possibile, finalmente libere dai ritmi produttivi della giovinezza, sviluppare il lato magico, lasciando finalmente emergere la sciamana, la donna medicina o la guaritrice di campagna che è presente in ognuna di noi.



ecate blakeSLa Dea delle ombre
Per il mito, Ecate è parente ed antenata di Circe la quale, a sua volta, lo è di Medea: tre generazioni di maghe che rappresentano gli aspetti ambivalenti del femminino oscuro, dalla conoscenza del mistero della vita alla magia che manipola e costringe, animata dal desiderio di potere e di vendetta.
A conoscenza delle leggi del mondo delle ombre, Ecate, Circe e Medea incarnano anche l’archetipo della Prima Donna, della Grande Dea alla quale ci si rivolgeva con fiducia ma, più spesso, con spavento poiché Ella poteva donare o riprendere la vita.

Ad Ecate “dei tre volti”, dalla chioma serpentina, veniva attribuita di preferenza proprio quest’aura terrificante dagli Gnostici cristiani e dai neoplatonici che la collocavano nel terzo livello della gerarchia demoniaca femminile con ventisette demoni ai suoi ordini, come ventisette sono i giorni del mese lunare.


Dea dei crocevia, Dea “dai molti nomi”, era detentrice di tutti i segni magici.

Ecate triforme veniva onorata con un simulacro formato da tre maschere con riti mensili di purificazione detti “banchetti di Ecate” in cui si servivano simbolicamente carne di cane ed uova: proprio nelle uova, secondo la tradizione, passava ogni impurità che poteva essere eliminata nel ventre di Ecate, quale divinità delle potenze del sottosuolo.
Si narrava che la terribile Dea si aggirasse di notte con i suoi feroci cani portando i viandanti fuori strada dopo incontri impressionanti con demoni che abitavano il cosiddetto “recesso di Ecate”, una profonda concavità della Luna nella quale, secondo Plutarco, le anime pagavano il fio delle loro colpe prima di morire e diventare demoni che, però, non sempre agivano come spiriti maligni potendo anche diventare di valido aiuto per i viventi.
Per Plutarco, Ecate è la Regina dei Demoni e dei Fantasmi, che portava morte, distruzione e terrore.

Ma, come Dea della Notte, possedeva anche il dono della magia, della comprensione e dell’ispirazione inviando “visioni notturne”. Quale Regina degli Inferi, infatti, era la padrona di tutto ciò che vive nelle zone nascoste della psiche e dell’inconscio.
Ecate, che ai tempi di Omero aveva ancora il “diadema luminoso” e la “mente candida” prima di assumere un’aura tenebrosa, era ritenuta in origine, con le sue tre teste di cane, leone e cavallo, simbolo della primitiva tripartizione dell’anno in tre stagioni.


heketHeket, la levatrice, la Dea rana
Heqet o Heket, la Dea egizia levatrice è una delle origini di Ecate.
Heket, dea  levatrice tramite il suo totem, la rana, ed Ecate, guardiana del cancello tra la vita e la morte, parlano anche della nostra capacità di cambiare.  
Questa figura ci chiama a creare una vita radicalmente nuova a partire dal  corpo della vita precedente, si pone al punto di transizione fra uno stato  e un altro.
L’egiziana Heket, dea rana, si connette agli elementi primordiali della  vita umana: è anfibia, umida, vulnerabile. E’ una creatrice partogenetica, che sovrintende ai misteri ed ai riti relativi alla nascita, alla morte ed  alla rinascita. Dalle sue gambe aperte fluiscono perle di vita.  

L'archeologa Marija Gimbutas descrisse, nei suoi studi, le tracce  ed i manufatti che indicano una devozione alla dea rana durata circa 10.000  anni: “In lei si incarnavano i poteri della dea della morte e della  rigenerazione, essendo le sue funzioni sia di portare alla morte sia di  ristabilire la vita”.
Protettrice delle donne, e levatrice alla nascita di  tutte le cinque grandi divinità del pantheon di Osiride, Heket sta alla  soglia della trasformazione. I cicli di incarnazione e liberazione, la  processione delle nascite, delle morti e delle rinascite erano di sua competenza. In numerosi siti archeologici in Grecia, a Roma e nell'Egitto ellenizzato, sono state ritrovate lampade di terracotta dipinte con il  sigillo della rana, e portanti l’iscrizione ‘Io sono la resurrezione’.  
Amuleti a forma di rana venivano spesso posti sui cadaveri per trasferire  ad essi il potere della rinascita. Più tardi, le tombe dei cristiani copti  recarono l’incisione di una rana accanto a quella della croce. Connessioni linguistiche collegano Heket all’aspetto della saggezza di dio  (Chokmah) nell’albero cabalistico della vita. Gli gnostici in seguito  chiamarono questo aspetto ‘Sofia’ o ‘Hagia Sofia’ (hagia = santa, sacra).


ecateSEcate, l'antica Dea e il patriarcato
Prima dell'avvento di Zeus e degli Dei Olimpici, segno del prevalere della società patriarcale-guerriera sul matriarcato, Ecate era considerata una positiva divinità della rigenerazione ma nel tempo, purtroppo, il “comune sentire” ha preferito evidenziare la sua capacità distruttrice piuttosto che la sua forza creatrice.
Ecate era rappresentata allora perlopiù giovane e bella, al pari delle altre Dee.

La triplice Dea dal potere supremo è stata poco a poco confinata nel regno delle ombre e della stregoneria, tramutata in vecchia e venerata quasi esclusivamente dalle temutissime “Streghe tessaliche”.

Per come già prima si è detto, a lei sola, oltre a Zeus, era riconosciuto il potere di concedere o vietare all’umanità l’appagamento dei desideri e di regolare, come Dea-Luna, le nascite di uomini, animali e piante. Un ruolo importantissimo, che però, con il passare del tempo, è stato ridimensionato: un potere così grande sulla Natura detenuto da una divinità femminile rischiava forse di fare troppa ombra ad un patriarcato ormai imperante sia nella società umana che, come riflesso, sull’Olimpo?

Tale processo storico, cominciato nell’antica Grecia, continuato a Roma e poi perfezionato con il Cristianesimo istituzionalizzato, ha voluto trasformare la primordiale Dea-donna in un’entità infernale. Ormai la Dea dall’aspetto più misterioso della Luna, quella velata che si cela per morire e poi rinascere alla luce, era diventata, nell’immaginario collettivo, la Regina delle Streghe, colei che preparava filtri letali in quel paiolo di rame che, in realtà, è la lontana memoria dell’arcaico recipiente materno della fecondità e della rinascita. La Luna Vegliarda, simboleggiata dalla saggia e potente Ecate, è stata tramutata in una vecchia strega vestita di nero, con un nero cappellaccio, emblema del suo aspetto notturno e tenebroso, ed a cavallo d’una scopa.

Scrive Maria di Rienzo: "A livello simbolico si può dire che la corrente del fiume la trascinò ancor  più lontana da ciò che era stata.  Dei tre regni, le fu lasciato il mondo sotterraneo, dove divenne l’oscura  e supremamente malevola signora della notte. Svilita e maledetta,  accompagnata solo da gufi e cani neri, ispiratrice di ogni malvagità e blasfemia. I funzionari dell’Inquisizione la menzionavano ai torturati come  appartenente alle legioni del Male

La storia di Ecate ci dice qualcosa sullo sviluppo della nostra storia collettiva come  esseri umani, qualcosa di amaro e di troppo frequente. Forse dovremmo  imparare di nuovo a conoscerla, questa iniziatrice e levatrice che si situa  agli incroci dell’anima.

Se tento di rappresentarla alla mia mente, vedo una donna che mi fa cenno  di andare verso di lei. Mi incita a mietere l’intero raccolto che posso  avere da me stessa, ad andare oltre ciò che percepisco come confine e che  in realtà è la parete di una gabbia che io stessa ho contribuito a  costruire.
Mi domanda di riconoscere il primordiale e l’evoluto, l’inizio e  la fine, la luce ed il buio, e di metterli in relazione. Mi chiede di  guarire, e di diventare intera. Mi pone di fronte alla mia umana ed innata  capacità di trasformazione. Mi ricorda che posso evocare i poteri della  creazione, che giacciono intatti in me, con la parola: hekau.
E’ tempo di salpare su un nuovo vascello, dice Ecate agli esseri umani.  E’ tempo di uscire dalla crisalide e di entrare in una nuova intimità, una  nuova vulnerabilità. Aprirsi, apprendere, andare. Metamorfosi. Non c’è d’aver paura: Ecate è una levatrice, e desidera solo aiutarci a nascere."(6)

Ecate, le streghe e la Befana
A proposito della scopa, ricordiamo che Ecate è la dea del pioppo nero e del salice: nel Nord Europa il legame del salice con le streghe è così stretto che la parola witch (“strega”) deriva dallo stesso nome che anticamente designava il salice, da cui deriva anche wicker (“vimine”), ed infatti tradizionalmente la scopa delle streghe inglesi è fatta ancor oggi con legacci di vimine in onore a Ecate.

La grande Madre Lunare mediterranea, che per i Celti era la Matres Trivia, è diventata dunque una temibile megera, la vecchia “Nonna del Diavolo”, quella stessa che nella tradizione popolare germanica d’origine celtica assume diversi nomi: la “Nonna”, cioè Grossmütter per contrazione verbale di Grosse Mütter (“Grande Madre”); o, nella Germania del Nord, la Frau Holde, una brutta strega cattiva che, nelle notti fra il Natale e l’Epifania, vaga con una frotta di demoni disturbatori; o, invece, nella Germania del Sud, Frau Bertha (da berth, “chiaro, lucente”), un’anziana donna portatrice di doni nella notte dell’Epifania. La Regina delle Streghe e la Ecate bonaria che, nella Teogonia di Esiodo, “…largo favore ed aiuto concede a chi essa vuole … nutrice di giovani a lei fedeli…”, si sono unite per creare, oltre che la Frau Bertha germanica, la popolare Befana, dispensatrice di regali per i bimbi buoni (i “giovani a lei fedeli”) volando su di una scopa nella notte dell’Epifania.


I Riti in onore di Ecate
Nell'antica Grecia, le feste più importanti in onore di Ecate si svolgevano il 13 agosto e il 30 novembre - nel tempo dell'estate e nel tempo dell'inverno che giunge - probabilmente nel cuore della notte, in genere presso uno di quei crocicchi da Lei presieduti. Si accendevano fuochi e si celebrava la Dea con un banchetto. Anche il 16 novembre era a lei dedicato: in quell'occasione si portavano offerte di cibo ai crocicchi.
Altri momenti sacri a Ecate erano le notti di luna nuova.


ecateoldUn rito per Ecate oggi: il tempo della Menopausa
Ecate ci accompagna in molti passaggi della vita, ma la sua valenza di guida nei regni oscuri e di levatrice
di una nuova nascita si presta in particolare per noi donne di oggi a diventare un riferimento nel tempo importantissimo della menopausa.

Al menarca la donna entra nel proprio potere,
con le mestruazioni pratica il proprio potere,
in menopausa diventa il proprio potere.


                      detto dei Nativi Americani

Il passaggio alla menopausa, come tutti i passaggi della vita, ci impegna in una rinascita che attraversa la morte e il lutto, portandoci nel suo viaggio in quella zona liminale dove Ecate regna e illumina: il tempo intermedio, ciò che non è più e non è ancora.

Potete scegliere se celebrare il rito in questo tempo di mezzo, quando abitiamo la zona della soglia, oppure a menopausa ormai giunta, a sancire un passaggio avvenuto e un nuovo tempo, una nuova vita iniziata.

Ad Ecate nel primo caso possiamo chiedere di essere guida per noi nella trasformazione, per giungere a condensare il nostro potere, per cristallizzare quanto abbiamo appreso, per essere consapevoli degli ultimi cicli, prendendo via via congedo dagli aspetti di noi che in essi vivevano. Possiamo chiederle di accompagnarci nella dimora della nostra profonda interiorità e guidarci verso quell'equilibrio nel nostro centro in cui poter trascorrere tempi sempre più lunghi.
In questo tempo in cui le fluttuazioni sembrano talvolta amplificarsi, possiamo chiedere ad Ecate di illuminarci le vie degli incroci di energie che ci attraversano, aiutandoci a leggere il nuovo e il vecchio che si incontrano in noi e a riconoscere gli aspetti del nostro potere che si muove. Potrebbe essere un rito personale, da ripetere ogni lunazione, in cui prevedere un tempo per ciò che stiamo lasciando, per il dolore che accompagna il lutto, e un tempo di meditazione, di centratura e ascolto interiore sotto l'egida di Ecate.

Nel secondo caso, con Ecate possiamo riconoscere il percorso fatto, onorare la saggezza acquisita, festeggiare il 'passaggio di grado', il nostro nuovo ruolo di riferimento, di fonte di saggezza per il mondo. E possiamo celebrare una nuova 'leggerezza' (avete notato come gli anziani si fanno sempre più leggeri, anche nel corpo?), una fase in cui alcune responsabilità scivolano via dalla nostra vita, il nostro impegno nel mondo forse può diminuire, lasciandoci infine tempo per dedicarci ai nostri autentici interessi. Per questo rito è adatto un momento di festa, magari un banchetto, circondate da amiche coetanee che possano condividerne il senso e, se lo desiderate, anche da donne di altre età, testimoni del vostro momento. Anche in questo caso, un momento per sancire ciò che non è più, è essenziale perché il passaggio sia completo. Potete scegliere la modalità che preferite per "seppellire" quanto non vi appartiene più.

In entrambi i casi, è un rito da preparare con calma e raccoglimento interiore, scegliendo luogo e tempi seguendo la vostra interiorità, senza chiedere consiglio esterno, semplicemente comunicando a chi vorrete con voi le vostre scelte quando sentirete che si sono stabilizzate. Questo è anche il motivo per cui le indicazioni su questi rituali sono volutamente aperte e non offriamo indicazioni pratiche e specifiche per i riti, come invece facciamo per altre Dee nel sito. La menopausa è più che mai per una donna il tempo della sacerdotessa, di colei che crea il rito.

Ed Ecate dea lunare ci ricorda anche che il tempo della menopausa non è un tempo letteralmente 'fermo e stabile'. Se la nostra oscillazione personale, il nostro ciclo mestruale è finito, ciò ci porta maggiormente in contatto con cicli più ampi, quello della luna, delle stagioni, del mondo e degli altri. Ci apriamo a un'appartenenza più vasta, possiamo diventare più sensibili al respiro della terra, alle fasi lunari, all'oceano di energia in cui tutta la vita, interconnessa, comunica. Non sarà un tempo privo di oscillazioni, certo che no. La vita è ciclo, oscillazione, per sua natura.
E per qualcuna sarà un tempo di ritiro, di distacco dal mondo, di spazio dedicato allo spirito, per qualcun'altra al contario un tempo di impegno attivo per il mondo, di azione per quelle cause che appartengono all'umanità intera, o per la trasmissione della conoscenza.
Solo sarà diverso il modo con cui vivremo tutto ciò, se sapremo essere le regine del mondo spirituale, dimoranti nel centro della nostra interiorità, se sapremo cogliere i doni che il nuovo tempo ci offre.

ESTIA - VESTA


Estia: La dea del focolare e del tempio

Estia era la dea del focolare, o più precisamente, del fuoco che arde su un focolare rotondo. È la meno nota fra le divinità dell'Olimpo: insieme all' equivalente divinità romana, Vesta, fu raramente rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, ma la sua presenza si avvertiva nella fiamma viva, posta al centro della casa, del tempio e della città. Il simbolo di Estia era un cerchio. I suoi primi focolari erano rotondi e così i suoi templi. Né abitazione né tempio erano consacrati fino a che non vi aveva fatto ingresso Estia, che, con la sua presenza, rendeva sacro ogni edificio. Era una presenza avvertita a livello spirituale come fuoco sacro che forniva illuminazione, tepore e calore.


Genealogia e mitologia

Estia era la primogenita di Rea e di Crono, e quindi sorella maggiore degli dèi delI’Olimpo della prima generazione e zia nubile di quelli della seconda.
Per diritto di nascita era una delle dodici maggiori divinità dell'Olimpo, dove tuttavia non abitava, cosicché non protestò quando Dioniso crebbe d'importanza e la sostituì nella cerchia dei dodici.
Poiché non si coinvolse nelle storie di guerra che hanno tanta parte nella mitologia greca, è la meno conosciuta fra le divinità greche più importanti.
Era tuttavia tenuta in grande onore e a Lei venivano destinate le offerte migliori che i mortali presentavano agli dèi.
La breve mitologia di Estia è riferita in tre inni omerici. Viene descritta come 'la venerabile vergine Estia', una delle tre dee che Afrodite non riesce a sottomettere, a persuadere, a sedurre o anche soltanto a 'risvegliare a un piacevole desiderio'.
Infatti Afrodite fece sì che Poseidone e Apollo si innamorassero di Estia, ma lei aveva fatto giuramento di restare vergine e così li respinse entrambi.

    
Immagini di Estia su vasi e sul fregio del Partenone


Rituali e culto

A differenza delle altre divinità, Estia non era nota per i miti e le rappresentazioni che la riguardavano: la sua importanza stava nei rituali simbolizzati dal fuoco.
Perché una casa diventasse un focolare, era necessaria la sua presenza. Quando una coppia si sposava, la madre della sposa accendeva una torcia sul proprio focolare domestico e la portava agli sposi, nella nuova casa, perché accendessero il loro primo focolare. Questo atto consacrava la nuova dimora.
Dopo la nascita di un figlio, aveva luogo un secondo rituale estiano. Quando il neonato aveva cinque giorni, veniva fatto girare intorno al focolare, come simbolo della sua ammissione nella famiglia.
Allo stesso modo, ogni città-stato greca, nell' edificio principale, aveva un focolare comune dove ardeva un fuoco sacro. E in Ogni nuova comunità che veniva fondata si portava il fuoco sacro dalla città di origine per accenderlo nella nuova.
Così, ogni volta che una coppia o una comunità si accingevano a fondare una nuova sede, Estia li seguiva come fuoco sacro, collegando la vecchia residenza con la nuova, forse come simbolo di continuità e di interdipendenza, di coscienza condivisa e d'identità comune.

      
Varie rappresentazioni di Vesta in ambito romano

Più tardi, nell’antica Roma, Estia fu venerata come la dea Vesta.
Qui il suo fuoco sacro univa tutti i cittadini in un'unica famiglia. Veniva custodito dalle Vestali, che dovevano incarnare la verginità e l’anonimato della Dea. In un certo senso, ne erano la rappresentazione umana, sue immagini viventi, al di là di ogni raffigurazione
scolpita o pittorica.
Le fanciulle scelte come vestali venivano portate al tempio in età molto giovane, per lo più quando non avevano ancora sei anni. Tutte vestite allo stesso modo, con i capelli rasati come neo iniziate, qualunque cosa le rendesse distinguibili e riconoscibili veniva eliminata. Vivevano isolate dagli altri, erano onorate e tenute a vivere come Estia: se venivano meno alla verginità le conseguenze erano atroci. I rapporti sessuali della vestale con un uomo profanavano la dea, e come punizione la vestale veniva sepolta
viva in una piccola stanza sotterranea, priva di aria, con una lucerna, olio, cibo e un posto per dormire. La terra soprastante veniva poi livellata come se sotto non ci fosse niente. In tal modo la vita della vestale (personificazione della fiamma sacra di Estia) che cessava di impersonare la dea veniva spenta, gettandovi sopra la terra, come si fa per spegnere la brace ancora ardente nel focolare.


Estia- Vesta ed Ermes-Mercurio

Estia compariva spesso insieme a Ermes, messaggero degli dèi, noto ai romani come Mercurio.
La prima sua effigie fu una pietra a forma di colonna, chiamata erma. Nelle case, il focolare rotondo di Estia era posto all'interno, mentre il pilastro fallico di Ermes si trovava sulla soglia. Il fuoco di Estia provvedeva calore e santificava la dimora, mentre Ermes rimaneva sulla soglia a portare fortuna e a tenere lontano il male. Anche nei templi queste due divinità erano legate l'una all'altra.
Così, nelle dimore e nei tempIi, Estia ed Ermes erano insieme ma separati. Ciascuno dei due svolgeva una funzione distinta e preziosa.
Estia provvedeva il luogo sacro dove la famiglia si riuniva insieme: il luogo dove fare ritorno a casa.
Ermes dava protezione sulla soglia della porta ed era guida e compagno nel mondo, dove la comunicazione, la capacità di orientarsi, l'intelligenza e la buona fortuna sono tutti elementi assai importanti.


L'archetipo Estia
Estia era la maggiore delle tre dee vergini. A differenza delle altre due, non si avventurò nel mondo a esplorare luoghi selvaggi come Artemide, o a fondare città come Atena. Rimase nella casa o nel tempio, racchiusa all'interno del focolare.
A uno sguardo superficiale, l'anonima Estia sembra avere poco in comune con un'Artemide dalla vivace intraprendenza o con un'intelligente Atena dall'armatura dorata. Eppure, qualità fondamentali e impalpabili accomunavano le tre dee vergini, per quanto fossero diverse le loro sfere di interesse o le loro modalità d'azione. Tutte e tre erano “complete” in , se stesse', qualità che caratterizza la dea vergine. Nessuna di Ioro fu vittima di divinità maschili o di mortali. Ciascuna aveva la capacità di concentrarsi su quanto la interessava, senza lasciarsi distrarre dal bisogno altrui o dal proprio bisogno degli altri.


Estia è l'archetipo della concentrazione sul mondo interno. È il 'punto fermo' che dà senso all' attività, il punto di riferimento che consente a una donna di rimanere ben salda in mezzo al caos del mondo esterno, al disordine o alla consueta agitazione della vita quotidiana. Quando Estia è presente nella personalità di una donna, la sua vita acquista un senso.
Il focolare di Estia, di forma circolare, con il fuoco sacro al centro, ha là stessa forma del mandala, un'immagine usata nella meditazione come simbolo di completezza e di totalità. A proposito del simbolismo dei mandala, Jung ha scritto: “Il loro motivo di base è l'idea di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all'interno dell' anima al quale tutto sia correIato, dal quale tutto sia ordinato e il quale sia al tempo stesso fonte di energia. L'energia del punto centrale si manifesta in una coazione pressoché irresistibile, in un impulso a divenire ciò che si è; così come ogni organismo è costretto, quali che siano le circostanze, ad assumere la forma caratteristica della propria natura. Questo centro non è sentito né pensato come lo, ma, se così
si può dire, come Sé”.
Il Sé è ciò che sperimentiamo internamente quando sentiamo un rapporto di unità che ci collega all' essenza di tutto ciò che è fuori di noi. A questo livello spirituale, 'unione' e 'distacco' sono paradossalmente la stessa cosa.
Quando ci sentiamo in contatto con una fonte interna di amore e di luce (metaforicamente, scaldate e illuminate da un fuoco spirituale), questo 'fuoco' scalda coloro che amiamo e con cui condividiamo il focolare e ci tiene in contatto con chi è lontano.
Il sacro fuoco di Estia ardeva sul focolare domestico e nei templi. La dea e il fuoco erano una sola cosa e univano le famiglie l'una all' altra, le città-stato alle colonie. Estia era l'anello di congiunzione spirituale fra tutti loro. Quando questo archetipo permette la concentrazione sulla spiritualità, l'unione con gli altri è un' espressione del Sé.

Una coscienza focalizzata sul proprio mondo interno


L'archetipo Estia ha in comune con le altre due dee vergini una messa 'a fuoco' della coscienza (è la dea del 'focolare'). Tuttavia, l'orientamento di questa messa a fuoco è diverso. Artemide o Atena, che sono orientate verso il mondo esterno, si concentrano sul conseguimento di mete o sulla realizzazione di progetti.
Estia invece si concentra sull'esperienza soggettiva interna: quando medita, ad esempio, è completamente concentrata.
La percezione di Estia avviene attraverso lo sguardo interiore e l'intuizione di ciò che sta accadendo. La modalità estiana ci permette di stabilire un contatto con quelli che sono i nostri valori, mettendo a fuoco ciò che è significativo a livello personale. Grazie a questa polarizzazione interna noi possiamo percepire l'essenza di una situazione, intuire il carattere degli altri e comprenderne il modello di comportamento o il significato delle azioni. Questa prospettiva interiore dà chiarezza, in mezzo alla miriade di particolari confusi che si presentano ai nostri sensi.
L'introversa Estia, quando si occupa di ciò che la interessa può anche diventare emotivamente distaccata e percettivamente disattenta a quanto la circonda. In aggiunta alla tendenza a ritirarsi dalla compagnia degli altri, il suo essere 'una in sè stessa' è una qualità che ricerca la tranquillità silenziosa, che si ritrova più di tutto nella solitudine.

