GALLERIA DELLE DEE MEDITERRANEO

Dee dell' acqua: fiumi, sorgenti e acque piovane
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"Dove c'è acqua c'è vita". Lo sapevano bene i popoli antichi, per i quali fu molto naturale costruire le loro abitazioni non lontano dai corsi d'acqua, come pure nutrire una qualche forma di venerazione nei confronti di questo elemento così prezioso e indispensabile per la vita stessa.
L'acqua nutre e disseta i corpi, l'acqua lava e purifica, l'acqua feconda la terra e guarisce le ferite dell'anima.
Per la sua stessa composizione e stato aggregativo, essa è l'elemento che ha le più grandi possibilità di ricezione e di memorizzazione di ogni energia presente sulla Terra.
Infatti a seconda del luogo, del momento zodiacale e dell'intorno energetico in cui si trova, essa si carica di una vibrazione che memorizza e trattiene in sè.
Sul piano astrologico troviamo l'acqua cancerina, che è quella del liquido amniotico e dell'abbraccio materno in cui prende forma la vita.
L'acqua scorpionica è invece un'acqua sotterranea, spesso stagnante, per permettere alla vita che contiene di operare la sua trasformazione, come il girino che diventa rana. L'acqua dei Pesci è un'acqua in movimento, un'acqua che scorre e che trasporta, ed è anche un'acqua spirituale, fonte di guarigione.
Le forme e i volti attraverso i quali si espresse nel tempo la venerazione per l'acqua sono molteplici, parallelamente all'adorazione della Terra.
Le più note Dee dell'acqua sono Yemaya, Sarasvati, Afrodite, oltre alle Dee Madri neolitiche dal latte divino, mentre tra gli Dei ricordiamo Poseidone, dio dei mari, nonchè il culto per il fiume Nilo.
Qui sotto riportiamo una breve ricerca su alcune divinità meno note:
Ganga, dea del fiume. Coventina, dea della sorgente e Anahita, dea della pioggia.



GANGA


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La madre indù dei fiumi viveva un tempo in cielo con sua sorella Uma.
Quando i demoni del male imperversavano sulla terra, la saggia Agastya ingoiò l’oceano dei demoni, ma la terra rimase arida e asciutta: infatti il calore nello stomaco della saggia era talmente alto che le acque evaporarono immediatamente. Mossa dalle preghiere del suo popolo, Ganga la celeste dea dell’acqua si precipitò sulla terra. Il potere di Ganga avrebbe potuto spazzare via il mondo, se non avesse incontrato ostacoli, ma il dio Shiva ricevette quel torrente sulla testa e salvò la Terra. Da allora la Dea incarnata nel sacro fiume Gange, scorre attraverso l’India. Secondo alcuni Ganga rimase anche nel cielo sotto forma di quel fiume celeste che chiamiamo la via lattea, mentre un’altra parte del Gange scorrerebbe sotto terra. Benares, dove si incontrano i tre Gange, era considerato uno dei tanti luoghi sacri a Ganga, a tal punto che la gente si immergeva ogni giorno in quelle acque purificatrici. I pellegrini vi si recavano come fanno ancora oggi una volta all’anno per approfittare della promessa di Ganga di lavare dieci peccati per ognuna delle ultime dieci vite del devoto che si immerge nelle sue acque. Molti devoti indù cercano addirittura di morire quando sono immersi nel Gange, perché la Dea che non assume forma umana, vive nel suo fiume; infatti Ganga assicura la liberazione istantanea tanto da ogni punizione quanto dalla reincarnazione a chi muoia nelle sue acque.
Ganga, che è una delle maggiori dee dell’induismo, compare spesso insieme ad altre potenti divinità, per esempio in coppia con Uma, o formando una triade con le altre dee del fiume, Saraswati, e Yauni; oppure compare in un gruppo di cinque divinità, insieme a Saraswati, Lakshmi, Durga, Savitri, tutti aspetti di Devi (la dea) e di Prakriti (la terra). Il ruolo di Ganga in tutte queste combinazioni è di garantire la salute, la felicità, la fertilità e la ricchezza materiale.



COVENTINA



Tra i celti, sia insulari che continentali, le Dee erano spesso percepite sotto forma di corsi d’acqua. La Dea Terra di un territorio veniva vista non già nel terreno, ma nel fiume che lo bagnava. Meglio definite come dee delle acque queste divinità comprendevano Boann del Boyne, Belisama del Mersey, Sinnan dello Shannon, e Coventina del Carrawburgh in Inghilterra.
Molte di queste Dee erano considerate divinità guaritrici; venivano portate delle offerte nei luoghi ad esse sacri per ottenere la salute. In più, le Dee celtiche dell’acqua erano anche spiriti dell’ispirazione e della profezia, simili alle muse greche o alla carmenta romana.
Coventina era la personificazione della sacra fonte di Carrawburgh situata in Britannia, lungo il Vallo di Adriano. La sorgente alimentava un piccolo pozzo circondato da un muro ed era utilizzata dai Celti di quella regione che andavano, al di là del muro, con monete, monili od oggetti di uso quotidiano come offerta alla Dea. Erano soprattutto le donne a fare queste offerte per propiziarsi un parto sicuro.
Coventina era una Dea guaritrice per cui si credeva che le acque della sua fonte potessero guarire molti malanni. Veniva spesso raffigurata come una ninfa acquatica seminuda sdraiata in mezzo alle onde oppure nell'atto di versare acqua da una coppa.
Nel suo pozzo sacro nel Northumberland sono stati trovati dei resti, tra cui dei ritratti della dea, in cui compare in pose aggraziate: in una scultura per esempio la si vede distesa su un letto di piante acquatiche mentre versa il fiume da un’urna; in altre si regge ai rami di alcune piante acquatiche, mentre rovescia con gesto disinvolto il contenuto del suo secchio.



ANAHITA



L’immacolata, chiamata anche Ardvi Sura Anahita (l’umida, la forte, l’immacolata) .
Anahita era una delle principali divinità dell'antico impero persiano. Dea delle sorgenti d'acqua, della fertilità e della maternità, incarnava le qualità fisiche e metaforiche dell’acqua, la forza fertilizzante che fluiva dalla sua fonte soprannaturale nelle stelle.
Per estensione governava sul seme, che zampilla e fertilizza e pertanto sulla generazione umana e su tutte le altre forme di propagazione sulla terra.

Madre e guerriera
In questa vergine alta e possente il suo popolo vedeva l’immagine tanto della madre che del guerriero; per il suo popolo essa era, essenzialmente una madre protettiva che lo nutriva generosamente e al tempo stesso lo difendeva fieramente dai nemici. Nella statuaria, Anahita compare come la madre d’oro, abbigliata con un copricapo dorato e un mantello ricamato in oro, adorno di trenta pelli di lontra e ornata di orecchini quadrati d’oro e di un diadema tempestato di diamanti. Altre descrizioni dicono che viaggiava su e giù per il nostro mondo su un cocchio tirato da quattro cavalli bianchi che simboleggiavano i venti, la pioggia, le nubi e la grandine. I suoi simboli erano la colomba e il pavone.

Il culto
Guaritrice, madre e protettrice della sua gente, Anahita venne adorata in tutto l’impero persiano per parecchi secoli. In occidente si riteneva che essa coincidesse con Anat.
I greci sostennero che fosse Afrodite, quando non addirittura Atena.
Sembra che in origine Anahita fosse babilonese e che poi sia passata in Egitto dove appariva come una dea a cavallo e armata. Il suo culto si diffuse anche in oriente.
Essa diventò la divinità persiana più popolare, adorata, così si diceva, perfino dallo stesso grande dio Ahura Mazda. Ciò nonostante, Zoroastro fece del suo meglio per ignorare Anahita anche se alcuni autori più tardi rivelano che il saggio aveva avuto dal dio maschile l’ordine esplicito di renderle pubblici onori.
“Grande signora Anahita, datrice di vita e di gloria alla nostra nazione, madre della sobrietà e benefattrice dell’umanità”: così gli armeni invocavano la loro Dea adorata.
Essi portavano ai suoi santuari offerte di rami verdi e giovenche bianche e avrebbero volentieri dato in offerta anche se stessi.
nella religione misterica del mitraismo Anahita era nientemeno che la madre di Mitra.
Secondo i manoscritti del Mar Morto la setta degli esseni in palestina seguiva il suo culto segreto basato sulla nascita di un maestro di giustizia figlio spirituale della dea attraverso un battesimo in acqua seguito dalla discesa dello Spirito Santo sotto la forma di colomba, che sarebbe stato il Messia o il Saoshyant (salvatore) dei giusti nel giudizio finale.
Gesù di Nazaret era l'ultimo di questi maestri di giustizia. La terminologia cristiana della vergine Maria è fortemente legata a questa dea che era insieme madre e vergine immacolata.


Inno ad Anahid

"Signora Luna, la Genitrice, la Radiosa, la Pura, la Potente, umido Ventre Fecondo, la Fonte Cristallina di tutte le Acque, Signora delle Sacre Danze, Anahid la Splendente.

Quello che segue è uno splendido Inno alla Dea Anahid, conosciuta anche come Anahita scritta dal maestro Atom Yarjanian meglio conosciuto come Siamanto.

O Dea, ora che ho purificato la coscienza dalle fiacche religioni,
E cammino in armonia verso di te, le mie pantofole sono ancora sacre.
Apri la marmorea porta del tuo tempio, lascia che segni col sangue la tua fronte ...
Apri il tuo altare e conferiscimi il rosso potere degli Ardashessian, miei antenati ...
Ascoltami, Madre Dorata, sorella fertile, sorella di bontà,
Fonte di abbondanza e Dea degli Antichi Armeni,
Con la mattina del Navasart, la tua antica razza è festosa ...
Permettimi di pregare in ginocchio di fronte alla tua immagine ...

Ascoltami, Rosa del Miracolo, dea dai piedi d'oro,
Bianca Sposa della Notte e Amante del Sole,
E Radiosa Nudità del Velo di Aramazt,
Lascia che il sole illumini di nuovo con un raggio il tuo altare ...
Credo in Te. Saldo sulle colline di Bakrevant,
Io, pagano da molti secoli e figlio tuo, armato di frecce,
Giungo magnificamente quale messaggero ad implorarti
Ascoltami, le mie nacchere Haigian nacquero da terra Koltan ...
Vengo come un pellegrino. Indossando una lunghissima clamide, tenendo ramoscelli verdi in mano come bacchette,
Ecco un vaso d'argento con essenza di rose per ungere i tuoi seni ...
Ecco un piatto d’incenso a forma di urna in cui ho pianto lacrime per la tua rovina ...
Io cammino verso di Te con preziosi caprioli che seguono la mia ombra ...

Dalle colline di Bakrevant la vita pagana fluisce,
Figli del sole, magnifici, vestiti di mussola,
Dopo il loro addestramento con archi, lance e frecce, sulla soglia del tuo luogo sacrificale
Lascia che trafiggano con le loro spade i colli di possenti tori ...

Lascia che l’ordinato stormo di tortore s’involi verso la tua statua
Dalle spalle di feconde spose armene. Lascia che i giochi d'acqua della Giornata delle Rose inizino ...
E lascia che le sedicenni fanciulle circondino il tuo altare,
Lascia che ti offrano il loro magico corpo, O Gran Madre di Saggezza ...

Lascia che oggi colga per te la tua vendetta di venti secoli,
O dea Anahid…Là ho gettato nei fuochi del tuo altare
le due ali velenose della mia lignea croce distrutta,
E gioisci, o Madre Dorata, giacché brucerò per te un osso pestilente delle costole di Colui che Illumina ...

T’imploro, tu, Bellezza seconda a nessuna fra tutte le potenze,
Offrendo il tuo corpo al sole, fecondandoti con il suo Elemento,
e dona agli Armeni il dono di un invincibile e formidabile Dio ...
Dal tuo grembo di diamante, o Dea, genera per noi un Dio formidabile ...


Inno inviatoci da Rebecca Sendrolu.
Tradotta dall'armeno in inglese da Shant Norashkharian, pubblicato a Boston nel 1910 dalla Hairenik Editori e ristampata nel 1979 da Caravan Books. Per la traduzione dall'inglese si ringrazia Alessandro Zabini.

 

ANNA PERENNA
Testo e ricerca di Fairymoon*


Anna Perenna la vecchia,
Anna Perenna la lubrica sbeffeggiatrice di Marte,
Anna Perenna ninfa delle acque.


Nella mitologia romana esiste una divinità che incarna un archetipo della Madre, ed è Anna Perenna.
Ella è una divinità antica di cui poco si conosce e quel poco è avvolto nel mistero.

Ovidio ci lascia alcune versioni del mito di Anna Perenna per spiegarne le origini: la prima la identifica con la sorella della regina cartaginese Didone, Anna, che dopo la tragica morte di questa, per sfuggire al fratello Pigmalione, trovò accoglienza a Malta (dove per altro il culto della Dea Madre è stato molto sentito e ha lasciato numerose testimonianze), presso la corte del Re Batto. Costretta, però, a prendere di nuovo il mare, fece naufragio sulle coste del Lazio e venne ospitata da Enea. La moglie dell’eroe troiano, Lavinia, s’ingelosì e la fece perire in un fiume, il Numicio, di cui non si hanno notizie. Divenuta ninfa delle acque, fece udire in perpetuo la sua voce con le “onde perenni” (in latino amne perenne) e da cui l’origine del suo nome.

L’altra versione vede in lei una buona vecchina che soccorse i rivoltosi plebei romani rifugiatisi sul Monte Sacro nel 494 a.C., sfamandoli ogni giorno con le focacce che impastava con le sue mani, benché fosse povera. Per gratitudine, i romani le dedicarono una statua.
Qualunque sia la sua origine, questa dea romana presiedeva al corso dell’anno, ed era una personificazione femminile che incarnava il perpetuo ritorno.

Vi è chi vede in lei una precedente divinità etrusca della terra.

Anna Perenna si offre agli occhi moderni di una civiltà ormai disincantata come una sorta di befana arcaica che, come vedremo più avanti, si sostituisce a Minerva, insidiata da Marte, per ingannarlo divertendosi, e ci appare come ciò che resta della incarnazione di Annapurna, la Grande Madre.

“Annapurna” significa «piena di cibo», colei che nutre, epiteto che si legò nei secoli sia alla Diana di Efeso dalle mille mammelle che alla Vergine Maria, poi dichiarata «Theotokos» (generatrice di Dio, non solo di un uomo) proprio ad Efeso, perchè generò il Pane di Vita, il Cristo che offrì Se stesso all’umanità da redimere.
La radice sanscrita «ann» (cibo) riappare nel termine latino «Annona» (chi si occupava di garantire rifornimenti e approvvigionamenti a Roma e la Dea romana del nutrimento e dell'abbondanza, raffigurata con un fascio di spighe tra le mani) e nel nostro «mercato annonario».
È probabile però che nei secoli il significato reale, vivo e teologico, di Anna Perenna sia andato mano a mano dissolvendosi, e che il popolo romano abbia unito l’idea di avere una dea che nutriva e che si occupava dell’intero ciclo dell’anno con l’etimologia di «annus», facendo di lei una divinità dell'anno ritornante: durante la sua festa ci si augurava a vicenda di «annare perannareque commode», di passare un buon anno fino alla fine.

L’altra etimologia «amnis perennis» ne fece anche una divinità delle acque, venerata in una fonte di Roma.
Segno che il senso arcaico del mito non era più compreso.
Del resto, gli antichi Dei diventano buffoneschi, «vecchi» e ridicoli proprio perché hanno perso la loro forza temibile.
In qualunque modo sia giunta nel Lazio, questa divinità testimonia la presenza della Dea Madre in tempi arcaici, quando il suo culto legato alla terra e alla fertilità era sentito e onorato anche in Italia.

La sua festa cadeva il 15 marzo e dava occasione a banchetti in un bosco sacro alla Dea che si stendeva lungo la via Flaminia.
In tali banchetti all’aperto, che si svolgevano in un clima intriso di gozzoviglia, si ballava e si cantava a tutta voce storielle oscene, ubriacandosi senza remore, dal momento che la credenza diffusa era quella di poter aggiungere alla propria vita tanti anni quante coppe di vino si riuscivano a mandare giù.
La festa, nei pressi del Tevere, prevedeva la presenza di coppie di adulti ma anche di fanciulle in età di passaggio dalla pubertà all'adolescenza e consisteva in abbondanti libagioni, canti e danze anche sensuali e provocatorie di donne dalle chiome al vento. Il tutto risultava piuttosto eccitante e non ci stupisce che si parli di permanenza dei partecipanti sui prati protetti da capanne di fortuna o forse solo da un boschetto. Inoltre, doveva svolgersi una qualche competizione in cui partecipavano anche le donne e che poi dava diritto alla nomina di un vincitore, il quale riteneva di dover ringraziare le Ninfe offrendo doni.

Il clima lubrico dei festeggiamenti in onore di Anna Perenna ha origine da un episodio che vede protagonisti la neo – dea, da poco assunta tra le divinità, e il dio guerriero Marte, invaghitosi senza speranza della casta Minerva.
Il dio chiese aiuto ad Anna Perenna perché intercedesse in suo favore presso la ritrosa Minerva e la buona Anna assicurò il proprio intervento; Marte fu invitato ad un alcova segreta con un appuntamento e, felice di poter consumare la sua passione con la dea Minerva, vi andò. Tale fu però la sua sorpresa quando, invece della bella Minerva, si vide comparire dinanzi il volto della vecchia Anna Perenna, che lo derideva sbeffeggiandolo.
In questa storiella dal sapore piccante pare di vedere, leggendo tra le righe, la Dea Madre nel suo aspetto ripugnante che esige “il bacio” dal Re per assicurargli protezione e benefici. In Marte si scorge il guerriero, colui che impersona meglio di ogni altro la natura del sovrano. In tal caso però al Re, una volta accettato il volto ributtante della vecchia, si sarebbe offerta una meravigliosa fanciulla, ma qui, nel salace spirito burlesco romano, Marte viene quasi punito per non essersi accertato dell’identità della sua amante già presente nell’alcova.

Anna Perenna era identificata anche in un altro modo: era la Luna, o Temi, o una figlia d’Atlante, insomma era una simbolo soprattutto augurale, forse nato anche dal fatto cha la tradizione popolare la vedeva nelle campagna di Boville a portare cibo e bevande alla gente plebea che s’era rifugiata sul monte Sacro, ed il nome Perenna sarebbe un diminutivo di perennitate cultus.
La sua festa era comunque una data che faceva iniziare ufficialmente la primavera e quindi era un augurio alla buona stagione contadina visto che la Dea era di sicuro un simbolo naturistico e probabilmente il suo culto affonda le radici più profonde nel sistema contadino che tanto influì sull’Urbe.

Al culto di Anna Perenna è legata anche una fonte, ritrovata a Roma nel 1999 quando si decise di costruire un parcheggio sotterraneo all'angolo tra la Chiesa di Piazza Euclide e Via Guidobaldo del Monte, in una zona non particolarmente segnalata in termini di testimonianze archeologiche.
Dopo la posa dei muri di contenimento sotterranei perimetrali, nel novembre del 1999 le presenze archeologiche richiamarono gli specialisti della Sovrintendenza che provvidero, come spesso avviene nell’Urbe, a condurre lo scavo in modo da salvare i reperti mobili e a tutelare le testimonianze inamovibili.
E' stato accertato che alle falde delle due collinette tra Via Civivini e Via Archimede, proprio in quell'angolo, scaturisce ancora una falda acquifera che fin dai tempi almeno della Repubblica era stata utilizzata per una fontana.
La struttura della fontana è di tipo greco, probabilmente con l'uscita dell'acqua nella vasca attraverso delle “fistulae” e protomi decorativi di tipo animale, previo passaggio in una cisterna di deposito retrostante dotata alla sommità di uno sfioramento che faceva ricadere con continuità l'eccesso di acqua nella vasca sottostante. Veniva così garantita la purezza dell'acqua attinta per usi alimentari mentre il supero veniva recuperato in fase di uscita, per altre necessità, come l'abbeverata animale o gli usi agricoli.
La vasca si presenta di forma rettangolare racchiusa da bassi muretti: all'interno di quello frontale furono incastrate delle piccole are con epigrafi, rimaste “in loco”, con dedica “Nimphys Sacratis Annae Perennae”, alle Ninfe consacrate ad Anna Perenna.
E' il primo reperto archeologico che conferma la testimonianza letteraria che a Roma, in località poco lontana dal Campo Marzio, quindi ancora un ritorno al legame tra la divinità arcaica e il dio guerriero, era attivo un luogo dedicato ad Anna Perenna. L'analisi delle muratura indica un utilizzo almeno tra il II secolo a.C. e il IV d.C.