La custode del focolare
Estia, in quanto dea del focolare, è l'archetipo attivo nelle donne che considerano le occupazioni domestiche un' attività significativa e non semplicemente 'le faccende di casa'. Con Estia, la cura del focolare diventa un mezzo attraverso il quale la donna, insieme alla casa, mette ordine nel proprio sé.
La donna che è in contatto con questo aspetto archetipico, nello svolgere le mansioni quotidiane sente nascersi dentro un senso di armonia interiore.
Attendere alle cure domestiche è un' attività che induce alla concentrazione e che equivale alla meditazione. Se dovesse parlare del proprio mondo interno, la donna Estia potrebbe scrivere un libro intitolato Lo Zen e l'arte della cura della casa. Si dedica alle faccende domestiche perché la interessano di per sé e perché le piace. Trae una pace profonda da quello che fa, come accade a ogni donna che vive in una comunità religiosa, per la quale ogni attività viene compiuta 'al servizio di Dio'.
Quando Estia è presente, la donna si dedica ai lavori della casa con la sensazione di avere davanti a sé tutto il tempo possibile. Non tiene d'occhio l'orologio, perché non si muove sulla base di un orario e non 'inganna il tempo'. Si trova quindi in quello che i greci chiamavano kairos, tempo propizio: 'sta partecipando àl tempo', e ciò la nutre psicologicamente (come succede in quasi tutte le esperienze dove perdiamo il senso del tempo). Mentre smista e ripiega la biancheria, rigoverna i piatti e mette in ordine, non ha fretta, ed è pacificamente concentrata in ogni cosa che fa.
Le custodi del focolare rimangono sullo sfondo mantenendo l'anonimato: spesso la loro presenza è data per scontata e non sono personalità che fanno notizia o diventano famose.

La custode del tempio

     
Templi di Vesta a Roma e Vestali con il fuoco sacro.


L'archetipo Estia fiorisce nelle comunità religiose, specialmente là dove si coltiva il silenzio.
Gli ordini contemplativi cattolici e le religioni orientali la cui pratica spirituale si basa sulla meditazione forniscono un buon ambiente per le donne Estia.
Le vestali e le suore hanno in comune questo modello archetipico. Le giovani donne che entrano in convento rinunciano alla precedente identità. Il loro primo nome viene cambiato e il cognome non viene più usato. Vestono tutte allo stesso modo, si sforzano di praticare l'altruismo, vivono una vita di castità e dedicano quella vita al servizio religioso. Poiché le religioni orientali attirano molti occidentali, tanto negli ashram quanto nei monasteri è possibile trovare donne che impersonano Estia. Entrambe le discipline mettono in primo piano la preghiera o la meditazione. Subito dopo segue la cura della comunità (o governo della casa), che viene svolta nel convincimento che sia anch'essa una forma di adorazione.
La maggior parte delle donne Estia che vivono in un tempio sono anche creature anonime che partecipano in modo discreto ai riti quotidiani della spiritualità e alle cure domestiche della comunità religiosa.
Donne famose che appartengono a queste comunità combinano l'aspetto Estia con altri archetipi forti: santa Teresa di Avila, famosa per i suoi scritti mistici, combinava Estia con un aspetto Afrodite; Madre Teresa di Calcutta, Premio Nobel per la Pace, sembra una combinazione di Estia e della materna Demetra.
Le superiore di conventi che si rivelano abili amministratrici e sono mosse dalla spiritualità, accanto a Estia, hanno forti tratti Atena.
Gli aspetti di Estia, dea del tempio e del focolare, si riunificano tutti quando a casa vengono osservati rituali religiosi. Si può intravedere Estia, ad esempio, guardando una donna ebrea preparare la cena pasquale. Mentre apparecchia la tavola è assorta in un compito sacro, una cerimonia assolutamente rituale, significativa quanto il silenzioso dialogo fra il chierichetto e il prete, durante la messa cattolica.


La vecchia saggia e zia nubile
Come sorella maggiore della prima generazione degli dèi dell'Olimpo e zia nubile della seconda generazione, Estia aveva la posizione di un' anziana onorata.
Si teneva al di sopra o al di fuori degli intrighi e delle rivalità della sua divina parentela ed evitava di farsi coinvolgere dalle passioni del momento. Quando nella donna è presente questo arche tipo , gli eventi non hanno su di lei lo stesso impatto che sugli altri.
Quando Estia è la dea presente, la donna non è 'attaccata' alla gente, agli esiti, al possesso, al prestigio o al potere. Si sente completa così com'è. Poiché la sua identità non è importante, non è legata alle circostanze esterne, e quindi niente che possa accadere la esalta o la sconvolge.
Possiede la libertà interiore dal desiderio concreto, la libertà dall' azione e dalla sofferenza, libertà dalla necessità interna ed esterna e tuttavia è circondata da una grazia di senso, una bianca luce immobile eppure mobilissima.
Il distacco di Estia dà a questo archetipo la qualità della 'donna saggia'. È come una donna anziana che abbia visto tutto e ne sia venuta fuori con lo spirito non offuscato e il carattere temprato dall' esperienza.
La dea Estia era onorata nei templi di tutti gli altri dèi. Quando Estia condivide il 'tempio' (o la personalità) con altre divinità archetipiche, dà a obiettivi e propositi la sua dimensione di saggezza.
In questo senso, la donna Era che reagisce con dolore alla scoperta dell'infedeltà del compagno, se possiede anche l'archetipo Estia, non sarà vulnerabile come è caratteristico di quella dea. Gli eccessi di tutti gli altri archetipi vengono mitigati dal saggio consiglio di Estia, una presenza forte, portatrice di una verità, di una visione spirituale profonda.

Estia ed Ermes: dualità archetipica
Il pilastro e l'anello circolare sono diventati rispettivamente il simbolo del principio maschile e di quello femminile. Nell'antica Grecia il pilastro era l'erma che si ergeva fuori della porta di casa e rappresentava Ermes, mentre il focolare à!l'interno simbolizzava Estia.
In India e in altri paesi dell'oriente pilastro e cerchio sono 'accoppiati'. Il lingam fallico rivolto verso l'alto penetra la yoni o anello, che si trova sopra di lui, come nel gioco del lancio dei cerchi. Qui, pilastro e anello si fondono, mentre greci e romani mantennero collegati, ma separati, questi due simboli che rappresentavano Ermes e Estia.
A sottolineare ulteriormente questa separazione, Estia è una dea vergine, che non verrà mai penetrata, è la più anziana degli dèi dell'Olimpo ed è anche la zia nubile di Ermes, che veniva considerato il più giovane tra loro: un'unione estremamente improbabile.
Dal tempo dei greci in poi, le culture occidentali hanno messo l'accento sulla dualità, su una separazione o differenziazione fra maschile e femminile, mente e corpo, logos ed eros, attivo e ricettivo, che divennero tutti, rispettivamente, và!ori superiori e inferiori.
Quando Estia ed Ermes venivano entrambi onorati presso il focolare domestico e nei templi, i valori femminili estiani erano, semmai, i più importanti: alla dea andavano infatti i più alti onori. A quei tempi la dualità era complementare. Ma da allora, Estia ha perso valore ed è stata dimenticata. I suoi fuochi sacri non vengono più custoditi e ciò che rappresentava non è più onorato. Quando i valori femminili legati al suo archetipo vengono dimenticati e disonorati, l'importanza del santuario interno - il viaggio interiore per trovare senso e pace - e della famiglia come santuario e sorgente di calore, diminuisce o va perduta. Scompare anche il senso di sottostante legame con gli altri, così come, negli abitanti di una città, di un paese o della terra, il bisogno di sentirsi uniti da un vincolo spirituale comune.

Estia ed Ermes: unione mistica
A livello mistico, glin archetipi di Estia ed Ermes sono uniti attraverso l'immagine del fuoco sacro posto al centro. Ermes-Mercurio era lo spirito alchemico che veniva immaginato come l'elemento fuoco, un fuoco considerato fonte di conoscenza mistica e simbolicamente collocato al centro della terra.
Estia ed Ermes rappresentano le idee archetipiche dello spirito e dell' anima.
Ermes è lo spirito che accende l'anima. In questo senso, è come il vento che soffia sulla brace sotto cui cova il fuoco, al centro del focolare, e che fa alzare la fiamma.
Allo stesso modo, le idee possono infiammare sentimenti profondi e le parole possono dare espressione a ciò che fino allora era rimasto inesprimibile e illuminare ciò che era stato percepito in modo oscuro.

Tratto da: J: Shinoda Boolen, Le Dee dentro la Donna, Astrolabio

 

 

Gaia
La Creazione Divina
di Kris Waldherr




Immagine di Pamela Matthews

Si può avere la certezza di affermare che qualcosa è esistito prima di Gaia, la Terra?
Difficile immaginarlo, in quanto la nostra mente e i nostri sensi si intrecciano in modo irrevocabile con tutte le esperienze di vita che accumuliamo su questo pianeta. La bellezza di questo emisfero verde e azzurro, popolato da innumerevoli specie di animali, piante e altre forme di vita presenta una magnificienza tale da garantirgli rispetto e protezione.

Il mito
Gaia è il nome della Dea attraverso cui gli antichi Greci onoravano la Terra.
In base a questa credenza, Gaia, fecondo ventre cosinico scaturito dal primordiale spazio interstellare noto con l’appellativo di Caos, sarebbe esistita prima di qualsiasi altra forma di vita. Gaia ha generato il cielo, da lei battezzato Urano, affinché le tenesse compagnia e facesse l’amore con lei.

Il cielo che si protendeva al di sopra della Terra ha creato molti figli nle grande ventre di Gaia, ma Urano, temendo che la loro forza potesse essere superiore a a sua, ha proibito a Gaia di partorirli.
Nondimeno, a Cronos, il Tempo, il più forte dei suoi figli, Gaia donò una falce fatta con un materiale duro come l'acciaio e simile al diamante: con essa Cronos avrebbe reciso i genitali di Urano ponendosi all'entrata del ventre materno.
Ciò ha permesso a Gaia di creare tutti gli dèi e tutte le dee dell'antica Grecia.

Presso il celeberrimo tempio innalzato a Delfi in suo onore, si recavano le sacerdotesse che gettavano manciate di erbe sacre all'interno di un calderone, ricorrendo al fragrante fumo che ne scaturiva per invocare l'eterna saggezza di Gaia.

Rito per Gaia:
La meditazione guidata costituisce forse il rito più semplice che si possa effettuare.
Tutto ciò che vì occorre è la ricettività che vi permetta di scavare una nicchia silenziosa all'interno di voi stesse assieme alla volontà che si manifesti quanto è parte del mistero. L'uso della parola meditazione evoca spesso sofisticate tecniche di respirazione e interminabilí momenti trascorsi rimanendo seduti in scomode posizioni. Per fortuna, non deve necessariamente essere così; sovente basta chiudere gli occhi e acquietare i pensieri fino a sentire il centro del proprio essere, quell'aspetto di sé che è costante e perfetto.
La meditazione guidata è una modalità che permette di strutturare un'esperienza nell'ambito di questo spazio.

Sedetevi su un comodo giaciglio in una stanza silenziosa, dove avete la certezza di non essere disturbate.
Non sarebbe male se la stanza fosse illuminata da luci soffuse, meglio ancora se queste luci provengono dalle candele; la luce della candela delinea in maniera ottimale il passaggio dalla quotidianità a un'esistenza più primordiale, laddove l'illuminazione era assicurata dal fuoco anziché dall'elettricità.
All'interno di questa nicchia, permettetevi di dimenticare tutti i crucci e le preoccupazioni che hanno scandito la vostra giornata. Attraverso questo gesto che consiste nel distaccarsi dalla vostra consueta esistenza, avete fatto sì che il vostro spazio divenga sacro, «separato da» ogni altra cosa.

Dopo esservì accomodate all'interno della vostra sacra nicchia, date un'occhiata a ciò che vi circonda. Che cosa vedete? Potete per esempio affacciarvi alla finestra e annotare l'ora del giorno o della notte, il punto in cui si trova il sole o la luna, il periodo dell'anno, le condizioni atmosferiche. Ora chiudete gli occhi e ponetevi all'ascolto di ciò che udite. A seconda del luogo in cui abitate, potreste udire il cinguettio dì un uccellino o le voci di un gruppo di bambinì che iìocano. Se vivete in una grande città, potrete udire dei rumori di clacson o l'urlo dell'antifurto di un'automobile in sosta. A prescindere da tutto ciò, lasciate che tutti i suoni che udite comincino a sfumare non appena notate il suono del vostro respiro.

Infine, soffermatevi sulle vostre sensazioni. Il punto in cui siete sedute è rigido oppure morbido? Che tipo di sensazione vi dà il contatto della pelle con la stoffa dei vostri indumenti o con il rivestimento della sedia, della poltrona o del divano? Lasciate che anche tutte queste sensazìoni si dissolvano, a mano a mano che vi addentrate nell'essenza più profonda di voi stesse.

Ripercorrete la vicenda di Gaia. Provate a pensare alla portata di un'esperienza quale la creazione dell'universo generato dal suo ventre divino. Proprio come Gaia, la maggior pane di noi ha la capacità di creare la vita all'interno di sé.
Cercate di ricordare la prima volta che siete divenute consapevoli delle stagioni dell'anno, tutto ciò che Gaia ha creato: ricordate la vostra prima nevìcata o quella torrida notte d'estate in cui perfino la vostra pelle risultava troppo incandescente? Quando vi siete accorte per la prima volta che la vita era scissa in due parti, l'una governata dal sole e l'altra governata dalla luna e dalle stelle?
Mentre riflettete su tutto questo, considerate i cicli della nostra Terra, gli altri pianeti, il Sole e il Cosmo, e sappiate che onorandoli con la vostra attenzione, voi non sarete meno creatrici di Gaia.

Quando siete pronte, aprite gli occhi.


DEMONI E DEE FURIOSE NEL MONDO GRECO:  ARPIE, CHERE, ERINNI E GORGONI
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L'orrendo Destino: Arpie e Chere
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Arpie e Chere sono anch’esse eredi della Dea della Morte neolitica, spesso raffigurata come Dea-uccello. 

Le Arpie erano rapitrici di anime, la cui immagine veniva talvolta posta sulle tombe, raffigurate nel trasportare l’anima del morto tra gli artigli. Originariamente erano una coppia(1), ma se ne inserisce poi anche una terza (Celeno, la oscura): Aello o Nicotoe, la burrasca, e Ocipete, vola svelta.
Avevano corpo di uccello con la testa di donna, artigli aguzzi e ali piumate.

Le Chere somigliano per molti versi alle Arpie. Esse compaiono spesso nell’Iliade, come rappresentanti del destino, che al momento della morte porta via dal mondo dei vivi l’eroe. Anche le Chere erano demoni alati, con unghie lunghe ed aguzze e grandi denti bianchi con i quali azzannavano i cadaveri e bevevano il sangue dei feriti; portavano  un mantello chiazzato di sangue umano.

Arpie e Chere abitavano quella sfera intermedia fra gli dei e gli uomini propria appunto dei demoni. Il loro potere non è sotto il controllo degli Dei, ma non ricevono alcun genere di culto; il rapporto con loro è soprattutto di timore.

La Vendetta: le Erinni

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Aletto (l’«incessante»), Megèra (l’«invidiosa»), Tisifone (la «vendicatrice dell’omicidio»)(2), le Erinni – il cui corrispondente latino sono le Furie – hanno sguardo terribile con occhi stillanti sangue; serpenti nelle mani e nei capelli; portano torce e sferze, talvolta sono raffigurate alate.
Le Erinni sono le  figure ‘furiose’ che manifestano il tema della vendetta e la loro vicenda appare legata in modo esemplare alle trasformazioni di cui ho parlato nella parte seconda.
Esse infatti erano, come ampiamente mostrato da Bachofen nella sua analisi dell’Orestea(3), incarnazioni dell’antica civiltà della Dea, personificazione del rimorso in chi aveva violato i tabù, originariamente intesi come insulti, disobbedienze e violenze nei confronti della madre. Custo­di del diritto femminile, erano le Erinni a punire i colpevoli di violenza contro la propria madre. Chi versasse sangue materno offendeva la terra stessa, e dunque la Dea come Grande Madre.
Nel corso dell’Orestea, e nelle Eumenidi in particolare, le Erinni vengono battute quando giunge il momento decisivo del processo di Oreste, reo dell’ucci­sione della madre. Il tribunale lo assolve, con il voto decisivo di Atena, Dea che si allea con i nuovi Dei.
L’Erinni, in primo luogo furiosa per una giusta ragione, protettrice dell’antica legge che dirige la sua furia con precisione sul responsabile della violazione, a quel punto perde l’oggetto specifico della sua furia, e manifesta tutta la sua rabbia, ora più vasta, minacciando:

Ohi, nuovi dei,
voi calpestate  le antiche norme
e mi strappate di mano la preda
Ma io, umiliata, malconcia, con grave rancore,
ahimé su questo paese
a vendetta del mio cruccio spremerò
veleno, veleno dal cuore,
gocce che isteriliranno tutta la contrada…

Ahimé, subire quest’affronto!
Abitare questa terra, io dea d’antico senno!
Ahimé, macchia vergognosa!
Furore solo io respiro,
solo livore sempre(4)
.

Si delinea qui una caratteristica a mio parere essenziale della figura della Dea furiosa, che L’Erinni pare esprimere in pieno: la sua furia travalica e rischia di superare il limite, per via dell’affronto subito, rischia di riversarsi ora su chiunque, senza distinzione fra ‘colpevoli’ e ‘non colpevoli’ ‘nemici’ e ‘amici’. L’Erinni, rappresentante della legge, si affaccia al confine dove l’ira perde il suo oggetto, il suo diritto e il suo discrimine.
Come è noto, il il rischio di tale trasformazione viene evitato grazie ad un nuovo intervento di Atena, che assicura alle Erinni un culto e le offerte dei fedeli: esse resteranno forze ctonie (come vuole la radice di era, terra), ma benigne e si tramuteranno quindi nelle benevole Eumenidi.

‘Erinni’ si declina anche nel mondo mitologico greco come aggettivo. Abbiamo ad esempio una Demetra Erinni, Demetra nel suo momento di ira, in cui per vendetta e dolore rifiuta di far germogliare i semi, crescere le messi e dare i frutti della terra. E abbiamo una Clitemnestra che si manifesta come serpente, demone e mostro nel momento in cui aizza le Erinni.
Donna o Dea, il femminile che esige giustizia è ‘Erinni’.

 

LE GORGONI
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Le Gorgoni greche appartengono al mondo antico della Dea uccello, già raffigurata nel paleolitico e nel primo neolitico con funzioni di donatrice di vita(5). Dell’antica Dea hanno molte delle caratteristiche legate al mondo animale: l’associazione con la figura dell’avvoltoio o dell’ape, di cui le Gorgoni mostra­no le ali, o la parentela con  i serpenti di cui sono fatti i loro capelli, o ancora la vicinanza alla figura del cinghiale, dalle cui zanne è caratterizzato la loro bocca spalancata.

Proprio la bocca aperta, con la lingua che sporge fra le zanne, è una caratteristica importante delle Gorgoni che appare in buona parte delle Dee furiose, fra cui l’indiana Kali.
I denti a zanna, simbolo di ad-gressività, di capacità di azione, incorporazione, difesa, erano un tempo appartenenti alla Grande Dea nella sua raffigurazione come cinghialessa, che attraversa molta parte del mondo antico(6).

Le Gorgoni - Steno, Euriale e Medusa - sono alate, anguicrinite, cinte da ser­penti, hanno denti da cinghiale, talvolta la barba,  lingua sporgente. Strangola­no gli animali, hanno gambe divaricate e posizioni simili alle Dee che mostra­no la vulva, anche se la vulva non si mostra.
Tutti i simboli positivi di vita e rigenerazione (gli occhi rotondi, le ali, I serpenti, la bocca spalancata, le zanne della cinghialessa) dell’antica Dea sono nelle figure delle Gorgoni ribaltati e letti come simboli di morte e distruzione.
 
La bocca spalancata – vulva aperta che dona la vita diviene la bocca dentata delle Gorgoni e la vagina dentata delle mitologie nordamericane.
Lo sguardo pietrificante di Medusa, la più nota delle Gorgoni greche, appartiene al mondo della Dea oscura e distruttrice, simile alle Dee rigide della morte, ella trasmette con la sua rigidità la morte a chi osi alzare lo sguardo su di lei.

Con ogni probabilità le figure delle Gorgoni come divinità autonome derivano dalle maschere di tipo ‘Gorgone’, diffuse già nel primo neolitico, come ha mostrato la Gimbutas portandone un esempio dalla cultura Sekslo, risalente al 6.000 a.C. (7). Tali maschere avevano un ruolo nei riti funerari e si suppone anche nei riti legati ai misteri del sangue femminile, in cui le sacerdotesse della Dea indossavano le maschere della Gorgone con funzione di allontanamento dei non iniziati ai misteri. La maggior parte delle raffigurazioni delle Gorgoni del periodo Greco sarà ancora di natura apotropaica.

Altra possibile origine per le Gorgoni è la Dea Serpente Libica, dea delle Amazzoni, di cui Atena sarebbe quindi l’evoluzione greca(8), ottenuta dal ‘divorzio’ delle caratteristiche guerriere della Dea da quelle ‘furiose’.

Nelle Gorgoni, forse proprio perché più ‘recenti’ di altre raffigurazioni, alcuni hanno sottolineato il prevalere una mescolanza di attributi maschili e femminili, come a vedere nella loro forza aggressiva  la componente maschile. 
Che un attributo sia maschile o meno è però in questo caso, come in altri riguardanti le dee furiose, in discussione. Mentre Neumann ad esempio ha sempre interpretato la lingua sporgente dalle bocche delle Dee oscure come simbolo fallico, altri, ad es. la Voss(9), ne hanno sottolineato la parentela con il flusso di sangue mestruale, che fuoriesce dalla bocca-vulva, origine nell’antica Dea di ogni potere di vita e di morte.

Di Medusa, l’unica mortale fra le Gorgoni, si dice che fosse prima una donna bellissima, figlia del mare, e che fu tramutata in demone orrendo dall’ira di Atena (anche Atena in molti miti potrebbe essere vista come una Dea furiosa, come già annunciava il suo urlo alla nascita), offesa perché ella aveva osato accoppiarsi con Poseidone in uno dei suoi templi. In seguito Atena farà del volto di Medusa la sua egida o – a seconda delle fonti - la copertura del suo scudo.

Perseo, colui che taglia la testa a Medusa, ha nome ‘Pterseus’, cioè ‘il distrut­tore’ e rappresenta  la natura distruttiva degli invasori elleni dell’inizio del se­condo millennio a.C.(10) E’ ancora Atena, la Dea patriarcale, ad aiutare Perseo nella sua impresa, a consigliargli il trucco dello specchio, a suggerirgli di non guardare direttamente in volto la Gorgone e la sua rabbia pietrificante.

Le Gorgoni – plurali come le Lilith – ci appaiono rappresentanti di una rabbia senza nome, probabilmente originariamente attiva, calda, come mostrano la posizione e i denti in vista, quindi passiva, la bocca aperta in un urlo muto, come nel caso di Medusa; un’ira fredda e indifferente al suo oggetto – quello che si presenta nel campo visivo. Anche qui, il contatto è perso, distruggere o meno non cambia. Esiliate e ‘minori’  rispetto ad altre figure, una di esse addirittura destinata alla morte, hanno perso l’antica connessione con la Dea e finiscono con l’appartenere all’affollato mondo dei mostri femminili – perché per i greci il mostro è principalente femminile - e si trovano ad essere perlopiù citate nei racconti rivolti ai bambini dalle nutrici e dalle balie per fare loro paura(11).

Una curiosità: il  rimedio omeopatico ‘medusa’ sembra essere particolarmente efficace contro le allergie, specie di tipo orticaria e psoriasi. All’intolleranza rabbiosa dell’allergia si pone omeopaticamente rimedio con la rappresentante marina della Gorgone(12). .

 

COME PLACARE L'IRA DELLA DEA?

Se le Dee furiose sono portatrici di un’energia aggressiva che fa paura, e se sono schegge, frammenti più o meno grandi dell’originaria Dea della Vita e della Morte, Creatrice e Distruttrice – troppo potere, si diceva – questa energia deve d’altro canto trovare nel mito una collocazione, un luogo, un rapporto, un limite. Il mito dopotutto è narrazione del cosmos, degli intrecci, dei rapporti.

La domanda quindi “come placare l'ira della Dea?” porta alla ricerca delle vie possibili per placare la sua furia incontenibile, le declinazioni dei modi di ‘maneggiare’ ciò che non si può maneggiare e dare ad esso un posto nel mondo ordinato.

Nella maggior parte dei miti concernenti le Dee furiose, è un’energia positiva maschile a riportare all’equilibrio la Dea.
Ma non è il maschile attivo a riuscire in questa impresa. Il più delle volte il principio maschile riesce grazie al suo evitare il piano dello scontro, sul quale la Dea è, per definizione, imbattibile; sceglie quindi per lo più di frasi specchio dell’altra polarità, l’aspetto mite della Dea, che Ella da sola aveva perso, dandoLe così la ‘misura’ – e quindi il limite – della sua collera ‘smisurata’.(1)

Perché caratteristica comune a queste dee, come abbiamo visto, è il fatto che la loro collera ha ‘passato il segno’ e perso la ‘misura’, tanto che esse non sono più consapevoli di quanto stanno mettendo in atto, non c’è più confine e, di conseguenza, neppure contatto.
Trovare il limite è ritrovare la misura. Trovando un limite, un confine, e vedre­mo come, la collera non è più ‘smisurata’ e smarrisce il suo connotato esclusivamente distruttivo. Trovando il confine, la Dea riconosce l’Altro; riappare il mondo, al confine si ristabilisce il contatto, spesso improvvisamente assai diverso, lontano dalla situazione in cui la Dea era entrata nella sua furia.

Di vitale importanza è quindi la possibilità di un limite, di un confine.
Se il limite non c’è, se la rabbia non incontra un ‘altro’ che opponga in qualche forma resistenza, una soluzione è la retroflessione, che permette di ‘tastare’ un limite. Così la retroflessione può trovarsi sia nel caso in cui ci si trovi di fronte ad un limite strettissimo, che non permette alcuna espressione della rabbia, sia nel caso opposto, in cui alla rabbia risponda solo il vuoto o la ‘distruzione’ del suo oggetto (la madre che ‘va in pezzi’ di fronte alla collera del bambino).

Ascoltando le Storie delle Dee troviamo spesso questa vicenda del limite: alcune soluzioni  permettono la trasformazione, l’integrazione, il superamento; altre volte, invece, si schiva, si imbroglia, o si obbliga la Dea alla morte(2).

Altrettanti interessanti possono essere le vie del culto della Dea, ove ne abbiamo notizia. In esse trapelano i modi per avvicinare - e onorare, cosa che in occidente non siamo molto abituati a fare - gli aspetti ‘furiosi’ del divino femminile e della vita.

rabbia

 

Lilith e lo scudo di simboli e parole sacre

E’ il rimedio dell’aglio, per intenderci… Al di là dello scherzo, nel percorso da Dea a demone, il volto oscuro ha perso potere al punto che ora esso è soggetto al bando magico. Nel quadro della lotta fra il bene e il male, ci sono parole e segni che tengono lontana l’energia distruttiva e proteggono case e per­sone. Se si segna la porta di casa con gli opportuni simboli, Lilith non potrà entrare, i suoi abitanti vivranno al sicuro e le donne partoriranno senza rischio figli sani. I segni portano con sé un concentrato di energia del bene e della luce e fungono da limite, da confine invalicabile.
Ancora oggi, in molti percorsi cosidetti ‘spirituali’ si consiglia a  chi ha problemi con l’ira – la propria o quella altrui – l’uso di mantra e simboli sacri come scudo per non farsi travolgere da tale energia.
Funziona? In parte, per quanto ho potuto constatare. Un confine, anche se di parole e non di sostanza è pur sempre meglio di nessun confine...

Sekhmet e gli psicofarmaci

Morale della favola nel mito di Sekhmet sembra essere che la via per placare la furia della Dea sia una sana sbronza. A uno stato alterato si reagisce alterando lo stato. Nel caso di Sekhmet, l’equazione è perfetta: le alterazioni si annullano a vicenda e la Dea si riprende e riappare come Hathor la dolce. Qualcosa come il tasto ‘reset’ sul pc.
Nella moderna psichiatria, sembra essersi applicato proprio questo principio, A partire dall’ottocentesco stile ‘botta in testa’ dell’elettroshock, per proseguire con la farmacologia, che ha molto lavorato per trovare la formula che meglio si avvicini al bilanciamento esatto.
E’ un imbroglio, noi lo sappiamo - la Sua sete era di sangue - ma da quando in qua gli Dei sono esenti dall’imbroglio?
Funziona, sembra, se si azzecca la formula.

Lilith e l’esilio

Nella vicenda di Lilith, è importante l’esilio, ove Ella stessa si reca. Da un lato  infatti la Dea è esiliata, di solito in luogo ostili alla vita, simili a lei, dall’altro lato riceve un regno in cui può essere regina, consorte del diavolo.  L’ebraismo, come il cristianesimo poi, non ha spazio per una funzione positiva del volto distruttivo della Dea. Il confine, qui, è confinamento, esilio.
Per molti versi analoghe sono le vicende di Medea fuori dalle leggi della civiltà nella versione di Euripide, o delle streghe che operano di nascosto, di notte, nei secoli oscuri. Portatrici di un culto non più possibile, si isolano. O come le amazzoni, che, secondo alcuni, tentarono di fronte alle invasioni patriarcali la via dell’esilio, in territori senza uomini. Autoesilio, cone nel caso di Lilith. Agli occhi degli altri, figure demoniache.

 

Kali e l’Uomo

Nella più parte dei racconti, è l’incontro con l’Altro (Shiva, il marito) che si ren­de visibile, a rappresentare per Kali il limite.
Kali, avanzando sul campo di battaglia, si trova a calpestare il corpo di Shiva e, improvvisamente, lo riconosce.  La forza del Suo legame con Lui, sia dal punto di vista individuale – la relazione fra il Dio e la Dea è la base ontologica su cui ogni cosa poggia, nell’induismo – sia dal punto di vista sociale – il Marito/Re nell’organizzazione patriarcale – riporta Kali alla realtà, le rende il confi­ne, il contatto, e di conseguenza il Suo volto benevolo, quello che esprime nella relazione con Shiva, appunto.
Riappare la Donna, la Giovane bellissima, la sposa del Dio.
Interessante e importante: Shiva non si impone. Il maschile è passivo, il femminile attivo. Non è la forza di Shiva il limite, ma la forza, come detto, della Sua relazione con lui.

 

Kali e la trasformazione dell’energia

Nella versione tantrica, Kali – la Dea suprema – avanzando sul campo di battaglia si trova sul corpo di Shiva che si è sdraiato fra i cadaveri e dà inizio al coito con Shiva. Quella che era rabbia, furia distruttiva incontrollata, passa per la forma primaria dell’energia e si trasforma in sesso, altrettanto sfrenato, ma costruttivo, e dà origine al mondo.
C'è da fare però attenzione al fatto che Kali non ha mai simboli di fertilità e fruttificazione nelle mani, per cui la generazione non è qui quella di Parvati Devi.
Vi è concomitanza, nel mito come nella realtà, dell’energia della rabbia e di quella sessuale e vi è quindi possibilità di trasformazione dell’una nell’altra.
Come succede che l’energia sessuale, per interposto introietto, si trasponga in energia rabbiosa, come ha esemplificato Berne nel gioco da lui chiamato “tempesta”, per lo stesso principio è possibile che l’energia rabbiosa si incanali nella sua forma primaria nell’amplesso.
Nel caso di Kali tantrica dopotutto è sempre la stessa energia quella di cui tratta il mito, e riconoscerlo, comprenderlo, praticare la via di tale trasformazione, è parte fondamentale del percorso dell’iniziato. E’ attraverso la via sessuale di incontro con la sacerdotessa-Dea, infatti, che il devoto può davvero incontrare Kali.
La contiguità di energia aggressiva e energia sessuale le definisce entrambe come energie positive, ‘buone’, vitali, in una visione del mondo in cui aggressività e libido sono forme diverse di una stessa energia divina.

 

Kali e il bambino interiore

Una storia ci racconta che Shiva si sdraia sul campo di battaglia nella sua for­ma di bambino. Kali riconosce il bambino, il latte inizia a scorrere dai suoi seni, sorride, riappare la Madre, la Dea della Vita.
Come nel caso di Shiva, è la relazione ad operare la trasformazione. Il latte scorre, nelle madri, anche al solo pensiero del bambino, nei primissimi mesi.
La distruttività si ferma davanti alla conservazione della specie.
Kali, nella sua essenza, è una con la Grande Madre, come era un tempo la Dea.
Ma ci può essere anche un altro significato: la possibilità di riconoscere la componente indifesa, il bambino interiore, l’altra polarità rispetto alla guerriera invincibile. Nell’incontro delle polarità interiori, la pacificazione.

 

Kali e l’accettazione del lato oscuro

Nel culto di Kali, la via della bhakti invita il devoto ad offrirsi alla Dea, disponibile al sacrificio, nella totale accettazione della sua potenza di morte.
Anche in questo caso la polarità è Dea della Vita, Dea della Morte, ed esse vengono comprese come una.
Nell’aspetto di Kali, il bhakta scorge la Madre, che distrugge per trasformare. Di fronte alla Sua incommensurabile potenza, ciascuno è come un bambino di fronte ad una Madre per ua natura incomprensibile. Come ogni madre terrena, la Dea appare anche nel suo volto pauroso. La via è fidarsi, affidarsi.

Nel tantrismo, d’altro canto, il principio è la capacità di riconoscere, attraverso Kali, il proprio lato oscuro. Ognuno di noi ha in sé Kali, e la via tantrica attraversa tutte le azioni impure, degradanti – quelle azioni che i bramhana vaishnava non farebbero mai. Porta a contatto con la morte, il sangue, la putrefazione. Invita a riconoscerle dentro di sé per poter stare davanti a Kali in piedi, a testa alta, sapendo di essere scintilla di quella stessa energia.

 

Ereshkigal: contenimento e compassione

Ereshkigal rappresenta un caso particolare e anomalo nel panorama delle storie delle dee oscure.
Innanzitutto perché, alla fine, si rivela non completamente ‘oscura’, pur re­stando quello che è, rimanendo fedele alla sua natura di regina del mondo infero.
Nella sua storia è centrale e il ruolo della compassione/contenimento.
Il dio Enki, come abbiamo detto, manda due piccole figure in aiuto di Inanna, simili a mosche, creaturine ermafrodite, un kurgarra e un galatur. Ad essi, egli dà istruzioni precise su come ‘trattare’ con Ereshkigal:

Quando Ereshkigal grida ‘Oh, oh, il mio interno!’
Gridate anche voi ‘Oh, oh, il tuo interno!’
Quando grida ‘Oh, oh, il mio esterno!’
Gridate anche voi ‘Oh, oh, il tuo esterno!’
La regina ne sarà contenta.

I due eseguono, e fanno eco a Ereshkigal nei suoi lamenti di dolore. E qualcosa accade:

Ereshkigal si fermò
Li guardò.
Chiese: chi siete voi
Che gemete, sospirate e vi lamentate con me?

Il rispecchiamento del Suo dolore permette a Ereshkigal di esser confermata, di sentire il suo ‘interno’ e il suo ‘esterno’ riecheggiati dall’ambiente. L’eco diventa il limite, il confine, in una modalità accogliente e confermante, che è quella che permetterà alla Dea sia di fermarsi e di guardare, che di mantenere la sua identità.

 

Kali dei villaggi: l’extra-ordine

Nei villaggi indiani, nelle campagne, l’adorazione della Dea come Kali una volta all’anno rappresenta il tempo (e il luogo) del selvaggio.
Il tempo e il luogo del pianto, del dolore, della possessione, della danza sfrenata, del sacrificio di sangue.
A Kali si offre un tempo limitato e ripetitivo – quell’una volta ogni anno -  e si delimita lo spazio interno al villaggio, entro il quale è regina la sola Devi. Le murti di  Kali vengono installate all’esterno. la Dea abita il selvaggio fuori. 
Anche in occidente fino a non molto tempo fa vi erano tempi e luoghi extra, come ad esempio il carnevale.
Nel culto di Kali, trova spazio l’espressione senza freni del dolore, specialmente da parte delle donne, e un tributo di sangue viene pagato con il sacrificio di un animale – precedentemente si trattava di sacrifici umani, poi banditi dagli inglesi. Limiti precisi aprono e chiudono il rito. All’interno, i confini si perdono, le energie erompono, ciò che deve essere compiuto si compie. L’azione che ha luogo nel rito, al di fuori dell’ordine, è esente da karma.
L’ordine e ciò che sta fuori si definiscono a vicenda. Entrambi appartengono alla Dea, che tutto include.

 

Kali: il senso dell’umorismo e la vergogna.

Fra le storie di Kali, una riporta come, incontrando Shiva sul campo di battaglia, Kali diede inizio ad una competizione di danza con lui. La sua furia venne incanalata in una gara a chi fosse riuscito a danzare in un modo che l’altro non fosse in grado di ripetere. Vinse Shiva allorché, alzando la gamba, mise in mostra le sue parti intime, cosa che Kali non riuscì  afre, preda di un im­provvisa vergogna. Ridendo, Kali ammise la sua sconfitta.
Al di là dell’evidente origine ‘recente’ del racconto, che presuppone una ver­gogna per il proprio sesso che naturalmente non appartiene alla Kali più anti­ca, nella storia giocano un ruolo interessante la vergogna e la risata.
La Valcarenghi(3), sulla scia di Konrad Lorenz, collega strettamente la perdita di ad-gressività femminile ad-gressività intesa positivamente come capacità sana  con la drammatica perdita del senso dell’umorismo. L’apparizione del riso, del senso dell’umorismo, determina quindi automaticamente la fuoriusci­ta da quello stato di eccesso di aggressività che non è altro che una compensazione di un deficit ad-gressivo. La vergogna segna dunque l’apparizione di un limite alla furia di Kali, uno sdoppiamento, una frattura che trova espressione nel suo ridere – e riconoscere a Shiva la vittoria in quella che è diventata una competizione semi-seria.
Ancora una volta l’Altro – Shiva – si presenta come il limite, portatore di una differenza – quella sessuale – e di un contesto – quello culturale nel quale si  genera la vergogna. E in quella differenza, il riso.

 

Le Erinni, Kali-Draupadi: la vendetta, la catarsi

Vendetta è la parola d’ordine delle Erinni, custodi del confine della giustizzia antica, del diritto femminile.

Nel Mahabaratha, Draupadi, i cui capelli sono stati sciolti, si trasforma in una forma di Kali e tale resta per il lungo tempo della permanenza con i Pandava nella foresta. Ella si calma quando può lavare i capelli nel sangue dei Kourava – i  nemici dei Pandava – e solo dopo questa azione torna a legarsi i capelli nella tradizionale treccia. L’equilibrio che è stato rotto potrà essere ricreato solo dopo che è stato pagato il prezzo per l’offesa fatta a Draupadi. In mezzo, il regno di Kali e la grande battaglia di Kurukshetra, con i suoi - mi pare - 6 milioni di morti.
Qui, l’ira della Dea, per quanto immensa, ritrova alla fine il suo oggetto. La ge­stalt si chiude, scorre il sangue di chi aveva offeso. La Dea, appagata, si ritira.
Come nel caso delle Erinni, il punto è il rispetto di una legge, di una giusti­zia nei confronti della donna.
Si narrano numerosi racconti nei villaggi in cui una donna inerme, che non è protetta da nessuno, subisce un torto e la Dea Kali appare per vendicarla, seminando morte e distruzione fra i colpevoli.
La vendetta chiude il ciclo, la legge è il limite. L’ira si esprime nei confini del limite. La presenza di Kali ha un inizio, una fine e un perché.

In psicoterapia della Gestalt, si dice che una gestalt rimasta aperta continua a ripre­sentarsi per essere conclusa. Per certi versi, è sempre attiva. E, pur non accettando in realtà sostituzioni, si ripropone continuamente in situa­zioni che sembrano, ma non sono. E’ qui, presente, ma c’è uno scarto. E può esserci un bilanciamento, una resistenza.
L’ira, la rabbia, la furia si manifestano verso l’esterno, ma in luoghi che sono altro, o si rivolgono indietro, in retroflessione. Comune ad entrambi i casi  è loro essere, apparentemente, inesauribili.

Un modo per uscire dalla ripetizione è riattivare l’energia e la sua direzione, recuperare l’originario ‘torto’, ritrovare l’originario oggetto dell’ira; se azione e oggetto verso cui è diretta sono congruenti, se si toglie il bilanciamento, lo scarto si annulla; allora il ciclo potrà chiudersi, e l’ira, espressa per quello che è, potrà essere placata. Si chiama, dall’antichità, catarsi.

E il tema della catarsi porta a riflettere su un aspetto particolare dei riti di Kali:

 

Kali, il sacrificio

Un aspetto essenziale dei riti di molte delle dee furiose è il sacrificio.
La Dea è assetata di sangue. Per questo viene a Lei pagato un tributo di morte. Solo così la vita può accadere.  Nei riti in onore di Kali, specie quelli di tradizione Tugh, emerge quell’aspetto cruento che attraversa anche tanta parte del mondo rituale antico più vicino a noi tratteggiato da Frazer.
Al culto di Kali appartiene il sacrificio animale, dopo che quello umano come già detto è stato vietato dagli inglesi nel secolo scorso. E anche quello animale è attualmente soggetto a di­vieto, salvo un ristretto numero di templi, eccezioni codificate.

In questo paragrafo mi interessa il sacrificio come tale, anche se esso va compreso come parte  dell’extra-ordine - nel senso delle Baccanti, per intenderci – e come atto che scongiura: sangue di un altro al posto del mio.
Eppure proprio sul sacrificio come tale, è difficile esprimere parola, se non nella domanda.

Il sacrificio mette l’accento sulla inesauribilità della sete di sangue della Dea. Essa può essere placata, ma solo fino al prossimo risveglio, fino al momento in cui esigerà ancora una volta il suo tributo, in un ciclo senza fine. E se non riceve il suo tributo, mieterà vittime a sua scelta. O perlomeno questa è l’interpretazione che si dà qui da noi in occidente (quella che dà Neumann, ad es.), dove ci sono stati tempi in cui il sacrificio era parte del nostro mondo, dove domina un pessimismo cristiano in cui è solo grazie al sacrificio del Cristo che si scampa ad un destino infernale.
Contemporaneamente, sembriamo dimentichi di tale quadro cui pure apparteniamo  e guardiamo al sacrificio come non ci appartenesse.

Eppure c’è qualcosa oltre, nel sacrificio, un aspetto ineludibile per cui la vita si nutre della vita, e anche questo è divino…

Medusa: tagliarle la testa

Ricordo una sera una pittrice, Maria Micozzi, parlava di come alle donne fosse stato sottratto il diritto al pensiero, al logos. Nei suoi quadri, donne e dee hanno la testa mozzata, assente, svanita in una nuvola.
Così accade con Medusa: Perseo, l’eroe, con l’aiuto di Atena, la donna senza madre, la uccide tagliandole la testa. La via che è quella del logos che si fa astuzia. Atena, in seguito, porta come egida la testa mozzata della Gorgone, con tutti i simboli del suo potere di morte e trasformazione.  Mostra in questo modo la sua padronanza dell’aspetto medusa, che può usare in battaglia per incutere timore.
Atena, dopotutto, è anch’essa per certi versi una Dea furiosa. In alcune ver­sioni del mito, è sullo scudo che Atena tiene il volto di Medusa, volto che si mostra, in battaglia, in luogo del suo. Gli effetti della sua ira sono temibili, basta pensare ad Aracne. Non era del resto nata con un urlo?
Della gestione della rabbia femminile in molte donne dello stampo Atena, hanno scritto in molte, fra cui la Boolen, e credo faccia parte del giro di conoscenze di ciascuna di noi almeno una o due sue rappresentanti.

Ma la via della padronanza, della conoscenza ha anche altre possibilità. Nel buddismo, come ho accennato, raggiunta l’opportuna preparazione e comprensione, si apre la possibilità della meditazione con le figure irate, che possono diventare alleate invincibili nella battaglia contro i nemici esterni ed interni.

Kali e o specchio positivo

In una storia di Kali, ella litiga con Shiva, suo marito, e si allontana da lu. Convinta dal saggio Narada a tornare da lui, ella sia vicina a lui e vede in un raggio di chiara luce una Dea nel suo cuore. E’ lei stessa, ma Kali non sa di aver già abbandonato la su forma ‘scura’ e di primo acchito pensa si tratti di un’altra Dea, e ne è gelosa. Chiarito l’equivoco, a Kali viene attibuito il nome di Tripura-Sundari, la bellissima dei tre mondi.
Alle volte succede. Talmente abituata ad essere ‘nera’, la Dea stessa non sa di aver già cambiato la sua forma. C’è bisogno di un altro, di uno specchio, per poterla vedere, per accorgersene.

CONCLUSIONI

Alla fine del viaggio, mi resta l’impressione di un riducibile e di un irriducibile.
Rassegnazione, Rabbia e Potere al femminile sono luoghi difficili, al contempo storici, sociali e individuali.  Non condivido la maggior parte del pensiero femminista su questi temi, come ritengo che la preistoria e le sue vicende siano per noi più il luogo del mito che quello della ricostruzione storica. Intendo dire che mi sembra che la prospettiva della ricostruzione perda, del senso, di più o perlomeno tanto quanto guadagni.
Io non credo, come ritiene invece la Valcarenghi, che ci sia un inconscio collettivo femminile sofferente e che alcune donne – particolarmente sensibili? – ne manifestino le patologie.
O perlomeno, non è nel mio interesse enfatizzare di questo ambito l’apetto sociale, che mi sembra anche, qui da noi, perlomeno, non più attuale. Molto di più, mi interessa il terreno per così dire dello spirito – ammesso che abbia senso distinguerlo da altro -  quello del mito, appunto, quello della relazione con il divino.

erinni

Le Dee della Morte più diffuse nel mediterraneo hanno perso il senso originario, perso il contatto con il loro sfondo, persa l’origine della loro solitudine, persa la loro relazione. Lilith, Medusa, e le loro malinconiche affini sirene, lamie e schiere demoniache turbano, richiamano aspetti torbidi, oscuri e paludosi. Si pensi a come è cambiato l’immaginario della palude, da luogo della Grande Dea uccello neolitica ad ambiente mefitico di un femminile percepito soprattutto come infido e pericoloso.

Altre Dee, perlopiù orientali, mantengono la possibilità di un senso più ampio, di una connessione. Hanno più potere – basta pensare a Kali – e per questo ci propongono una comprensione più profonda del tema della distruttività femminile.

La riflessione sulla scomparsa delle civiltà della Dea ha portato oggi ad una vasto movimento, cui mi sento di appartenere, di riscoperta del Femminino sacro. Stiamo tornando a rivolgerci a una Dea, o a molte Dee, per la prima volta da molti secoli. Solo che mi talvolta mi chiedo se stiamo dimenticando che una Dea sconfitta non può più essere tale.
Da qualche parte, in noi, alberga la coscienza che il suo potere non è stato abbastanza. 
Dov’è finito il dolore della sconfitta? Dove il pianto per la Dea perduta?
Le Dee furiose portano parte di questo dolore, di questo lutto, ma sembra che come tale non sia facilmente visto. Di queste Dee è stata percepita l’energia liberatrice; è stato sottolineato il loro essere proiezione della paura del maschile; ne sono stati esaltati gli aspetti profondi, trasformativi, il loro essere frammenti di antica sapienza.
Ma frammenti significa anche qualcosa che è stato spezzato. E giardino dell’Eden significa qualcosa che è per sempre perduto.
Dopo la rabbia del femminismo, noto che in molti luoghi si desidera velocemente passare alla ricostruzione, saltando un passaggio, saltando il dolore. E non intendo il dolore della donna divenuta schiava. Quello, tante volte è stato pianto. Intendo il dolore per la Dea.
Ma in che modo può essere espresso il dolore per una sconfitta divina?

Occorrono nuovi miti, nuove storie.
Mi piacerebbe ci fosse una storia di un Dio che, come un tempo fece Iside con Horus, intraprende una lunga ricerca e molti viaggi sulla terra e nei mondi di sotto, per recuperare a uno a uno i pezzi dell’amata Dea che è stata smembrata. Non bastano dopotutto le donne a raccontare nuove storie e abbiamo visto come sia in Shiva il potere, riflessivo, di far riemergere Devi dall’ira di Kali.
Quella Devi che è anche Kali, intendiamoci, che danza con Shiva la distruzione del mondo.

 

MEDUSA
Testo di Barbara Coffani*

La Medusa del Caravaggio


                                A Cecilia.

Una breve, scandalo sa vicenda
Medusa non fu sempre un’orribile megera. Lo divenne per merito di Atena, per scontare una “colpa” che a ben guardare non era neppure tale. Un tempo, la “sovrana” e la “più illustre” delle tre sorelle gorgoni, secondo alcune fonti nipote di Gaia e figlia delle divinità oceaniche Ceto e Forco (o Forcide), era bellissima. Particolarmente belli erano i suoi capelli, addirittura più di quelli di Atena.