A questa scoperta ne fece seguito un’altra, con ritrovamento all’interno della cisterna che alimenta la fonte di oltre cinquecento monete, decine di lucerne ad uso rituale e dieci rarissimi contenitori al cui interno furono trovate statuette antropomorfe plasmate in argilla cruda o cera, con iscrizioni sul petto e sulle spalle, insieme a pigne, gusci d’uova, rametti e tavolette di legni diversi. Tuttavia l’oggetto più importante ritrovato è un grande paiolo di rame, un vero e proprio calderone antico, con segni di bruciato.
E’ probabile che questi oggetti e la fontana stessa siano riconducibili all’antico culto femminile di Anna Perenna, le cui Sacerdotesse venivano chiamate Ninfe e i cui Misteri sono tuttora celati.

Anna Perenna la vecchia che nutre con ciò che ella stessa dona e preserva la vita,
Anna Perenna che dà inizio al periodo della semina e del raccolto,
che come la luna regola il ciclo dell’anno,
che per gli etruschi era divinità che incarnava la Terra.

Anna Perenna che ci mostra il volto amorevole della Madre, ma anche il suo aspetto lubrico e quello saggio, che come ninfa vive nelle acque, linfa della Madre, si offre alla nostra meditazione con l’invito ad abbandonare gli schemi mentali entro cui è spesso rigidamente racchiusa la nostra vita e a seguire l’istinto e l’impulso che scorre nel sangue.

 

BASTET


immagine tratta da www.meowornever.com

Nel vasto e multiforme pantheon egiziano Bastet è la dea gatta, rappresentata come donna dalla testa di gatto o come una gatta nera.
Il suo luogo di culto più importante era la città di Per Bast, che i Greci chiamavano Bubastis, nei pressi dei delta del Nilo, a circa 80 km a nord-est del Cairo,
dove furono ritrovati molti templi a lei dedicati.

Dalla VI dinastia il culto si diffuse nell’Egitto, da locale che era inizialmente, e sotto il regno di Pepi II si immaginava Bastet come l’equivalente della Hathor di Dendera; Bastet aveva il potere di stimolare l’amore e la sessualità, e questa è una delle ragioni per cui il suo culto fu così popolare.

Il giorno dedicato alla dea Bastet, giorno di festa dove la gioia giungeva all’estasi, era il 31 Ottobre. Si beveva e si ballava a dismisura, e i bambini non potevano partecipare. Sul Nilo galleggiavano chiatte piene di donne, fiori e vino. Si dice che si trattasse di riti sensuali, pieni di musica e danze.
Erodoto così racconta “Arrivano in barca, uomini e donne assieme, in gran numero su ogni imbarcazione; mentre camminano molte donne fanno musica con dei sonagli, degli uomini suonano il flauto, mentre altri cantano e battono le mani. Quando incontrano una città lungo il fiume portano la barca a riva, ed alcune donne continuano a suonare, come ho detto prima, mentre altre lanciano insulti alle donne del luogo ed iniziano a ballare agitando i loro abiti in tutti i sensi.
All’arrivo celebrano la festa con dei sacrifici, e si consuma in questa occasione più vino che in tutto il resto dell’anno”

Lo stesso Erodoto afferma che il tempio di Bastet, costruito in granito rosso, era il più bello del paese e che vantava il maggior numero di fedeli, parlando di almeno 700000 persone, “bambini esclusi”. L’importanza di queste feste sembrava poco realistica agli egittologi del tardo ‘800, ma nel 1887 un archeologo di nome Henri Édouard Naville, scoprì il sito e dimostrò la veridicità dei resoconti di Erodoto.

A Bubastis è stata rinvenuta una grande necropoli di gatti e, sempre Erodoto, ci dice:
“I gatti defunti vengono portati a Bubastis, dove sono mummificati e sepolti dentro delle urne sacre”

Migliaia di felini furono sepolti in gallerie sotterranee della città e dei dintorni di modo che potessero portare il messaggio del loro padrone fino agli dei.
Naville fece ricerche sia nel sito del tempio di Bubastis sia nelle catacombe dei gatti, oltre che in alcune sepolture faraoniche, e provò così che si trattava eventi religiosi considerevoli, i cui devoti erano di ogni classe sociale della popolazione egizia.

Bastet nasce come divinità solare, personificando il calore benefico del sole, al contrario di Sekhmet che ne incarna il calore bruciante; solo in epoca greca venne assimilata ad Artemide, diventando così una dea lunare.
Ad Efeso era così adorata soprattutto come dea della fertilità. Infatti mentre le statue greche la ritraggono come una giovane con arco e frecce, le statue provenienti da questa zona la mostrano con il busto coperto di protuberanze rotondeggianti che sono state interpretate sia come seni che come testicoli di toro.
E’ proprio l’arco di Artemide a simboleggiare, nel periodo post classico, la falce lunare.
La vergine dea della caccia, della selvaggina e dei boschi, era infatti adorata anche come dea del parto e della fertilità perché si diceva avesse aiutato la madre a partorire il fratello Apollo.

Dalla II dinastia Bastet fu rappresentata come un gatto selvatico o come una leonessa; e solo dal 1000 a.e.c. ebbe la forma di un gatto domestico, ed in epoca greca divenne anche più comune la raffigurazione come donna dalla testa di gatto; inoltre fu associata al dio leontocefalo Mihos, venerato a Bubastis assieme a Thot, in qualità di sua madre e ad Atum, il demiurgo, come sposa, anche se secondo altre fonti, Mihos sarebbe figlio di Ptah e Sekhmet.

Il gatto era un animale sacro in tutto l'antico Egitto e ad esso venivano dedicati templi, poesie e invocazioni, mentre i resti mortali ne venivano mummificati, ponendo acccanto alle mummie dei topi perché avessero cibo per l’eternità.
Era onorato perché proteggeva i granai dai topi e quindi il popolo dalla carestia, ma per quanto addomesticato, non era un animale abituato all’uomo come oggi.
Si dice che l’abissino incarni il vero gatto egiziano, ma il gatto egiziano per eccellenza resta il Mau, dallo splendido manto maculato, la corporatura agile, le fattezze simili a quelle trovate nelle pitture parietali delle tombe e nelle statue.
Gli egizi divennero talmente devoti alla dea Bastet e ai gatti che promulgarono leggi per impedirne l’esportazione ma i mercanti fenici riuscirono a contrabbandarne alcuni nei paesi del Mediterraneo. Era altresì severamente punito chi attentava alla vita di un gatto.

Bastet è indicata figlia di Ra, oltre che come uno dei suoi “occhi”, ossia che veniva inviata per annientare i nemici dell’Egitto e dei suoi dei.
È una dea dal duplice aspetto, pacifico e terribile: nella sua forma di gatta o di donna gatto è la dea benevola, protettrice dell’umanità, dea della gioia e delle partorienti; nel suo aspetto feroce è nota per le sue collere, rappresentata con testa leonina, ed identificata con Sekhmet, la Possente, dea della guerra (oltre che della medicina). Come tutti i felini è attraente e pericolosa assieme, dolce e crudele: è il simbolo della femminilità, la protettrice del focolare e della maternità, ma è anche pronta a lottare quotidianamente col serpente Apophis, colui che contrasta la corsa della barca solare e delle forze benigne della creazione. In una delle tombe della valle delle regine è raffigurata portando dei coltelli per proteggere il figlio del re, e si dice che abbia partorito ed allattato il faraone, del quale sarebbe la dea protettrice.

Suo attributo era il sistro, strumento musicale creato da Iside, e detenuto anche da Hathor; uno degli appellativi della dea gatta era “Signora delle Bende”.

Una leggenda dice che Ra, offeso dall’umanità, inviò Hathor per punirla e sterminarla; la dea, una volta assunta la forma di Sekhmet, iniziò la strage; in seguito Ra, mosso a più miti consigli anche dagli altri dei, cercò di richiamare la dea furiosa: a questo scopo fece preparare della birra mischiata con ocra rossa per avere una liquido simile al sangue, e lo fece versare sul terreno. Sekhmet lo vide e lo bevve, ed ubriaca si addormentò, calmandosi. Passata la collera la dea assunse la forma di Bastet; un’altra variante del mito afferma che Bastet si bagnò nel Nilo e che in seguito tornò a Bubastis: sembra i devoti egiziani ripercorressero questo viaggio in onore della dea e come venerazione per i gatti.

I riti in onore di Bastet erano incentrati sull’idea della purificazione e la profumazione, con riferimento alla purificazione femminile durante il ciclo mestruale.
Dopo la fine della lunga era faraonica furono scoperte moltissime statue di Bastet, adorne di ori, con le code che accompagnano il corpo girate verso destra, doni, profumi e tesori.

Bastet seduce e incanta, in lei vi sono il maschile solare e il femminile lunare, la forza luminosa a tutti palese e la potenza indipendente e misteriosa, segreta, femminina, lunare.
Bastet era la Signora dell'amore, della gioia, del piacere, della danza e del canto e sotto la sua protezione erano posti gli animali a lei sacri, i gatti, ma anche chi incarnava questi aspetti di indipendenza e di fascino misterioso, di fragilità e di bellezza, quindi i bambini e le donne.
Ella era venerata e invocata dalle donne per avere in dono la fertilità e per proteggere poi la gravidanza.

Bastet incarna ciò che di più intimo e femminile è rinchiuso dentro di noi e attende, a volte, unicamente di emergere: la sensualità e la dolcezza, il fascino e la generosità, l’amore e la passione, il desiderio e il piacere, la vita che rifulge in tutta la sua pienezza.

 

LE DEE GUERRIERE
A cura di Manuela Caregnato


Immagine tratta dal sito http://www.Kimya.org/

Siamo il frutto di un tipo di educazione, in cui valori come la forza, il potere, o peggio ancora la rabbia fanno ancora molta paura, se espressi da una “femmina”.
Il patriarcato ha generato una profonda scissione, tale per cui la donna può essere solo madre o vergine.
Ma la storia, e soprattutto l’antica religione ci dimostra che così non è sempre stato, e culture precedenti alla nostra hanno prodotto divinità femminili
che combattevano esprimendo una grande forza, cui gli uomini stessi si rivolgevano per avere protezione in guerra ed anche in tempo di pace.
A questa categoria appartengono le cosiddette Dee Guerriere, figure archetipiche che esprimono coraggio, forza, fierezza ed un grande potere.
E che ci autorizzano a ritenere che la femminilità è un valore che, per quanto si fondi sull'amare e proteggere la vita, non ha nulla a che vedere con essere deboli.
Come la natura insegna, a volte bisogna combattere.
Per affermare sé stesse, per raggiungere i propri obbiettivi, per tutelare i propri diritti, oppure per difendere, come fa la tigre con i suoi cuccioli.

ATENA


La più nota alla cultura mediterranea è la greca Atena, la Dea che nasce corazzata e che indossa un elmo sulla testa.
La leggenda narra che Atena non fu sempre la protettrice dell’omonima città.
Accadde invece che litigò con Poseidone per il possesso di Atene. Allora fu indetta una votazione dove i greci dovevano decidere. Le donne votarono per Lei e gli uomini per Lui, ma vinsero le prime per un voto.
Così fu che gli uomini, non sapendo perdere, si rivalsero sulle donne togliendo loro il diritto al voto e decisero che i figli da allora avrebbero assunto il nome del padre e non più della madre.
Poi prepararono una nuova identità per la Dea, sostenendo che era una vergine, una dea senza madre nata dalla testa del padre, tutti concetti che depongono a favore del nuovo ordine patriarcale che stava emergendo.
Si è stabilito con certezza che Atena (il cui nome è tanto antico da non essere mai stato tradotto) era in origine una Dea della casa, minoica o micenea, che aveva un tempio sull’acropoli ateniese. Questa originaria Atena era l’essenza del legame famigliare e reggeva gli strumenti delle arti domestiche (il fuso, il telaio, il vaso). Di conseguenza era la protettrice della casa e per estensione della città.
Una Dea vergine, a quanto pare di nome Pallade, arrivò con i greci: era una guerriera, una sorta di valchiria, protettrice della tribù. Questa figura fu collegata a quella del simbolo tribale indigeno e ne venne fuori Pallade Atena, la cui leggenda fu riformulata e riadattata al nuovo ordine sociale.
Ogni anno a mezza estate la sua immagine veniva estratta dal tempio e portata fino al mare con una solenne cerimonia, poi veniva detersa e rinnovata in forza e purezza e addobbata con una nuova veste.

BELLONA


L’antica Roma dava grandissima considerazione alla sua Dea della guerra, Bellona.
Spesso descritta come l’ombra femminile di Marte, essa era molto di più, poichè il suo regno abbracciava tutti gli aspetti del conflitto, quelli diplomatici e quelli militari.
Perfino il suo nome mostra la sua importanza poiché in latino bellum significa guerra, dal nome di questa Dea.
Nel tempio di Bellona, che aveva serpi per capelli e teneva in mano una frusta insanguinata, i romani cominciavano e finivano le loro campagne militari.
Davanti al tempio un sacerdote dava inizio a una guerra alzando una lancia cerimoniale e vibrandola in una zona di terreno che simboleggiava il territorio nemico.
Al termine della guerra era ancora nel tempio di Bellona che il senato decideva quale ricompensa dare ai generali vittoriosi.
Sia in tempo di guerra che di pace il senato riceveva gli ambasciatori dei paesi in conflitto con Roma nello stesso suo tempio.
Quando iniziò l’assimilazione delle divinità romane con quelle dei paesi conquistati, Belllona venne identificata con la dea della cappadocia Mah, una forma tardiva della sumera Mami.
Entrambe rappresentavano il conflitto armato necessaro per difendere il diritto al governo e negli ultimi tempi dell’impero romano la Dea venne chiamata Mah-Bellona.

DURGA


Secondo la dottrina induista tutte le dee sono in definitiva una sola dea, o Devi, ma essa appare sotto molteplici forme con nomi diversi.
Una delle forme più terribili di Devi è Durga.
Essa era anche la più antica:durante la guerra dei primordi tra dei e antidei, Durga fu la prima manifestazione della Dea energia.
La guerra non portava alla vittoria di nessuna delle parti e le battaglie si trascinavano stancamente, così gli dei si riunirono e concentrarono le loro energie. Dalle loro bocche uscirono fiamme che formarono Durga, la prima divinità femminile dell’universo. Pur prodotta dagli dei, Durga era ben più potente di ognuno di loro anche tutti insieme ed era fieramente bramosa di combattere.
In segno di riconoscimento gli dei consegnarono le loro armi a Lei, che cavalcando una tigre si diresse verso il capo degli anti-dei, il demone Mahisa.
Questo essere, terrorizzato dalla nuova apparizione, usò i suoi poteri per assumere una forma terrificante dopo l’altra. Ma la Dea seguitava ad avanzare finche lo trucidò mentre aveva assunto le sembianze di un bufalo.
Il demone tentò di fuggire dalla bocca dell’animale morente ma Durga lo prese per i capelli e ne fece scempio, liberando la terra che ora gli dei poterono abitare.
Durga rappresenta non solo il potere intrepido di chi combatte contro il male, ma anche il ruolo della sfera intellettuale poiché Durga (l’inavvicinabile) rappresenta la fine di tutte le cose; cercare di capirla vuol dire impegnarsi nell’indagine intellettuale di gran lunga più difficile.
All'interno del pantheon induista ricordiamo anche KALI, la potentissima dea della distruzione e trasformazione.


ANAT


La grande Dea del pantheon ugaritico si chiamava Anat e aveva quattro aspetti distinti: guerriera, madre, vergine e prostituta. Creatrice del suo popolo, essa poteva essere anche un’assassina assetata di sangue che combatteva furiosamente.
La forza che personificava era immensa ma non inferiore all’energia sessuale.
Dea del desiderio, era la compagna del fratello Baal, per i cui amplessi si preparava con un bagno di rugiada e una pioggia di ambra grigia.
Il loro appetito era prodigioso ed una volta copularono 77 volte in mezzo ai boschi, dove lei aveva assunto aspetto di una giovenca e partorì in seguito buoi e bufale.
Altrettanto forte era la sua sete di sangue. Una volta per celebrare una vittoria del fratello invitò gli sconfitti ad una festa sulle montagne celesti.
Dipintasi di rosso con l’hennè, Anat fece il suo ingresso nella sala, poi chiuse le porte e trucidò tutti, smembrandoli. Così facendo Anat rappresentava la spaventosa indifferenza della sessualità, che riproduce senza fine la mortalità: il sesso produce vita e la vita finisce con la morte.

Sekhmet


Veniva raffigurata come leonessa o come una donna dalla la testa leonina, ed a partire dalla XVIII dinastia acquisì anche i simboli divini quali il disco solare, l'ureo ed il bastone uadj. Dalla parola egizia sekhem che significa potere derivano sia lo scettro e, con l'aggiunta della desinenza et indicativa del femminile, il nome della Dea.
Figlia di Ra, nella tarda teogonia menfita a partire dal Nuovo Regno, era membro della triade come sposa di Ptah e madre di Nefertem, prendendo anche l'epiteto di "La grande, amata da Ptah".
Era la terribile dea della guerra che impersonificando i raggi dal calore mortale del sole incarnava il potere distruttivo dell'astro ma anche l'aria rovente del deserto i cui venti erano il suo alito di fuoco e con i quali puniva i nemici che si ribellavano al volere divino. Rappresentava anche lo strumento della vendetta di Ra contro l'insurrezione degli uomini imponendo l'ordine del mondo.
Portava morte all'umanità ma era anche la dea protettrice dei medici come citano i papiri medici Ebers ed Edwin Smith ed i suoi sacerdoti, molto potenti erano spesso chiamati per la cura di patologie ossee, quali le fratture.Dal carattere molto pericoloso questa dea aveva quindi un lato benevolo che richiedeva rituali specifici soprattutto durante gli ultimi cinque giorni dell'anno lunare, giornate queste estremamente pericolose.
Era temuta persino nell'Aldilà dove il malvagio Seth ed il serpente Apopi venivano sconfitti dalla dea che abbracciava con le sue spire di fuoco Ra nel suo viaggio notturno.
Sekhmet incarnava il fiammeggiante Occhio di Ra ed era in questo caso assimilabile a Tefnet. Narra il mito della Dea Lontana che Ra, adirato con gli uomini che avevano cospirato contro di lui, la inviò per ucciderli, ma dovette poi fermarla ubriacandola con la birra, colorata di rosso come il sangue, per far sopravvivere il genere umano. La dea, assetata di sangue, che stava uccidendo sistematicamente tutti gli uomini dopo aver bevuto la birra si addormentò ed al risveglio prese le sembianze di Bastet che rappresentava solo le qualità benefiche del sole.
Per ricordare la terribile circostanza, nacque la Festa dell'Ebbrezza, celebrata nella stagione di Akhet ossia dell'inondazione del Nilo e nella quale venivano preparate grandi quantità di birra.


Le Amazzoni e le Valchirie


Si dice che esistesse una terra popolata interamente da queste donne che venivano chiamate le Amazzoni: ci credevano i greci, che pensavano vivessero ai loro confini, in un paese sul fiume Termodonte.
Una o due volte l’anno le Amazzoni si recavano alle frontiere per accoppiarsi con gli uomini delle tribù vicine, poi trattenevano le figlie femmine e restituivano i maschi.
Due regine, una per difesa e una per comando interno, si dividevano il potere.
Guidate dalla loro regina guerriera le amazzoni formavano un possente esercito a cavallo, munite di scudi a forma di edera e asce a doppio taglio.
Sul loro territorio vivevano pacificamente provvedendo a tutti i propri bisogni economici e producendo tesori artistici, e per quasi 4 secoli (1000-600 ac) ebbero il dominio sulla zona dell’asia minore che costeggia il mar nero.
O almeno questo era quanto i greci cedettero circa le guerriere leggendarie con cui finirono per scontrarsi.
Ancora oggi si discute sulla veridicità di questo mito e gli storici si chiedono se siano esistite veramente. La leggenda narra anche che queste donne per meglio tirare con l’arco si amputassero il seno destro, ma non vi sono prove di ciò e nelle opere d’arte dei greci stessi esse vengono ritratte con i due seni nudi ma integri.
Una delle fatiche di Ercole consistette nell’andare nel paese delle amazzoni e rubare la cintura d’oro della regina. Ercole sbarcò nella loro terra con un esercito ma la regina Ippolita gli offrì spontaneamente la sua cintura e con essa il proprio letto.
Ma le amazzoni non capendo cosa stesse succedendo presero a combattere con l’esercito di eracle, e molti furono i morti. Esse ebbero la peggio e in tale occasione le loro cape, Melanippe e Antiope furono fatte prigioniere mentre la stessa Ippolita trovò la morte.
Le amazzoni partirono per la grecia per liberare antiope da teseo e giunsero fino all’acropoli, ma dopo una crudele battaglia persero e dovettero ritirarsi al Nord, alla volta della terra che porta il loro nome. Molte furono le morti in questo percorso che rimase segnato dalle loro pietre tombali a forma di scudo.