Un giorno di Primavera, quando tutta la natura si risveglia alla passione e al desiderio di accoppiarsi, il dio azzurro Poseidone signore del mare, affascinato dalla sua avvenenza la attira a sé e la prende all’interno di un tempio dedicato alla figlia di Zeus. Atena, forse già piccata dalle insinuazioni sui capelli, si offende per l’oltraggio: è lo scontro di due forze agli antipodi, la passione tumultuosa ed irrefrenabile fra due creature di origine acquatica, sensuali ed istintive, contro la castità fredda e cerebrale di Atena, che esige una vendetta feroce ma fredda e precisa. Tramuta dunque la mortale Medusa in una megera dai denti lunghissimi ed affilati come quelli di un cinghiale, rendendo immonda la sua bocca. Gli splendidi capelli si trasformano in un groviglio di serpenti ripugnanti, dalle mani spuntano artigli di bronzo, e gli occhi diventano strumento di morte: chiunque guardi in volto Medusa, verrà trasformato in pietra. La vendetta di Atena è fulminea e categorica, e trasmette i suoi caratteri a Medusa, che a sua volta colpirà le proprie vittime con la stessa fulmineità e categoricità. Ma non basta ancora, Atena vuole andare avanti: ed ecco che si propone di aiutare Perseo ad ucciderla, per andarsene alfine sazia in giro per il mondo a fare la guerra, secondo alcune fonti con lo scudo ornato della testa della nemica, secondo altre con la pelle intera di Medusa, con cui si era costruita l’egida.


Io sono ciò che tu non sei, tu sei ciò che io sono



La Medusa dl Bernini ai Musei Capitolini

Ciò che mi colpisce è il carattere della vendetta di Atena, che oserei definire “seminale”: perché trasmette a chi la riceve la stessa proprietà che la costituisce, quasi una pietra filosofale al negativo, contagiosa, viva, germinante: Atena non si accontenta di fare del male a Medusa rendendola orribile, ma la condanna a far del male a sua volta, a generare a sua volta dolore e morte.

Il comportamento di Atena è agli antipodi rispetto a quello di Medusa: Atena agisce, si muove, propone, fa: scaglia la maledizione, si ferma strategicamente come un cacciatore ma solo per aspettare l’occasione giusta, che giunge sotto le spoglie di Perseo, e di nuovo ricomincia proponendosi di aiutare il giovane ad uccidere il mostro, insegnandogli, suggerendogli come agire, fornendogli “il talismano”.

Medusa, al contrario, non agisce mai. Non è lei a scegliere il luogo dell’incontro amoroso con Poseidone, ma “è attirata” dal dio, “subisce” un’azione. “Subisce” una trasformazione che la rende un mostro, ciò che prima non era; perfino nel momento della morte è “passiva”, perché “subisce” una decapitazione mentre giace profondamente addormentata. E’ facile ucciderla, liberarsi di lei: basta evitarne lo sguardo. Non c’è un racconto dove ella “agisca”; perfino nel far vittime Medusa non fa nulla, perché non va in cerca di vittime. Lei non ha sete di sangue, voglia di carne umana, desiderio di uccidere. Se ne sta tranquilla in fondo a qualche oceano buio o a qualche antro scuro e spaventoso. Sono gli “altri” che incappano nei guai, se la guardano. Sono gli “altri” che si pietrificano, se fissano quel volto un tempo tanto bello. La salvezza o la morte non è nelle mani di Medusa, ma nelle mani di chi decide se guardarla o meno.

Quanto a Perseo, l’”eroe” che libera il mondo dalla nefanda strega, in questo gioco di specchi fra dee sembra piuttosto il burattino nelle mani di Atena.

Perseo era figlio di Danae, resa feconda con l’inganno da Zeus disceso su di lei sotto forma di pioggia d’oro, e nipote del re Acrisio..

A causa di una profezia per cui sarebbe stato ucciso dal nipote, Acrisio mise Danae e Perseo in una cassa di legno e poi in mare. L’arca, spinta nelle onde fino all’isola di Serifo, fu ripescata dal fratello del re dell’isola, Polidette, che accolse i naufraghi alla propria corte. Dopo parecchi anni, Polidette volle sposare Danae ma Perseo era contrario. Di fronte alla resistenza di Perseo Polidette finse di voler sposare un’altra donna, e chiese ai suoi amici, compreso Perseo, di contribuire al suo dono nuziale con un cavallo a testa. Poiché non aveva nulla, Perseo disse che avrebbe procurato qualunque dono il re avesse chiesto, fosse anche la testa della gorgone Medusa. Ecco il giuramento. Per poterlo portare a compimento e preservare così la castità della madre, il giovane ha però bisogno di un grande aiuto divino e di una serie di talismani, ed è a questo punto che interviene la non ancora sazia Atena.

Personalmente ho sempre sentito Atena come una dea piatta, senza spessore, senza profondità, ed è infatti con uno stratagemma legato all’ “apparenza” che aiuta Perseo a uccidere la gorgone: con un lucidissimo scudo, in pratica con uno specchio. Atena consiglia a Perseo di non guardare mai direttamente in faccia Medusa, ma la sua immagine RIFLESSA nello scudo. E’ come se gli avesse detto: Non guardare ciò che vedi, ma il suo riflesso. Per traslato, non guardare l’interezza delle cose, non considerarle - e non considerarti - nella totalità, perché potresti morire per quello che vedi, specie per quello che vedi dentro di te, e finchè non ti addentri oltre al tuo riflesso ti proteggerai da te stesso.

Atena è all’apparenza quanto di più lontano ci sia da Medusa: è ordinata quanto Medusa è scomposta, impeccabile quanto Medusa è selvaggia, serena ed apollinea quanto Medusa è dionisiaca. Come poteva non odiare qualcuno così diverso, così lontano da lei? Eppure un paio di elementi accomunano le due Signore, elementi dal valore simbolico molto pregnante.

In primo luogo la “testa”. Si dice che all’origine dell’inimicizia ci fosse un paragone fra i capelli delle due. I capelli oltre che una decorativa parte del corpo, sono simbolo di forza vitale, sensualità e sessualità. Pensiamo all’episodio di Sansone e Dalila, dove il famoso superman biblico perde la forza quando la bella Dalila gli taglia i capelli. Pensiamo al significato seduttivo dei capelli nel linguaggio del corpo, all’invito al gioco d’amore che esprime una donna che si accarezza o gioca con le ciocche. Pensiamo al legame con la situazione ormonale, con lo stato di buona o cattiva salute, o alle splendide chiome di molte donne gravide.

La testa è l’origine di Atena, che non fu partorita da una femmina ma nacque da Zeus, e neppure dalle di lui parti tradizionalmente deputate a certe cose bensì dalla sua “testa”. E’ altrettanto importante in Medusa: nell’intera sua vicenda non si parla d’altro, e credo non ci siano rappresentazioni iconografiche al di fuori della testa tagliata o degli occhi vuoti. Le due dee sono l’una l’opposto dell’altra, come Giano bifronte, - e come Giano non si guardano in faccia, non possono farlo - perché l’una rappresenta la parte oscura dell’altra, perché Medusa è tutto ciò che manca ad Atena, e viceversa. Forse, ancor più profondamente, Medusa è non tanto ciò che manca ad Atena, ma ciò che Atena non può guardare, non vuole avere dentro. Non a caso la vicenda nasce dal rifiuto di Atena di avere “dentro” al suo tempio Medusa e ciò che Medusa suscita in un rappresentante del sesso maschile, fosse anche il dio del mare.

Ma Medusa è una dea che ha il potere di “trasformare”, e in qualche modo riesce a trasformare pure Atena. Ho accennato alle due versioni del dopo-decapitazione: la prima, della testa mozza, è già di per sé significativa. Appropriarsi di una parte del corpo del nemico era consuetudine presso le popolazioni antiche: si conservava la testa del nemico, o ci si cibava del suo cuore o del suo fegato per onorarlo ed assumerne le doti. Più forte è la seconda versione, dove Atena scuoia Medusa e fa della pelle la sua egida. Perché mai la bella e fredda figlia non partorita di Zeus dovrebbe volere sul suo scudo o addosso a sé una tale nefandezza, che nulla ha da spartire con ciò che lei ha sempre mostrato di essere? Perché il contatto con Medusa ha trasformato Atena.

Lo scudo è uno strumento di guerra con funzione “protettiva”, nasce come barriera per difendere, non per attaccare. Ma la testa della gorgone lo trasforma in un’arma offensiva e ne rafforza l’originale funzione profilattica, perchè qualunque avversario fuggirebbe a gambe levate piuttosto di mettersi a “discutere” con Medusa, seppure con la sua testa mozza. Quanto all’egida, il simbolismo è pure più pregnante: è come se Atena si volesse ricoprire della pelle di Medusa, come se fosse entrata nella sua pelle. Portandola su di sé, Atena si lascia possedere da Medusa, e consapevole di essere “anche un po’ Medusa”, la mostra. Potrebbe dire al mondo, ”Ecco, voi non lo sapevate ancora, ma io sono anche questa”. Facendola uccidere, Atena non l’ha eliminata né soppressa, ma si è impadronita della sua potenza e della sua forza di dea oscura. Potere che, una volta conosciuto, diventa della stessa Atena. Ecco perché la testa di Medusa conserva il suo potere e rimane attiva, nonostante sia morta. Così, Atena rende onore a Medusa perché ormai Medusa fa parte di lei. Conoscendo la nostra parte oscura, vivendola, essendone consapevoli ed essendole presenti in ogni momento, essa diventa parte di noi e perde ogni connotazione pericolosa. La potenza oscura allo stato originario – Medusa - ti fa agire per impulso senza considerarne gli esiti; ma se riesci a vincerla nel senso di farla tua, se ne diventi consapevole, dopo averla vissuta arriverai alla saggezza. Non alla saggezza di Atena: ad un gradino superiore, alla saggezza dell’Atena che ha incontrato Medusa.

L’altro legame fra le due signore è il serpente. E chi può esimersi dal pensare al serpente biblico ed alle sue connotazioni? La tentazione della conoscenza, il peccato di superbia, il voler superare sé stessi diventando più di quel che si è, osando chiedere di sapere di più…E il sesso, naturalmente, perché il serpente è un antico simbolo di fecondità collegato alla luna e che viene con la pioggia, ingravida le spose portando loro la conoscenza di almeno due misteri femminili – quello dell’accoppiamento e quello della gravidanza – e perché è un simbolo fallico. Il serpente è legato alla donna ed ai suoi misteri e quindi alla conoscenza perché cambia pelle, muta, così come la donna muta ogni mese mestruando e cambia la propria pelle con lo sfaldamento dell’utero.

Medusa ha serpenti al posto dei capelli, ma anche Atena ha un serpente fra i suoi attributi. Tra i molti significati del serpente ce n’è uno particolarmente interessante alla luce del confronto fra le due, ed è la sua valenza salvifica come spirito dell’arte di guarire e padre della medicina. A tutt’oggi il serpente è il logo di medici e farmacisti, ma nello specifico della vicenda di Medusa, la “guarigione” portata dal serpente potrebbe nascere dalla “trasformazione” di sé.


Il guardiano della soglia



Volto di Medusa sulla soglia del tempio di Apollo a Didyme


Assieme allo scudo ed al falcetto taglientissimo donatogli da Ermete per decapitare Medusa, Perseo aveva bisogno di altri talismani: un paio di sandali alati – come quelli di Mercurio – per fuggire dalle altre due gorgoni una volta compiuto il misfatto - una sacca magica per riporvi la testa recisa, e l’oscuro elmo di Ade che rende invisibili. Tutti oggetti conservati dalle ninfe stigie.

Mi soffermo un momento per sottolineare il legame fra Medusa e la dea Stige. Le ninfe stigie sono praticamente invisibili perché nessuno sapeva dove vivessero. Segreto, silenzio ed invisibile sono la stessa cosa. Ciò di cui non si parla, non viene percepito, non viene notato, non viene visto. Ciò che non viene visto non può essere descritto, è taciuto, e rimane in silenzio. Nessuno sapeva dove fossero al di fuori delle Graie dal corpo di cigno, con un solo occhio e un solo dente in comune. Perseo riesce a sorprenderle, ruba loro l’occhio e il dente, unica risorsa di vita per le tre disgraziate, e non li restituisce prima di aver strappato loro il segreto sulle ninfe stigie. Dopo di che raggiunge le ninfe, ottiene ciò di cui ha bisogno e uccide vittoriosamente Medusa, come da accordi con Atena. Medusa è legata a Stige perché la dea del silenzio protegge i segreti tacendo, mentre Medusa allontana i curiosi, distogliendoli dal curiosare prima ancora che inizino, in modo che un segreto rimanga tale. C’è un richiamo anche fisico fra le due perché i serpenti in luogo di capelli rimandano alle vipere della colonna di Stige. Inoltre il legame con il volto di Giano bifronte. Questi dà il nome al mese di gennaio, il primo mese dell’anno. La dea romana del silenzio, Angerona, era venerata nel giorno del solstizio d’inverno, quando la dea partorisce il figlio che simboleggia il nuovo anno. L’idolo dalle due facce simboleggia sia il tradimento, la mancanza di fedeltà alla parola data, il giuramento non mantenuto, motivo che ritorna con il tradimento delle Graie, ma anche i due volti dello stesso essere, di cui Medusa ed Atena sono le facce. Stige è rappresentata con un dito sulle labbra chiuse, mentre Medusa è rappresentata con la bocca aperta: apparentemente distanti, in realtà si susseguono: Medusa allontana dal Segreto prima che vi si arrivi, Stige lo sigilla una volta che vi si è attinto.

Medusa per me è la dea del “tanto va la gatta al lardo”: una volta l’ho sognata, precisamente dopo aver iniziato a praticare reiki. Ho sognato che ero con un’amica molto più vecchia di me, e che intrappolate con la macchina in panne sotto un sottopassaggio dell’autostrada, improvvisamente abbiamo visto uscire quel volto terribile dal fumo di un’altra macchina in fiamme davanti a noi. Riferendosi al mio primo livello reiki la mia amica mi indicò Medusa e mi sgridò dicendomi: “ecco, hai visto? Hai visto adesso cos’hai evocato? Come pensi di cavartela ora?” Come a dire: hai voluto sapere di più, hai voluto curiosare dove non dovevi, ed ora?

Mi sono sempre chiesta il motivo di tanto terrore per questo sguardo, anche perché nelle descrizioni che riguardano Medusa non si dice granchè dei suoi occhi ma si dà più evidenza al resto del viso: a meno che con “sguardo” non si intenda lo sguardo dell’osservatore. Forse non è lo sguardo di Medusa a pietrificare, ma è l’osservatore di Medusa che resta pietrificato vedendola, però non a causa dello sguardo ma per qualcos’altro, così come nel mio sogno io ero intrappolata sull’autostrada. Questo sogno mi ha rivelato il carattere di Custode di Medusa: Medusa è un guardiano, il custode di un limite che non si può valicare senza subire una metamorfosi irreversibile. Oltrepassare la soglia di Medusa significa subire un mutamento sostanziale, un cambiamento categorico e pesantissimo che riguarda la forma e la stessa sostanza di cui siamo fatti perché da fatti di “carne” diventiamo fatti di “pietra”: ossia, da deperibili e di durata limitata, diventiamo resistentissimi ed eterni. Cambiamo regno: da animale a minerale. Se il passaggio oltre il cancello di Medusa è volontario, se sono io a viverlo sulla mia stessa pelle, diventerò di pietra, sarò in grado di mutare me stessa, la mia stessa sostanza: dunque avrò accesso ad un nuovo livello di coscienza proprio di una dimensione diversa dall’abituale. Se invece il passaggio è subito ed involontario e vissuto da qualcuno che mi “incontra” mentre io “sono “ Medusa, allora la metafora della pietrificazione acquisirà un altro valore: chi mi incontra sarà “vittima” della mia trasformazione, non saprà capacitarsene, e rimarrà come di pietra, incapace non solo di agire ma neppure di reagire.

Anche l’uso tradizionale della maschera della gorgone ci conferma che è un guardiano. I greci solevano appendere una maschera di Medusa ai forni durante la cottura dei pani, per evitare che qualche incauto curioso li aprisse e ne rovinasse la lievitazione e la cottura. Al di là dell’utilità materiale delle maschere, sembra la metafora di una custode dei segreti del grano e dell’alimentazione, e per traslato dei segreti di Demetra o della Madre Terra.

Medusa allontana lo sguardo illecito per proteggere un segreto. Considerati i legami con i forni del pane e le tecniche legate all’alimentazione, la medicina e il serpente, e tenuto pure conto del legame con Stige che è a capo dell’anno, che viene venerata nel giorno del solstizio di inverno dove la dea partorisce suo figlio, diventa ovvio pensare che Medusa protegga i misteri femminili.

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Perseo e Medusa del Cellini

In primo luogo una domanda sulla sacca magica: com’è possibile che Medusa possa uccidere anche dopo morta? Ho pensato a questo: una volta che un pensiero esiste, esiste anche se tu distruggi ciò che l’ha creato. Allo stesso modo, tu puoi negare ciò che di te non vuoi, non ami, non accetti; puoi anche vivere facendo finta che queste parti non esistano, e nasconderle in una sacca magica per non vederle. Ma dentro a quella sacca oscura quelle cose ci sono e sono potenti, e continuano a lavorare come la testa di Medusa. Del resto nel mito si parla di togliere la vita, non il potere: mi sembrava logico tagliare la testa ad Atena, che da una testa era nata, ma quanto a Medusa, per fermarla Perseo avrebbe dovuto quanto meno cavarle gli occhi, e quant’altro.

Perché sarebbe stato un dono così ambito quella testa? Cosa contiene di simbolicamente così potente da essere esibita come un dono? Oltretutto per un re che non voleva altro che copulare con la madre di Perseo? E ancora, perché Polidette non mette fine alla faccenda in modo spiccio, come usavano fare in questi casi i colti e raffinati greci, liquidando il giovane rompiscatole e prendendo Danae con la violenza, che tanto ci era abituata come probabilmente tutte le donne greche? Perché mai un giovane praticamente senza famiglia non avrebbe dovuto aver piacere che la madre divenisse sposa del re, che oltretutto li aveva accolti in casa propria salvando loro la vita?

Più che lo sguardo, è il dettaglio della lingua sporgente che mi dice qualcosa: non credo che la dea voglia fare uno sberleffo; sono più dell’idea di Vicki Noble (1) che ipotizza uno stato di sforzo straordinario, per esempio il travaglio; ma potrebbe anche indicare un momento di incontenibile, estremo piacere: le espressioni scomposte, disordinate, primitive e selvagge di una donna al culmine dell’estasi. Forse è in realtà questo che non si può guardare senza esserne travolti fino a morirne. Medusa non può essere guardata senza rimanere pietrificati: per la paura, la vergogna, la sacralità di ciò che sta esprimendo, di qualunque natura sia. E’ vero che la donna durante l’estasi sessuale è sempre rappresentata ad occhi chiusi: indice di abbandono all’uomo e a ciò che egli suscita. E’ anche vero che il linguaggio comune – e il pensiero comune - attribuiscono all’uomo il potere di provocare l’estasi nella donna. E se Medusa invece fosse una che l’estasi, anziché “subirla”, la “controlla”, la “padroneggia”, “la evoca”, e la potenza del suo sguardo nascesse proprio da questa sua capacità? A mio avviso, ciò che diviene il dono degno di un re è il potere selvaggio e terribile contenuto negli occhi di una dea, potere per arrivare al quale è necessaria una prova di iniziazione difficile quanto foriera di conoscenze straordinarie per un maschio. Ma qui si delineano due diversi percorsi.

Secondo il linguaggio, il ragionamento e la modalità d’azione di un giovane maschio – forse simbolo della nuova religione che soppiantò brutalmente l’Antica Via – questo potere femminile va in qualche modo limitato, addomesticato, indebolito perché gli uomini vi abbiano accesso senza esserne travolti e distrutti. Nell’ottica di un giovane maschio quale Perseo, è necessario “vincere” il sacro potere selvaggio femminile, cosa che egli farà in parte con l’inganno, in parte con la violenza. Ecco perché è necessario non solo decapitare Medusa ma addirittura conservare il trofeo in una sacca magica.( Sacca che, fra l’altro, mi fa venire in mente il sacco contenente i venti che fu dato ad Ulisse: anche lì infatti, all’interno di un sacco come dentro ad un utero è racchiuso un potere straordinario.) Pare che le dee, o le donne in generale, custodiscano un segreto, una capacità, un potere che gli uomini non capiscono, non intendono, come se fosse espresso in un’altra lingua o addirittura con altre modalità comunicative; poiché non sanno usarlo nè gestirlo, utilizzano le armi, la violenza o nel migliore dei casi la frode per sconfiggerlo definitivamente, anziché allearvisi.

Diversa era la strategia di Polidette, re e quindi uomo anziano e di esperienza, forse simbolo delle antiche generazioni che ancora veneravano la dea madre: egli vuole “sposare” Danae, e non le usa violenza; non uccide il figliastro seccatore, ma lo invita alla prova di iniziazione sorridendo sornione, dandogli la possibilità di scoprire cos’è la dea. “Vai, vai pure incontro alla tua Medusa, caro Perseo. Resto io qui con tua madre.” Come mai a Perseo non è venuto il dubbio, non ha pensato che una volta tornato, Polidette avrebbe potuto comunque fare ciò che voleva di lui e di Danae? Perché Polidette non è come Perseo, è di un’altra pasta. Appartiene alle genti antiche, conosce e riconosce il valore sacro della dea e della donna. Ecco perché vuole sposare Danae e non violentarla. La vuole come compagna, non come sottoposta. Vuole averla con gioia, con piacere reciproco, e in alleanza.

Perseo desidera preservare la castità della madre, evitare l’atto sessuale con un re, ciò che renderebbe magari di nuovo madre sua madre. E qui l’equivoco: Perseo non ha capito, o forse, peggio, ha proprio capito che ciò che rende potente una donna è la sua sessualità, la capacità di dare la vita e la morte, la connessione con i cicli della natura. Non vuole riconoscere questo potere in sua madre, e se lo ha fatto lo sopprime in Medusa.

Medusa con i suoi serpenti simbolo del male e della conoscenza, Medusa con la sua bellezza che amoreggia col dio del mare nel tempio della castità: Medusa è legata al sesso, ai suoi misteri ed al potere che questi comportano.

Ecco perchè Perseo le taglia la testa e la porta in dono al re: “hai questo, non ti serve più lo stesso sguardo, la stessa potenza che libererebbe mia madre se facesse l’amore con te”. Ecco perché il falcetto, il gesto del tagliare, azione legata al mondo maschile perché simboleggia la castrazione. Non si può castrare una donna, ma è come se Perseo l’avesse fatto: castra la dea Medusa tagliando la parte più istintuale, primitiva e selvaggia di lei, insubordinata a qualunque controllo.


Figlie di Medusa



Testa di Medsa, artista fiammingo, Uffizi

Quando Medusa viene decapitata escono da lei due creature, Pegaso e Crisaore. Nel trasportarne la testa, Perseo la adagia delicatamente su alcuni rametti secchi provenienti dal mare, su cui cadono alcune gocce di sangue: seduta stante i rametti si tramutano (di nuovo la trasformazione ed il passaggio da un regno all’altro) in coralli. Ora, il corallo era considerato un potentissimo amuleto contro il malocchio (cioè contro il “cattivo sguardo”) ma soprattutto aveva una spiccata valenza salvifica perché si riteneva potesse coagulare il sangue e fermare le emorragie. Euripide in “Ione” riferisce del duplice potere del sangue di Medusa: una goccia di sangue delle sue vene guarisce dalle malattie, mentre il veleno dei suoi serpenti può uccidere. Secondo altre fonti Asclepio, padre dei medici imparò l’arte di guarire da un serpente e ricevette in dono da Atena due fiale contenenti il sangue di Medusa: il sangue estratto dal lato sinistro faceva risuscitare i morti; il sangue estratto dal lato destro dava morte istantanea. Per altre fonti ancora, Atena e Asclepio si divisero quel sangue, che Atena conservò per scatenare le guerre. Quale altro sangue contiene al contempo due opposti poteri, quale altro sangue è considerato potente e fertile talismano e maledetto prodotto delle femmine e orrendo tabù, se non il sangue mestruale?

Perchè Medusa è la dea che ci chiama per annunciare la prossimità del ciclo. Ogni donna in fase premestruale può riconoscervisi: diventiamo brutte, ci trasformiamo. Fino a pochi giorni prima i nostri capelli erano lucenti e gli sguardi brillanti, avevamo voglia di parlare e di scherzare, di giocare coi bambini e di dedicarci agli altri, di prenderci cura della nostra casa e di noi stesse, e riuscivamo a fare un sacco di cose nella stessa giornata. Improvvisamente ci trasformiamo: i capelli diventano pesanti e opachi, la pelle grigia, lo sguardo cupo, segnato e spento. Diventiamo brutte. Desideriamo vestirci di scuro, e ci incupiamo anche nel carattere: diventiamo insofferenti, malinconiche, i bambini ci danno fastidio, a qualcuna risultano insopportabili le attenzioni degli uomini, che allontana in maniera glaciale, mentre qualcun’altra diventa letteralmente “assetata” di sesso ma divorante; ricerchiamo la tranquillità, la solitudine, il silenzio, qualunque cosa o persona ci danno fastidio, ci innervosiscono. Tanto da far pensare a chi ci sta vicino che ci sia qualcosa che non va. Noi vorremmo essere lasciate tranquille, avremmo bisogno di alcuni giorni di raccoglimento per preparaci alla mestruazione. E’ allora che diventiamo Meduse: come lei, non andremmo in giro ad “uccidere” perché non è quello il desiderio da cui siamo animate; invece ci anima il desiderio di stare sole senza giustificazioni per nessuno, senza eccezioni, e così capita che “uccidiamo” metaforicamente, con le nostre reazioni esagerate ed eccessive, coloro che vengono a disturbarci nel nostro antro buio. Non desideriamo più come fino a due giorni prima che la nostra casa sia un giardino festoso dove ridere e schiamazzare, un luogo dove “gli altri” stanno bene. Anzi. La nostra casa diventa sporca e trasandata come noi, perché si trasforma nell’antro di Medusa, che non deve essere violato da nessuno e che deve risultare repellente e ripugnante per allontanare tutti e garantire “a noi” la tranquillità di cui abbisogniamo. Ma la vita quotidiana ci impone di reprimere il desiderio di silenzio e di continuare la vita di ogni giorno come se fossimo in perenne fase ovulatoria. E’ questo che ci porta allo scatto d’ira, alla crisi isterica, alla reazione violenta, fulminea, inaspettata, che lascia di pietra le persone contro cui è rivolta perchè non se l’aspettano, specialmente se sono uomini. La nostra è la reazione di Medusa: chi non capisce che in quel periodo desideriamo ed abbiamo fisicamente bisogno di stare tranquille, deve sapere che subirà la nostra reazione. Sarà di solito una reazione violenta ed esagerata, nella maggior parte dei casi “fuori luogo”. Non proporzionata alla causa di fastidio - non servono grandi cose per farci esplodere, basta un nonnulla - ma proporzionale al desiderio di staccare e, soprattutto e purtroppo, alla resistenza che vi facciamo, alla tenacia con cui lo neghiamo, alla testardaggine con cui ci accaniamo a fare come se niente fosse.

Nonostante gli artigli e le zanne, Medusa non è una dea che distrugge, fa a pezzi, smembra o sbrana le sue vittime. Non si muove, non aggredisce, ha un temperamento diverso da altre dee oscure: è una dea che TI FERMA. Ti blocca, e letteralmente, perché ti trasforma in pietra. Così trasformato, tu non potrai continuare la ricerca, non potrai continuare a curiosare dove non è permesso farlo. E’ questo il suo messaggio: non fa stragi sanguinolente, semplicemente ti obbliga a fermarti quando arrivi al limite. Ed è lo stesso messaggio che dà a noi come donne in fase premestruale: ci impone di fermarci perché siamo entrate in una regione diversa, perché non siamo più nel territorio dell’ovulazione ma abbiamo cambiato piano, e di conseguenza anche il nostro atteggiamento e comportamento devono cambiare.

Medusa è una Dea ed esige il suo tributo: negarle valore ed importanza può renderla molto pericolosa per il nostro equilibrio. Quando ci ostiniamo a non risponderle Lei si accanisce. Tutte le donne in fase premestruale sono figlie di Medusa e sono tenute ad onorarla e ad assecondare le sue richieste per quanto possibile : nei giorni che precedono il ciclo, Ella ci chiede di negarci al mondo, agli uomini, alla famiglia, al lavoro, agli affetti per richiuderci nel suo antro. Ci chiede dedizione totale ed assoluta inattività per prepararci al “mistero” che si ripete in ogni donna fertile ogni mese. Ciò che il corpo si prepara a fare è più importante di qualunque altra attività esterna, è un atto sacro e necessita di essere vissuto con la dovuta consapevolezza. Dentro ad ogni donna che attende le mestruazioni c’è un nucleo, un grumo di energia creativa che non verrà utilizzata per concepire, ma che è carica e potente di tutta la forza che sarebbe servita per farlo, e nessuna donna può ignorare la sacralità del rilascio di questa energia. Ci prepariamo a lasciar andare da noi qualcosa che avrebbe potuto essere, ed è fra l’altro una possibilità limitata nel tempo perché non ovuleremo per tutta la vita: prepararci a questa trasformazione con attenzione e consapevolezza e con rispetto verso le esigenze fisiche ed emotive della nostra persona è il minimo che possiamo fare. Medusa è il nostro guardiano: ci ricorda che dobbiamo prenderci cura di noi, che dobbiamo ascoltarci, che siamo cicliche e che abbiamo delle esigenze che non vanno mai sottovalutate. E non dimentichiamo mai che dietro alle spalle, Medusa ha ali d’oro.

PERSEFONE
da "Le dee dentro la donna" di Jean Shinoda Bolen

Persefone di Dante Gabriel Rossetti
(Altre immagini alla pagina
Immagini di Persefone)


Le dee come archetipi

La maggior parte di noi ha studiato le divinità dell' Olimpo a scuola e ne ha veduto statue e dipinti.
I romani adoravano le stesse divinità dei greci, chiamandole con nomi latini. Gli abitanti dell’Olimpo possedevano qualità molto umane: modi di agire, reazioni emotive, sembianti e mitologia che li riguardano ci forniscono modelli che corrispondono a comportamenti e atteggiamenti umani. Essi ci sono familiari anche perché sono archetipi, ossia rappresentano modelli di esistenza e di comportamento che riconosciamo dall’inconscio collettivo di cui siamo tutti partecipi.

Gli archetipi delle divinità femminili che descriverò in questo libro sono le sei dee dell'Olimpo (Estia, Demetra, Era, Artemide, Atena e Afrodite) con l’aggiunta di Persefone la cui mitologia è inseparabile da quella di Demetra.

Ho poi suddiviso queste sette dee in tre categorie: le dee vergini, le dee vulnerabili e le dee alchemiche (o portatrici di trasformazione).
Le dee vergini erano già classificate insieme nella Grecia antica. Le altre categorie sono una mia scelta.

Modalità di coscienza, ruoli privilegiati e fattori motivanti sono ciò che contraddistingue ogni gruppo. Anche l’atteggiamento verso gli altri, il bisogno di attaccamento e l'importanza attribuita ai rapporti sono palesemente diversi da gruppo a gruppo .
Affinché che la donna possa amare profondamente, lavorare in maniera significativa ed essere sensuale e creativa, occorre che nella sua vita trovino in qualche modo espressione le dee di tutte e tre le categorie.

Le dee vulnerabili

Definisco le dee del secondo gruppo, Era, Demetra e Persefone, dee vulnerabili. Era, nota ai romani come Giunone, era la dea del matrimonio e la consorte di Zeus, sovrano degli dèi dell’Olimpo. Demetra, la romana Cerere, era la dea delle messi. Nel mito principale che la riguarda viene esaltato il suo ruolo di madre. Persefone, in latino Proserpina, era sua figlia, chiamata dai greci anche Kore: ‘fanciulla’.

Le tre dee vulnerabili rappresentano i ruoli tradizionali di moglie, madre e figlia. Sono archetipi dell’orientamento al rapporto, quelle dee, cioè, la cui identità e il cui benessere dipendono dalla presenza, nella loro vita, di un rapporto significativo; esprimono il bisogno di appartenenza e di legame tipico delle donne; sono sintonizzate sugli altri e sono vulnerabili.
Vennero tutte e tre violentate, rapite e dominate o umiliate da divinità maschili.
Quando un legame veniva spezzato o disonorato, ognuna di loro soffriva nel proprio modo caratteristico e manifestava sintomi che assomigliavano alla malattia psichica.
Ognuna di loro subiva anche un'evoluzione che può aiutare le donne a capire profondamente la natura e la modalità delle loro reazioni alla perdita, e le possibilità di crescita attraverso la sofferenza, proprie di ciascuno dei tre archetipi che le dee rappresentano.

Persefone: fanciulla e regina degli Inferi

La dea Persefone, che i romani chiamavano Proserpina o Cora, era venerata in due modi, come fanciulla, o Kore (che significa 'giovinetta') e come regina degli Inferi.
Kore era una giovane dea slanciata e bellissima, associata ai simboli della fertilità: il melograno, il grano, i cereali e il narciso, il fiore che la adescò.

Come regina degli Inferi, Persefone è una donna matura, che regna sulle anime dei morti, guida i viventi agli Inferi e pretende per sé ciò che vuole.

Benché Persefone non fosse una delle dodici divinità dell'Olimpo, era la figura centrale dei Misteri Eleusini, che per duemila anni prima del cristianesimo furono la più importante religione dei greci, nei quali si viveva l’esperienza del ritorno, o del rinnovarsi della vita dopo la morte, attraverso la ricomparsa annuale di Persefone dall’oltretomba.

Genealogia e mitologia

Persefone fu l’unica figlia di Demetra e di Zeus. La mitologia greca, caso insolito, ne tace le circostanze del concepimento.

All’inizio del mito di Demetra-Persefone, Persefone era una fanciulla spensierata, che raccoglieva fiori e giocava con le amiche. Poi all’improvviso Ade emerse sul suo carro da una fenditura della terra, ghermì la fanciulla piangente e la portò nel mondo sotterraneo per farne la propria riluttante sposa.
Demetra non accettò la situazione, abbandonò l’Olimpo, si diede da fare perché Persefone tornasse, e infine costrinse Zeus a cedere ai suoi desideri.
Zeus mandò Ermes, il messaggero degli dèi, a riprendere Persefone.
Ermes giunse nel mondo sotterraneo e trovò una Persefone sconsolata, la cui disperazione si trasformò però in gioia quando scoprì che egli era lì per lei e che Ade l’avrebbe lasciata libera. Tuttavia, prima di lasciarla andare, Ade le diede alcuni semi di melograno che lei mangiò. Quindi salì sul carro con Ermes che la riportò velocemente da Demetra.

Madre e figlia, una volta ritrovate, si abbracciarono con gioia, e Demetra si informò ansiosamente se Persefone non avesse per caso mangiato qualcosa, nel mondo degli Inferi. Lei rispose di aver mangiato alcuni semi di melograno perché Ade l’aveva costretta a farlo "con la violenza e contro il suo volere" (cosa non vera). Demetra accettò la storia, e il ciclo che ne seguì.
Se Persefone non avesse mangiato niente, le sarebbe stata restituita senza condizioni. Invece, avendo mangiato i semi di melograno, ora avrebbe trascorso un terzo dell'anno agli Inferi con Ade, e due terzi nel mondo dei vivi, con lei.

In seguito Persefone divenne regina degli Inferi.
Quando eroi ed eroine della mitologia greca si recavano nel regno dei morti, Persefone era là a riceverli e a fare loro da guida (nessuno la trovò assente. Non c'era mai sulla porta un biglietto che dicesse: "Tornata a casa dalla madre", anche se il mito ci dice che era così per i due terzi dell'anno).

Nell’Odissea, l’eroe Ulisse si recò agli Inferi, dove Persefone gli mostrò le anime di donne leggendarie; nel mito di Eros e Psiche, l’ultimo compito di Psiche fu quello di discendere nel mondo sotterraneo con uno scrigno che Persefone doveva riempire con l’unguento dell’eterna giovinezza per Afrodite; l’ultima delle dodici fatiche di Ercole portò anche lui da Persefone: l’eroe doveva ottenere il suo permesso di portare via Cerbero, il feroce cane da guardia dalle tre teste, che domò e mise al guinzaglio.

Persefone lottò contro Afrodite per il possesso di Adone, il bel giovane che fu amato da entrambe le dee. Afrodite lo aveva nascosto in una cassa e mandato a Persefone perché lo custodisse. Ma nell’aprire la cassa, la regina degli Inferi fu a sua volta rapita dalla sua bellezza e si rifiutò di restituirlo: ora lottava per Adone contro un'altra divinità, come Demetra e Ade avevano fatto per lei. La disputa venne portata davanti a Zeus, il quale decise che Adone avrebbe trascorso un terzo dell’anno con Persefone, un terzo con Afrodite, e che sarebbe stato libero per il tempo restante.

L'archetipo Persefone

A differenza di Era e di Demetra, che rappresentano modelli archetipici dominati da istinti potenti, il modello Persefone non avverte quella spinta.
Se è lei a fornire la struttura portante della personalità, la donna non è predisposta ad agire, ma a essere agita dagli altri, vale a dire ad avere un comportamento condiscendente e un atteggiamento passivo. Persefone nel suo aspetto di fanciulla fa sì che la donna sembri eternamente giovane.

La dea Persefone aveva due aspetti: era Kore e regina degli Inferi.
Questa dualità è presente anche sotto forma di modelli archetipici. La donna Persefone può essere influenzata da uno dei due aspetti, passare dall’uno all'altro, oppure averli entrambi dentro di sé.

Kore: la fanciulla archetipica

Kore era la fanciulla senza nome e rappresenta la giovane che ignora chi sia ed è ancora inconsapevole dei propri desideri o delle proprie forze.
La maggior parte delle donne giovani, prima di sposarsi o di decidere della propria carriera, passa per la fase Kore. Altre rimangono fanciulle per tutta la vita: non si impegnano né in un rapporto, né in un lavoro, né in una meta culturale, anche se, di fatto, vivono un rapporto, hanno un lavoro o frequentano l’università, o addirittura una scuola di specializzazione. Qualsiasi cosa stiano facendo, non sembra la facciano 'per davvero’.
II loro atteggiamento è quello dell’eterna adolescente, indecisa su ciò che vuole essere 'da grande', in attesa di qualcosa o di qualcuno che trasformi la sua vita.

La bambina della mamma

Persefone e Demetra rappresentano un modello madre-figlia assai comune, dove la figlia è troppo legata alla madre per sviluppare un senso di sé indipendente. Il motto che definisce questo rapporto è: "Mamma lo sa meglio di tutti".

La figlia Persefone vuole compiacere la madre. Questo desiderio la spinge a essere 'una brava ragazza', obbediente, attenta, che spesso vive al riparo o 'protetta' da esperienze che presentino anche una minima possibilità di rischio.

Benché la madre sembri forte e indipendente, questo aspetto spesso è ingannatore. Può infatti accadere che alimenti la dipendenza della figlia per tenersela vicina, oppure che abbia bisogno di lei come un'estensione di sé, attraverso cui vive in maniera sostitutiva.

La donna-anima

La nota analista junghiana Esther Harding inizia il suo libro La strada della donna descrivendo il tipo di donna che è 'tutto per qualsiasi uomo'.
È la 'donna anima' che "si adatta a tutti i desideri di 'lui', si fa bella per 'lui', lo affascina, lo compiace". Non "è abbastanza consapevole di sé da essere capace di dare un'immagine di quella che è la sua vita soggettiva".

La Harding parla della facilità con cui la 'donna anima' assume su di sé la proiezione dell'immagine inconscia che un uomo ha della donna (questa anima) e inconsciamente si conforma all'immagine. La descrive così: "È come un cristallo dalle mille facce, che gira automaticamente senza alcuna volontà propria...
Grazie a questa adattabilità viene messa in luce ora una faccia, ora l'altra, ma all'osservatore viene presentata sempre quella che meglio riflette la sua anima".


Un'innata ricettività rende la donna Persefone assai duttile. Se persone significative proiettano su di lei un'immagine o un'aspettativa, all'inizio non si oppone. Segue un modello camaleontico,'prova' qualsiasi cosa gli altri si aspettino da lei. È questa qualità che la predispone a essere 'donna anima'; inconsciamente, si conforma a quello che un uomo vuole che lei sia. Con uno è la fanatica del tennis che è di casa nell'ambiente del circolo sportivo; con un altro siede dietro di lui sulla moto e sfreccia a tutto gas sull'autostrada; e per un terzo è la modella che lui dipinge innocente e ingenua; e agli occhi di lui lo è veramente.

La donna bambina

Prima di essere rapita, Persefone era una donna-bambina, ignara delle proprie attrattive sessuali e della propria bellezza. Questa combinazione archetipica di sessualità e innocenza permea la cultura occidentale, dove la donna desiderabile è la gattina sexy, la donna con il look da ninfetta, che posa nuda per Playboy.
Non è necessario che la donna Persefone sia giovane o sessualmente inesperta perché le manchi il senso della propria sensualità o sessualità.
Fintanto che rimane psicologicamente Kora, la sessualità rimane in lei sopita. Benché piacere agli uomini le piaccia, manca di passione e spesso non ha l’orgasmo.

In Giappone, ancor più che in Occidente, la donna ideale assomiglia a Persefone. È tranquilla, riservata, compiacente; impara che non deve mai dire di no in maniera diretta: viene educata a evitare di disturbare l’armonia esprimendo dissenso o con atteggiamenti sgradevoli. La donna giapponese ideale rimane graziosamente presente, ma sullo sfondo, anticipa le necessità degli uomini e apparentemente accetta il proprio destino.

Guida al mondo degli inferi

Benché la prima esperienza di Persefone nel mondo degli Inferi sia stata quella della vittima rapita, in un secondo tempo ne divenne la regina, la guida a chi visitava quei luoghi. Come nel mito, questo aspetto dell’archetipo si sviluppa come risultato dell’esperienza e della maturazione.

Simbolicamente, il mondo degli Inferi può rappresentare gli strati più profondi della psiche, il luogo dove giacciono 'sepolti' ricordi e sentimenti (l’inconscio personale) e dove si trovano immagini, modelli, istinti e sentimenti archetipici comuni a tutta l’umanità (l’inconscio collettivo).
Quando queste aree vengono esplorate in analisi, nei sogni si producono immagini sotterranee. La sognatrice si trova in uno scantinato, spesso con molti corridoi e stanze che assomigliano talvolta a un labirinto; oppure in un mondo sotterraneo o in una grotta profonda, dove incontra gente, oggetti o animali che la terrorizzano, la spaventano o la interessano, a seconda che tema o no questo regno dentro di sé.

Persefone regina e guida agli Inferi rappresenta la capacità di muoversi fra la realtà egoica del mondo ‘oggettivo' e la realtà inconscia o archetipica della psiche. Quando l'archetipo Persefone è attivo, è possibile che la donna operi una mediazione fra i due livelli, integrandoli entrambi nella personalità, e faccia da guida ad altri che 'visitano' il mondo sotterraneo nei sogni e nelle fantasie, o aiuti coloro che 'vengono rapiti' e che perdono il contatto con la realtà.

Hannah Green, nel suo I Never Promised You a Rose Garden, scrive la propria storia di malattia, ricovero psichiatrico e guarigione di sedicenne schizofrenica che si ritirò dalla realtà, rimanendo in balìa di un mondo immaginario. La Green, per poterne scrivere, dovette ricordare con grande vivezza la propria esperienza. All’inizio si rifugiò nel 'Regno di Yr', un mondo di fantasia che aveva un suo 'calendario segreto', un suo linguaggio e un suo alfabeto. Ma alla fine questo mondo 'sotterraneo' assunse una realtà terrificante; ne divenne prigioniera senza poterne uscire; poteva vedere "soltanto per contorni grigio su grigio, senza profondità, in maniera piatta, come un dipinto".
Quella ragazza era una Persefone rapita.

Ex pazienti psichiatriche, come Persefone, possono fare da guida ad altri in questo mondo sotterraneo. Ho conosciuto anche molte splendide terapeute che da giovani erano state ricoverate per una malattia psichiatrica. Temporaneamente 'prigioniere' di una dimensione dell'inconscio, avevano perso il contatto con la realtà ordinaria. Grazie a questa diretta, non mediata esperienza del profondo e alla guarigione, ora sono di particolare aiuto agli altri. Conoscono tutti i sentieri del mondo sotterraneo.

E infine, ce ne sono alcune che conoscono la Persefone Guida senza aver fatto l'esperienza della Kore prigioniera. Questo vale per molte terapeute che lavorano con sogni e immagini che nascono nella fantasia delle pazienti, perché sono ricettive all'inconscio senza esserne state prigioniere. Conoscono e hanno familiarità con il mondo sotterraneo per intuizione. La Persefone Guida fa parte della loro psiche, è l'archetipo a cui certe donne devono il senso di familiarità che avvertono quando si imbattono nel linguaggio simbolico, nel rituale, nella follia, nelle visioni o nell’esperienza mistica deIl’estasi.

Simbolo della primavera

Persefone Kore, la ‘fanciulla senza nome', è nota a molte donne come la fase della vita in cui erano giovani, incerte e piene di possibilità. Era il tempo in cui aspettavano che qualcuno o qualcosa venisse a dare forma alla loro vita, prima che un altro (qualunque altro) archetipo si attivasse e le facesse approdare a una fase diversa. Nelle stagioni della vita della donna, Persefone rappresenta la primavera.

Come la primavera segue ciclicamente al periodo del dissodamento della terra e ai mesi desolati dell’inverno, portando tepore, più luce e rinnovata crescita alla vegetazione, così Persefone può riattivarsi dopo momenti di perdita e di depressione. Ogni volta che riemerge nella psiche, alla donna ridiventa possibile aprirsi a nuove influenze e cambiamenti.

Persefone è giovinezza, vitalità e potenziale per una nuova crescita. Le donne che hanno Persefone come parte di sé possono rimanere ricettive al cambiamento e giovani di spirito per tutta la vita.

Come coltivare Persefone

La ricettività dell’archetipo Persefone è una qualità che molte donne devono coltivare. Questo vale in special modo per le donne Atena e Artemide, fortemente polarizzate sull’obiettivo, in genere sicure di ciò che vogliono e decise nell’agire, che quando non hanno le idee chiare si sentono disorientate e non sanno come e quando muoversi, o sono incerte su quale sia l'ordine delle priorità. Per questo devono coltivare la capacità tipica di Persefone di attendere che la situazione si modifichi, o che i loro sentimenti si chiariscano.

La capacità di aprirsi ed essere flessibili (o duttili) che caratterizza Persefone (a volte in maniera eccessiva) è un attributo che le donne Demetra ed Era spesso devono sviluppare, se non riescono a vedere altro che le proprie aspettative (Era) o se sono convinte che nessuno 'lo' sappia meglio di loro (Demetra).

Attribuire un valore positivo alla ricettività è il primo passo per coltivare Persefone. Un atteggiamento aperto agli altri può essere sviluppato a livello cosciente prestando ascolto a ciò che gli altri hanno da dire, cercando di vedere le cose dal loro punto di vista e astenendosi dai giudizi critici (o dai pregiudizi).

È possibile sviluppare un atteggiamento aperto anche nei confronti della propria psiche. Un primo passo necessario è la gentilezza verso sé stesse (anziché l’impazienza o l'autocritica), specialmente nei momenti in cui ci si sente come 'un terreno lasciato a maggese'. Molte donne imparano che i periodi di pausa improduttiva possono essere momenti terapeutici di tregua, che precedono un nuovo impulso di attività o di creatività, solo dopo che hanno imparato ad accettarli come una fase e non come una colpa.

Prestare attenzione ai sogni, spesso da buoni frutti. Uno sforzo per ricordarli e scriverli ogni mattina mantiene vive le immagini. Spesso, così facendo, si sviluppa l’intuizione profonda del loro significato, perché è possibile ricordarli e rifletterci su.
Chi cerca di cogliere impressioni extra-sensoriali può anche sviluppare una percezione in tal senso e imparare ad accogliere in sé immagini che nascono spontanee nella mente.

Difficoltà psicologiche

La dea Persefone fu una figlia spensierata fino a che non venne rapita e violentata da Ade, e per un certo tempo fu una moglie impotente, prigioniera e riluttante.
Fu liberata grazie agli sforzi della madre, ma poiché aveva mangiato i semi di melograno, avrebbe dovuto passare parte dell’anno sulla terra con Demetra e parte nel mondo sotterraneo con Ade.
Solo più tardi sarebbe diventata regina e guida al mondo degli Inferi.

Ogni diverso momento del mito ha un correlato nella vita reale. Come la dea, la donna Persefone può evolvere attraverso le varie tappe e maturare come conseguenza di quanto le accade, ma può anche rimanere fissata a una fase.

A differenza di Era e Demetra, che rappresentano istinti forti a cui spesso, per crescere, occorre resistere, Persefone induce la donna alla passività e alla condiscendenza, rendendola facilmente succube degli altri.
Meno caratterizzata e meno definita di tutte le altre dee, ciò che la contraddistingue è la mancanza di orientamento e di iniziativa. Ma di tutte le dee, è quella dotata delle migliori potenzialità di crescita.