Le Valchirie


La vergine coperta dall’elmo e pronta al combattimento, sul suo cavallo soprannaturale, “colei che sceglie tra i trucidati” è forse l’unica immagine femminile della mitologia scandinava tuttora famigliare. Ma ve n’è un’altra più violenta e possente che è stata dimenticata. Prima delle battaglie le valchirie tessevano le sorti della guerra usando come contrappeso le teste umane realizzando una trama di gocce rosse con spole fatte con frecce.
Quando avevano deciso il risultato del combattimento abbandonavano la loro dimora zeppa di sangue sotto forma di corvi in cerca di carogne per divorare i corpi trucidati.
Queste dee avevano molto in comune con le moire ed altre reggenti del fato che filavano o intessevano le vite umani in una dimora soprannaturale.
Gli anglosassoni le hanno identificate con le erinni. L’interpretazione corrente semplicemente vede queste donne al servizio di Odino, pronte a volare sulla terra per recuperare gli eroi da lui prescelti, ma questa leggenda omette i racconti secondo cui le valchirie si oppongono alla volontà di Odino, insegnando la magia a coloro che vogliono salvare.
Secondo alcuni scrittori ve ne erano due generi: quelle divine che erano nove e le vergini semi-mortali visibili in forma umana ai veggenti, mente agli altri sotto forma di aurora boreale.
La loro capa era FREYA, grande Dea dai molteplici aspetti.
Sempre nell'ambito nord-europeo ricordiamo MORRIGAN, la tre volte nera.

AL-UZZA


E per finire ricordiamo Uzza, la vergine guerriera venerata dagli antichi arabi della civiltà pre-isalmica.
Prima di dichiararsi profeta della divinità maschile, Maometto la adorava come la Dea del deserto e stella del mattino, il cui nome significa “possente” o “più forte di tutti”.
Malgrado ciò egli le si rivoltò contro, distruggendo il suo santuario tra gli alberi di acacia a sud della Mecca, in cui generazioni di devoti si erano radunati per venerare la pietra sacra che la rappresentava.
Con Al-lat e Menat essa componeva la grande triade degli arabi antichi e il suo culto si spense solo un millennio dopo la distruzione del suo luogo sacro.

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CERERE
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Il suo nome deriva dalla radice indoeuropea ker e significa "colei che ha in sé il principio della crescita".
Prima dell’adorazione di Cerere come versione italica della grande dea greca Demetra, essa aveva senza dubbio un propia identità e leggenda.
Ma oggi rimane soltanto una Dea ellenizzata a cui viene attribuita la storia di Demetra.

rendete propizie le madri della coltivazione, Tellus e Cerere”,
così cantava Ovidio al suo pubblico romano.

In tal modo il grande poeta distingueva le due principali Dee della terra di Roma: Tellus era la stessa terra, il ricco suolo scuro in attesa del seme; Cerere invece era la personificazione della forza della crescita vegetale.
Per comprenderne il significato originario possiamo analizzare il suo nome, che ha la stessa radice del termine “creare” e possiamo studiare il suo rituale.
Era celebrata ogni 19 aprile (altre fonti attestano il 12 aprile) nelle “Cerealia”, con riti e sacrifici che avevano la funzione di proteggere la crescita delle messi nonché assicurare un raccolto abbondante dovuto allo splendore del sole.
Comunque sia è evidente il collegamento tra Cerere e un buon raccolto. Si pensava che avesse insegnato agli uomini la coltivazione dei campi e per questo veniva solitamente rappresentata come una matrona severa e maestosa, tuttavia bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro ricolmo di grano e di frutta nell'altra.
Ma la dea della crescita doveva presiedere anche alla sua inevitabile fine. Così Cerere, una dea del munifico agosto, mese in cui le donne celebravano dei riti segreti in suo onore era anche a dea della morte delle piante che le rende commestibili e della morte degli essere umani che li fa ritornare alla Mater Tellus, la terra.

 

CIBELE
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Un'immagine delle Grande Dea Anatolica
Altre immagini alla pagina Immagini di Cibele


La grande Dea anatolica

Dea creatrice che ha dato origine all’intero universo senza bisogno di intervento maschile, vergine inviolata e tuttavia madre degli dei. La grande dea anatolica si manifestava nella dura sostanza della roccia e si riteneva fosse caduta dal cielo sotto forma di una Pietra nera.

Sul confine occidentale della Paflagonia c’era una scogliera deserta che si chiamava Agdo e Cibele vi veniva adorata sotto forma di una pietra nera.
La leggenda narra che Zeus era innamorato di Cibele ma invano cercava di unirsi alla dea e nell'angoscia di una notte d'incubo, mentre la sognava ardentemente, il suo seme schizzò sulla pietra generando l'ermafrodito Agdistis. Questi era malvagio e violento, con le sue continue prepotenze aveva già maltrattato tutti gli dei. Sicché Dioniso, giunto all’esasperazione, volle vendicarsi e architettò ai suoi danni uno scherzo atroce. Gli portò in dono dell'ottimo vino e lo accompagnò a bere in cima a un grande albero di melograno, finché Agdistis si addormentò ubriaco fradicio in bilico su un ramo. Pian piano con una cordicella Dioniso gli legò i genitali al ramo e, sceso in terra, scosse l'albero con tutta la sua forza. Nel brusco risveglio il malcapitato precipitò strappandosi di netto il prezioso organo: così Agdistis morì dissanguato mentre il suo sangue lavava il melograno e lo faceva rifiorire rigoglioso e stupendo e carico di succosi magici frutti. La ninfa del Sangario, il fiume che scorreva nelle vicinanze, sfiorò con la sua pelle vellutata uno di quei frutti e rimase incinta di un dio.
Fu così generato Attis il bello, il grande amore di Cibele. La Signora delle fiere suonava la lira in suo onore e lo teneva perennemente occupato in voluttuosi amplessi. Ma, ingrato e irriconoscente, Attis volle abbandonare quelle gioie celesti e se ne fuggì via per vagare sulla terra alla ricerca di un'altra donna. Cibele sapeva bene che nessuna infedeltà avrebbe potuto sfuggire alla sua vista onnipotente e, trainata dai leoni, lo sorvegliava dall'alto del suo carro. Colse così Attis mentre giaceva spensieratamente con una donna terrena, convinto che le fronde di un alto pino fossero sufficienti a nascondere il suo tradimento. Vistosi scoperto, Attis fu assalito da un rimorso tormentoso e implacabile, finché all'ombra del pino si evirò.
 
La castrazione divina                                                                                              
L’immagine dell’ape regina, che durante l’atto nuziale effettua la castrazione del fuco, incarna l’essenza del mito classico su Cibele. Presso gli Ittiti, Kumarbi stacca con un morso i genitali del dio del cielo Anu, ne inghiotte una parte dello sperma e sputa il resto contro la roccia, ove si genera una bellissima dea. Benché argomento apparentemente peregrino, la castrazione è un tema mitico universalmente diffuso e si collega al nucleo della trasmissione del potere regale cui si è alimentata tanto la tradizione egiziana (Osiride) che quella Greca (con Urano).

Il mito pelasgico della creazione
In principio la grande Dea emerse nuda dal Chaos.
Non trovando nulla ove posare i piedi, divise il mare dal cielo e intrecciò sola una danza sulle onde. Danzando si diresse verso sud e il vento che turbinava alle sue spalle le parve qualcosa di nuovo e di distinto, pensò allora di cominciare l’opera della creazione: si voltò all’improvviso, afferrò il vento del nord e lo sfregò tra le sue mani finché apparve un enorme serpente.
La Dea danzava accaldata, danzava con ritmo sempre più selvaggio e il serpente, acceso dal desiderio, l’avvinghiò nelle sue spire e si unì a lei.
Volando a pelo dell’acqua la Dea assunse forma di colomba e poi, a tempo debito, depose l’uovo cosmico.
Ordinò allora al serpente di avvolgere l’uovo per sette volte: il guscio si dischiuse e ne uscirono tutte le cose esistenti. Ma ben presto il serpente si vantò d’essere egli stesso il creatore e irritò così la grande Madre che lo relegò nelle buie caverne.
E’ questo il mito Pelasgico, che alcuni Autori ascrivono ad un’origine anatolica. Si tratta di una versione in accordo con la tradizione indoeuropea degli antichi Veda (i testi sacri degli invasori giunti in India da nord e attraverso le steppe caucasiche). V’è un parallelo con Vinata, dea primordiale che guarda verso dove il limite dell’oceano si unisce con il cielo: dall’uovo cosmico che ella depone nasce un figlio alato il cui primo compito sarà di riscattare la madre dal potere dei serpenti.
 
Il culto                                                                                                                          
Cibele era la grande madre di tutti i viventi , protettrice della fecondità, signora degli animali selvatici e della natura selvaggia, attraversava le foreste montane su un cocchio tirato da leoni, accompagnata dal corteo orgiastico dei coribanti.
Era anche una divinità poliade, fondatrice di città e patrona del suo popolo in pace e in guerra, aveva anche caratteri oracolari.
Il suo culto,che aveva il centro principale in Pessinunte, in Asia minore, era in origine di carattere nettamente orgiastico, con danze sfrenate al suono di flauti, timpani e cembali ed estasi deliranti, durante le quali i galli, suoi sacerdoti servitori, si flagellavano e arrivavano a autoevirarsi. In seguito il suo culto passo in Grecia e specialmente a Creta, sotto il nome di Rea. Sotto l'influenza greca, questo culto perse molte delle sue caratteristiche barbariche, che riaffiorarono in epoca ellenistica.
A Roma ella fu venerata a partire dal 205 a. c.  come simbolo di fecondita’.
I suoi scerdoti si chiamavano Galli nella Galizia, Coribanti nella Frigia, Dattili Idei nella Troade e Cureti a Creta. In suo onore furono incisi  svariati fregi e solchi su marmo quale atto per ridestare l’insita sua presenza. Santuari imponenti le venivano dedicati in posti inaccessibili, ricavandoli nelle pareti a picco mille metri sul mare. Il suo misterioso culto ctonio era praticato nelle fenditure della montagna, entro nicchie e gallerie. Talora l’apertura era un lontano punto visibile su un dirupo, tal altra corrispondeva al punto più alto di un’acropoli: era l’ingresso a tunnels scavati interamente nella roccia con gradinate discendenti nelle viscere della montagna, ad andamento elicoidale e senza sbocco. Ieratica in trono, Cibele riceve gli omaggi delle processioni che avanzano al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti e tamburi.         

Porta sul capo un ornamento cilindrico, di solito a forma turrita; è coperta da un velo o da un mantello, regge uno specchio nella mano e, sette volte su dieci, possiede una melagrana. Come Demetra, impugna le spighe d’orzo la cui Claviceps purpurea
forniva la bevanda allucinogena.
 
Il leone è il veicolo di Cibele ed immancabilmente lo troviamo ai suoi piedi. Anche nei bassorilievi della corrispondente dea ittita (Kubaba) compare un leone ai piedi del trono. Non solo in Anatolia: nel 1200 a.C. l’iconografia di una donna nuda in equilibrio sulla schiena del leone era presente in una vasta area del bacino mediterraneo orientale che interessava Assiri (Ishtar), Fenici (Astarte) ed Egiziani (Quadesh). La criniera del leone e le sue fauci spalancate sono l’emblema del pube femminile. Solo più tardi, quando le società patriarcali hanno sviluppato concezioni misogine, nel pelo leonino è stata proiettata l’immagine raggiata della corona solare. Non deve stupirci la banalità dell’attribuzione sessuale, l’idea dell’antro genitale femminile è insita nel nome stesso di Cibele, che significa grotta. Bisogna considerare che in Cibele c’è la continuità con le semplici concezioni religiose dell’uomo del neolitico e che in Anatolia, già nel 6.000 a. C., la grande dea veniva rappresentata seduta in trono fra due leonesse.

La MAGNA MATER                                                                                                                 
Patrona dei Mermnadi di Lidia, nel mito greco fu assimilata a Rea e associata a Demetra e venerata ovunque, in genere sotto l'appellativo di Grande Madre o Madre degli dei.        
La Magna Mater altri non è che la dea Cibele, la grande divinità della Frigia, il cui culto è importato a Roma nel 204 a. C., durante le guerre con Cartagine, quando il senato decide di far venire da Pessinunte la "pietra nera" (magica, perché caduta dal cielo), simbolo della dea e di costruirle un tempio sul Palatino. Nelle intenzioni del senato il culto di Cibele avrebbe forse rinfrancato il sentimento religioso e il morale della popolazione, stremata dalla guerra. L'adozione del culto di Cibele sarebbe stata suggerita dagli auguri, che avevano consultato i Libri Sibillini e ne avevano ricavato un'allusione alla dea e all'opportunità di introdurla in Roma, per avvantaggiarsi nella situazione bellica. Per questo vengono mandati ambasciatori al re Attalo, che acconsente, dietro assicurazione che alla dea sarà tributato il culto che le compete. A Roma la pietra sacra doveva essere accolta dall'uomo e dalla donna migliori tra i cittadini. Per gli uomini fu scelto Publio Scipione Nasica, lo strenuo avversario dei Gracchi. Più confusa, nelle fonti antiche, l'identità della donna prescelta per il delicato incarico. Insieme a Cibele giungono a Roma anche i suoi sacerdoti, detti Galli, il cui capo è l'Arcigallo. Il culto di Cibele,  rappresentata con la testa coronata di torri, accompagnata da leoni, o su un carro trainato da questi animali, sopravvive a lungo nella storia dell'impero romano.
 
 
Ave, Grande Madre dell'Ida, Madre degli Dei!
Ave, O piu'antica Sacra Dea!
io ti offro preghiere devote, O Cibele,
Berecinziana Madre di Dindymus!
Accoglici sotto la Tua protezione
Che Tu possa difenderci!
A Te offro questa supplica
Per garantire pace, sicurezza,
E salute alla nostra famiglia.
Possa tu essere benevolente e a noi propizia
e non abbandonare mai la Tua progenie.
se si presenta un'offerta di vino:
Per queste cose sii Tu onorata da questa libagione.
Sii Tu benevola e a noi propizia!

 

ERESKIGAL

lilith



Vedremo solo alcuni dei vari aspetti di Ereskigal fra cui quanto la rende prototipo – come Lilith e le Lilith appena descritte – della rabbia verso il femminile(1) e quanto la accomuna alla più tarda Gorgone Medusa.

Abbiamo visto il racconto di come Ereskigal, precedentemente Dea dei cereali e abitante del mondo superno, Grande Ciclo della natura e del grano, di vita, morte  e trasformazione, sia stata violentata dal futuro marito, vicenda in seguito alla quale entrambi furono banditi e relegati nel mondo sotterraneo(2).

Ella ha serpenti sul capo e occhi che raggelano la vita – simile alle Gorgoni e a Demetra Nera  - trasmette potenza e suscita  terrore.
Detiene e gestisce le leggi degli Inferi.
Ereshkigal si mostra, nel famoso mito che narra la discesa di Inanna agli Inferi -  in primo luogo come Dea furiosa: il suo volto diventa giallo e le labbra nere, si batte la coscia e si morde. Ha in sé le qualità della rabbia primordiale. Ener­gia incontrollabile e inconscia, distruttiva. Dall’ira infatti Ereskigal passa alla distruzione attiva contro Inanna, la sorella rea di aver osato volontariamente scendere negli inferi viva.

Poi Ereskigal fissò su Inanna l’occhio della morte.
Pronunciò contro di lei la parola dell’ira.
Emise contro di lei il grido di chi accusa.

La percosse.

Inanna fu mutata in cadavere
In un pezzo di carne putrefatta
E venne appesa a un gancio sopra il muro.

Ereshkigal uccide, spietata, Inanna, sua sorella, secondo la legge degli Inferi che non distingue, non discrimina, che vuole morte per chiunque li raggiunga.
Inevitabilità della morte, Ella ne è l’aspetto ‘disintegrato’, che ha perso la connessione con il ciclo della vita.

Con Lilith condivide due caratteristiche: anch’essa genera per lo più ‘mostri ‘(3) e anch’essa  mostra un’ira che ha le caratteristiche dell’invidia per le donne che abitano i mondi ‘luminosi’ dei nuovi Dei. Ella infatti non si mostra antagonista nei confronti del maschile: è circondata da maschi, fra cui il suo consorte, genera figli maschi e ha servitori maschi(4).

Con la Gorgone Medusa, che vedremo poi, Ereshkigal condivide ‘gli occhi della morte’, quello sguardo di verità che spietatamente attraversa la materia, toglie ogni maschera, è obiettivo nel senso che non traccia confini e giudizi, ma raggiunge l’anima nella sua essenza, spaventoso e pietrificante nella sua freddezza che annulla ogni relazione, ogni emozione, ogni affetto. Quello sguardo depersonalizzante che tante donne rivolgono verso sé stesse, quello sguardo che origina la morte nella forma della depressione.

La sua furia, per quanto primordiale, si appoggia sulla legge, è fredda, non paga della sua azione né affamata di altro uccidere. Come un laser contatta il suo oggetto, che viene attraversato dal suo sguardo e dalla sua parola di mor­te, e passa oltre, perché da oltre viene la sua origine, la disperazione che la costringe alla solitudine e al dolore.

Un tratto di Ereskigal che colpisce, e che la distingue da altre figure ‘furiose’, è la sua sofferenza. Sempre nello stesso poema, ella è descritta sofferente nella solitudine (Inanna è morta e appesa al gancio) per le doglie del parto. Ed è in quel momento, nel momento della sofferenza, che giungono da Ereskigal, così racconta il mito, due piccole figure, fatte di poca cosa, ermafrodite, mandate dal dio Enki per salvare Inanna. Dando voce ed eco al dolore e al la­mento della Dea, tracciando i confini fra esterno ed interno e rispecchiandoli entrambi, essi originano la trasformazione di Ereshkigal che alla fine accetta di pronunciare la parola benevola (opposta a quella dell’ira che aveva con­dannato Inanna) che libera la sorella e le permette il ritorno al mondo di sopra.

 

HATHOR, Gioia d’Egitto
Ricerca di Morgan Mac Phoenix


La Dea Hathor rappresenta una delle incarnazioni più complete del principio femminile per quanto riguarda il pàntheon egizio.

Il suo nome, come meglio esplicita la variante con cui è assai comunemente scritto, significa “Casa di Horo” riferendosi probabilmente al mito secondo cui Horus, identificato come dio-falco celeste e dio-sole, al termine del proprio viaggio tra i cieli, la sera sarebbe rientrato nella bocca di Hathor per trascorrervi la notte, godere di un sonno ristoratore e riemergere nuovamente nella veste del sole mattutino.

La connessione della Dea egizia con l’astro diurno è chiaramente riscontrabile dalla simbologia della sua tipica rappresentazione che prevede sul capo uno splendente disco solare.
Questa Dea è connessa all’antico archetipo delle Grandi Madri preistoriche e protostoriche, il suo culto è rimasto in vita continuativamente per più di tremila anni. Il suo santuario più importante si trova nell’antica Dendera , era controllato da un corpo di sacerdotesse e sacerdoti che si occupavano del culto ufficiale e della gestione pratica dell’intero sistema santuariale. In quanto Madre è la Dea del parto, della nascita e dei bambini. A questo proposito è famosa l’antica credenza che alla nascita di un bambino la Dea si materializzasse come le sette Hathor (o nove) che avevano il compito di omaggiare il neonato predicendogli il suo proprio ed immodificabile destino .

Hathor non è solo la Signora del Cielo,la Vacca alata che diede vita al creato, ma era identificata anche come la patrona del corpo dei morti, suo possesso in quanto partoriti da Lei stessa. Viene spesso rappresentata al fianco di Osiride mentre accoglie i defunti nel mondo dell’Oltretomba.
Era Dea dell’amore e delle passioni, un’immagine che aveva raggiunto anche la Grecia dove infatti questa Dea veniva chiamata con il nome del suo corrispettivo elleno: Aphrodite.

Le competenze divine di Hathor non si limitavano però a questo, è spesso identificata come patrona delle arti, della musica e del canto e infatti le sue feste erano orge di ebbrezza, gioia e musica. Famosa la festa del primo giorno dell’anno durante il quale il simulacro della Dea veniva portato fuori dal santuario ed esposto ai raggi del Sole Neonato.
Una Dea multiforme insomma, un’immagine, la sua, che ci ricorda le Grandi Dee dell’antichità come la babilonese Ishtar o la fenicia Astarte.Strettamente collegata al mondo del femminile, Hathor veniva invocata dalle vergini e dalle vedove per trovare l’amore. Era la Madre di tutte le donne, che nella sfera privata portavano avanti il suo culto domestico, protettrice della cosmesi femminile in quanto Dea della bellezza femminile e nume tutelare di tutte le femmine animali.