Identificazione con Persefone o Kore

Vivere come Kore significa essere l’eterna fanciulla che non si impegna in niente e con nessuno, perché, con una scelta definita, vengono meno le alternative possibili. Per di più, questa donna pensa di avere a disposizione tutto il tempo che vuole per decidere, e quindi di poter aspettare fino a che qualcosa non la spinga ad agire. Vive nel Paese-che-non-c'è, come Wendy con Peter Pan e i bambini smarriti, vagabondando e giocando con la vita.
Se vuole crescere, deve ritornare alla vita reale.
Wendy, naturalmente, fece questo tipo di scelta. Disse addio a Peter Pan e rientrò a volo dalla finestra nella sua camera di bambina lasciata tanto tempo prima, sapendo che ora sarebbe diventata grande.
La soglia che la donna Persefone deve varcare è una soglia psicologica.

Per crescere, deve imparare tanto a impegnarsi, quanto a essere all’altezza di questi impegni. Ha difficoltà a dire di sì e a tenere fede a qualsiasi cosa cui dà la propria adesione. Rispettare gli appuntamenti, terminare gli studi, impegnarsi nel matrimonio, educare i figli o non abbandonare un lavoro, sono tutti compiti difficili per chi vuole giocare con la vita. Crescere implica lottare contro l’irresolutezza, la passività, l’inerzia; quando la scelta cessa di essere un gioco, occorre prendere una decisione e mantenere l’impegno.

Fra i trenta e i quarant'anni, la realtà irrompe nell’illusione di eterna giovinezza della donna Persefone, la quale forse, a questo punto, può incominciare a sentire che qualcosa non va. L'orologio biologico le dice che il tempo per avere un figlio sta scadendo; può rendersi conto che il suo lavoro non ha futuro, oppure guardarsi allo specchio e vedere che sta invecchiando. Guardando le amiche, si rende conto che tutte sono cresciute, lasciandola indietro. Tutte hanno marito e figli, o si sono costruite una carriera. Quello che fanno interessa veramente qualcuno, e in qualche modo, chiaro ma indefinibile, sono diverse da lei, perché la vita le ha toccate, lasciando il segno.

Fino a che il suo atteggiamento rimane quello di una Persefone Kore non si sposerà mai, oppure percorrerà le varie tappe della vita senza mai impegnarsi sul serio.
Farà resistenza al matrimonio perché lo considera dal punto di vista archetipico della fanciulla, per la quale è sinonimo di morte: dal punto di vista di Persefone, infatti, il matrimonio significa il rapimento da parte di Ade, colui che porta la morte. Questa visione del rapporto coniugale e del marito è completamente diversa dalle aspettative di Era, che considerava Zeus l’artefice della propria realizzazione.
La donna Era deve conoscere l’uomo e resistere alla tentazione di impegnarsi in un rapporto sbagliato, spinta com'è dalle aspettative positive proprie dell’archetipo. In caso contrario, quando il matrimonio si dimostra insoddisfacente, rimarrà delusa.
In netto contrasto, la donna Persefone deve resistere all’assunto altrettanto infondato, secondo cui il matrimonio è un rapimento e una morte da combattere o contro cui nutrire risentimento.

Le trappole di Persefone: debolezze di carattere

Quando Persefone si fu riunita a Demetra, la prima domanda che le fece la madre fu: "Hai mangiato niente nel mondo sotterraneo". Persefone rispose di aver mangiato alcuni semi di melograno, e poi mentì, dicendo di esservi stata costretta da Ade: aveva quindi fatto ciò che voleva, senza intaccare l’immagine che la madre aveva di lei.
Pur dando l’impressione di non avere alcun potere di controllo sul proprio destino, e quindi di non esserne responsabile, in realtà lo determinò: mangiando i semi, si garantì di poter trascorrere parte del tempo con Ade.
Le vie traverse, la menzogna e la manipolazione sono potenziali problemi di carattere per la donna Persefone. Sentendosi impotente e dipendente dagli altri, più forti di lei, impara a ottenere ciò che vuole in maniera indiretta: aspetta il momento opportuno per agire, oppure ricorre all'adulazione; dice solo in parte la verità, oppure mente del tutto, anziché affrontare gli altri in maniera diretta.

In genere la donna Persefone evita la collera. Non vuole che ci si adiri contro di lei: sente di dipendere dalla generosità e dall’affabilità degli altri che percepisce, giustamente, come più grave; potenti e quindi, spesso, tratta madre, padre, marito, datori di lavoro, insegnanti, come protettori che si deve ingraziare.
Anche il narcisismo è una trappola per alcune donne Persefone, che possono fissarsi su di sé con tanta ansia da perdere la capacità di rapportarsi agli altri. Il pensiero è dominato da interrogativi sulla propria persona: "Come sembro? Sono abbastanza spiritosa? Sono abbastanza intelligente?". E tutta l’energia se ne va in belletti e vestiti. Passano ore davanti allo specchio. La gente esiste soltanto come riscontro, per fare da superficie riflettente dove loro possono guardarsi.

Nel mondo degli inferi: la malattia psichica

Per una parte del mito, Persefone, prigioniera nel mondo degli Inferi, era una fanciulla triste, che non mangiava e non sorrideva. Questa fase corrisponde a un periodo di malattia psichica che alcune donne Persefone devono attraversare.
Questa donna, quando è dominata e limitata da persone che la tengono legata a sé, è soggetta alla depressione. Nell’insicurezza che la contraddistingue, chiude ermeticamente dentro di sé rabbia o dissenso, senza riuscire a esprimerli o a modificare la situazione in maniera attiva. Comprime invece questi sentimenti negativi ed entra in uno stato di depressione (rabbia rivolta internamente che è repressione e che diventa depressione), che senso di isolamento e di inadeguatezza e autocritica contribuiscono ad alimentare.

La depressione della donna Persefone non assume toni drammatici, ma sfuma in un lavorio di cesello. La sua personalità chiusa si ritrae ancor di più, la passività aumenta, le emozioni si fanno inaccessibili. Appare minuta e diafana. Come Persefone quando venne rapita nel mondo sotterraneo, non mangia e non ha niente da dire. Sia fisicamente che psicologicamente, il suo aspetto incorporeo, con l’andare del tempo, si fa ancor più marcato. Guardare una Persefone depressa è come guardare un fiore che appassisce.
La donna Demetra, quando si deprime, sovrasta immensa e condiziona fortemente chi la circonda. Prima dell’episodio depressivo è in genere una figura energica e centrale, e quindi, con la depressione, il suo comportamento subisce un cambiamento evidente. La donna Persefone, invece, che fin dall’inizio non è stata mai appariscente, quando si deprime diventa una presenza sempre più sfumata.

La Demetra depressa suscita in chi le sta intorno senso di colpa, impotenza o collera per il biasimo che lascia intendere. La Persefone depressa non provoca negli altri questi sentimenti. Al contrario, sono gli altri a sentirsi esclusi da lei. È lei che si sente colpevole, biasimevole, impotente. E spesso si sente a torto colpevole per qualcosa che ha detto, pensato o fatto. La Demetra depressa, quindi, è una presenza massiccia al centro della famiglia, mentre la Persefone depressa sembra scomparire nelle stanze più appartate.

Alcune Persefone si ritirano in un mondo di ombre fatto di immagini interne, di pensieri reconditi e di vita fantasticata, in un mondo a cui solo loro hanno accesso.

Il motivo per cui Persefone si è isolata eccessivamente o si è ritirata in quel mondo può essere stato il tentativo di allontanarsi da una madre invadente o da un padre violento. Una paziente Persefone mi diceva: "Avevo i miei posti speciali: dietro alla grossa sedia scura, in un angolo del salotto, sotto l’albero i cui rami toccavano terra e mi riparavano alla vista. Là andavo a nascondermi. Vi passavo ore e ore, da bambina, per lo più sognando a occhi aperti, facendo finta di essere ovunque tranne che in quella casa, con quelle persone".

Talvolta, l’inquietudine per il mondo interno, dove si ritira ogni volta che sente il mondo reale farsi troppo difficile o esigente, la esclude dagli altri. Tuttavia, può arrivare il momento in cui quello che un tempo era un rifugio diventa una prigione. La donna Persefone può rimanere confinata nel suo mondo di fantasia ed essere incapace di fare ritorno alla realtà ordinaria.

Ritirandosi gradualmente dalla realtà, alcune Persefone scivolano nella psicosi: vivono in un mondo pieno di fantasie simboliche e di significati esoterici e si percepiscono in maniera distorta. Talvolta la malattia psicotica può servire da metamorfosi, un modo che queste donne hanno per spezzare i condizionamenti e le proibizioni che limitavano la loro vita: diventando temporaneamente psicotiche, possono guadagnare accesso a una più vasta gamma di sentimenti e a una più profonda consapevolezza di sé.

Ma gli psicotici rischiano di rimanere prigionieri del mondo degli Inferi. Alcune donne Persefone (come Ofelia nell’Amleto di Shakespeare), rimanendo psicotiche, evitano la realtà quando questa si fa troppo dolorosa. Altre, invece, fanno questa esperienza con l'aiuto di una terapia e imparano a crescere, diventando più sicure e indipendenti.

Dopo che Persefone emerse dal mondo degli Inferi, Ecate le fu compagna inseparabile.
Ecate, dea della luna nera e dei crocicchi, regnava sugli arcani e notturni regni dei fantasmi e dei demoni, della stregoneria e della magia.

La donna Persefone che emerge dalla malattia psicotica può acquistare una penosa capacità di discernimento, che le fa intuire il significato simbolico degli eventi.
Quando guarisce e ritorna nel mondo, dopo un periodo di ricovero, spesso ha la consapevolezza dell’esistenza di un'altra dimensione, che può essere definita in termini simbolici come 'avere Ecate per compagna'.

Modi di crescere

Per impegnarsi, la donna Persefone deve lottare con la Kore che è in lei. Deve decidere di sposarsi e dire di sì senza riserve mentali. Se lo fa, il matrimonio può gradualmente trasformarla da eterna fanciulla in donna matura.

Se affronta un lavoro, anche in questo caso deve impegnarsi a non abbandonarlo, sia per realizzare la propria crescita personale, sia per avere successo.

La donna Persefone può superare la dimensione della Persefone Kore se è costretta ad affrontare la vita con le sue sole forze e prendersi cura di sé. Per molte figlie viziate, la prima volta in cui si realizza questa possibilità di indipendenza è il divorzio. Fino a quel momento, hanno fatto esattamente quanto ci si aspettava da loro: sono state figlie protette e hanno sposato giovani come si deve. Se hanno divorziato, in parte è perché consideravano il matrimonio una prigione. Il matrimonio non le ha trasformate: al contrario, ora scoprono che il rito di passaggio è il divorzio. Soltanto quando non hanno più qualcuno che fa le cose per loro, o di cui lamentarsi, certe donne Persefone possono crescere. Il bisogno diventa il loro maestro, quando devono affrontare i rubinetti che perdono, i conti che non tornano e la necessità di lavorare.

La donna Persefone può crescere seguendo molte direzioni diverse che fanno parte del potenziale inerente all’archetipo, attivando gli archetipi di altre dee, o sviluppando l'Animus.

Diventare una donna appassionata e sensuale

Persefone può essere una donna frigida, che quando fa l'amore si sente violentata, o semplicemente condiscendente. È lei che dice: "È appena passata una settimana e so che fare l'amore con me già lo annoia"; "Quando facciamo l’amore penso alle ricette di cucina"; oppure: "Qualche volta ho veramente il mal di testa"; oppure ancora: "Fare l'amore mi fa male".

Ma può anche trasformarsi in una signora sensuale e sexy. Spesso ho avuto sentore di questa trasformazione in donne che sono passate nel mio studio, o nelle mogli di uomini che me ne hanno parlato.
E in realtà, l’iniziazione sessuale, che mette la donna in contatto con questa dimensione, è un potenziale dell'archetipo Persefone conforme alla sua mitologia. Una volta che Persefone fu diventata regina degli Inferi, stabilì un legame o un vincolo con Afrodite, dea dell'amore e della bellezza, di cui Persefone può rappresentare l’aspetto sotterraneo; Persefone è una sessualità più introversa, o una sessualità sopita.

Nel mito, Adone fu amato tanto da lei quanto da Afrodite.
Ed entrambe le dee hanno in comune il simbolo del melograno.
Inoltre, il fatto che Persefone avesse accettato il melograno da Ade,significava che sarebbe tornata da lui di propria volontà.
Con questo atto cessava di essere una sposa riluttante. Divenne sua moglie e regina degli Inferi, non più la sua prigioniera. Nella vita reale, talvolta dopo anni di matrimonio, può accadere che una moglie Persefone cessi di sentirsi prigioniera di un marito opprimente ed egoista con il quale ha condotto fino a un certo momento una vita coniugale carica di risentimento. Solo quando riesce a vederlo come un uomo vulnerabile, rispettabile e imperfetto, solo quando riesce a sentire che la ama, può provare sentimenti diversi.
Quando la percezione si trasforma, per la prima volta da quando sono sposati, egli saprà che lei sta con lui per restare e che lo ama. In questo nuovo contesto di fiducia e di apprezzamento, lei potrà provare per la prima volta l’orgasmo e vedere il marito come Dioniso, colui che risveglia in lei la passione, anziché come Ade, colui che l’ha rapita.

Nell’antica Grecia, lo spirito inebriante di Dioniso portava le donne al culmine dell’estasi sessuale. Il dio veniva adorato in baccanali sulle montagne dalle donne greche, che periodicamente lasciavano il ruolo tradizionale di donne rispettabili, il focolare e la casa per partecipare alle orge religiose. Dioniso le trasformava in menadi sfrenate.
La tradizione e il mito legano insieme Ade e Dioniso: si diceva che Dioniso dormisse nella casa di Persefone, negli intervalli fra un suo ritorno e l’altro sulla terra.
Il filosofo Eraclito diceva: "Ade e Dioniso, per i quali loro (le donne) impazziscono e infuriano, sono la stessa persona".

La moderna Persefone può fare un analogo incontro 'dionisiaco'.
Una donna mi disse: "Dopo aver lasciato mio marito mi sono messa in cerca di che cosa fosse mancato nel mio matrimonio. Ho capito che molto dipendeva da me: formalista, bene educata, mi sono vista come una smorfiosa".
Un giorno, in un caffè, incontrò un uomo che divenne il suo amante. Era molto sensuale e la aiutò a diventare consapevole di "terminazioni sensibili di cui non avevo mai avuto sentore prima".

La scoperta di una disposizione all’esperienza religiosa dell’estasi

L’affinità archetipica della dea Persefone con Ecate e Dioniso può predisporre alle qualità estatiche e numinose, da sacerdotesse, che alcune donne Persefone sviluppano.
Si sentono inebriate dai rituali e possedute da una divinità. Nell’ambito del Cristianesimo, le donne mosse in tal modo dallo spirito possono diventare 'carismatiche' che 'parlano in lingue'. E oggi, con il revival del culto della dea, dove danze a spirale ne evocano lo spirito, alcune donne che di giorno sembrano comuni Persefone, di notte diventano altrettante Ecate arcane, o menadi dionisiache.
Lo sviluppo delle potenzialità di medium o sensitiva
Come guida dei mortali che andavano a visitare l'oltretomba per incontrarsi con le ombre dei morti, Persefone aveva una funzione metaforicamente simile a quella dei medium che tengono sedute spiritiche o che permettono agli spiriti dei morti di parlare attraverso di loro. L'estensione della sua personalità, con la ricettività diffusa e la mancanza di concentrazione su un punto specifico che la caratterizza, facilita anche la percezione extrasensoriale. Per sviluppare le capacità sensitive, la donna Persefone deve trascendere l’identificazione con la Kore e trovare in sé l’elemento Persefone-Ecate che non si lascia spaventare dalla dimensione dell’arcano, si sente a casa sua nel mondo degli Inferi, e ha la saggezza di riconoscere quando si trova a un bivio pericoloso e deve cercare una via più sicura.

La guida al mondo degli inferi

Una volta che la donna Persefone sia scesa nelle profondità di sé stessa, abbia esplorato il regno profondo del mondo archetipico e non tema di farvi ritorno per ripeterne l’esperienza, è in grado di mediare fra la realtà ordinaria e quella non ordinaria.
Ha fatto esperienze irrazionali arcane o terrificanti, ha avuto allucinazioni o incontri spirituali numinosi.
Se riesce a trasmettere ciò che in tal modo ha appreso, può diventare guida agli altri. E una donna Persefone che sia stata nel mondo degli Inferi e ne abbia fatto ritorno, può anche diventare una terapeuta-guida, capace di mettere in comunicazione gli altri con il loro mondo profondo, guidandoli alla ricerca del significato simbolico e alla comprensione di quanto scoprono in esso.

SELENE
Testo e ricerca di Rosa Versaci.

Un'immagine di Selene dipinta da Susan Seddon

Dalla titanessa della luce, Teia (detta anche Tia o Tea o Theia oppure Euryphaessa) "colei che splende fin lontano” e dal fratello Iperione, identificato con la luminosità del cielo nacquero: Elios, il grande Sole, Selene, la splendida Luna, ed Eos, la luce dell'Aurora.

La dea viene generalmente descritta come una bella donna con il viso pallido, che indossa lunghe vesti fluide bianche od argentate e che reca sulla testa una luna crescente ed in mano una torcia.

Da lei, dal suo immortale capo, un diffuso chiarore
si spande sulla Terra e una sovrumana bellezza appare
sotto la sua luce: l'aria buia si fa luminosa
di fronte alla sua corona dorata, e i raggi splendono
quando dall'Oceano, lavate le belle membra,
indossata la veste lucente, la divina Selene,
aggiogati i bianchi puledri dal collo robusto,
lancia in avanti il cocchio splendente
e appare, dopo il tramonto, al culmine del mese.*

Luna al suo culmine, regina della notte, collegata alla natura ed al culto dei morti, Selene era anche la dea della fecondità. Per i greci la dea Selene, sorella di Elios e di Eos, guidava il carro lunare. I romani invece vedevano in essa la dea della caccia Diana mentre gli egizi la identificavano con Iside.
Selene è la personificazione della luna piena, insieme ad Artemide, la luna nuova, alla quale è a volte assimilata, ed a Ecate, la luna calante.

Selene, da Sèlas: “splendore”, era spesso raffigurata nel firmamento alla guida del carro lunare trainato dai candidi buoi che Pan le aveva donato per consolarla dell'inganno grazie al quale era riuscito a sedurla: "nascosto il pelo irsuto e nerastro sotto il vello di una bianca pecora, aveva potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi goderla, ormai consenziente" (Kâroly Kerênyi).
Questo racconto cela probabilmente la traccia di un antico rito orgiastico, che aveva per scenario il chiaro di luna della magica notte di Calendimaggio, quando la regina della festa cavalcava in piedi un maschio prima di congiungersi con lui in un sacro amplesso.
Un'altra versione racconta la travolgente passione del dio Pan, tanto brutto e oscuro quanto Selene era bella e splendente, ma Selene amava l'oscurità ricevendone l'abbraccio ogni notte.

Secondo il mito, ogni sera Elios adagiava la sua aurea quadriga sull'Oceano, dove sorgeva Selene, con la quale giaceva nella notte. Poi si salutavano e, mentre il dio solare dormiva nella coppa forgiata da Efesto aspettando l'arrivo della sorella Eos, Selene percorreva il cielo stellato in compagnia delle nove sacerdotesse che badavano al suo argenteo cocchio. Per venticinque giorni i due fratelli amanti s'incontravano, ma gli altri cinque Selene, all'insaputa di Elios, si recava dietro la catena montuosa del Latmo, in Asia Minore, per dedicarsi all'amato Endimione col quale giaceva per tre giorni (quelli del novilunio quando la Luna non è visibile).
Il nome Endimione significa "colui che dimora dentro" e con "dentro" si intende il grembo della grotta, dove la dea lo vide per la prima volta, innamorandosene perdutamente. Così sdraiatasi al suo fianco, lo baciò sulle palpebre e da quel momento i suoi occhi non si riaprirono più, suggellando un sonno eterno. Non è univoca la spiegazione che si dà per questa condizione particolare: c'è chi dice essergli stata imposta proprio da Selene per poterlo ammirare e baciare liberamente ogni volta che lo desiderava; chi parla di un dono di Ipnos, il dio alato del sonno che, innamoratosi di questo bellissimo giovane, gli avrebbe consentito di vivere per sempre dormendo a occhi aperti; chi parla di un dono di Zeus su espressa richiesta di Endimione di cui Zeus era il padre. Infine c'è chi sostiene che si trattasse di una punizione voluta dallo stesso Zeus, per aver Endimione mancato di rispetto a Era, regina degli dei.

 

LE DEE DEL SILENZIO
Stige, Angerona e la sacerdotessa Raven di Avalon

Testo e ricerca di Barbara Coffani per http://www.ilcerchiodellaluna.it



U n'immagine di Stige dipinta da Patricia Mathews


“Come si può descrivere la preparazione di una sacerdotessa? Ciò che non è ovvio è segreto.
Coloro che hanno percorso la stessa strada lo sanno, e coloro che non l’hanno percorsa, non lo sapranno mai.”

                                                Marion Zimmer Bradley, Le nebbie di Avalon

IO E STIGE
Quando penso a com’è partita questa ricerca mi viene da sorridere, e immagino uno scherzo della dea del silenzio, come se non volesse essere trovata.

Anna mi propose via e-mail una ricerca su “Sige, dea greca del silenzio”, ed io iniziai distrattamente a cercare questo nome in rete. Non trovavo nulla. Digitando invece “dea del silenzio” comparivano i riferimenti ad Angerona, divinità romana praticamente sconosciuta. Dopo circa una settimana, non so perché il nome Stige iniziò a girarmi per la testa e mi venne il dubbio che Stige fosse la dea del silenzio, e Sige in realtà un semplice errore di battitura. In effetti era così.

Cosa sapevo io, di Stige? Che era un fiume dell’aldilà greco, che aveva a che vedere con le acque torbide….niente di più. Mi rituffai in internet, e scoprii ciò che Stige nasconde, le sorprendenti corrispondenze con Angerona ed i rimandi ad altre figure femminili meravigliose.
L’inizio è stato scoraggiante: pochi dati, poco materiale e ancor meno riferimenti. La dea del silenzio si nasconde, non è citata, nessuno la descrive nell’aspetto o nelle azioni, nessuno la colloca in un luogo preciso; è avara: non ti dà soddisfazione perché non ti dice nulla di sé. E’ povera, disadorna delle belle parole e dei bei miti con cui vengono presentate le altre dee. E’ spoglia e nuda, non interessa a nessuno, nessuno le offre lodi o poesie né parla di lei, e da qui a scivolare nell’oblio il passo è breve. Poi ho capito: lei “tace”. Mi guarda col dito sulla bocca intrigandomi come Monna Lisa, e mi suggerisce: io non dico nulla, fai tu, devi arrivarci da sola. E invita a tacere, come la maliziosa ed ammiccante Angerona dal dito sulle labbra.

Arrivo a lei per negazione: lei è la Non parola, la Non conosciuta, la Non celebrata, la Non evidente. Metaforicamente, credo sia la negazione di ciò che so, che conosco, che ho, che vedo: quindi è ciò che non so, che non ho e che non vedo. Parto dalla negazione della parola. La parola spiega, chiarisce, insegna, illumina, evidenzia. Il silenzio è solo silenzio, sa solo tacere. Se la parola sembra luce, il silenzio è buio, oscurità, mistero. E lei è lì: lei è dove c’è il silenzio, non al centro della scena ma ai margini, dove non arriva la luce dei riflettori.

Così sono le dee del silenzio, nascoste: non hanno templi propri perché nessuno sa dove si trovino, come le ninfe stigie, oppure sono venerate in templi di altre dee, come Angerona; non compaiono mai in prima persona, non sono primedonne, ma lavorano nell’ombra come Raven di Avalon, e rompono il giuramento di silenzio unicamente per dire la verità, per profetizzare.

Stige è un fiume dalle acque torbide, non si sa cosa ci sia sotto. Eppure tanto mistero deve avere un senso, e ho pensato al senso di custodire qualcosa di molto prezioso. Un tesoro cui non si può, non si deve, attingere facilmente. Ma cosa?

In realtà non riesco ad arrivare ad una vera e propria conclusione. Loro, le Signore del silenzio, mi fanno continuamente pensare, rimuginare, riflettere. Più di una volta nel corso della ricerca mi hanno fatto alzare nel cuore della notte, perché mi sembrava di avere capito qualcosa di importante….Mi lanciano dei messaggi, mi aprono squarci dove sembra che le cose si chiariscano, per poi improvvisamente far ridiscendere le nebbie. Mi viene in mente un incantesimo di Avalon, dove l’invisibilità veniva evocata pronunciando queste parole: “Nessuno ci ha visto, nessuno sa che siamo passati di qui…”. E non arrivo a nulla. Intuisco che le dee custodiscono il potere della parola, il potere della forza vitale e creativa che origina la vita, il potere del desiderio, il potere delle realtà possibili, e arrivo a pensare che forse la dea del silenzio sia la DEA…ma sono supposizioni.