Aspetti della Dea

Il geroglifico del suo nome mostra Hathor come una donna, la cui testa è ornata da un paio di corna bovine tra cui brilla il disco solare. La corona che porta sul capo sintetizza l’originale natura di giovenca celeste, una concezione della divinità molto antica che la accostava a questo animale simbolo di fertilità e abbondanza, ma già in tempi antichi la fusione di elementi antropomorfi è bovini è compiuta: la Dea si presenta con volto di donna, ma con orecchie bovine e alte corna. Possiamo ritrovare immagini della Dea come vera e propria rappresentazione animale .
Ma la Dea viene talvolta rappresentata anche sotto le spoglie di una altro animale caro al pàntheon dell’antico Egitto: la leonessa .

Il Mito

I miti relativi a questa Dea sono molteplici, ma forse il più famoso è quello che ne ricorda anche il lato oscuro.
Hathor infatti viene ricordata anche come una Dea della Distruzione, una vendicatrice divina che ci ricorda l’immagine della hindu Kali. Il mito, trovato tra una delle bende della tomba di Tutankhamon, racconta la storia della “Distruzione dell’Umanità”. Ra, il padre della Dea, per punire gli uomini che non rendevano più i giusti onori agli Dei, chiese ad Hathor di essere vendicato. La Dea alla richiesta del padre si trasforma nella leonessa sanguinaria Sekhmet per punire la tracotanza umana e uccide molti esseri umani godendo dello scorrere del loro sangue.
Per fermare l’ira della Dea, Ra chiede l’intervento di Thot che “ammansisce” la Dea raccontandole delle storie tra cui la celebre fiaba del leone e del topo, che è giunta fino ai nostri giorni nella fortunata versione di La Fontane. Inoltre il dio concepisce l’astuto piano di versare del vino nelle acque della fonte Philae, dove la Dea usualmente si abbeverava. Ella cade addormentata sotto gli effetti dell’ubriachezza e al suo risveglio, immemore dell’ira che aveva poc’anzi provato, scopre di essere tornata al suo aspetto di donna e viene così riaccolta in Egitto con grandi feste ed onori.
Questo mito ci fa riflettere sulla dualità di questa Dea, che ci ricorda gli archetipi scoperti da Gimbutas di Dee della Vita, della Morte e della Rigenerazione.

I nomi della Dea

Hathor ( Hwt-Hert; Het-Heru; Het-Hert) è anche conosciuta come “La Dorata”, Nwbt in antico egizio, “Signora del Cielo”, “Signora della Malachite e delle Verdi Gemme”, essendo Dea del deserto dove si trovavano molte miniere, la “Dea Lontana” protagonista di un famoso mito , la “Vacca Divina”, la “Dea del Confine”, dove il confine indica il limite dell’Universo conosciuto, la “Dea dell’Ovest”.

Riti per Hathor*

In epoche remote, si invocava l'intercessione di Hathor per creare abbondanza a livello personale (che poteva essere l'esito favorevole di una storia d'amore) nonché nell'ambito della comunità (un abbondante raccolto in grado di sfamare tutti).
E voi, in cosa vorreste che Hathor contribuisse a creare abbondanza? utilizzate questi antichi riti per creare la vostra offerta per Hathor, apportatrice di abbondanza.
Uno di questi riti prevedeva l'obbligo di condurre le mucche al pascolo e di mungerle, versando quindi il latte appena munto sul terreno affamato, come sacrificio libatorio per la Dea. L'esecuzione di questo rito avveniva nell'auspicio di persuadere Hathor a mandare la pioggia che avrebbe favorito la crescita del raccolto. Questi gesti nascevano dalla speranza di indurre una magai riflessa, nella convinzione che un'azione compiuta su scala ridotta per ottenere l'esito auspicato potesse realizzarlo, riflettendo per incanto - come sopra - così sotto. Un rito analogo, anche se più semplice, praticato dagli egizi per compiacere Hathor, prevedeva l'impiego di acqua potenziata magicamente, che veniva spruzzata sulla terra.
Per favorire la realizzazione dei vostri sogni di abbondanza, prendete una candela di colore oro per invocare la divinità dorata. Utilizzando un oggetto appuntito, incidete sulla superficie il vostro nome e il motivo per cui desiderate l'aiuto di Hathor. Ponete la candela in un luogo sicuro e accendetela. A questo punto prendete una ciotola di acqua limpida e benedite l'acqua immergendovi la candela accesa, come gli egizi solevano fare migliaia di anni orsono. Quindi spruzzate l'acqua santificata sulla terra. Sappiate che con questo gesto, voi spargete le vostre speranze attraverso il mondo. Per tre notti successive a questo rito, accendete la vostra candela a Hathor e pensate a ciò che avete chiesto - e a ciò che potete fare per aiutarla affinché lei vi aiuti a realizzare il vostro desiderio.

 

INANNA-ERESHKIGAL
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L'archetipo

Inanna è la più importante Dea sumera dell’antica civiltà mesopotamica.
Dea dell’amore, della fecondità e della bellezza, Inanna è regina dei cieli e della terra. E’ anche Dea del grano, della guerra, e dell’amore sessuale. La mitologia la descrive anche come guaritrice, donatrice di vita e compositrice di canzoni e poesie.
Inanna offre un’immagine di sè dalle tante sfaccettature simboliche che suggeriscono l’idea di un femminile completo, che va al di là della funzione materna. Lei è contemporaneamente regina della terra e del cielo, della materia e dello spirito, dell’oscurità e della luce, dell’abbondanza della terra e guida celeste.
Guerriera, amante, madre, seduttrice, nella sua versione meno antica incarnava un femminile erotico e passionale: il potente, regale e indipendente femminile dalle tante sfaccettature. Può rappresentare l’archetipo ideale della donna moderna, profondamente femminile, spesso madre e donna emancipata al tempo stesso, la donna “risolta”, che non ha paura di incontrare la sua ombra.

La bipolarità della Dea: due sorelle

Inanna ha una sorella: Ereshkigal. E’ la sua ombra, il suo complemento: insieme le due dee formano il disegno bipolare della totalità del femminile archetipico, l’unità madre-figlia della grande Dea. Tale disegno è analogo alle peregrinazioni della stella Inanna, sopra e sotto l’orizzonte. La faccia illuminata e la faccia buia della luna.
Entrambe le immagini delle dee rappresentano fasi di un tutto, che va visto e onorato.

Ereshkigal, la sorella oscura

Ereshkigal è la dea oscura. Il suo nome significa “signora del gran luogo inferiore” , ma prima di essere relegata nel kur, anche lei era una dea dei cereali e viveva nel mondo superno.
Perciò simboleggia il gran circolo della natura, il seme al di sopra del terreno che cresce, e il seme sotto terra che muore per poi germogliare nuovamente.
Rappresenta il continuum in cui i vari stati sono semplicemente vissuti come trasformazioni di un’unica energia. Secondo il mito, quando si trovava nel mondo superno, Ereshkigal si chiamava Ninlil e veniva detta la moglie di Enlil, il dio del cielo della seconda generazione. Ninlil fu più volte violentata dal marito sotto vari travestimenti. Sicchè gli dei lo punirono mandandolo nel mondo sotterraneo. Ma per amore del consorte, Ninlil lo seguì negli inferi dove assunse il nome di Ereshkigal. Nel mondo sotterraneo diede alla luce Nannasin, il dio della luna, sorto per illuminare le tenebre e per misurare il tempo, con i suoi cicli di crescita e di calo. Secondo altre fonti Nanna-sin è il padre di Inanna (e anche del dio sole). Perciò sua madre, Ninlil-Ereshkigal è genealogicamente la nonna di Inanna: un aspetto dell’illimitato femminile originario, stuprato, ridotto ma che tuttavia continuò a dar frutti. Ereshkigal incorpora le leggi degli Inferi, è il luogo dell’oblio, la faccia oscura della luna. E il mito la descrive prima come furiosa, poi distruttiva e infine grata e generosa. C’è in lei una rabbia primordiale, un’istintività grezza e incontrollabile, come le forze che tentano di sopraffare l’Io. Tuttavia le sue forze sono legate alla distruzione ma anche alla trasformazione. E’ il lato distruttivo trasformativo della volontà cosmica. Essa simboleggia l’abisso che è la sorgente e la fine, il terreno di tutto quanto l’essere.
Il suo regno rappresenta l’unica certezza della vita: il fatto che tutti moriamo.



Il Culto




I numerosi miti su Inanna furono creati tra il 3500 a. C. e il 1900, ma probabilmente hanno origini anche anteriori. Nella loro versione originale si trattava sicuramente di miti pre-patriarcali. Tuttavia le storie che la riguardano dimostrano le incursioni del patriarcato nella progressiva sua perdita di status, tale per cui da “Dea di ogni cosa” gradualmente si trasformò in una seduttrice. Il fatto che nella preistoria fosse rappresentata come una Dea di fertilità della terra, come testimoniano le statuine che la ritraggono con grandi fianchi e seni prosperosi, mentre in seguito si trasformò in una “bella donna” è un chiaro sintomo dell’avvento del potere patriarcale. Quando i Babilonesi e gli Assiri subentrarono in Mesopotamia ai Sumeri, identificarono con Inanna la loro dea Ishtar.
I racconti ed il suo mito forniscono in primo luogo la trasposizione letteraria del ciclo stagionale e del ritmo della natura, con i suoi mutamenti, lo svuotamento e riempimento dei granai, la trasformazione dei cereali e dell’uva. In secondo luogo il mito della discesa negli inferi è indubbiamente la storia di un’iniziazione ai misteri.



Le origini

Figlia del dio del cielo An, ma anche del dio della luna Nanna. È sorella del dio del Sole Utu, nipote del dio dell'Aria Enlil e compagna del dio-pastore Dumuzi. Era soprannominata dai Sumeri "Anunita" (o anunitu), perché era la preferita del prozio Anu, il padre degli dei che abitava in cielo e che giaceva con lei, quando veniva in visita sulla terra.
Ella fa parte del clan degli Dei Enliliti in contrapposizione agli Dei del clan di Enki fratellastro e rivale di Enlil.
In origine la bella regina del cielo aveva due corteggiatori, Enkiddu, che coltivava i campi e Dumuzi che pascolava le greggi. Entrambi le avevano portato i loro doni, entrambi le avevano rivolto parole dolci. Suo fratello teneva per il contadino ma la soffice lana portata da Dumuzi conquistò il cuore di Inanna. Così Dumuzi divenne il favorito della dea secondo un racconto che ricorda quello di caino e abele, in cui probabilmente riecheggia una disputa comune ai tempi in cui la nuova scienza dell’agricoltura guadagnava terreno rispetto alla cultura nomade dei pastori.
Il mito racconta che Inanna stava per sposare Dumuzi, Figlio di Enki, tentando così una storica riappacificazione tra i discendenti dei due clan.
Ma temendo per il proprio predominio, il fratello maggiore di Dumuzi si oppose a ciò, facendo sì che Dumuzi, impaurito per un imminente rapimento ordito da quello, fuggisse e morisse sfracellandosi mentre cadeva da una rupe in prossimità di grandi cascate. Inanna furente per la perdita del suo promesso sposo istigò tutto il clan enlilita scatenando guerre tra gli dei che coinvolgevano gli uomini, causando gravi lutti e immani genocidi fra essi.
Bellissime sono le poesie d'amore scritte da Inanna e rivolte al proprio amore e promesso sposo Dumuzi. Dopo la perdita del suo innamorato divenne una seduttrice di uomini e di Dei: nella saga di Gilgamesh, questi rifiuta le sue profferte di sesso, rinfacciandole che nessun uomo è rimasto vivo fino all'indomani mattina, dopo avere giaciuto con lei nella notte. Inanna è nota anche per aver donato agli abitanti di Uruk, la città di cui è protettrice, i Me sottratti ad Enki con un inganno, in modo che gli uomini potessero vivere in prosperità e benessere.



Carattere e simboli



Patrona di tutte le emozioni quali amore, gelosia, gioia, dolore, timidezza ed esibizionismo, fino alla passione, l’ambizione e la generosità, Inanna fu eternamente giovane, dinamica, fiera, sensuale e libera. Una variante del suo nome è Ninnanna, che significa regina del cielo. E’ anche chiamata Ninsianna quale personificazione del pianeta Venere. Viene descritta come una dea riccamente abbigliata o completamente nuda.
Il suo simbolo è la stella a otto punte. Suoi importanti santuari si trovavano a Uruk, Zabala e in Babilonia.
Non fu mai accasata, nè dominata da alcuno, magnetica quanto indipendente. Sempre in movimento, alla ricerca della sua casa, del suo potere. Regina del cielo, dea delle piogge gentili e dei terribili acquazzoni, dea del mattino e stella della sera, regina della terra e della sua fertilità, ma anche dea della guerra e dell’amore sessuale. Più estroversa persino di Afrodite, era una dea molto attiva. Molti furono i nomi attraverso cui il suo culto si diffuse trasformandosi (Ishtar, Iside, Neith, Meti, Astarte, Cibele, Afrodite, Brigit), tuttavia tutte le dee che vennero dopo di lei vengono descritte come molto meno potenti di quanto lo fosse Inanna.

Inanna e le tavole del destino (Me)

Questo è il racconto mitologico attraverso cui i sumeri si spiegarono l’origine della loro civiltà.
Negli spazi incommensurabili degli abissi delle acque dolci viveva Enki, il dio della saggezza, e con lui vi erano le tavole del destino e vari strumenti magici apportatori di civiltà. Questi erano i suoi tesori che teneva al riparo dall’umanità. Sua figlia, l’astuta regina del cielo, ebbe pietà degli infelici esseri primitivi della terra e preparò la sua barca per recarsi alla dimora paterna. Qui essa venne accolta grandiosamente con un banchetto colmo di cibi e vini. Enki poteva ben essere saggio ma amava sua figlia al di là della saggezza e così a tavola bevve una dopo l’altra le coppe che essa seguitava a offrirgli e poi, ebbro, le promise tutto quello che desiderava.
Subito Inanna chiese le tavole del destino e cento altri strumenti di cultura.
Che cosa poteva fare un padre affettuoso se non soddisfare la richiesta della figlia? Inanna imediatamente caricò gli oggetti sulla barca del cielo e salpò per la sua città, Uruk.
Svegliatosi il giorno dopo dalla sua ebbrezza, Enki ricordò quello che aveva fatto e si pentì. Ma era reso inabile da un mal di testa tanto terribile quanto piacevole era stato il bere la sera prima. Così non poteva seguire la figlia finchè non fosse guarito. Intanto, naturalmente Inanna si era messa al sicuro nel suo regno e neppure i sette trucchi che Enki tentò di mettere in atto riuscirono a fargli recuperare i suoi tesori.
Queste tavole erano i basamenti su cui si fonda la civilizzazione, un set di leggi universali e immutabili, nonchè di limiti che devono essere osservati da uomini e dei.
Esse includevano concetti quali regno, sacerdozio, verità, vestiario, armi, l’arte di fare all’amore, la parola, la musica e la canzone, il potere e l’imbroglio, il viaggio, la scrittura, la paura, il giudizio, la decisionalità, le arti delle donne. Attraverso questo dono Inanna si meritò il suo trono e la protezione della sua città.

La discesa di Inanna negli inferi



Avvenne che Inanna, spinta secondo alcuni dalla curiosità, mentre altri la accusano di ambizione, progettasse di scendere dal suo trono e fare una visita al mondo sotterraneo. Combinò con il suo primo ministro, Ninshuba, che se non fosse tornata entro tre giorni e tre notti, egli organizzasse delle grandi cerimonie funebri e si appellasse alle maggiori divinità perché corressero in suo soccorso. Presi questi accordi, Inanna cominciò la sua discesa. Al primo dei sette cancelli degli inferi la Dea venne fermata dal custode, Neti, che le chiese il motivo della visita. Inanna spiegò che era venuta per rendere omaggio a sua sorella Ereshkigal, signora dell'oltretomba, e a portarle le sue condoglianze per la morte di Gugalanna, suo marito, il "toro del cielo" (ucciso da Gilgamesh nell'epopea legata all'eroe). Neti le chiese di lasciare allora parte dei suoi ornamenti. Così accadde ad ogni cancello. Pezzo dopo pezzo, Inanna dovette rinunciare a tutti i suoi gioielli e vestiti finchè si trovò splendida e nuda di fronte alla sorella Ereshkigal, dea della morte, ignuda, dai capelli neri, che volse gli occhi di pietra sulla dea venuta dal mondo superno.
Al suo sguardo Inanna perse la sua vitalità e rimase tre giorni e tre notti come un cadavere nel regno della morte. Visto che Inanna non aveva fatto ritorno al suo regno celeste, Ninshuba fece ciò che gli era stato ordinato. Enki, padre della dea, corse in suo aiuto.
Con lo sporco che aveva sotto le unghie formò due strane creature, il Kurgarra e il Galatur e le mandò nel mondo sotterraneo con cibo e acque per riportare in vita Inanna che vi giaceva inerte. Ma nessuno può lasciare il mondo infero se non viene trovato un sostituto che rimanga per sempre nella terra del giudizio. Così i demoni seguirono la dea mentre essa risaliva nel suo regno e afferrarono l’uno dopo l’altro tutti gli dei che incontravano. Ma ogni volta Inanna li liberò ricordando qualche buona azione che avevano fatto per lei. Quando però inanna giunse nella sua città sacra, Uruk, trovò che il suo amante Dumuzi si era installato nel suo posto di comando. Arrabbiata per tanta presunzione, la dea ordinò che proprio lui fosse portato come suo sostituto nel regno di Ereshkigal. Fortunatamente per Dumuzi, la sua affezionata sorella Gestinanna lo seguì nel mondo infero e ottenne da Ereshkigal la vita del fratello per la metà di ogni anno, la metà d’anno in cui le piante del deserto fioriscono perché Dumuzi era il dio della vegetazione.
In alcune versioni del racconto fu la stessa Inanna e non Gestinanna, a liberare Dumuzi. Ma il nome di Gestinanna incorpora quello di altre dee; inoltre talora, viene anche detto che Inanna era in realtà la madre di Dumuzi, mentre in altre versione tale ruolo viene attribuito a Ninsun. Tutte queste apparenti contraddizioni cessano tuttavia di essere problematiche se si estende il concetto delle tre persone in un dio unico, a questa trinità di divinità sumere. Vediamo allora che la madre, l’amante e la sorella erano tutti aspetti di un’unica grande figura : la regina del cielo, che poteva essere lo stesso sole, datore di vita; esso infatti può tanto far inaridire la terra rendendola un deserto quanto riesumare ad ogni stagione la vegetazione da sotto la superficie della terra.
Conosciuto per la maggior parte attraverso tavolette rinvenute negli scavi archeologici eseguiti tra il 1889 e il 1900 sulle rovine della città di Nippur, nel sud della Mesopotamia, il mito è generalmente interpretato come una raffigurazione del ciclo della vegetazione. Dumuzi (divinità della fertilità), giace per sei mesi con Inanna (che rappresenta la potenza della generazione) e per sei mesi con la sorella "oscura" di lei, Ereshkigal (il letargo invernale, rappresentato simbolicamente dalla morte). Il dualismo Dumuzi-Geshtinanna viene messo in relazione con l'alternarsi stagionale dei frutti della terra (le messi per Dumuzi e la vite per Geshtinanna).
Non mancano peraltro le interpretazioni del mito in chiave psicoanalitica. In questa accezione, la discesa di Inanna è spiegata con la necessità per la psiche di confrontarsi con il proprio "lato oscuro" (Ereshkigal), connesso all'istintualità cieca e alla distruttività (la "pulsione di morte" di Freud), per raggiungere l'equilibrio e la completezza.


Inanna-Ereshkigal e la natura dello Scorpione

L’inno che descrive la discesa di Inanna nel regno degli inferi è uno dei più bei miti relativi l’incontro con il lato oscuro che si trova in ognuno di noi. L’astrologia umanistica e psicologica individua in questo mito una splendida rappresentazione del simbolismo dello scorpione.
Infatti Inanna decide di scendere negli inferi per partecipare al dolore della sorella per la morte del marito, ed inconsapevole di cosa l’attenderà laggiù, si aspetta gratitudine ed onore per il suo gesto.
Ereshkigal invece, arrabbiata, in stato di grande sofferenza per la perdita subita, la fa spogliare completamente, la umilia e quindi la appende ad un gancio piantato alla parete lasciandola lì, affinché muoia lentamente per dissanguamento (l’ira dello scorpione).
In questa lunga agonia Inanna è obbligata a vedere tutto ciò che accade nel mondo degli Inferi, a prendere coscienza ed a capire la desolazione e la morte che regnano laggiù (il nostro lato ombra).
Inanna in seguito viene salvata ed il mito termina con due momenti salienti:
quando le due sorelle si salutano, Ereshkigal si accorge di essere incinta, a conferma del fatto che ogni lutto racchiude in sé i semi di una nuova vita.
Infine Ereshkigal dice ad Inanna di fermarsi durante il ritorno a raccogliere ciò che lei ha messo vicino alle 7 porte che delimitano il suo regno, poiché questo sarà il suo personale dono da portare nel regno dei cieli.
Ad ogni porta Inanna trova una pietra, ma quando sarà risalita alla luce del Sole si accorgerà che si tratta invece di 7 gioielli purissimi.

Le sei fasi del mito:

1. La discesa agli inferi, percorso obbligatorio per comprendere le proprie dinamiche inconsce, che determinano comportamenti e reazioni, specialmente negli scorpioni.
2. Presa di coscienza della morte e confronto con il dolore, necessario per poter cauterizzare le ferite
3. La nudità, che psicologicamente rappresenta la necessità di rinunciare a tutte le difese quando si intraprende il viaggio della conoscenza di sé.
4. Il perdono e la grazia che Ereshkigal concede dopo essere stata onorata, che simboleggia come per guarire dalle qualità negative occorra prima riconoscerle, onorarle e perdonarle.
5. La gravidanza, che simboleggia i semi che si piantano durante questo percorso e che daranno i loro frutti.
6. I gioielli regalati ad inanna, i tesori di ognuno di noi che sono seppelliti sotto le scorie fatte di rancori, dolore e odio che occorre prima eliminare per poterli trovare.


Inanna e la fertilità della terra

Nel mito Inanna scende vestita come una sposa, indossando unguenti e gioielli. E’ simbolicamente anche il suo funerale e lei si prepara. Come il seme che per rinascere deve morire, la dea del granaio si sottomette.
Il sacrificio è alla base dei riti della fertilità primordiali.
“il mito relativo alla nascita delle piante commestibili… implica sempre il sacrificio spontaneo di un essere divino. Può essere una madre, una ragazza, un bambino o un uomo… l’idea fondamentale è che la vita possa soltanto nascere dal sacrificio di un’altra vita. Di fatto per tutto il tempo che Inanna restò nel mondo sotterraneo nulla crebbe e si accoppiò, la terra era spoglia. Il mito della discesa di Ereshkigal è centrato su questo archetipo dello scambio di energia per mezzo del sacrificio. Il toro del cielo è ucciso, la terra perde il proprio principio fecondante e viene ricompensata dal sacrificio della dea.

 

ISHTAR
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Un'immagine di Ishtar tratta da http://www.astrologycom.com/easter.html
Altre immagini alla pagina Immagini di Ishtar

Ishtar la Grande Madre è nuda, poiché la Verità non ha bisogno di coprirsi di veli.
Sul suo capo spicca l'emblema lunare. Nella mano destra Ishtar ha una coppa, simbolo di gioia e abbondanza perché contiene il nettare della Vita.
Nella sinistra, un loto, fiore che nasce sott'acqua ma che diventa di purezza ineguagliabile una volta sbocciato alla superficie. Il significato è dunque chiaro e fedele all'assioma del vero magista: "Ex tenebris ad Lucem...".

La Dea della Luna il cui culto era forse il più diffuso durante l’antichità era la babilonese Ishtar. Nei diversi paesi in cui era venerata veniva adorata sotto molti e svaríati nomi. E' molto vicina alla dea sumera Inanna. Era Astarte a Canaan; Attar in Mesopotamia; Athtar nell’Arabia Meridionale; Astar in Abissinia; Atargatis in Siria; Astarte in Grecia; mentre Artemide sembra essere il termine generico usato per ognuna delle molte manifestazioni di questa grande e potentissima dea. La divinità corrispondente in Egitto era Iside.

Ishtar è una personificazione di quella forza della natura che rivela se stessa come colei che dà e toglie la vita. Essa è la Madre di Tutti.
Porta gli appellativi di Argentea, Produttrice di Semi, e Gravida. la dea della fertilità, dalla quale proviene il potere della riproduzione e della crescita per i prodotti dei campi, tutti gli animali e l’uomo.
Per una naturale transizione essa divenne la dea dell’amore sessuale e la protettrice delle prostitute.
Esso è Colei che Apre l’Utero, il principale rifugio delle madri nelle doglie del parto. Perciò tutta la vita emana da lei; piante, animali, esseri umani sono suoi figli.

Ma Ishtar possiede un carattere duplice. Non è soltanto la dispensatrice della vita ma anche la distruttrice Come la luna, nel suo periodo crescente tutte le cose si sviluppano, e nella sua fase calante tutte le cose «sono diminuite e rese infime».
Ma questa non è la fine, la luna crescente ritorna di nuovo. La luce subentra all’oscurità anche quando l’oscurità vince la luce. La Dea della Luna appare ancora una volta nella sua fase creativa e benefica. Ishtar, “la via, la vita, la salvezza degli uomini e degli dei; e tuttavia la medesima che è rovina, morte, e distruzione”.

Ishtar regnava, successivamente, su tutti i cicli o mesi lunari dell’anno; e la fertilità dell’anno, tutto ciò che era nato durante i dodici mesi, veniva considerato un suo frutto.
Questa idea era splendidamente espressa nella credenza che suo figlio, Tammuz, era la vegetazione di tutta la terra. Veniva chiamato Urikittu, il Verde.
Nel mito, col sopraggiungere della virilità, diviene il suo amante. Anno dopo. anno, però, essa lo condanna alla morte, e al volgere dell’anno, intorno al tempo del solstizio estivo, egli muore e scende nell’oltretomba. In Mesopotamia, il rigoglio primaverile ha vita molto breve, bruciato dal sole estivo, e per questo la morte di Tammuz non avviene in autunno ma all’inizio dell’estate.
Alla sua morte, la dea, e tutte le donne con lei, prendono il lutto nel mese chiamato con il suo nome, Tammuz.
Il lutto rituale per Tammuz richiama il digiuno annuale dei lamento per la morte di Adone. Il lutto di ;?Afrodite per Adone o di Ishtar per Tammuz è l’origine mitica del digiuno delle lamentazioni, che costituì un rituale di primaria importanza nella religione della Grande Dea. Il Ramadan,una delle cerimonie religiose più importanti- dei maomettani, corrisponde al lutto per la morte di Tammuz.

Così anno per anno, Tammuz periva e discendeva nel mondo infero. Ishtar e tutte le donne prendevano il lutto per lui, e infine essa intraprendeva il pericoloso viaggio nella terra del Non Ritorno, per liberarlo.
Lì, mentre passava davanti a ciascuna delle sei porte che proteggono il luogo le venivano strappati i suoi brillanti gioielli. Ed infine, dopo essere stata privata della sua forza per la perdita dei gioielli, doveva combattere contro sua sorella Allatu per il possesso di Tammuz.

Ishtar è considerata Regina sia degli Inferi che del Cielo e della Terra poiché come Luna essa passa attraverso i Mondi Superiore e Inferiore.
Quando la Signora Ishtar era via negli inferi, sulla terra cadeva una terribile depressione e disperazione. Durante la sua assenza non poteva essere concepito nulla. Né gli uomini, né gli animali, alberi o piante potevano moltiplicarsi, e, cosa ancora peggiore, non lo desideravano neppure. Il mondo intero viene descritto sprofondato in una sorta di inattività senza speranza, in lutto in attesa del suo ritorno. Era soltanto dopo il suo ritorno sulla terra che la fertilità, e anche del desiderio sessuale, poteva ritornare ancora una volta operante.

La seducente dea aveva molti amanti. Era venerata come colei-che accettava-tutto. Nell’epica di Gilgamesh viene detto in che modo essa tentasse alla fine di sedurre Gilgamesh, ma questi era l’eroe, e il suo compito era quello di vincere la dea. Questo tema di Gilgamesh, l’er;?oe, è peraltro piuttosto tardo.

Essendo una dea Ishtar doveva agire secondo la sua natura, e la sua natura è tale che dove essa ama, lì deve darsi. Come la luna, non può mai essere posseduta. È- sempre vergine. Questa concezione della natura della dea è in deciso contrasto con l’ideale del matrimonio esemplificato da divinità come Era. La fedeltà alla parola data è il principio che viene venerato. Nel caso di Ishtar si tratta di fedeltà, non ad un contratto, ma al sentimento attuale, alla realtà come è vissuta nel momento.

Dalle iscrizioni e invocazioni che sono state preservate su monumenti, monete, e simili, possiamo ricostruire qualche aspetto del modo in cui gli antichi concepivano le sue qualità e il suo potere.
Viene rappresentata come la Dea di Tutto, Regina del Cielo, l’Onorata, La Vacca Celeste.
Era nata dalla spuma del mare. In una delle sue forme era rappresentata anche come mezzo pesce, una sorta di sirena o leviatano, abitatrice delle acque primordiali. Come suo figlio Tammuz, Ishtar è chiamata Uríkíttu o La Verde, produttrice di tutta la vegetazione.
Il suo simbolo era un albero convenzionale chiamato Ascera, che veniva trattato come se fosse la dea stessa.
Era chiamata anche Dea della Terra, Signora delle Montagne, La Regina della Terra e Padrona dei Campi.
Nella sua persona è Dea del Cielo, Dea della.Terra e Dea degli Inferi.
Nella sua fase luminosa o sopramondana, Ishtar veniva adorata come la Grande Madre che porta la fecondítà sulla terra e si prende cura dei suoi figli. Promuoveva la fertilità dell’uomo. quella dei campi, e degli animali dei campi. Era la dea della maternità.
Come Regina del Cielo si riteneva che guidasse le stelle. Essa stessa una volta era stata una stella, l;?a stella del mattino e della sera, che accompagnava Sinn, l’antico dio della luna, in veste di moglie. Ma in seguito prese il posto del dio e regnò di sua luce propria.
Divenne quindi Regina di tutte le Stelle e Regina del Cielo. Di notte viaggiava attraverso il cielo su un carro tirato da leoni o da capre. Gli antichi arabi chiamavano Case della Luna le costellazioni zodiacali, mentre tutta la striscia zodiacale era chiamata la «cintura di Isbtar», un termine, che si riferisce al calendario lunare degli antichi, per i quali i mesi erano le dodici lune dell’anno solare.
Perciò Ishtar era la Dea del Tempo, i cui movimenti dirigevano la semina e la mietitura e controllavano il ciclo annuale delle attività agricole.
Era conosciuta come il governatore morale dell’uorno.
Come Regina degli Inferi, però, diveniva ostile all’uomo e distruggeva tutto ciò che aveva creato precedentemente nella sua attività sopramondana. In questa fase era chiamata Distruttrice della Vita.
Era la Dea dei Terrori Notturni, la Madre Terrificante, dea delle tempeste e della guerra.
Era anche colei che inviava i sogni e i presagi, la rivelazíone e la comprensione delle cose che sono nascoste.
Era per mezzo della sua magía che gli uomini ottenevano potere e conoscenza, spesso conoscenza illecita, delle cose segrete e nascoste la cui comprensione reca di per sé il potere.
Ishtar intraprendeva il pericoloso viaggio negli inferi e, sebbene piena di dolori, vinceva alla fine l’oscurità e sorgeva di nuovo come luna nuova, piccola all’inizio ma con il potere di ricreare se stessa.
Perciò, come Sinn, che la precedette, e come Osiride degli Egiziani, diventò la Dea dell’Immortalità, la speranza della vita dopo la morte.
Nelle sue forme continuamente mutevoli essa inter;?preta tutti i possibili ruoli femminili. È chiamata figlia e sorella del dio lunare, il quale nello stesso tempo è anche suo figlio.
È la Donna, la personificazione, come direbbero i Cinesi, di yin, il principio femminile, l’Eros.
Per le donne è il principio stesso del loro essere; per gli uomini la mediatrice tra se stessi e la fonte segreta della vita nascosta nelle profondita

 

ISIDE
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L'archetipo
Iside appartiene alla categoria delle grandi Dee Madri, in quanto Dea di fertilità che insegnò alle donne d'Egitto l'agricoltura.
Tuttavia le sue imprese e i suoi attributi fanno di Lei l'archetipo per eccellenza dell'anima compagna. La sua devozione ad Osiride fu tale che Lei potè salvarlo dalla morte per ben due volte, ricomponendone i pezzi e restituendogli la vita.
Iside rappresenta la ricerca suprema dell'anima gemella, l'uso consapevole del potere femminile dell'amore e del misticismo.


Il mito

Iside, originaria del Delta, è la grande Dea della maternità e della fertilità nella mitologia egizia.
Forte dei suoi molteplici talenti e della sua magnificenza, Iside è altresì rivelatrice della forza di una donna che ama e del potere della sofferenza che tutto trasforma.
Iside dalle braccia alate, prima figlia di Nut, il cielo che tutto abbraccia, e del dio della piccola terra Geb, nacque nelle paludi del Nilo il primo giorno di uno dei primi anni della creazione.
Fin dal principio Iside rivolse un occhio benevolo sul popolo della terra, insegnando alle donne a macinare il grano, a filare il lino, a tessere e ad addomesticare gli uomini a sufficienza per riuscire a vivere con loro. La stessa Dea viveva col proprio fratello Osiride, dio delle acque del Nilo e della vegetazione che spunta dall’inondazione delle sue rive.
Una volta raggiunta l’età adulta, Iside andò in sposa al fratello Osiride. L’armonia che li circondava era tale che tutti ne rimanevano piacevolmente coinvolti. Le loro giornate scorrevano all’insegna del nutrimento del mondo; i poteri di Iside associati a quelli di Osiride facevano sì che il cibo scaturisse a profusione dal ricco suolo egiziano e dal fertile Nilo.
Le loro notti erano scandite dall’estasi dell’amore; non vi era luna o stella che potesse offuscare la loro passione.



Tutti amavano Iside e Osiride – tutti tranne Set, il loro gelosissimo fratello.
Per porre fine al loro dominio idilliaco, Set assassinò Osiride e ne depose il cadavere in una bara, intorno alla quale, col tempo, crebbe un grande albero.
La Dea, travolta dal dolore si tagliò i capelli e si strappò le vesti soffrendo per la perdita subita. Setacciò ogni angolo alla ricerca del suo innamorato e dopo molto vagare giunse in Fenicia, dove la regina Astarte fu presa da pietà per lei senza tuttavia riconoscerla e la prese come nutrice del principe ancora bambino.
Iside curò tanto bene il piccolo da metterlo come fosse stato un ciocco nel focolare del palazzo, dove la madre, terrorizzata, lo trovò fumante. Essa afferrò il piccolo e lo estrasse dalle fiamme, annullando in tal modo la magia che Iside stava effettuando su di lui per dargli l’immortalità. Iside fu chiamata a spiegare il suo comportamento e così venne rivelata l’identità della Dea e raccontata la sua ricerca. Allora Astarte ebbe a sua volta una rivelazione: che il fragrante albero di tamarindo nel giardino conteneva il corpo del perduto Osiride.
Iside riportò finalmente il cadavere in Egitto per sepellirlo ma il malvagio Set non si diede per vinto: animato dalla più feroce crudeltà, tagliò Osiride in quattordici pezzi che sparpagliò attraverso l’Egitto.
Senza perdersi d’animo, Iside si trasformò in uccello e percorse il Nilo in lungo e in largo, raccogliendo ogni frammento di Osiride. Nel collocare ciascun frammento l’uno accanto all’altro, servendosi della cera per unirli, Iside si accorse che mancava il fallo di Osiride; per questo motivo, essa ne plasmò uno nuovo usando l’oro e la cera.
Successivamente, grazie ai suoi poteri magici, Iside fece rivivere Osiride per un breve lasso di tempo. Fu in questa occasione che inventò i riti di imbalsamazione per cui gli egizi sono ancora famosi e li eseguì sul corpo di Osiride, pronunciando delle formule magiche: il dio risorse vivo come lo è il grano dopo le inondazioni primaverili in Egitto. E la magia del loro amore le permettè di concepire un figlio suo.
Quel bambino, il dio Horus con la testa di falco, divenne forte e possente – e la sua forza lo spinse a vendicarsi di Set per l’assassinio di Osiride. Ma Iside, madre di tutte le cose, non gli permettè di distruggerlo fino in fondo.
Su Iside esiste un altro racconto.
Decisa ad avere il potere su tutti gli altri dei, essa forgiò un serpente e lo mandò a mordere Rà, il maggiore degli dei. Ammalatosi e sempre più debole, Ra mandò a chiamare Iside perché applicasse i suoi poteri curativi alla ferita. Ma la Dea dichiarò di non avere il potere di liberarlo dal veleno se non sapeva il nome segreto del dio, il suo nome di potenza , la sua essenza. Ra esitò e tergiversò, ma diventava senpre più debole. Infine in preda alla disperazione fu obbligato a bisbigliare il nome a Iside. Lei lo guarì ma Rà aveva pagato il prezzo per darle un potere eterno su di lui.

l culto
Il culto e la religione di Iside-Osiride fu molto lunga (migliaia di anni) e subì forti variazioni fra la forma antica, 3000 AC e la forma ellenistica con misteri e iniziazioni (500 AC, di cui abbiamo notizie da Plutarco).
Iside fu una delle divinità più famose di tutto il bacino del Mar Mediterraneo. Dall'epoca tolemaica la venerazione per la dea, simbolo di sposa e madre e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenistico, fino a Roma. Da qui il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con il mondo ultraterreno e nonostante all'inizio fosse ostacolato, dilagò in tutto l'impero romano.
Quando era nata in egitto, il nome della Dea era Au Set che significa regina eccellente o semplicemente spirito. Ma i greci colonizzatori alterarono la pronuncia fino a farne il nome familiare Iside, un nome che venne usato per generazioni allorchè il culto della Dea si diffuse dal delta del Nilo alle rive del Reno. Come Ishtar, anche Iside assume le identità di dee minori finchè fu riverita come la Dea universale della cui femminilità totale le altre dee rappresentavano solo dei singoli aspetti.
Essa divenne la signora dai diecimila nomi il cui vero nome era Iside.
Poi crebbe diventando Iside panthea (tutte le dee).
Durante il suo sviluppo nell' impero romano il culto di Iside si contraddistinse per processioni e feste in onore della dea molto festose e ricche. Le sacerdotesse della dea vestivano solitamente in bianco e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente a frutto dell' influenza del culto autoctono di Vesta, dedicavano talvolta la loro castita' alla dea Iside.
Nella forma più antica invece, Osiride era la Luna e Iside la natura, Urikkitu, la Verde. Ma in seguito essa divenne la luna – sorella, madre e sposa del dio della luna.
Era la moglie dolente e tenera sorella, era colei che apportava la cultura e dava la salute.
Era il trono e la quindicina di dee. Era una forma di Hathor oppure questa era una sua forma. Era anche Meri, la dea del mare e Sochit il campo di grano. Ma rimase eternamente per i suoi fervidi seguaci la venerata dea che era essa stessa tutte le cose e che aveva promesso: “vivrete nella grazia, vivrete gloriosi nella mia protezione e quando avrete compiuto tutto il tratto di via che vi è stato assegnato e scenderete nel mondo sotterraneo, anche lì vedrete me, così come mi vedete ora, splendente… e se vi mostrerete obbedienti alla mia divinità, saprete che io sola vi ho permesso di estendere la vostra vita al di là del tempo assegnatovi dal vostro destino”.
Iside che vinse la morte per riportare il suo amato alla vita, può con altrettanta facilità abolire la morte per i suoi seguaci pieni di fede. Solo l’onnipotente iside era colei che poteva proclamare: io vincerò il fato.



Attributi

Iside, La luna, è anche Madre Natura, che è sia buona che cattiva. Tollera tutte le cose, proprio come nel mito non permette a Hor di distruggere fino in fondo il Tifone-Set, in quanto crescita e decadenza sono le componenti inevitabili della natura.
Iside viene mostrata mentre decreta che non potrebbe esserci armonia perpetua, se il bene fosse sempre nell’ascendente. Essa, al contrario, delibera che vi sia sempre un conflitto fra le potenze della crescita e quelle della distruzione.
Iside aveva due aspetti: Natura e Luna. Essa era la madre, la creatrice, la nutrice di tutto, ed era anche la distruttrice.
Il suo nome, Iside, significa antico ed era chiamata anche Maat, che significa Conoscenza o Sapienza.
Iside è Maat, la Sapienza Antica. Ovvero la sapienza delle cose come esse sono e come sono state sempre, la capacità innata, intrinseca di seguire la natura delle cose sia nella loro natura presente sia nel loro inevitabile sviluppo nel rapporto reciproco. E’ la sapienza dell’istinto.
Iside era vergine e madre, spesso rappresentata col bimbo in braccio.
Iside, nel periodo del lutto, era vestita di nero, oppure era essa stessa nera. Come la vergine nera dei santuari europei, che le è così strettamente collegata, essa era una Dea della guarigione.
Di Iside era detto: “dove tu guardi pietosa, l’uomo morto ritorna in vita, il malato è guarito”.
Le statue nere di Iside possiedono anche un altro significato. Plutarco dice che “tra le statue quelle con le corna sono rappresentazioni della sua luna crescente, mentre quelle vestite di nero i modi occulti e nascosti in cui essa segue il Sole – Osiride – e brama di unirsi con lui. In conseguenza a ciò essi invocano la luna per le questioni amorose e Eudosso dice che Iside regna sull’amore.”