Eppure, da quando ho iniziato questa ricerca, parallelamente nella mia vita sono cambiate e si sono sviluppate delle cose, e io sono diversa ancora una volta da com’ero prima. Per una come me che sbraita e si fa sentire anche quando non serve, praticare il silenzio è stato ed è tuttora difficile; eppure da quando ho iniziato a farlo qualcosa mi si è aperto dentro: una sorta di capacità di vedere dall’alto, da lontano; come se stando zitta, smettendo di rendere evidente la mia opinione e di prendere posizione e di mettermi in luce mi si fosse aperta la possibilità di avere una visione generale, che da una parte mi rende più equilibrata, e dall’altra mi sta via via rendendo più ricca perché mi lascia tutta la forza che userei nel “gridare”. I termini della questione si ribaltano: il silenzio non è più negazione nel senso di “non esistenza”, ma nel senso di “non ancora forma”; è come un grande utero buio e tranquillo, dove le cose sono in potenza, ma debbono ancora identificarsi. Un luogo da cui tutto può trarre origine. Il luogo del “potere”. Il luogo della realtà possibile di ogni cosa, anche di me stessa e delle altre me stesse. E dall’altro lato percepisco questo: il non detto che il silenzio custodisce con la stessa profondità degli abissi nell’oceano è ciò che “non deve” essere detto, ciò che non vuoi sia detto; l’altra faccia di te, l’altra faccia della luna, il tuo taciuto, il tuo non agito: ciò che ti rende o renderebbe veramente intero e completo, quando tu avessi il coraggio di viverlo. Il fango di Stige, per chi ha il coraggio di attraversarlo, è foriero di ricchezza e totalità.


ANGERONA




Le notizie in proposito sono pochissime perché di lei non abbiamo che una statua.

Angerona, o Augerona, è una dea romana rappresentata con un dito sulle labbra chiuse. E’ considerata la dea del silenzio, dei consigli e la protettrice degli amori segreti, oltre che colei che guarisce dall’angina pectoris. Le sue caratteristiche sono di non avere un tempio proprio, e di essere spesso chiamata col nome di altre dee tanto da venir confusa con esse.

La sua funzione primaria era di proteggere Roma, funzione da cui balza all’occhio il valore enorme attribuitole, in apparente contrasto con la poca fama: Angerona manteneva segreto il nome della città, rendendo impossibile ai nemici l’impossessarsene. E’ implicito in questa funzione il potere della parola e della conoscenza di un nome. Fra l’altro Angerona era chiamata anche con il nome segreto di Roma che era “Amor”, cioè Roma al contrario. Non a caso Angerona è poco nota: uno 007 deve passare inosservato, non può essere un tipo appariscente che fa colpo. Poiché il tempio di Roma in cui è stata ritrovata la sua effigie è in realtà il tempio di Volupia, la dea del piacere, ecco ciò che Angerona ci suggerisce: Voluptas è il piacere sessuale, fisico, spesso legato agli amori proibiti, segreti, da nascondere. Amor celato, nascosto, cioè Roma. Forse però il legame è anche fra piacere – voluptas – e dolore – angor, o fra il silenzio che va davvero serbato su certi amori, specialmente quelli illeciti.
Angerona è associata anche ad altre divinità poco note ma molto significative perché legate alla sopravvivenza del genere umano:

- ad Ops o Opis, divinità sabina della fertilità e della gravidanza, dea ctonia rappresentata seduta, legata al potere della terra e moglie di Saturno; il legame evidenzia la consistenza della dea, legata alla vita, all’alimentazione ed alla procreazione. E’ quindi una dea di prima generazione, una dea madre.

- ad Acca Larentia, madre, oltre che della fertilità della terra, dei Lari e degli avi: quindi delle Radici, della Discendenza, della continuità di una stirpe.

- a Muta, dea dei campi di grano: di nuovo il riferimento alla dea madre terra e alla continuità della vita
- alla dea etrusca Ancaru, che presiede alla morte e ai giuramenti, da cui pare derivi. La morte e un giuramento hanno in comune l’inviolabilità, la segretezza, la sacralità, la necessità.

La sua festa cadeva il 21 dicembre, al solstizio d’inverno. A Roma questa festa coincideva con i Saturnali, ma secondo tradizioni più antiche a tutte noi care, il solstizio d’inverno è il momento d’inizio del nuovo anno, il momento in cui la Dea Madre partorisce il dio figlio, per dare di nuovo inizio al giro della ruota della vita.


STIGE



Immagine di Stige di Wendy Andrew www.paintingdreams.co.uk

Più generosa di Angerona dal punto di vista dei riferimenti letterari, Stige rimane pure una divinità che si tiene in disparte, e non troviamo su di lei veri e propri racconti quanto riferimenti fugaci. In realtà però le sue apparizioni sono sempre determinanti nello snodo delle peripezie di altri personaggi, ed è una dea legata a metafore molto interessanti.
Come riporta Robert Graves, (1) la ninfa Stige fu una delle amanti di Zeus da cui concepì la dea Persefone, regina dell’Oltretomba, rapita e sposata da Ade dio degli inferi. Al di là del fatto che Stige sia una delle tante amanti di Zeus, e nemmeno la più importante, trovo interessante lo scenario di sfondo ed il filo rosso che lega le donne di questa famiglia perché mi suscita delle curiosità. Tutte vivono una storia di violenza perpetrata da parenti molto stretti: come Ade era fratello di Zeus, e si appropria della nipote con violenza e contro la sua volontà, allo stesso modo Zeus aveva usato violenza alla madre Era, e via così. Le violenze sono lo strumento col quale gli uomini costringono potenti regine allo stato di schiave e di oggetto di loro proprietà, e questa per Graves è una metafora delle conquiste elleniche sui santuari dell’antica madre. Ma perché tanta violenza su donne che non erano guerriere, verso le quali metodi molto meno brutali sarebbero bastati a sottometterle? La violenza è una tematica predominante in tutte le storie, sostituita solo raramente dall’astuzia. Perché? Cosa volevano prendere, gli uomini, a quelle donne? Dove volevano arrivare? Cos’avevano quelle donne di così importante da risvegliare un tale offensivo ed aggressivo interesse?

Un altro accenno alla ninfa Stige si trova nel mito degli Aloidi: questi erano due fratelli figli di Poseidone e di Ifimedia, che mossero guerra contro Ares e Artemide, e giurarono sulle acque dello Stige che avrebbero violato l’uno Era e l’altro Artemide. I due fratelli erano pieni di boria perché era stato stabilito da una profezia che non sarebbero stati uccisi né da uomini né da dei. Qui, oltre alla già nota storia di violenza a donne potenti, subentra un nuovo elemento che pure diverrà in seguito ricorrente: la profezia. Bene, i due fratelli si ammazzarono per errore fra loro, scagliandosi a vicenda un giavellotto nel tentativo di uccidere una cerbiatta bianca (in realtà la dea Artemide): quasi a suggerire che gli uomini non sono in grado di interpretare e comprendere correttamente le profezie. In effetti sempre Graves sottolinea che nonostante la perdita di ogni diritto, le donne – non gli uomini - mantennero il potere della profezia. Perché? Entra forse in gioco un diverso sentire, un diverso vedere, una diversa sensibilità che preclude agli uomini l’accesso al mondo del “possibile”? Non a caso anche Tiresia, padre della sibilla Manto, acquisì il dono del profetizzare dopo, e solo dopo, essere stato trasformato in donna ed aver così vissuto per sette anni.

Tornando agli Aloidi, a questo punto le loro anime discesero nel Tartaro, ed ecco, come in un film, un piccolo cameo della nostra Stige: le anime dei due Aloidi vengono legate ad una colonna con corde di vipere vive, sulla cui cima siede appollaiata la ninfa ghignando a ricordo dei loro giuramenti non mantenuti. Graves così interpreta questo mito:

“ Il tormento degli Aloidi nel Tartaro, (….)pare fosse stato dedotto da un antico segno calendariale che mostrava due teste di gemelli voltati schiena contro schiena, mentre sedevano sulla sedia dell’oblio, ai due lati di una colonna. La colonna su cui sta appollaiata la dea della morte e della vita indica l’apice dell’estate, quando termina il regno del re sacro e inizia quello del suo successore. In Italia lo stesso simbolo divenne Giano bifronte; ma in Italia l’anno nuovo iniziava a gennaio(….)”(2)

Ed ecco un legame nascosto con Angerona: Giano bifronte è infatti il personaggio che dà il nome al mese di gennaio, il primo mese dell’anno, e abbiamo visto che Angerona era venerata nel giorno del solstizio d’inverno, quando cioè la dea partorisce il figlio che simboleggia il nuovo anno. L’idolo dalle due facce rimanda inoltre ad Angerona perchè simboleggia il tradimento, la mancanza di fedeltà alla parola data, il giuramento non mantenuto. Immaginando l’alta colonna su cui siede Stige non posso infine non pensare alla meta, al punto di arrivo, al punto di svolta: alla fine di un ciclo e all’inizio di un altro, come avviene nel passaggio da un anno all’altro. Che la fine dell’anno sia collocata in estate o in inverno è irrilevante: ciò che importa è che essa rappresenta un Passaggio.

Con la solita modalità di rapido e breve accenno compaiono pure le ninfe Stigie, questa volta nel mito greco di Perseo – per il quale si rimanda alla scheda su Medusa, strettamente legata a Stige - , ma stavolta hanno il ruolo fondamentale di essere il “tramite” senza cui l’eroe non arriverebbe alla vittoria. Brevemente, Perseo era partito alla ricerca di Medusa cui doveva tagliare la testa per portarla in dono al re Polidette. Per compiere l’impresa, Perseo aveva bisogno di alcuni strumenti: il falcetto di Ermete, che servirà per decapitare la dea, un paio di sandali alati per fuggire, una sacca magica per riporvi la testa recisa e l’oscuro elmo di Ade che rende invisibili. Riguardo a quest’ultimo talismano, suggerisco un altro legame: fra Silenzio e invisibilità. Le ninfe stigie compaiono solo a questo punto del mito come custodi dei tre oggetti: sono dunque ancora una volta il cardine, il ponte che permette all’eroe di passare avanti: una nuova metafora del passaggio, questa volta ancor più esplicita come crescita, avanzamento, acquisizione di nuovi strumenti per vincere una competizione, e dunque di maturità.

Le ninfe stigie sono praticamente invisibili perché nessuno sapeva dove vivessero. Segreto, silenzio ed invisibile sono la stessa cosa. Ciò di cui non si parla, non viene percepito, non viene notato, non viene visto. Ciò che non viene visto non può essere descritto, è taciuto, e rimane in silenzio. Nessuno sapeva dove fossero al di fuori delle Graie dal corpo di cigno, con un solo occhio e un solo dente in comune (di nuovo la relazione tra la vista e la bocca-parola) . Perseo riesce a sorprenderle, ruba loro l’occhio e il dente, unica risorsa di vita per le tre disgraziate, e non li restituisce prima di aver strappato loro il segreto sulle ninfe stigie. Dopo di che raggiunge le ninfe, ottiene ciò di cui ha bisogno e uccide Medusa.

Angerona a capo dell’anno, Stige in cima alla colonna, le ninfe stigie senza la cui mediazione Perseo non andrà da nessuna parte, sono tutte dee che proteggono/presiedono ad un passaggio, ad una svolta; la stessa misteriosa Ancaru etrusca lo è, perche presiede al passaggio alla morte.


Ma passaggio a cosa? A cosa prelude l’ingresso che queste dee custodiscono?
Pare che le dee, o le donne in generale, custodiscano un segreto, una capacità, un potere che gli uomini non capiscono, non intendono, come se fosse espresso in un’altra lingua o addirittura con altre modalità comunicative; poiché non sanno usarlo nè gestirlo, utilizzano le armi, la violenza o nel migliore dei casi la frode per sconfiggerlo definitivamente.

Graves in una nota a questo mito suggerisce un’altra versione:

“…la visita di Perseo alle Graie, la conquista dell’occhio , del dente, della sacca, del falcetto e dell’elmo che rende invisibili, nonché la sua fuga dalle altre Gorgoni che lo inseguivano dopo la decapitazione della Medusa(…)sono stati tratti dall’errata interpretazione di una raffigurazione del tutto diversa, nella quale si vedeva Ermete, con i sandali alati e l’elmo, nell’atto di ricevere in dono un occhio magico dalle tre Moire. Codesto occhio simboleggia la facoltà di percezione; Ermete diventava così in grado di padroneggiare l’alfabeto arboreo, inventato dalle stesse Moire. Esse gli donarono anche un dente divinatorio, come quello di cui si servì Fionn nella leggenda irlandese; un falcetto per tagliare dal tronco i ramoscelli per l’alfabeto, ; una sacca di pelle di gru per riporre tali oggetti; e una maschera di Gorgone per tenere lontani i curiosi. A terra, in basso, si vede la dea che regge uno specchio dove si riflette la testa della Gorgone, per mettere in evidenza l’assoluta segretezza dei suoi insegnamenti” (3).

Poi continua:

“(….) esisteva in Grecia un alfabeto il cui segreto era gelosamente custodito dalle sacerdotesse della Luna, cioè Io o le tre Parche; tale alfabeto era strettamente legato al calendario e le sue lettere non erano rappresentate da segni scritti, ma da ramoscelli recisi da alberi di specie diverse, che simboleggiavano i diversi mesi dell’anno”(4)

E nella nota successiva:

“Anche le lettere dell’antico alfabeto irlandese, come di quello usato dai druidi della Gallia descritti da Cesare, portavano il nome di alberi. L’alfabeto irlandese era chiamato Beth-luis-nion (“betulla chiamato Beth-luis-nion (“betulla-frassino di montagna-frassino”) dalle sue prime tre consonanti. E la sua composizione, che ci fa supporre un’origine frigia, corrispondeva a quella degli alfabeti pelasgico e latino: era cioè di tredici consonanti e cinque vocali. (….)Ogni consonante corrispondeva a un mese di ventotto giorni di una serie di tredici mesi che iniziava due giorni dopo il solstizio d’inverno….”.

Secondo questa interpretazione ciò che viene protetto dalle donne ed ambito dagli uomini è la parola: nel silenzio è custodita la parola, come il fiore è custodito nel seme. Quasi che la Dea Madre fosse il Silenzio, che tiene in grembo e poi partorisce il Figlio- Parola. Tutte le creature femminili terribili che costellano il viaggio di Perseo/Ermete non sarebbero che guardiane della parola, concepita nel Silenzio. Questa interpretazione giustificherebbe il fatto che solo le donne conservarono il dono della profezia: perché per tradizione erano femmine le custodi dell’alfabeto, ed è l’alfabeto che permette di divinare. C’è un alfabeto sacro e magico custodito da figure femminili. Una figura maschile se ne impossessa e lo diffonde fra gli uomini, ma a questo punto l’alfabeto si sdoppia: diventa d’uso comune fra gli uomini, e d’uso divinatorio ma riservato alle donne. Nell’uso comune, la parola perde la sua potenza e la sua chiarezza e a volte diventa ambigua e superficiale, mentre nell’uso magico la parola conserva tutto il suo potere, forma e delinea la realtà e con la profezia si lega anche alla realtà possibile. Del resto, come si dice nella saga di Avalon, “i figli parlano la lingua delle madri”: è la donna che insegna a parlare. Ma per insegnare a parlare, bisogna prima padroneggiare il silenzio.


RAVEN DI AVALON



Raven nel film "Le nebbie di Avalon"

“Ai margini del meleto, tra due alberi fioriti, c’era una piccola casa di canne intonacate di fango. All’interno ardeva un fuoco. Furono accolte con un inchino da una giovane donna abbigliata come le altre, con una veste scura e una tunica di pelle di cervo.

“Non parlarle”, disse Viviana,.” Ha fatto voto di silenzio. E’ sacerdotessa da quattro anni, e si chiama Raven”.(5)

Raven, una delle figlie di Avalon, compare per la prima volta quando Morgana arriva all’isola da bambina. E’ una figura apparentemente di secondo piano, ma analizzandola si scopre quanto peso simbolico abbia in tutto il romanzo, al punto da essere sempre a fianco della protagonista nei momenti chiave del romanzo: al suo arrivo ad Avalon, durante i rituali più importanti, al ritorno ad Avalon dopo l’esilio volontario ed infine durante l’apparizione del Graal.

Per cominciare essa è con Morgana in due episodi “magici”: nel corso di un rituale di divinazione e durante la preparazione di Excalibur. Raven resta discretamente sullo sfondo, ma non è semplice “assistente” di Morgana, bensì è “colei che la sostiene con la sua energia”: senza di lei Morgana non ce la farebbe. Morgana inizia, Raven completa: insieme, sono complementari. Soprattutto, è sua la voce della profezia. Morgana “vede”, ma è Raven a “dire”. Fin dall’inizio del romanzo si dà particolare rilievo al dono della “Vista” che caratterizza tutte le figlie più dotate dell’isola. Ma è difficile esplicitare chiaramente ciò che si vede, rendere comprensibili a tutti le immagini di una visione di origine sacra: ecco perché Morgana ha bisogno di Raven, perché le sue forze si esauriscono nella Vista. Dopo aver ricevuto una visione, c’è bisogno di altra energia per rendere palpabili le immagini e trasformarle in parole: l’energia di Raven. E’ significativo il fatto che sia votata al silenzio: essa ha rinunciato a parlare, non pronuncia mai una sillaba; le sole parole che dice sono sacre, sono le parole che manda la dea. E’ come se fosse necessaria una quantità incredibile di lavoro, esercizio e forza fisica per dire cose che hanno un senso: per lasciarci attraversare il corpo da una corrente – sia pure di parole – di origine sacra, per dire cose che ancora non esistono ma sono destinate ad avverarsi, e che seppure ancora non esistono hanno l’intero peso della Verità. Tutto questo lavoro, esercizio e forza sono il frutto del voto di silenzio. Non è facile imparare a stare zitti, zittire non solo le emozioni ma anche le curiosità, il desiderio di sapere e di chiedere, la voglia di contatto verbale con gli altri. Stare sempre zitti significa allontanarsi dal mondo e dalla società; non a caso Raven vive ad Avalon, per di più in un periodo della storia dove l’Isola si è allontanata ancora un po’ dal nostro mondo; ma stare sempre nel silenzio ti permette di risparmiare in te una tale riserva di energia e forza da metterti in contatto con altri piani.

Morgana e Raven vengono portate a riposare, e nella scena seguente Raven non c’è più mentre troviamo Viviana intenta a spiegare a Morgana il senso della profezia. Una volta portato a termine il suo compito, Raven scompare dietro le quinte. Lei ha dentro di sé la voce della Dea, e non si preoccupa di interpretare il senso delle parole. Anche questo è un momento delicato per noi mortali: d’accordo, abbiamo avuto una profezia, abbiamo tradotto in parole le immagini della sacerdotessa; ma che senso hanno queste parole? Come le interpretiamo ora? Il senso di vuoto e di mistero che circonda le sibille non è legato al non avere una risposta, ma al non capire la risposta avuta. La dea del silenzio continua a prenderci in giro: acconsente a parlare, ma in una lingua straniera che noi non capiamo. Nel passaggio da sentito a spiegato il messaggio perde forza e sacralità, e non è neppure detto che sia esatto il modo in cui viene tradotto: infatti tutta la storia di Avalon e delle sue sacerdotesse risuona dell’insicurezza, dell’incertezza con cui le varie Signore hanno interpretato i messaggi della Dea, e dei ripensamenti, rimorsi e rimpianti per aver scelto o non scelto un cammino invece dell’altro. La Dea ci parla, ma non è detto che noi siamo in grado di capire cosa dice.

Successivamente Raven compare in un momento difficile per l’isola: Viviana, invecchiata, capisce che c’è bisogno di una nuova signora ma in assenza di Morgana non sa a chi affidare l’incarico. Fa divinare la giovanissima Niniane, che pronuncia le parole: “Raven, Raven, il calderone tra le sue mani….” ed interpreta queste parole come il segno che Raven è adatta ad essere la nuova signora. Poi la chiama Raven e la supplica di aiutarla e dirle se Morgana ritornerà. Silenzio. “Intendi dire che non tornerà? O che non sai?”(6)

Questo è il punto di vista del mortale: non si capisce se il silenzio è ignoranza o conoscenza, né cosa nasconde dentro. Mi lascia sempre perplessa una cosa, però: perchè dovrebbe essere Raven a sapere quello che nemmeno la più famosa delle maghe, quella che passò alla storia per aver incantato perfino il grande Merlino, riesce a sapere?

Seconda richiesta, questa volta velata di maggiore autorità: Viviana chiede a Raven di accettare l’incarico ed è solo a questo punto che Raven ci viene descritta nel suo aspetto: alta, snella, sulla quarantina, con i capelli lunghi e scuri, il viso olivastro e gli occhi grandi sotto le sopracciglia folte. Solamente in questo punto del romanzo abbiamo il piacere di sapere com’è fatta questa dea del silenzio, questa donna che sembra un fantasma, che non parla mai, non fa nulla di spettacolare eppure assiste, sorregge, conforta, è indispensabile e sostiene donne più potenti di lei. Neppure questa volta Raven risponde, naturalmente, ma abbraccia Viviana, la lascia piangere, le offre conforto e se ne va senza aver accettato l’incarico. Ancora una volta la dea ha taciuto: non ha dato la risposta che serviva a Viviana, nè ha risolto i suoi problemi. Essere la signora di Avalon significava portare avanti una carriera politica e diplomatica pesantissima, trattare, scegliere, disporre, decidere. Raven non può fare tutto questo: non perché non ne abbia le capacità. Anzi, dal punto di vista della preparazione sarebbe la persona giusta. Ma ha fatto una scelta che va nella direzione opposta: rinunciando a parlare ha rinunciato a prendere una posizione, a scegliere, a far sapere al mondo qual è il suo pensiero, la sua idea: ha rinunciato a sé stessa. Quando parla non sono sue le parole che dice, ma della dea. Essere profetesse e votarsi al silenzio significa fare spazio dentro di sé, farsi da parte perché tutto lo spazio che c’è dentro di noi sia riempito e inondato dalla presenza della dea. E in questo Raven è più vicina alla dea di ogni altra signora dell’isola. Ecco perché lei potrebbe sapere ciò che Viviana non sa.

C’è un altro momento bellissimo, caratterizzato da un’atmosfera molto commovente dove Raven, pur presente con tutta la sua corporeità, rimane evanescente come in un sogno: il ritorno di Morgana ad Avalon dopo la morte di Viviana.

Al suo risveglio sull’isola Morgana scorge Raven, o meglio, dettagli del suo corpo: una cicatrice su una mano, le dita sulle labbra nel segno del silenzio come l’antica Angerona, altre cicatrici sul braccio e sul seno, il profumo di erbe rituali sui capelli…Sono particolari che per essere notati nell’oscurità implicano una notevole vicinanza fisica, un abbraccio. Raven angelo del focolare, Raven antica madre, colei che non ha mai lasciato l’isola, è ancora lì ad aspettare. Il fatto che in un primo momento Morgana la confonda con la donna del Popolo Fatato incontrata in passato, il fatto che lei riaccolga chi torna a casa, il fatto che lei e lei soltanto abbia il diritto ed il potere di riconsacrare Morgana con la benedizione delle figlie di Avalon e con i simboli, e celebri il giuramento di sangue, e soprattutto il fatto che trasmetta a Morgana la sensazione più bella, quella di essere nel grembo della madre, mi fanno pensare che Raven detenga un potere superiore a quello della Signora dell’Isola: forse, Raven è proprio la Dea. Di sicuro ne è il tramite. Anche il suo corpo, i movimenti ed i gesti contengono allo stesso tempo una leggerezza, una calore e una rotondità che le parole raramente sanno dare, e proprie di una creatura di un altro mondo.

L’ultima avventura la vede assistere alla magia più sacra: quando insieme a Morgana, alla corte di Artù nel giorno di pentecoste, operano il più potente degli incantesimi per riportare i sacri simboli all’isola, sottraendoli al vescovo cristiano che stava per usarli per la messa.

Raven ha una visione terribile, e il suo spavento è tale da svegliare Morgana che accorre da lei e la trova immobile, seduta sul letto, con i lunghi capelli sciolti e scomposti e gli occhi stralunati. E’ paralizzata dal terrore, è il ritratto di Medusa, ma la gravità di ciò che ha visto è tale che una volta ripresasi rompe per sempre il silenzio e abbandona Avalon. Alla corte di Artù, per l’ultima volta la sua presenza sarà indispensabile per sorreggere la magia di Morgana. Questa volta, si tratta dell’apparizione del Sacro Graal: è Morgana a sostenerlo e a distribuirne i doni, ma è Raven a sorreggere Morgana. E’ Raven a sorreggere il peso del potere della Dea, la cui presenza è talmente forte e terribile da spaccare il cuore. Non posso non pensare ad Angerona, protettrice dell'angina pectoris, che mi diviene via via più chiaro perchè quando la Dea ti passa attraverso può essere così dolce da ucciderti. Quando hai il cuore e il corpo così pieni d’amore, quando senti così forte la presenza e l’energia e la vibrazione della dea, non riesci neppure a muoverti o a parlare, sei paralizzata, puoi solo lasciarla passare, e persino Raven, che ha comunicato con la Dea per tutta la vita, ne è sopraffatta.