Il velo di Iside
Il velo colorato di Iside è simile al velo di Maya di cui parla la filosofia indiana.
Esso rappresenta le molteplici forme della natura nelle quali è rivestito lo spirito.
L’idea è che lo Spirito Creativo si rivestì in forme materiali di grande diversità e che l’intero universo che noi conosciamo fu fatto in questo modo, è cioè la manifestazione, sotto forma materiale, dello spirito del Creatore.
Plutarco disse : Iside è il principio femminile della natura e quello che è in grado di ricevere tutto ciò che è creato; a causa di ciò è stata chiamata “Nutrice “ e “Omni-ricevente” da Platone…
Perciò la veste o velo di Iside è la forma continuamente mutevole della natura, la cui bellezza e tragedia vela ai nostri occhi lo spirito. Questo perpetuo gioco reciproco nel mondo manifesto, che comprende gli oggetti esterni, gli alberi, le colline, e il mare, come pure gli altri esseri umani ed anche noi stessi, i nostri corpi, le nostre reazioni emotive, l’intero dramma del mondo, ci sembra possedere una tale realtà assoluta che non pensiamo a metterla in dubbio. Tuttavia in alcuni momenti di particolare intuizione, indotti forse dal dolore o dalla sofferenza o da una grande gioia, possiamo improvvisamente renderci conto che ciò che costituisce l’ovvia forma del mondo, non è quella vera, quella reale.
E’ detto che l’essere vivente viene afferrato nella rete o velo di Iside, e ciò significa che alla nascita dello spirito, la scintilla divina che è in ognuno, fu incorporata o afferrata nella carne.

Iconografia
Iside è spesso simboleggiata da una vacca, in associazione con Hathor, ed è raffigurata con le corna bovine, tra le quali è racchiuso il sole. Nell'iconografia è rappresentata spesso come un falco o come una donna con ali di uccello e simboleggia il vento. In forma alata è anche dipinta sui sarcofagi nell’atto di prendere l’anima tra le ali per condurla a nuova vita. Solitamente viene raffigurata con una donna vestita, con in testa il simbolo del trono, che tiene in mano un loto, simbolo della fertilità. Frequenti anche le rappresentazioni della dea mentre allatta il figlio Horo. Il suo simbolo è il tiet, chiamato anche nodo isiaco, che si trova utilizzato per assicurare le vesti egiziane. L'esatta origine del simbolo è sconosciuta, ma probabilmente rappresenta la resurrezione e la vita eterna.



Simboli
Nei rituali pubblici celebrati in suo onore, nella festa della fertilità, e nel mese di Hathor, novembre, erano portati in processione un fallo, rappresentante Osiride, e un vaso pieno di acqua che lo precedeva. La coppa e il fallo sono gli eterni simboli della generazione che ricorrono sempre. Li troviamo nei riti primitivi – la torcia, che è chiamata l’uomo, e la coppa in cui penetra, che è detta la donna. Il foro nella terra al centro dell’accampamento in cui ogni soldato romano gettava la sua lancia; il calice del santo graal, nel quale era conficcata una lancia che faceva gocciolare eternamente sangue, la sacra fonte battesimale fertilizzata dall’immersione della candela accesa.


Rito di Iside : la trasformazione di Osiride
Come accade da tempo immemore, l’intensa vicenda di Osiride dona forza e speranza alle donne afflitte dalla perdita dell’amato compagno. Essa ci svela in che modo possiamo far scaturire la speranza dall’abbandono – come è avvenuto attraverso la mistica resurrezione di Osiride operata da Iside.
Nell’antico Egitto, il mito di Iside e Osiride veniva proposto ogni anno nell’ambito di un sontuoso rito in segno di lutto. Questa cerimonia costituiva uno dei più importanti riti religiosi, che permetteva a chi ne prendeva parte di sperimentare le dolorose emozioni della dea mentre ricercava spasmodicamente il marito-fratello, che poi avrebbe pianto con strazio immane. Gli astanti percepivano altresì la gioia in seguito alla rinascita di Osiride nelle sembianze del figlio Horus.
Quando non si è manifestato appieno il riconoscimento del dolore, esso fluisce in tutti gli altri aspetti della vita, tingendola di nero. La sofferenza di Iside durante la disperata ricerca di Osiride da un capo all’altro del Nilo è indicativa del cupo viaggio che dobbiamo intraprendere per affrontare il dolore e trasformarlo.
Onde favorire la trasformazione della pena che vi affligge, plasmate un piccolo cuore – il vostro cuore infranto – utilizzando un foglio di allumnio. Mentre scolpite questo talismano, pensate a Iside e alla sua vicenda, ma pensate anche alla vostra vicenda. Fate confluire nella vostra energia tutto il dolore del vostro cuore infranto, con la saggezza che ne deriva.
Riempite quindi una ciotolina a fondo piatto con dell’acqua salata come le lacrime. Al centro della ciotolina, ponete una candela larga e massiccia. Accendete la candela. Dopo che si sarà sciolta una minuscola quantità di cera, intingetela nel vostro talismano a forma di cuore. Immaginate che la cera stia ricomponendo i frammenti del vostro cuore, come ha fatto con il corpo di Osiride. Nel fare ciò, dite:

Lacrime in acqua salata, cera in metallo
Iside, fai cessare le mie lacrime, trasforma il mio dolore.
Guarisci il mio cuore perché possa amare ancora.


A questo punto spegnete la candela.
Ripetete il rito della candela con il vostro talismano per quattordici notti, aggiungendo man mano l’acqua salata che occorre. Trascorso questo periodo, prendete il cuore coperto di cera e seppellitelo vicino ad un albero affinché Iside lo possa trovare e guarire, come ha fatto con Osiride. Infine versatevi sopra la rimanente acqua salata.

 

 

LILITH
Testo di Anna Pirera per http://www.ilcerchiodellaluna.it



Lilith in un quadro di Maria Micozzi

Premessa
Con Lilith siamo in un archetipo estremamente potente e sicuramente non semplice da incontrare. Prima di inoltrarvi nel suo simbolismo, vi invito quindi a riflettere bene se è il momento per voi di affacciarvi a lei, evitando di inoltrarvi senza consapevolezza nel suo terreno. Difficilmente Lilith entrerà nella vostra vita senza portare qualcosa della sua impegnativa energia con sé.

Nell'ottobre 2009, abbiamo pubblicato una pagina su Lilith e su Lilith e Eva, all'interno della ricerca sulle Dee Furiose. Vi invitiamo a leggere prima le notizie lì pubblicate, e seguire in seguiti il link che vi riporta a questa pagina.

Quella che segue qui sotto non è in alcun modo un panorama di Lilith e della sua simbologia. Qui ho solo voluto descrivere uno dei tanti volti di questa figura così complessa, attraverso il racconto di quanto è rimasto in me dell’esperienza di un workshop in due serate organizzato da Chiara Gelmetti a Milano nel gennaio 2006. Nella prima serata ci siamo incontrate nell'atelier di Maria Micozzi, per una introduzione al tema, mentre nella seconda serata ci siamo incontrate per danzare, con la guida di Chiara. Una delle danze da lei proposta, quella che descrivo, era sulla musica della Danza del Femminino, Vocalizzo di S.Rachmaninov.

La storia
La storia, dicono, sia andata così:
C’era una volta la Grande Dea in Babilonia e uno dei suoi volti, Lilith. C’erano, a quel tempo, popolazioni pacifiche improntate all’uguaglianza fra uomini e donne. E c’erano i nuovi popoli, fra cui quello ebraico, spesso nomadi e dalla struttura patriarcale.
Gli ebrei dunque scrissero un libro sacro, la Bibbia.
Nel primo capitolo della Genesi, nella sua forma più antica, Dio, o, forse, gli Dei (Elohin, la parola con cui è indicato, è un plurale), diede origine al creato. E gli uomini furono creati insieme, maschio e femmina, Adamo e Lilith. Il settimo giorno, mentre l’energia divina della creazione riposa, Adamo e Lilith fanno l’amore. Lilith accoglie Adamo, che è sdraiato sopra di lei. Più tardi Lilith dice ad Adamo: “La prossima volta scambiamo le parti, e io sto sopra”. Adamo risponde “No” e Lilith argomenta: “Perché no, dal momento che siamo stati creati uguali?” Adamo ribadisce il suo no e Lilith decide di andarsene e si allontana senza guardarsi indietro. Va lungo le rive del Mar Morto, dove abitano scorpioni e serpenti e veleni. Adamo va a lamentarsi da dio e Lilith viene maledetta: i figli che lei concepirà moriranno sempre, perché a lei non è dato partorire vita, ma solo morte. E Lilith si trasforma nella regina delle streghe e abita l’oscurità di Lucifero.
Nel secondo capitolo della Genesi, più recente, le cose si trasformano: Lilith scompare e di lei rimane solo un fantasma e appare Eva, la donna creata dalla costola di Adamo, la donna che non mette in discussione la posizione dell’uomo. Ad Eva resta il compito di introdurre l’oscurità nella vita umana, con quella sciocchezza di dar retta al serpente e mangiare la mela.

La ragione
Maria Micozzi, pittrice che ha dedicato molto del suo lavoro a Lilith, ci parla del tabù dell’intelletto femminile. Lilith, ci dice, è l’unico personaggio nell’antica Bibbia che presenti un sillogismo, un ragionamento logico, pulito, stringente. La donna, alle origini, è anche intelligenza logica.
Maria ci riceve nel suo studio popolato di quadri e scultue; donne bellissime, nude, di carne e luce, di morbidissimi colori e un tocco di rosso; donne senza testa, donne la cui testa è cancellata, svanita in una nuvola, rimasta fuori dalla tela, coperta da un ripensamento della mano che dipinge.

La dignità
Secondo l’astrologia Lilith, il pianeta riconosciuto dopo, che non è che l’ombra di sé, un puro centro di energia, rappresenta la dignità della donna. Quella forza insopprimibile che porta la donna a scegliere di essere se stessa, qualunque sia il prezzo da pagare. Come le eroine dell’opera, che entrano nella pazzia per non rinuciare a dire la verità, ad essere la verità in un luogo dove ciò non è permesso.

Il cerchio
La danza che ci propone Chiara parte dalle origini. Dalle donne che danzano insieme, in un semicerchio che gira, le braccia intrecciate. Il passo è morbido, il mondo armonico, le braccia si alzano e si abbassano mentre l’intreccio cambia forma, ma non sostanza. Il mondo delle donne è energia che fluisce e possiamo sedere e creare una curva aperta in cui magicamente ciascuna trova il suo gesto, il suo stare con le altre, nell’attesa, nel femminile. E’ il cerchio antico delle donne, leggero e forte al contempo.

Adamo
Certo, è bello, Adamo. Viene e ci invita, ad una ad una, alla danza. Come Krishna, sembra essere solo per te, sembra danzare solo con te. E’ naturale alzarsi e danzare con lui, è presenza attenta, in una distanza che permette di essere insieme e allo stesso tempo sentire che ognuno è in sé, intero.

Lasciare
Sapevamo già da prima che era il nostro compito. Da qualche parte è scritto nell’inconscio più profondo che le cose sono andate così. E’ importante saper lasciare, con gesto netto, senza sbavature, ripensamenti, mezze misure; quello che va fatto, va fatto, ed è una scelta consapevole e allo stesso tempo ineluttabile. Adamo magari ci prova, a farti restare, ma in fondo lo sa anche lui che è così che deve essere, per qualcosa che è più grande di te e di lui, ora.
Voltarsi e andare, senza guardarsi indietro, appunto, con il piede forte sulla terra e il passo fermo.
E’ bello, fa sentire bene, dentro.

Il Mar Morto
E poi, naturalmente, c’è il dato di realtà. L’esilio, la tristezza, la solitudine. Andiamo sulla riva, ad una ad una. Il capo è chino, gambe e braccia composte. E’ presente, adesso, quella condanna di morte, quel contatto con l’oscuro. L’animo è pesante in questo destino che è stato compiuto.

La fila
Donne in fila, ora. C’è comunanza, certo, ma è una comunanza diversa, che sorge dal dolore. L’energia è ferma e può muoverso in una sola direzione: contro. Siamo una fila di donne, c’è la forza cupa della profondita, e, latente, la forza della rabbia, della ribellione al destino ingiusto. Un domani potremo andare così, a file, in manifestazione. Il nuovo mondo è quello, la leggerezza assente, nonostante la fiamma che ognuna di noi accende in un lumino rosa.

MAFDET


immagine tratta da http://tigerpixie.com

Mafdet è una dea felina della quale non sappiamo molto, se non che sembra essere di origine incredibilmente antica: la si trova menzionata fin dalla Prima Dinastia (grossomodo tra il 3000 e il 2800 prima della corrente era); veniva invocata come protettrice da morsi di serpente e punture di scorpione (e in generale contro gli altri animali pericolosi), e anche per riportare la salute a chi fosse stato morso o punto: è un simbolo di guarigione, sia fisica sia spirituale.

Poiché i suoi artigli erano letali per i serpenti, simbolicamente l’arpione del faraone diventava l’artiglio di Mafdet col quale decapitava i suoi nemici nell’Oltretomba; nel Vecchio Regno era già considerata quindi uno dei protettori del potere. Combatte anche i malvagi, in generale, e quindi è anche collegata all’autorità giudiziaria; all’inizio del Nuovo Regno è raffigurata nella Sala del Giudizio nella Duat, probabilmente per decapitare i nemici del faraone.
È anche la “Signora della Casa della Vita”, e protettrice dei bibliotecari del Tempio.

Il suo nome, che troviamo menzionato nella Pietra di Palermo (V dinastia), significa “Colei che corre”, “Corridore” ed effettivamente sembra avere le sembianze di un ghepardo, ma potrebbe essere anche un leopardo o una pantera; è raffigurata sovente con capelli raccolti in trecce che terminano con delle code di scorpione, e a volte indossa una sorta di copricapo di serpenti. È anche descritta come avente dei serpenti attorno al collo, il che potrebbe suggerire un suo legame con la mangusta. Vi è anche un riferimento in un epiteto secondo cui Mafdet indossa una collana di chele di scorpione, probabilmente come trofei di quelli che ha ucciso. È rappresentata nei Testi delle Piramidi nell’atto di uccidere un serpente. La troviamo anche associata al dio nano Bes; e nel Nuovo Regno si diceva fosse figlia diAmon e Mut.

Del culto incredibilmente antico di Mafdet non si conoscono al momento tracce significative, essendo lo stesso stato soppiantato da quello di Bast.

 

MARIA MADDALENA
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 Un'immagine di Maria Maddalena dipinta da Piero della Francesca
 Altre immagini alla pagina Immagini di Maria Maddalena



Maria non era semplicemente un nome ma un titolo di distinzione, essendo una variazione di Miriam (il nome della sorella di Mosè e Aronne). Le Miriam (Marie) partecipano a un ministero formale all'interno di ordini spirituali. Mentre i "Mosè" guidavano gli uomini nelle cerimonie liturgiche, le "Miriam" facevano altrettanto con le donne.

Un ritratto molto bello di Maria Maddalena ( o Maria di Magdala) è quello che ci riportano Anne e Daniel Meurois-Givaudan dalle loro letture delle cronache dell’Akasha, così ricca di amore e sapienza.
Ella è consapevole che solo le donne rappresentano un ponte permanente fra il mondo delle forze vitali e il nostro, capaci di assorbire dall’aria, ad ogni istante della vita, grandi quantità di energie sottili e di orientarle, liberandosi ad ogni lunazione delle sue ceneri. Il corpo di una donna più di ogni altro corpo può condensare forze capaci di aprire la materia e di trasformarla, così la Maddalena nei loro testi è anche una potente guaritrice dedita allo studio degli olii e alla ricerca dell’olio sacro in grado di trasformare l’animo umano aprendolo all’essenza dei Kristos.

La storia di Maria Maddalena ci racconta una vita da viandante: prima -secondo alcuni- immersa in studi sacri presso gli esseni o al sacerdozio di Iside, poi al seguito di Gesù di villaggio in villaggio, poi nella predica in Palestina, quindi esule in Francia e ancora in viaggio a predicare. Una donna che cammina sulla terra di luogo in luogo, ma sa anche fermarsi a meditare (in una grotta in Francia si ferma per anni, nutrendosi esclusivamente delle energie angeliche).

Maria di Magdala, prima fra gli apostoli, ci appare solenne nell’incedere e negli abiti (la tunica nera, il manto rosso).

Nei secoli Maria Maddalena viene identificata inoltre con la peccatrice, la prostituta che lava e unge i piedi di Gesù (e che, come vedremo, è invece un’altra donna) e in questo errore storico c’è qualcosa di estremamente affascinante ed importante che appartiene alla Maddalena. Si tratta della dimensione dell’autenticità assoluta, che apre lo spazio del sacro. Non è tanto importante nella storia l’umile e bassa condizione cui la prostituta appartiene, quanto la perfetta autenticità ed integrità del suo gesto, che vien messa a confronto con il manierismo degli altri discepoli.
È grazie a questa sua autenticità che alla Maddalena Gesù affida il suo messaggio più importante (la buona novella e -secondo alcuni- il suo insegnamento esoterico) ed è ancora in virtù di questa autenticità che Maria Maddalena può essere il canale che connette la terra e il cielo, il divino e il corporeo e apre la dimensione del sacro, della parola che trasforma, del rito, della guarigione.

Qui di seguito troverete alcune notizie su Maria di Magdala raccolte nella rete

Le tre Marie
Con l'espressione « questione delle tre Marie » la critica denomina il problema dell'identità di tre donne che compaiono nei testi evangelici. La Chiesa latina era solita accomunare nella liturgia le tre distinte donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, l'innominata peccatrice "cui molto è stato perdonato perché molto ha amato" (Lc. 7, 36-50), e Maria Maddalena o di Magdala, l'ossessa miracolata da Gesù, che ella seguì e assistette con le altre donne fino alla crocifissione ed ebbe il privilegio di vedere risorto.

I versetti di Lc. 8, 1-3, dove si nomina Maria di Magdala come donna guarita da Gesù, « dalla quale erano usciti sette demoni », si trovano nel racconto di Luca subito dopo l'episodio della donna innominata (7, 36-50) che, entrata nella casa di Simone il fariseo, si avvicina a Gesù e gli cosparge i piedi di olio profumato. Questo è l'unico riferimento che l'evangelista fa a unzioni da parte di una donna nei confronti di Gesù; Luca non rivela la sua identità, ma afferma solo che si tratta di una « peccatrice ». L'episodio di un'unzione è presente anche in Marco (14, 3-9) e Matteo (26, 6-13). 1 due racconti concordano nel porre l'avvenimento a Betania, in casa di Simone il lebbroso, e nel riferire l'unzione ad una donna senza indicarne il nome. In Giovanni (12, 1-8) infine è narrata un'unzione che viene collocata sempre a Betania, senza indicare in casa di chi,bensì nominando tra i presenti Marta e Lazzaro e identificando in Maria la donna che unge Gesù.

Ora questi due brani sono concordemente ritenuti paralleli e relativi allo stesso episodio. Nel quarto vangelo, in una sezione precedente, si trova però anche questo riferimento: « Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era ammalato » (Gv.11,2).
In breve i problemi principali che questi testi pongono sono:
1) Gv. 11, 2 si riferisce all'unzione narrata poi in 12, 1-8 oppure a quella narrata da Lc. 7, 36-50?
2) Si deve ritenere che ci sia stato un solo episodio di unzione oppure due?
3) Chi è la donna senza nome di Lc. 7, 36-50?
4) Quale interpretazione dare circa l'espressione riferita a Maria di Magdala “erano usciti sette demoni”?
Le possibili diverse risposte agli interrogativi hanno conseguenze molteplici per le identità delle donne coinvolte. La risposta ai primi due quesiti, nel senso che Gv. 11, 2 si riferisce allo stesso episodio di Lc. 7, 36-50 di cui in tal modo viene attribuita a Giovanni la conoscenza, porta a fare di Maria di Betania una sola persona con la peccatrice di Lc. 7, 36-50. A tale risultato si perviene anche ritenendo che Gesù sia stato oggetto di un'unica unzione: quella narrata in Gv. 12, 1-8 e in Lc. 7, 36-50. La risposta agli altri due problemi può condurre, attraverso la connotazione del demonio quale causa di peccato, a identificare Maria di Magdala, dalla quale secondo Lc. 8, 2 « erano usciti sette demoni », con la peccatrice di Lc. 7, 36-50.

I procedimenti relativi alla problematica delle unzioni e alla interpretazione dell'espressione « sette demoni », che di per sé sarebbero separati e indipendenti, confluiscono perché la peccatrice è figura comune ai due percorsi. Ne risulta una sintesi che conduce a identificare Maria di Magdala con Maria di Betania e a fare di tre donne una sola. Questo travisamento esegetico porta Maria di Magdala, la prima donna nominata nel seguito di Gesù, a essere considerata una prostituta e come tale ad essere ricordata per secoli nel culto, nella letteratura, nell'arte. Questi percorsi di errata interpretazione dei testi si sono sviluppati nell'arco della storia dell'esegesi forse a partire da Girolamo che per primo fece l'accostamento tra il concetto di possessione e quello di peccato.
In Oriente è stata mantenuta la distinzione, rilevabile anche dalle tre diverse date in cui vengono celebrate le feste: peccatrice innominata di Lc.7,36-50 il 31 marzo, Maria di Betania il 18 marzo, Maria di Magdala il 22 luglio. La convinzione prevalente degli studiosi oggi è a favore della distinzione.

Maria Maddalena evangelica

Maria chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni" (Lc.8,2) è la prima donna del gruppo delle discepole itineranti con Gesù ad essere nominata nel Vangelo di Luca. Sempre prima la ritroviamo nella lista dei sinottici quando viene descritta la crocifissione e si nomina la presenza del gruppo delle donne, fedeli seguaci del Nazareno fin dalla predicazione sulle strade della Galilea, che assiste alla Passione (Mc 15,40;Mt 27,56; Lc 23,49-55;24,10)

Nel racconto giovanneo la troviamo menzionata sotto la croce con la"madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa "(Gv 19,25). Se nelle altre liste ha il privilegio di essere la prima, qui ha quello di essere associata al gruppo delle parenti strette. Già dalla lettura di questi primi testi biblici emergono elementi che indicano un primato di Maria di Magdala nel gruppo. Essa è il solo nome ad essere comune a tutte le liste: le altre donne ricordate cambiano, lei sola è presente in tutte le fonti. Che questi dati suppongano anche un rapporto particolare e privilegiato con Gesù è confermato dal seguito delle narrazioni evangeliche.


La Maddalena è inconfondibilmente "presso la croce di Gesù", poi in veglia amorosa "seduta di fronte al sepolcro", infine, all'alba del nuovo giorno è la prima a recarsi di nuovo al sepolcro, dove ella rivede e riconosce il Cristo risorto da morte. Alla Maddalena, in lacrime per aver scorto il sepolcro vuoto e la grossa pietra ribaltata, Gesù si rivolge chiamandola semplicemente per nome: "Maria!" e a lei affida l'annuncio del grande mistero: "Va' a dire ai miei fratelli: io salgo al Padre mio e Padre vostro, al mio Dio e vostro Dio".

E' di grande rilevanza che in un tempo nel quale la testimonianza delle donne, e quindi la loro parola, non aveva valore giuridico, il Cristo affidi il messaggio di resurrezione, a Maria di Magdala, facendo di lei la prima mediatrice della Parola, del Logos incarnato, rendendola apostola degli apostoli.

Il matrimonio di Maria e Gesù
Secondo alcuni studiosi (fra cui L. Gardner) la Maddalena fu la sposa sacra di Gesù in pieno rispetto delle procedure del matrimonio ebraico per i discendenti della sirpe di Davide e le nozze di Canaan (in cui Gesù era lo sposo) sarebbero appunto il primo atto di tale matrimonio. Da Maria e Gesù sarebbero nati, secondo tale tradizione, in cui credevano anche i Catari, tre figli, dando luogo ad una dinastia che si protrae nei secoli.

Maria Maddalena nella Gnosi
In alcune sette gnostiche tra il 2° e il 5°secolo dC, Maria Maddalena giocava un ruolo simbolico molto importante. Si riteneva che per la sua vicinanza con Gesù avesse ricevuto una rivelazione speciale da Lui e conoscenze che in seguito Ella avrenbbe trasmesso agli altri discepoli.
Maria Maddalena era anche l’archetipo del sacerdozio femminile.

Vi è un gruppo di fonti gnostiche che afferma di aver ricevuto una tradizione di insegnamenti segreti da Gesù tramite Giovanni e Maria Maddalena. Una parte di tale rivelazione aveva a che vedere con il concetto che il divino è sia maschile che femminile. Essi interpretarono ciò nel senso simbolico e astratto in cui il divino consiste da una parte dell’Ineffabile, del Profondo, del Padre Primo e dall’altra della Grazia, del Silenzio, della Madre di ogni cosa.

Nel “Vangelo di Maria” si racconta di quando gli apostoli, spaventati e disorientati dalla crocifissione, chiesero a Maria di infondere loro coraggio parlando degli insegnamenti segreti trasmessi a lei da Gesù. La Maddalena acconsentì e parlò loro fino a che Pietro, furioso, la interruppe chiedendo: “davvero Egli ha parlato privatamente di queste cose ad una donna e non apertamente con noi? Ci tocca ora davvero ascoltare Lei? Gesù preferiva dunque lei a noi?” Maria replicò: “Stai dicendo che dico cose che ho inventato io stessa o che sto mentendo a proposito del mio Signore? A questo punto Levi intervenì dicendo “Pietro, sei sempre stato impulsivo. Ora stai parlando con lei come con un avversario. Se il Signore l’ha considerata degna, chi sei tu per rifiutarla? Sicuramente il Signore l’ha conosciuta molto bene. E questa è la ragone per cui l’ha amata più di noi.” Al che gli altri furono d’accordo per accettare l’insegnamento di Maria e, incoraggiati dalle sue parole, uscirono a predicare. Vangelo di Maria 17.18 - 18.15.

Maria Maddalena, la Francia e i Catari
Secondo alcune fonti Maria Maddalena morì nel 63 d.C, all'età di 60 anni, in quella che oggi è St.Baume, nella Francia meridionale. Il suo esilio venne raccontato da Giovanni, nella "Rivelazione" (12:1-17), in cui descrive Maria e suo figlio e narra della sua persecuzione, della sua fuga e della caccia al resto del suo seme (i suoi discendenti) condotta senza tregua dai Romani. Oltre a Maria Maddalena, fra gli emigrati in Gallia nel 44 d.C, c'erano Marta e la sua serva Marcella. C'erano anche l'apostolo Filippo, Maria Iacopa (moglie di Cleofa) e Maria Salomè (Elena). Il luogo dove sbarcarono in Provenza era Ratis, divenuto poi noto come Les Saintes Maries de la Mer.

Tra le fonti scritte sulla vita di Maria Maddalena in Francia troviamo "La vita di Maria Maddalena", di Raban Maar (776-856), arcivescovo di Magonza (Mainz) e abate di Fuld.
In Francia Maria Maddalena avrebbe continuato l’opera di predica e di guarigione e trascorso lunghi anni in meditazione e in digiuno (nutrendosi esclusivamente della presenza degli angeli) in una grotta.

Il culto più attivo della Maddalena s'insediò poi a Rennes-le-Chateau, nella regione della Linguadoca. Ma anche altrove, in Francia, sorsero molti santuari dedicati a S.te Marie de Madelaine, fra cui il luogo della sepoltura a Saint Maximin-la-Sainte Baume, dove i monaci dell'ordine di san Cassiano vegliarono sul suo sepolcro e tomba in alabastro dall'inizio del 400. Un'altra importante sede del culto della Maddalena fu Gellone, dove l'Accademia di Studi Giudaici fiorì durante il IX° secolo. La chiesa a Rennes-le-Chateau fu consacrata a Maddalena nel 1059 e nel 1096, l'anno della Prima Crociata, ebbe inizio la costruzione della grande Basilica di santa Maria Maddalena a Vézelay. Nel redigere la Costituzione dell'Ordine dei Cavalieri Templari nel 1128, san Bernardo menzionò specificatamente il dovere di "obbedienza a Betania, il castello di Maria e Marta". E' quindi molto probabile che le grandi cattedrali di "Notre Dame" in Europa, tutte sorte per volere dei Cistercensi e dei Templari, fossero in realtà dedicate a Maria Maddalena.

Nel 1209 un esercito papale di 30.000 soldati al comando di Simone di Montfort calò sulla regione dela Linguadoca. Erano stati mandati a sterminare la setta ascetica dei catari (i Puri) che, secondo il Papa e Filippo II° di Francia, erano eretici. Il massacro, durato 35 anni, costò decine di migliaia di vite umane e culminò con l'orrendo eccidio al seminario di Montségur, dove oltre 200 ostaggi furono bruciati sul rogo nel 1244. In termini religiosi la dottrina dei catari era essenzialmente gnostica: erano persone dotate di grande spiritualità e credevano che lo spirito fosse puro, ma che la materia fisica fosse contaminata. Sebbene le loro convinzioni fossero poco ortodosse, il timore del papa in realtà era causato da qualcosa di molto più minaccioso. Si diceva che i catari fossero i custodi di un grande e sacro tesoro, associato ad un'antica e fantastica conoscenza. La regione della Linguadoca corrispondeva sostanzialmente a quello che era stato il regno ebraico di Septimania nell'VIII° secolo, sotto il merovingio Guglielmo de Gellone. Tutta la zona della Linguadoca e della Provenza era impregnata delle antiche tradizioni di Lazzaro (Simone Zelota) e di Maria Maddalena e gli abitanti consideravano Maria la "Madre del Graal" del vero cristianesimo occidentale. Ai pari dei Templari, i catari erano apertamente tolleranti verso la cultura ebraica e musulmana e sostenevano anche l'uguaglianza dei sessi. Come livello di apprendimento e di educazione, i catari erano tra i più colti nell'Europa di quel periodo, permettendo uguale accesso all'istruzione ai ragazzi e alle ragazze. Di tutti i culti religiosi nati in epoca medievale, il catarismo era il meno minaccioso, ma la tradizione sviluppata in Provenza, già dal I° secolo, sulla storia dei discendenti di Gesù alla Chiesa romana non piaceva. Al pari dei Templari i catari non volevano assolutamente sostenere la tesi che Gesù fosse morto sulla croce. Si riteneva così che possedessero sufficienti informazioni attendibili per smentire clamorosamente la storia della crocifissione. C'era soltanto una soluzione per un regime disperato che aveva paura di perdere credibilità. Dalla Chiesa di Roma fu impartito un ordine: "Uccideteli tutti".

La Maddalena medioevale
Dal Medioevo si afferma la figura della Maddalena come contro-eroina in un mondo di oppressione maschile.
Ella era ammirata come
- la donna che fu la prima testimone della resurrezione
- la donna che insegnava agli apostoli quando questi si distraevano
- la donna che predicava - in un momento in cui alle done era vietato predicare;
- la donna che sconfisse l’opposizione maschile.
La devozione alla Maddalena cominciò a diffondersi. La troviamo in statue, dipinti, fregi, pannelli dell’altare e illustrazioni dei manoscritti. Era usualmente rappresentata o al momento di ricevere l’incarico da Gesù o mentre predicava alle folle.
Si diffuse in tutta europa il racconto del suo arrivo in Francia attraverso la “Legenda Aurea”, un testo del XIII° secolo sulle vite dei santi che veniva letto in ogni chiesa e monastero.

Iconografia di Maria Maddalena
Nell'iconografia classica Maria Maddalena veste di nero e porta un mantello rosso, oppure, come appare in molti dipinti, sotto la tunica nera ne indossa una rossa, segno della sua dignità sacerdotale.

Probabilmente, come Gesù, ella apparteneva alla prisca setta dei Nazirei. Nazireo deriva da " Netzah " figura associata alla lunare Iside egizia e gli appartenenti alla setta vestivano tuniche nere. Maddalena trova la sua etimologia in Magdalha, "Torre", e proprio Maria Maddalena spesso veniva indicata dai Templari come Madre del Graal e sposa del Messia. Da questi i simboli si intuisce anche un legame fra il culto di Maria Maddalena e le celebri Madonne Nere, presenti non a caso soprattutto in Francia.

Altri attributi iconografici di Maria Maddalena:
Il Vaso - Il Teschio - Il Cilicio o la Sferza - La Croce - Il Libro - La Stuoia - Lo Specchio rotto - I Capelli Lunghi - La Nudità - Le Gioie disprezzate collana di perle rotta - Le Radici amare - La Grotta - Gli Angeli

Un miracolo di Maria Maddalena
Dal momento che Maria Maddalena rappresentava la prostituta sacra, ella era la mediatrice fra il mondo del divino e il mondo umano e ci sono diversi miti in cui si parla della capacità di Maria Maddalena di operare miracoli. In uno di essi si racconta di quando per prima ella vide e comunicò di aver visto Gesù risorto. Mentre correva a raccontarlo agli altri discepoli, ella incontrò Ponzio Pilato e gli disse della meravigliosa notizia. “Provalo!” rispose Pilato. In quel momento stava passando una donna con un cestino di uova e Maria Maddalena ne prese uno in mano. Come lo mostrò a Pilato, l’uovo divenne di colore rosso brillante.

 

 

MARIA
Ricerca per http://www.ilcerchiodellaluna.it

Maria è ampiamente conoscituta da tutte/i nella nostra cultura cattolica, per cui ci limitiamo a poche righe riassuntive e due parole su un aspetto meno conosciuto della Vergine.


Immagine di Pamela Matthews

L’immagine di Maria
La Vergine Maria è stata scelta per diventare la madre del Messia a lungo atteso.
Suoi simboli sono è la Rosa Alchemica (la rosa a 5 petali), la mela, il rosario, la luna crescente; ella incarna la Vergine (bianco) e la Madre (rosso)

Dal momento che il divino nel cristianesimo era inizialmente totalmente maschile (Padre, figlio, Spirito Santo), vi fu una iniziale riluttanza all’interno della Chiesa ad accettare la divinità di Maria, per timore di incoraggiare il culto dell Grande Dea. Entro il XIV secolo, il suo culto era stabilito e la sua intercessione misericordiosa preferita da molti come via per avvicinarsi sa Dio e Gesù; Solo nel tardo ‘800 viene stabilita l’assunzione di Maria in cielo.

Porta un messaggio di pace amorevole, umiltà e accettazione dei propri compiti, perdono e supporto.


La Grande Dea, Maria e le Vergini nere

I primi missionari cristiani scoprirono in Gallia un gruppo di Celti intenti a venerare una figura femminile nell'atto di dare alla luce un bambino e spiegarono agli indigeni che, senza saperlo, stavano adorando un'immagine della Madonna e loro erano già cristiani.

Sul luogo sacro venne costruita una chiesa, e l'idolo pagano, trasferito al suo interno, si trasformava automaticamente in una rappresentazione cristiana; per giustificare la presenza di figurazioni mariane che, a volte, precedevano la stessa nascita di Maria, i teologi coniarono un termine "Prefigurazione della Vergine ".

I luoghi di culto della Grande Madre nel nostro continente sono molteplici; le rappresentazioni della Dea si trovano quasi tutti in superficie ma, gran parte di esse, erano poste originariamente nel sottosuolo, dove la presenza delle correnti terrestri si fa maggiormente sentire.

Proprio dalla Grande Madre derivano probabilmente le celebri "Vergini Nere", le Madonne dal volto scuro venerate in tanti santuari.
Con un'operazione nota come "sincretismo", la stessa per cui agli dèi del voodoo di Haiti sono stati associate le immagine dei Santi cattolici importate dai missionari, la Grande Madre pagana avrebbe assunto il volto di Maria, colorato però in nero, come quello delle sue prime raffigurazioni.
Le immagini delle Vergini Nere contraddistinguerebbero dunque i luoghi particolarmente legati alla Dea Terra, gli stessi su cui, da sempre, gli uomini costruiscono i loro edifici sacri. 

Vergini nere sono disseminate nelle chiese di tutta Europa; in Italia se ne trovano a Cagliari, Crea del Monferrato, Crotone, Loreto, Lucca, Oropa, Pescasseroli, Rivoli, Roma, San Severo, Tindari, Venezia; in Francia addirittura novantasei. Le più famose sono quelle della cattedrale gotica di Chartres, chiamate Notre-Dame-sous-Terre e Notre-Dame-du-Pilier.

Si dice che alcuni individui particolarmente sensibili, avvicinandosi alle cappelle in cui sono collocate, provino una sensazione di mancamento: sono le correnti terrestri che, in quei punti, raggiungono il massimo della loro potenza, e che percorrono la colonna vertebrale del visitatore, non di rado provocando in lui un'improvvisa "illuminazione" mistica.

 

NUT
Testo e ricerca di Anna Pirera per http://www.ilcerchiodellaluna.it

Un'immagine di Nut dipinta da Patricia Mathews
Altre immagini alla pagina Immagini di Nut



Poggiando le punte delle dita e dei piedi sulla terra
si inarcò nella sua bellezza cosmica,
creando la volta celeste.
Le lacrime che uscirono dai suoi occhi
divennero il Nilo.
Le stelle brillando di luce smeraldina
si disposero seguendo la forma del suo corpo,
la parola bellezza posta come un glifo
tra le sue sacre corna.

La terra sta come un nido fra le sue cosce,
quando ogni mattina partorisce il sole,
ed ogni sera lo prende di nuovo dentro i sé,
come ogni mortale che ritorna a lei,
quando è terminata la durata della sua vita.
La sua immagine stellata è la volta di ogni tomba,
riprodotta nel sarcofago dove il morto riposa,
quando lei si sporge dal celeste sicomoro
per placare la sete di vita nell'aldilà.
*

Nut è la Dea Egizia della nascita e Colei che accoglie nella morte. Inizialmente Dea del cielo diurno, come luogo in cui si formano le nuvole, ha poi rappresentato il cielo in generale. Come Madre-Notte il suo corpo punteggiato di stelle occupa il cielo, con le gambe e le braccia che raggiungono la terra sotto di Lei. Al tramonto fa scomparire il sole, e ogni mattina gli dà nuovamente nascita.
Ella abbraccia tutte le cose. È l'inconscio da cui sorgono tutte le immagini.

Veniva anche spesso raffigurata come una donna con un vaso di acqua sul capo.

Nut azzurra e alata
Il colore della sua pelle, le sue ali, e le stell sul suo corpo sono tutti elementi simbolici. Come per Iside, il colore blu della pelle rappresenta la vita e la rinascita e le ali spiegate rappresentano la protezione nella morte. Le stelle simbolizzano due cose: in primo luogo rappresentano Nut come Cielo, Cosmo e Via Lattea. In secondo luogo, le stelle per gli antichi Egizi rappresentavano la morte nel senso che le anime potevano dopo la morte divenire stelle.

Nut in forma umana

Con la pelle gialla, nuda. La pelle gialla rappresenta la sua immortalità. È una delle poche dee egizie ad essere rappresentate nude e la nudità di Nut ha a che vedere con il suo dare nascita al sole, per cui la nudità sta per il suo essere madre. In tal senso è la Madre che dà origine a tutte le cose. Quando viene rappresentata ad arco sulla terra, viene sottolineato il suo potere sul sole e sulla luna. Spesso è rappresentata in questa posizione sopra i sarcofagi, che rappresentano a loro volta il ventre di Nut. Il defunto sarebbe passato attraverso il corpo di Nut per rinascere.

Nut albero Sicomoro

Talvolta Nut è rappresentata come albero, come Sicomoro, albero che nell'arte egizia simboleggiava il cosmo 'opposto al caos'), l'universo. Spesso in queste raffigurazioni ella viene rappresentata mentre emerge dall'albero e offre al defunto cibo e acqua (come protezione).


L'archetipo
Nut è acqua 'sopra' e 'sotto', vòlta 'sopra' e 'sotto', vita e morte, oriente e occidente, genera e uccide al tempo stesso.
La Grande Dea è l'unità che scorre dall'acqua primordiale sotterranea e celeste, il amre celeste, l'oceano circolare che genera la vita sopra e sotto la terra. tutte le acque, le correnti, le fontane, le sorgenti, così come la pioggia, appartengono a lei. Essa è l'oceano della vota, con le sue stagioni che portano vita e morte. E la vita è nata da lei, come un figlio; nuota eternamente in lei come un pesce.
Prima del mondo patriarcale, nell'antico mondo matriarcale, il cielo è lo spazio in cui il sole nasce e muore, e non quello su cui domina, e il tempo della nascita è quello dell'inizio della notte e il matttino, col dileguarsi delle stelle, è il tempo della morte.. Il cielo, notturno e diurno, è femminile e i suoi figli, sole luna e stelle, ciò che sorge e tramonta, sono ciò che passa e declina nella Grande Dea.