AGLI ANTIPODI DEL SILENZIO: IL POTERE DELLA PAROLA



La parola crea. E’ viva, forma di energia sottile ma estremamente potente. Nella Bibbia, Dio crea tutte le cose nominandole: dice “Sia la luce”, e la luce “è”. “Chiama” la luce giorno e le tenebre notte, ed ecco la sera ed il mattino. Poi dice “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque” ed ecco il firmamento e le acque separate, quelle sopra da quelle sotto al firmamento. E poi “nomina” il firmamento cielo. Poi crea la terra dicendo "Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l'asciutto",” e poi chiama l'asciutto terra e le acque mare. E avanti così. Anche più tardi, nel Nuovo Testamento, Vangelo secondo Giovanni si parla in questo modo
:
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.”

L’origine del potere moderno della parola forse nasce da qui, perché con la Bibbia essa diventa strumento di creazione.

Ogni volta che Dio compie un atto di creazione, si assistono a tre momenti:

1)la parola nomina la realtà di una cosa

2)quella tal cosa esiste

3)la sua esistenza viene sigillata da un nome con cui la cosa viene chiamata.

In pratica, la parola crea l’esistere delle cose. Ma non solo. Creando, la parola trasforma la realtà: quando Dio nomina le cose, dà loro una forma. Prima esiste una massa informe di materia, e questa poi prende la forma del sopra e del sotto, del mare e della terra ecc. per mezzo della parola. Con il suo sistema creativo che prescinde dall’utero, in pratica, il Dio dei cristiani “separa”. Nella Bibbia, chi crea è un dio maschile, e creare diventa sinonimo di separare le cose le une dalle altre, staccarle, dare loro una individualità, cosa che poi accade a livelli molto più terreni nella vita di ognuno di noi: nella famiglia infatti il ruolo del papà è di spingere i bambini piccoli dal dentro al fuori, dal mondo materno al mondo esterno, “staccandoli” dalla mamma. Non a caso alcune ostetriche danno al padre “l’onore” di tagliare il cordone ombelicale alla nascita del piccolo. E non a caso si dice che il taglio cesareo è il sistema usato dai medici maschi, mentre le ostetriche favoriscono il parto spontaneo. Ecco qui la metafora ricorrente in tutti i miti precedenti, il senso del falcetto, della spada, del pugnale e della lancia e anche forse di Excalibur. E’ tipicamente maschile il ruolo del “tagliare”: la spada, come il fallo, apre, taglia, separa. La donna custodisce TUTTO nel suo silenzio, l’uomo invece distingue, separa, divide con la parola. Metaforicamente, il silenzio ed il femminile nel calice, la parola ed il maschile nella spada.

Nella leggenda del Graal Perceval è condannato ad un’estenuante ricerca perché non chiede “Chi serve il Graal?”, e non ponendo la domanda non permette neppure la risposta: non permette di esistere alla realtà che c’è dietro alla domanda non posta. Non solo. Ma con il suo silenzio, perpetua la situazione di disgrazia della terra dove vive il re pescatore, perché rimanendo in silenzio di fronte alla fanciulla del Graal, che “fa la donna”, cioè tace, lui “non fa l‘uomo”. Rinunciando a parlare Perceval rinuncia ad essere uomo verso la fanciulla che tiene il calice: se il sacro vaso rimane senza spada, non si ha unione e prosperità, non si ha più continuazione della specie. Perceval potrebbe essere colui che risana la ferita del re Pescatore, ferita che dona impotenza, vedi sterilità, ma tacendo lascia le cose come stanno.

La parola evoca. Ogni volta che noi pronunciamo una parola essa ci arriva accompagnata da una serie di valori, connotazioni, sensi nascosti, immagini, alcuni personalissimi, alcuni comuni a intere società, ma tutti radicati e molto antichi. Dietro ad ogni parola che pronunciamo c’è una storia, e pronunciare ogni parola significa evocare la totalità della storia. E’ in questo modo che le parole possono arrivare a fare del male o del bene. E’ come se pronunciando una parola noi evocassimo una marea, un’onda di energia di significati che investe la persona a cui la nostra parola è diretta. Per questo fa male continuare a ripetere certe cose anche a noi stessi, ad esempio concetti e parole negativi. Se un bambino si sente continuamente dare dello stupido, crescerà credendo di essere stupido, perché è al concetto di stupido che si adeguerà e farà molta fatica ad abituarsi a pensare di valere qualcosa. In questo contesto diventa fondamentale il linguaggio delle madri. E’ questo il linguaggio parlato dai bimbi come da ognuno di noi. Noi parliamo la lingua di nostra madre, la lingua che lei ci ha insegnato. E per lingua non intendo soltanto parole e suoni, ma anche metaforicamente tutto un comportamento che assimiliamo da piccolissimi e portiamo dentro fino alla morte.



ALLA RICERCA DEL SILENZIO



Avalon è lontana: non soltanto viviamo di parole, non soltanto diamo alle parole un potere ed un peso eccessivi, ma soprattutto siamo abituati fin da bambini a vivere il silenzio come un obbligo anziché come una possibile fonte di ricchezza. Ci viene detto con toni arroganti, minacciosi, e naturalmente urlando : Stai zitta, taci, fai silenzio! Non ci è stato insegnato ad amarlo, a rispettarne e conoscerne il valore. Invece dovrebbe essere un privilegio il fatto di non essere obbligate a parlare. Così, è difficile passare dall’abitudine di parlare al silenzio, ed è’ un percorso che va fatto per gradi.

Innanzitutto è necessario imparare a ridimensionare il potere della parola: chiamare le cose col loro vero nome per dare loro il giusto valore. Le cose sono soltanto ciò che sono. Tutto segue questa legge: la serie di aggettivi che si aggiungono per meglio definirle sono, per l’appunto, aggettivi che evocano altro, ma il senso vero e proprio di una parola è già nella parola stessa. Così un dolore non è mai un “grande dolore”, o un “dolore tremendo”: è solo dolore. Dolore significa già terribile e tremendo, altrimenti non sarebbe tale. Allo stesso modo non serve definire travolgente una passione: il travolgimento è implicito nell’idea stessa della passione. Una persona che non si lascia travolgere difficilmente proverà passione per qualcosa. E’ importante parlare con proprietà, con precisione, ed in maniera semplice, dicendo il minimo indispensabile, lasciando da parte le chiacchierare noiose ed inutili e i luoghi comuni. Significa risparmiare tempo e forze.

Conoscere il nome delle cose permette di dominarle. E’ per questo che alla fine del suo processo creativo Dio nomina le cose: per “definirle”, per dare loro un confine dopo averle separate dal resto, per dire ”tu sei questa cosa e basta”, “qui tu inizi e qui tu finisci”. E’ utile imparare a discernere il senso delle parole, specialmente il senso originale, l’etimologia. Studiare e conoscere, perché in questo modo le parole non potranno più far paura. . Se si impara a chiamare le cose col loro vero nome, si darà dato loro il giusto valore. Le cose chiamate con il loro vero nome possono risplendere della loro meravigliosa grandezza, o essere mortalmente ridimensionate.

“Non nominare il nome di Dio invano” significa che si deve usare bene la parola, che si deve averne rispetto e usarla il meno possibile, solo se necessario. Usare la voce a sproposito comporta una grande perdita di energia. La voce va usata piuttosto per cantare, per raccontare favole, per “guarire”. Imparare ad esprimersi con chiarezza e precisione, dicendo esattamente ed in maniera concisa quello che si pensa porta velocemente all’essenza del problema. A mano a mano che si impara ad esprimersi con concisione e semplicità, la semplicità e la chiarezza si fanno strada anche nel cervello: anche gli atteggiamenti e la stessa vita vengono sfrondati da ciò che non è indispensabile, il modo di essere e di fare diventerà più semplice ed essenziale, ed è a questo punto che il silenzio diventa più vicino, e che si incomincia a tacere. Si incomincia a sentire, invece di chiedere. Si incomincia a dare, invece di dire. Si comunica con il corpo, come Raven, e si impara a leggere il corpo degli altri, senza più farsi ingannare dalle parole, perché si “sente” col corpo, nel silenzio, cosa ti stanno davvero dicendo.


IL CALICE, ANCORA UNA VOLTA



La creazione tramite la parola è una modalità di creazione maschile. Tutte noi ci siamo conformate a questo sistema che ha la sua utilità e il suo pregio, ma possiamo fare ben altro. La parola del credo cristiano è parola di Dio, un dio maschile. Giurare, dare la propria parola, è una modalità tutta maschile di comportarsi. Dobbiamo capire come funziona, sapere come usarla perché ogni giorno incontriamo parole, ma prendiamo coscienza del fatto che il parlare ed il parlato sono una modalità espressiva che poco ha a che vedere con il femminile. Dio è prima di tutto Dio Padre. La Grande Madre del resto, ha spesso un compagno o degli amanti – e quanti ne vuole -, ha sempre dei figli, ma mai un Padre, cioè una figura a cui essere “sottoposta”. Perché è lei la creatrice, non LUI. E la donna crea creando, con il fare, non con il dire. Nell’Incanto di Doreen Valiente la Dea dice “ogni ATTO d’amore e di piacere mi appartiene”, ogni “atto”, non ogni “parola”. La verità è che tutto ciò che esiste è stato generato, come dicevano gli alchimisti. “Generato”, non “nominato”. Anche gli alchimisti esercitavano il loro solve et coagula nel silenzio per arrivare alla creazione dell’oro. Il silenzio è la modalità che accompagna la creazione al femminile. Forse per questo si dice che la parola è d’argento e il silenzio è d’oro, e forse proprio il silenzio è l’oro a cui gli alchimisti tendevano. La parola è come un principio attivo che ha bisogno di terreno fertile su cui attecchire, e il terreno fertile è il silenzio che la accoglie come un grembo. Come una coppa. Come un Graal. La parola non verrebbe notata in una distesa di altre parole: spicca perché si contrappone ad una realtà molto più discreta, quella del silenzio. Il silenzio non ha il potere evocativo della parola, ma il potere essenziale di contenere: serve un atto di volontà perchè al suo centro nasca la parola, è nel silenzio che tutte le cose, non solo le parole, si generano e si rigenerano, così come è al silenzio che si ricorre per trovare pace e rigenerarsi, mentre nel caos di una discoteca è più probabile stordirsi.

La parola coincide con l’azione, il silenzio con la stasi. Come la stasi è l’unica realtà che annulla l’azione, perché forma un muro che non si può abbattere, perché è “non azione”, così la parola si combatte e si vince col silenzio. Ogni volta che avremo fatto silenzio al di fuori di noi ed avremo evitato di parlare (replicare, spiegare, giustificare, esprimere giudizi ed opinioni) avremo risparmiato energia e forza per noi. A meno che non si tratti di un grido o di un pianto liberatorio senza il quale potremmo esplodere, è utile imparare a fare silenzio dentro, e renderci conto che la mente continua a secernere pensieri e parole inutili.

Il silenzio è segreto ed oblio: custodisce, o annulla. Contiene senza svelare, permette alle cose di esistere senza essere rese note. Noi restiamo nel dubbio, come Viviana di fronte al silenzio di Raven: non sai o non mi vuoi dire? Ed è qui che si capisce come il potere del silenzio sia di gran lunga maggiore del potere della parola perché la parola può solo rendere manifesto, il silenzio invece può rendere manifesto oppure nascondere.

Come metafora, noi donne dobbiamo TORNARE A FARCI CALICE, ma non solo il calice del nutrimento perpetuo, cioè del continuo dare anche quando non richiesto, bensì il calice che raccoglie, che contiene. Dobbiamo reimparare il nostro ruolo, che non è solo quello di dare. E’ vero, la donna dà nutrimento, dà il seno, il latte, la vita, coccole e carezze. Ma non facciamoci fuorviare dall’abitudine a questa modalità: il DARE è azione verso l’esterno, è tipico dell’uomo, è l’uomo che eiacula, che dà, lancia il proprio seme verso l’esterno. La donna è colei che RICEVE. E molte di noi si sono dimenticate come si fa. Molti rapporti d’amore - e non solo - finiscono proprio perché l’uomo non si sente accettato dalla compagna, che insiste nel dare consigli, nel cercare di migliorarlo, nel suggerirgli “per il suo bene” come e cosa fare…..Nella polarità dare-accogliere ci siamo così sbilanciate in un solo senso, che non siamo più capaci di ricevere nulla, neppure un complimento, neppure il meritato denaro per un lavoro ben fatto, neppure una ricompensa. E poi ci sentiamo esaurite, svuotate, senza più forza.

Dobbiamo reimparare ad accogliere, a ricevere. Per stare con gli altri, per comunicare davvero, dobbiamo sentire cosa dicono. Dobbiamo tacere, stare ad ascoltare. Nelle espressioni verbali e non, in ogni sospensione, in ogni pausa, nella scelta dei termini ecc. , se stiamo ad ascoltare riusciremo a vedere tutto il mondo dell’altro. Ma per ascoltare, ascoltare davvero, è necessario fare silenzio. Prima di tutto con la voce, poi con la testa: sospendendo il giudizio, il pregiudizio, l’impressione. Quando sarai riuscita a fare silenzio in questo modo, il tuo non sarà solo ascolto, ma diverrà accoglienza: metterai da parte te stessa per dare spazio all’altro. E poi diverrà vera e propria accettazione.

Non siamo solo ciò che mostriamo: siamo soprattutto ciò che non mostriamo, ciò che non vorremmo mai mostrare, ciò che non diciamo. E quando accettiamo di incontrare, agire, ascoltare, vivere anche “Quelle” parti di noi sepolte nel silenzio, parti di noi spesso così prorompenti perché legate agli istinti ed ai bisogni primari, vedi al sesso o all’aggressività., comunque alla sopravvivenza, non diventiamo solo più complete, ma più ricche: come Persefone, incontriamo Plutone coi suoi doni, e magicamente diventiamo più umane e tolleranti con gli altri. Perché chi ha sperimentato comprende e tollera anche le piccolezze altrui, compatisce nel senso di patire insieme, e si sente in dovere di stare zitto, mentre chi giudica, chi è convinto di avere ragione, di sapere come stanno le cose, in genere ha sperimentato e vissuto poco e si sente in diritto di dire la sua, senza pensare alle conseguenze che questo atteggiamento può avere.

Le streghe, invece, conoscono bene il valore del silenzio. E’ chiaro che a tutti piacerebbe poter urlare, far conoscere al mondo ciò in cui si crede e ciò che si sente, ma per molto tempo questo non è stato possibile, e sinceramente non sono convinta che sia possibile oggi. Entrando a far parte di una congrega, o anche semplicemente aiutando o curando una persona, le streghe si mettono in luce, prendono una posizione, e mettono e hanno messo la sicurezza della loro vita e di quella dei loro cari nelle mani di altre persone. Quando si rende manifesta la propria posizione non solo si è automaticamente classificati ed etichettati, ma si lascia una specie di strascico che coinvolge altre persone a noi vicine, che vengono come “contagiate”: una persona che ci è amica, o è legata a noi, nell’opinione comune è “come noi”. Ciò che noi facciamo viene trasferito anche a chi vive intorno a noi, anche se all’oscuro di ciò che facciamo. E’ per questo motivo che le sorelle sanno conservare il silenzio ed il segreto anche a costo della vita:

“in perfetto amore ed in perfetta fiducia”.


UN RITUALE PICCOLO PICCOLO


Visualizza al centro del tuo corpo, dove tu pensi che sia il tuo centro, una mandorla di luce bianca che pulsa. Concentrati su di essa e prendi coscienza di questo: ogni volta che taci e non pensi, l’energia che non disperdi va a nutrire la mandorla che è in te.

 

 

Themis e le dee della giustizia: la legge delle Madri 
Di Emanuela Geraci

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Temi - Themis, dea della Giustizia greca era sovrana, prima di Apollo, del più antico oracolo di tutta la Grecia. Temi è una delle più antiche dee della giustizia, insieme a Demetra Tesmofora, “portatrice di giustizia”, “portatrice di consuetudini”, che sorveglia con la figlia Kore l´alternanza delle stagioni, l´osservanza dei vincoli matrimoniali e dei legami in genere, e alle figlie di Temi, le Ore: Dike, la patrona dei tribunali, colei che punisce i malfattori, Eunomia, dea dell´ordinamento legale, Eirene, dea della pace (secondo la descrizione di Esiodo).

Themis è “l´irremovibile”, si invoca la sua severità a protezione dei giuramenti, viene dal greco tithemi: “porre nell´esistenza”, “dare un fondamento”. Dike, invece viene dal greco deiknymi: indicare, mostrare, “che mostra con autorità di parola ciò che deve essere.”

Ed infine le Moire, le giuste arbitre del destino umano e della lunghezza della vita di ciascun essere vivente, in origine il culto della dea Moira era legato ad un´usanza comunitaria e agricola, di decidere collettivamente quale terreno doveva essere coltivato e da chi, in modo da dare a ciascuno a secondo del suo bisogno. Questo concetto di “giustizia” venne poi trasformato dai Dori, popolo di pastori e cacciatori, e venne sostituito dal dio Nomos, legge, che in origine voleva dire “pascolo” e indicava il terreno conquistato dai pastori. Pindaro (fr.169) parla di Nomos come colui “che guida rendendo giusta la cosa più violenta, con mano che tutto sovrasta”. L´ordine da consuetudine stabilita in comune, diventa imposizione, garanzia che al di là dei fenomeni molteplici che riescono inspiegabili e dolorosi, c´è una volontà onnicomprensiva che realizzi un ordinamento universale.

demetra   moire   eirene   themis   themis   giustizia
                     
Demetra   le Moire   Eirene   Themis   Themis   Giustizia


Per trattare il tema della giustizia femminile, della legge delle madri, mi sono disposta ad ascoltare l´antica coscienza oracolare di Temi. Così nel dormiveglia, un po´ per gioco, o forse per pazzia...bianche figure sono sfilate per offrire una veste poetica a questo tema così importante per la coscienza femminile. Così ascoltiamo:

Prima Figura: "Le madri sanciscono tutto ciò che inizia. Che cosa inizia e come ? Come ha inizio una storia ? Bisogna conoscere molte storie, per comprenderne l´incipit, per imparare a distinguerlo. L´incipit è ciò che diventa norma. Qualcosa di nuovo si affaccia, un desiderio che trova il suo luogo sulla terra, un sogno che muove le gambe verso la realtà. Proteggere, accudire e permettere ciò che inizia è da sempre il compito delle madri, la nostra aurora..."

Seconda Figura: "La legge delle madri è una legge d´amore, l´amore si rende povero, scalzo e ignorante, privo di conoscenze e di giudizio. Tanto che a volte lo chiamano folle. L´amore ama e non giudica.
La legge materna è ascolto di un´emozione, dell´esperienza, della vita, delle speranze. E´ lo scarto della legge maschile, ciò che non trova posto né ascolto nelle aule dei tribunali e nelle leggi scritte."

Terza Figura: "La legge materna, si chiamano regole, la regola è ciò che ha un ciclo, comincia e finisce e ricomincia di nuovo. Chi segue sempre lo stesso comportamento non ha ciclo, dunque non ha legge. La legge materna prevede il rinnovamento, dunque l´innovazione."

Quarta Figura: "La legge materna è scivolosa, è il verso del pelo di una pelliccia. Si scivola verso non si sa cosa. Ci mette in contatto con l´ignoto. Questo ci fa paura. Allora riempiamo la nostra vita di leggi e di regole, che allontanano il semplice fluire delle cose, la coscienza della vita e della morte."

Quinta Figura: "Se non si vive, si muore, questo dice la legge, è molto semplice."

Marie Von Franz, nel suo bel libro “il femminile nella fiaba” offre molti spunti di riflessioni sul concetto di legge al femminile. Partendo proprio da Temi e dai suoi significati. Secondo l´autrice Lucina, Venere e Temi sono le tre dee “rimosse” dalla cultura cristiana in favore di una figura come la Vergine Maria, tutta centrata sulla compassione, che spesso tralascia di rappresentare l´aspetto oscuro dell´antica dea madre. Un aspetto di potere che le donne oggi fanno sempre più fatica a praticare e ricordare.

Temi (o Themis), come Demetra Tesmofora, come le figlie di Temi, le Ore, rappresentano la legge prima che diventasse legata a leggi statistiche, espressione del logos maschile, per giustizia s´intende oggi che ognuno subisca la stessa pena per lo stesso delitto. Una difesa contro il male, ma anche un modo unilaterale di considerare il problema. Vengono stabilite delle regole e coloro che non vi si attengono vengono puniti. Ma vi è un altro modo di considerare la cosa, il principio femminile di giustizia, può essere avvicinato al carattere vendicativo della natura. Così ad esempio chi mangia sempre di corsa senza sedersi a tavola sarà colpito da disturbi di stomaco. Ciò non ha a che vedere con una qualsiasi legislazione, è una conseguenza naturale: un comportamento sbagliato provoca infelicità e malattia. La vendetta e la punizione non dipendono solo da decisioni umane, ma anche da conseguenze naturali.

Molte sono le dee primitive che esprimono una natura analoga alle dee greche della Nemesis, Vendetta, o Themis, Giustizia, governatrice delle leggi naturali e del giusto corso delle cose. Espressione di un diverso modo di intendere la giustizia intende capire i casi nella loro singolarità più che divenire strumento di una vendetta collettiva conseguenza dell’intendere la legge come punizione.
La natura è severa, e a volte, crudelmente vendicatrice. In natura non esiste giudizio né regola, ma esprimendoci in termini mitologici, la vendetta del lato oscuro della dea.
Le donne tendono a non dare molta mportanza alle leggi e alla giustizia, ma spesso reagiscono con cattiveria a quanto loro dispiace.
La volpe femmina che morde il suo cucciolo giunto ad una certa età si comporta bene, così facendo lo rimanda a sé stesso, obbligandolo a cercare la sua libertà.
A volte le madri fanno lo stesso, con i loro bambini che si aggrappano troppo, così li spingono a camminare. La donna che si trova in accordo con le leggi del suo essere interiore può permettersi questa cattiveria senza che ciò implichi un Animus negativo.
Questo modo di operare non è riconosciuto dalla società patriarcale, se lo fa una donna è considerata immorale.
A volte seguire una “motivazione superiore” sacrificando se stesse per “il bene del bambino” è sbagliato perché in questo modo una madre tradisce se stessa e la propria legge interiore.
La natura si vendica generando malattia o nevrosi.

Fino al tredicesimo secolo la natura veniva considerata in parte buona e generosa, in parte oscura e pericolosa. Dopo, una serie di movimenti culturali hanno centrato l´attenzione solo sugli aspetti luminosi e positivi. Ma quando una dea è trascurata, la sua vendetta è ancora maggiore.

Bisognerebbe fare molta attenzione a quella che Simone de Beauvoir chiamava la “mistica della maternità”, ricordandoci che quando si vuole vedere nella maternità un atto esclusivamente naturale, non solo non dobbiamo scordarci gli aspetti culturali del comportamento umano, ma anche del lato oscuro e vendicativo della natura, che regola e impone il rispetto dei cicli naturali, della convivenza tra le persone e tra i sessi, e del rispetto verso se stessi e le proprie leggi interiori.

Oggi la legge materna si fa sentire nei tribunali soprattutto a difesa dei minori e delle donne maltrattate, dove sta a poco a poco passando la necessità di difendere coloro che sono di fatto “diseguali” di fronte alla legge con “strumenti diseguali”, e sempre maggiore attenzione viene esercitata rispetto al caso singolo e individuale, accolto con strumenti propri della psicologia più che della giurisprudenza.
Non posso che augurarmi che presto le tante donne che oggi colonizzano una professione che per tanti secoli è stata monopolio maschile, quella legale, si interessino presto ad una regolamentazione delle pratiche ostetriche, in modo sia da prevenire la violenza che oggi viene perpetrata impunemente sul corpo di tante donne ignare, sia da porre il giusto ascolto e rispetto verso quell´evento unico e singolare che è il diventare madre, per sua natura impossibile a inquadrarsi in schemi, protocolli e previsioni.
Non posso che augurarmi che Themis ritorni a passeggiare insieme alle donne incinte durante le loro gravidanze, i travagli e i puerperi, per ridare a tutte noi la giusta capacità di proteggere i confini, mostrare “con autorità di parola ciò che deve essere”, vendicarsi infine delle ormai troppo numerose trasgressioni alle leggi e ai cicli naturali che governano il corpo femminile.