Il mito

Assai prima che la nostra terra esistesse,la grande dea del cielo Nut giaceva lungo il corpo di suo fratello minore, la terra, in un perpetuo rapporto sessuale. Nel mondo regnava il caos del loro amplesso.. Ma il sommo dio Ra disapprovava il loro incessante incesto e ordinò al dio Shu di separare i due. Shu issò Nut in modo che formasse un grande arco, e nel mondo ebbe inizio il cosmo. Ma tanto forte era il desiderio della dea per il fratellino Geb che Shu fu obbligato a restare per sempre in quella posizione per tenerli separati, sostenendo il ventre cosparso di stelle della regina del cielo. Ed è così che noi vediamo raffigurata Nut nell'arte egizia: una donna che poggia sulle dita dei piedi e si protende in un arco perfetto, mentre le dita delle mani toccano la terra dalla parte opposta ai piedi e i capelli cadono in basso sotto forma di pioggia.Così essa appare all'interno dei sarcofagi, dove, come madre dei morti, sovrasta con il suo corpo santo la mummia, per proteggerla.
Ra maledì Nut per il suo amore, condannandola a non poter generare in alcun mese dell'anno, ma il dio Toth ebbe compassione del dolore di Nut per i suoi figli non nati, e trovò il modo di aggirare l'ostacolo, giocando a dadi con la luna e vincendo da lui cinque giorni da intercalare, giorni che non vanno aggiunti in un dato mese, ma fluttuano nel corso degli anni. E in questi cinque giorni Nut, dal seme di suo fratello che già conteneva entro di sé, partorì cinque figli: le dee sorelle Iside e Nefti, i loro compagni Osiride e Seth e il dio-sole Horus. Qualche volta Nut prendeva la forma di un'enorme mucca e aveva proprio questa forma quando il dio Ra decise di abbandonare la terra; essa allora si inginocchiò per consentirgli di montare sul suo dorso, poi si stirò verso l'alto, più che poteva, sempre tenendo sul dorso il dio, finché non ne poté più per il peso. Quattro dei immediatamente accorsero a sostenere l'enorme corpo di Nut e da allora sono rimasti come i quattro pilastri del mondo.

Il momento dell'invocazione
Ci sono momenti in cui la nostra natura critica si apre ad una prospettiva più ampia. Generalmente, se siamo critiche verso gli altri, lo siamo ancora di più verso noi stesse. Nut ci permette di volare al di sopra del momento attuale per entrare in un contesto più vasto. Dall'oscurità nascono tutte le cose. Ciò che oggi ci sembra bloccare il nostro cammino, può diventare una porta verso il nuovo. Come Nut, possiamo estendere il nostro essere ed accogliere l'intero spettro di piacere, dolore, nascita, vita e morte.

Nei momenti di trasformazione, quando il vecchio è stato lasciato andare, Nut rappresenta lo spazio interiore finalmente infinito, il silenzio notturno, il vuoto fertile da cui sorge il nuovo. Come il dio sole possiamo tornare ad essere protette nel ventre di Nut, per essere ripartorite di nuovo. Nut è lo spazio ampio in cui possiamo rinascere.

Un rito per Nut
Scegliamo una notte stellata, magari in corrispondenza della luna nuova o poco prima, quando il cielo è più nero, le stelle sono più luminose e dentro di noi ciò che deve andarsene è pronto a farlo. L'ideale è naturalmente un luogo aperto, dove il cielo sia il più ampio possibile, ma anche un'ampia finestra o un balcone possono bastare. Portate con voi una ciotola ampia e dell'acqua.
Cominciate semplicemente ad occhi chiusi in piedi, respirando e lasciando andare le tensioni fisiche. Permettete al vostro petto di allargarsi ad ogni respiro, all'addome di gonfiarsi, al respiro di farsi più ampio e profondo, aprendo lo spazio dentro di Voi. Poi aprite gli occhi e restate qualche minuto a contemplare la volta stellata. Se il luogo è adatto, potete sdraiarvi e lasciarvi 'coprire' dalla volta del cielo. Chiedendo a Nut la sua protezione e il suo dono di apertura, potete concentrarvi sulle zone della vostra vita che hanno bisogno di più spazio o in cui manca una prospettiva più ampia. Se avete dentro di voi progetti non nati per mancanza di spazio/tempo, potete chiedere a Nut dell'extra-tempo perché possano venire alla luce. Quando sentite che il momento è quello giusto, versate l'acqua nella ciotola per Nut.
Infine, lasciate che semplicemente sia il vuoto, senza più riempirlo di pensieri o desideri.
Lasciate l'acqua nella ciotola a raccogliere l'energia delle stelle. Al mattino offritene una parte alla terra e bevetene il resto o conservatelo in una boccettina da tenere accanto al letto.
Ringraziate Nut e non abbiate fretta: i tempi di Nut possono anche essere... cosmologici!

Testo, diario e ricerca sul campo di Ilaria per http://www.ilcerchiodellaluna.it

Un'immagine di Reitia dal libro La Voce della Dea di Federico Moro Edizioni Helvetia


Il diario di una scoperta

Settembre 2004
Uscendo dal lavoro passo dinnanzi ad una gioielleria. Non sono mai stata atratta dai gioielli ma, quel giorno, ci sono diverse pietre preziose esposte che attirano la mia attenzione. Tra esse c’è un ciondolo in argento in svendita a 10 Euro perché leggermente ossidato. Mentre lo osservo nella vetrina non so che sto guardando un Triskel celtico, ma la sua forma mi è famigliare, forse l’ho già vista girando per i siti internet che trattano di magia.
Mi piace molto e lo compro; in quest’epoca ho pochi soldi a disposizione a causa di altre spese ma il suo prezzo è un sacrificio accettabile.
Già il giorno stesso inizio una ricerca sul significato del simbolo acquistato. Poi inizio ad allargarmi a macchia d’olio perché non mi accontento: faccio ricerche sui celti, sulle rune, sui druidi. Tutti argomenti che fino a pochi giorni prima non mi entusiasmavano perché se ne parlava troppo in giro.
Ora i mesi passano e la mia ricerca si modifica: scopro che i celti sono arrivati fino in Italia e inizio a studiare proprio questo ramo di popolazioni che hanno trovato rifugio non lontano dalla mia terra.

Novembre 2005
L’azienda per cui lavoro ormai da 3 anni fallisce e mi licenzia. Passano i mesi e non trovo un lavoro fisso. Ne approfitto per studiare e far ricerche.

Maggio 2005
Prima metà di Maggio:
Andando a comprare il pane in un panificio che non ho mai provato prima, vedo un depliant di una festa celtica: la Venigallia. Si svolge dall’altra parte della città e gli organizzatori non hanno messo cartelli nella mia zona. Lo comunico a tutte le persone che so che ne potrebbero essere interessate, facendo pubblicità all’evento. Leggo di persone in costume che simulano un villaggio celtico, leggo di battaglie, di archeologia sperimentale e di conferenze.
Imperativo andarci con al collo il mio ciondolo d’argento!

28 Maggio:
Ci vado un sabato in cui posso assistere a una conferenza sulla toponomastica celtica in Italia e sui testi rinvenuti nel nostro paese. Sul pieghevole che mi viene dato all’entrata leggo il nome “Reitia”.
Lo collego immediatamente alle divinità celtiche. Il nome viene fuori anche durante la conferenza ma in modo molto marginale.
Stranamente, vista la mia scarsa abilità nel ricordare dettagli, quel nome continua a risuonare nella mia testa. Sento il bisogno di conoscere di più, di sapere chi è.

30 Maggio:
Sto come ogni giorno davanti al computer leggendo la posta, tuttavia ripenso a quel nome e mi pongo mille domande… ho passato la domenica a tormentarmi di curiosità e il lunedì non è diverso.
Tra la corrispondenza mi arriva una email di Anna, del sito “Il Cerchio della Luna”, in cui invita gli iscritti che lo desiderano a scegliere una Dea e a fare una ricerca per loro.
Senza pensarci troppo rispondo proponendomi per fare una ricerca su Reitia, dea celtica (così credo).
Avrei fatto due cose in una: io avrei avuto notizie su Reitia, e nello stesso tempo avrei aiutato un sito ad avere una ricerca in più.
Mentre attendo la risposta (con il terrore che qualcuno abbia già trattato l’argomento) digito il nome Reitia in un motore di ricerca per vedere cosa ne viene fuori.
Scopro subito che non si tratta di una divinità celtica italiana, ma di una Dea veneta. Lo scrivo subito ad Anna che nel frattempo mi ha dato il via libera per iniziare la ricerca.
Ancora adesso credo che, senza l’input, di Anna la mia ricerca-avventura sarebbe iniziata ma forse molto più tardi nel tempo.

6 Giugno 2005

ore 11.50:
Sono ancora senza lavoro, ormai sono 6 mesi e, malgrado l’esperienza maturata e i corsi di aggiornamento fatti, non trovo un impiego. Ho provato agenzie di lavoro iterinale, mi sono presentata porta per porta ma a nulla è servito.
Presa da questi pensieri apro le braccia e prego Reitia, la primissima volta in vita mia, chiedendole di aiutarmi a trovare un lavoro.
Tuttavia non accenno nella mia preghiera ad alcune complicazioni che ho: nel prossimo Giugno 2006 mi dovrò trasferire a Verona per lavorare in un'altra azienda, quindi adesso mi serve un lavoro non lontano dalla mia casa di Vicenza, ma che sia un contratto a termine (massimo 10 mesi) per poter lavorare fino a poco prima del trasferimento.

Ore 12.30:
Suona il mio cellulare: è un’azienda di cui non conosco l’esistenza, che mi propone un colloquio. A quanto pare ho mandato il curriculum per posta ad una azienda vicina alla loro a cui non serve personale e, per fatalità, loro hanno avuto il mio nominativo. Combino per un colloquio.

7 Giugno 2005
Vado al colloquio: è un’azienda a 4 km da casa mia che mi offre un contratto a termine per 10 mesi esatti.
Penso che sia troppo bello per essere vero!!!

13 Giugno
Dopo sette mesi di ricerca di impiego inizio a lavorare per quest’azienda, a cui sto tutt'ora lavorando e in cui mi trovo molto bene. Qui faccio amicizia con una ragazza appassionata di celti e medioevo che mi è molto utile nella mia ricerca su Reitia.

Fine Giugno 2005
Intanto prosegue la mia ricerca sulla Dea veneta, cui, anche grazie a questo fatto, ho iniziato a legarmi davvero.
Le nozioni su internet risultano pressoché frammentarie. Si accenna ad un santuario rinvenuto ad Este, non lontano da dove abito, ma non dicono dove sia.
Inizio a coinvolgere, senza rendermene conto, molte persone; ne parlo al mio fidanzato che decide di aiutarmi a trovare il santuario; ne parlo con una mia carissima amica e si propone anche lei entusiasta. Tengo i contatti con Anna e Maria Giusi del sito “Il Cerchio della Luna” e nel frattempo iniziano a contattarmi persone estranee via email che vogliono notizie su Reitia o che si propongono per aiutarmi o mi danno informazioni.
Capisco che devo fare due cose: leggere libri e andare ad Este.
Il mio fidanzato mi accompagna un pomeriggio al Museo di Este. Dopo aver passato due ore a osservare reperto per reperto, arriviamo nella sala dedicata a Reitia. Mi trovo davanti ai resti del santuario e a tutti gli ex-voto fatti dai fedeli.
Vorrei dire che mi sento emozionata nel vedere questo, ma in verità sono tranquilla, mi sento bene e mi sento compiaciuta del vedere le lastre votive e tutti quei veneti che ringraziavano Reitia. Penso che Lei ha aiutato anche me, che mi sento parte di quelle persone e di quello che hanno scritto.
Al momento di scendere per andar via ci viene in mente che vorremmo avere una copia dell’alfabeto venetico, la lingua in cui Reitia veniva pregata, così come è in visione al museo.
Lo chiediamo al bigliettaio: lui ci guarda scuotendo la testa pronto a dirci che non può far nulla… ma all'improvviso i suoi occhi si illuminano e fa cenno di avvicinarsi ad una signora che, fatalità, passa di lì in quel momento. Si tratta di una degli archeologi che seguono i lavori del tempio di Reitia.
Lei ci porta nel retro del museo a parlare di Reitia, e del tempio a lei dedicato, del venetico; ci regala del materiale cartaceo e mi consiglia dei libri da cui iniziare la lettura per approfondire le mie conoscenze. Tengo i contatti con questa gentile signora nei mesi a venire.

Luglio 2005
Inizio a leggere i libri che mi sono stati consigliati dall’archeologa del museo di Este, quelli consigliati da altre persone che studiano Reitia e da altri archeologi che si interessano al Veneto pre-romano.
Inizio a capire che per approfondire le conoscenze mi devo staccare dal mondo esoterico e avvicinare a quello archeologico. Infatti chi lavora al tempio di Reitia non solo studia come era fatto strutturalmente l’edificio, ma grazie alla tecnologia moderna, è in grado, un po’ alla volta, di ricostruire come si svolgevano i culti.
Inizio a scoprire cose molto interessanti che mi legano saldamente alla ricerca e mi portano persino a studiare il venetico come fosse greco antico.

Agosto 2005
Ordino un libro in biblioteca… devo aspettare che arrivi da un’altra città.
Dopo una settimana mi chiamano dicendomi “I libri sono arrivati, se li vuoi venire a prendere...”
Io rimango zitta e perplessa: libri? Perché ne parlano al plurale? A quanto pare, fatalità, qualcuno si è sbagliato e oltre al libro da me richiesto ne è arrivato un altro sempre inerente al tema, ma di cui non conosco il titolo. Inizio a studiarli e vi trovo dei dati illuminanti che danno una svolta alla mia ricerca.

Questo è quello che finora, in data 21 agosto 2005, mi è accaduto.
La strada è lunga e devo ancora finire di percorrerla. Ho raccontato quasi tutto, ho tralasciato una parte dei sogni che spesso da me, scettica, vengono messi in dubbio nella loro veridicità. Continuo ad andare ad Este con cui ormai ho un rapporto di seconda casa. Ho conosciuto molte persone che mi stanno aiutando. Cerco sempre di partire dalle cose certe e comprovate per riuscire ad avere una visione del culto originario di questa Dea...



I sogni


A Giugno:
Ho visto il tempio di Reitia vuoto, buio. Io ero fuori e sentivo il bisogno di portare la candela rossa che avevo in mano là dentro. Nel sogno non mi sono mossa, mi sono svegliata prima, ma pregavo la Dea di lasciarmi entrare.

A Luglio:
Ero ad Este, sopra di me sentivo la presenza di Reitia, non la vedevo ma la sentivo come quando la sento a volte da sveglia. Io ero ferma e osservavo: davanti a me c’era il tempio prima in rovina con i resti come sono tutt’ora (li ho visti in alcune foto di archeologi), poi ricostruito, così come doveva essere stato nei vecchi tempi. Io stavo ferma, in piedi, e venivo spostata in una zona non lontana e sapevo che a spostarmi era Reitia. Mi sono trovata davanti ad una gradinata o almeno questo sembrava, potrei sbagliarmi, ho iniziato a dire (non so a chi) che non era ancora stata trovata dagli archeologi e che, quando l’avessero trovata, ci sarebbe stata una svolta nella conoscenza del culto di Reitia.

Ad Agosto:
Ho sognato che ero vestita di bianco con una tunica in lino grezzo, i capelli erano raccolti con spighe dorate di orzo, insieme a me c’era una ragazza che non conosco, vestita e pettinata uguale a me.
Trasportavamo una lettiga in lino bianco e legno chiaro, piena di spighe dorate di orzo, legate da dei drappi di lino bianco che le ricoprivano lasciandole uscire solo ai lati.
La trasportavamo sopra una gradinata. Io e lei ci guardavamo e sorridevamo, eravamo terrorizzate e insieme divertite dall’idea di inciampare e fare brutta figura, perché ai piedi della gradinata c’erano tante persone che ci guardavano ma io non le vedevo (sapevo che c’erano), e sopra la gradinata c’era un fuoco. Noi dovevamo gettare questa lettiga nel fuoco. Nel sogno sapevo che era un rituale della ruota dell’anno per ringraziare Reitia del raccolto prospero che ci aveva concesso (un rituale di Mabon ma, nel sogno, lo chiamavo in modo diverso). Guardavo spesso i gradini per evitare di cadere, ero scalza ma avevo una specie di cavigliera fatta con le spighe di orzo, e la lettiga era leggerissima. Ricordo il profumo dell'orzo, il tessuto che, morbido, mi accarezzava la pelle quando mi muovevo, ricordo il calore del fuoco a mano mano che salivamo le scale... E' stato un sogno molto realistico.

La ricerca: Il culto di Reitia

Premessa
Il culto di Reitia riserva nell’ambito storico-archeologico un fascino particolare.
Si tratta in primo luogo di un fenomeno tipicamente ed esclusivamente Veneto, che venne praticato per più di due secoli, malgrado l’affermazione in Italia di altre religioni tra cui quella romana.
Il lato più affascinante di questo culto è che, grazie ai ricchi ritrovamenti, l’archeologia si sta fortemente impegnando per ricostruirlo e quindi sta analizzando i luoghi di culto con la tecnologia futuristica e all’avanguardia di cui possiamo disporre al giorno d’oggi.
Questo piccolo e breve trattato vuole mettere in luce questi aspetti.
Per studiare il culto di Reitia sono partita non dall’ambito religioso, ma da quello pratico dell’archeologia.

Il Venetico
A rendere ancora più intrigante questo culto è il fatto che è legato ad una forma di linguaggio presente solo in Veneto: il venetico.
A volerlo definire con parole povere si potrebbe dire che è una lingua che graficamente assomiglia al celtico o all’etrusco ma che da queste si differenzia.
Si tratta di un linguaggio che si legge da sinistra a destra come il nostro, oppure indifferentemente da destra a sinistra, le parole sono scritte tutte attaccate senza interruzioni anche se le vocali vengono enfatizzate.
Uno dei luoghi più importanti per lo studio di questo linguaggio è Este nel padovano. Proprio qui nel 1880 è stato ritrovato un tempio dedicato a Reitia. Negli scavi (i più importanti avvenuti nel 1999) sono state rinvenute tavolette alfabetiche in bronzo così suddivise: nelle ultime 5 righe le lettere sono distribuite entro 16 caselle per riga, l’ultima contiene le 15 consonanti del venetico. Sopra invece ci sono liste di gruppi consonantici e liste votive con il nome, al nominativo, degli Atestini e in più il nome e gli epiteti, al dativo, di Reitia.

Un'esempio di tavoletta alfabetica in venetico e una pietra incisa, ritrovata sott'acqua (fotosub dal sito http://www.archeosub.it/)

Gli studiosi sono d’accordo nell’affermare che il numero 16 aveva un valore magico e, sul valore di queste tavolette, bisogna ricordare che anche se riportano l’alfabeto esse sono e restano un dono alla Dea. E’ facile quindi supporre che ci fosse anche una dimensione magica nella sequenza alfabetica, non solo didattica.
Altri ritrovamenti sono delle lamine con figure ottenute a cesello e a stampo. Esse riproducono guerrieri, donne, cavalieri, animali, oppure parti del corpo umano come braccia, gambe, piedi, teste. Le dimensioni variano: ce ne sono di piccolissime, di medie, di grandi. A Reitia Sanante si rivolgevano preventivamente anche i cavalieri per essere protetti dai pericoli e guariti dalle ferite.
Anche gli stili scrittori recano una dedica e assumono così la destinazione di offerta alla divinità.
L’iscrizione è analoga sia per le tavolette che per il resto: “Mi donò XY a Reitia”.

Reitia

Reitia è una divinità il cui culto risale a 3500 anni fa, nell’epoca pre-romana ed è sempre stata per i veneti la Dea somma per eccellenza, colei che tutto può: nessun’altra divinità è sopra di lei.
Reitia è la Dea creatrice, la Dea misericordiosa che ascolta le preghiere dei fedeli e le esaudisce.
Reitia è la Dea della navigazione, delle bestie feroci; la Dea che ama la natura e specialmente la Dea che guarisce, legata al ciclo della vita, alla morte e anche al parto.
Nelle iscrizioni viene nominata come:
Reitiai, nella maggior parte dei casi;
Sainatei Reitiai, ovvero Reitia guaritrice;
Sainatei Reitiai Porai, dove Porai è il nome primitivo di questa dea;
Porai Vebelei.

La chiave di Reitia
Il simbolo più importante e più rappresentativo di lei è tuttavia la “chiave di Reitia” di cui si sa ancora molto poco in quanto non sono ancora state rinvenute delle testimonianze in grado di spiegare il suo significato e cosa rappresentasse per i sacercedoti e le sacerdotesse venete.
Osservandone la forma è evidente la sua somiglianza con un caduceo stilizzato e forse si potrebbe presuporre un accostamento all’anatomia umana e ai centri del potere che in essa risiedono. Era un simbolo utilizzato dai sacerdoti.


La Chiave di Reitia,ritrovata a Ca' Oddo di Monselice. Risale al V secolo a.C

La vita nel Santuario

I santuari erano sempre stati delle “Luci” ovvero dei luoghi di culto all’aperto, spesso o sulla sommità di colline, o in luoghi nelle vicinanze di torrenti nei boschi, tuttavia nell’ultimo periodo, per influenza della cultura romana, si sono edificati dei templi a lei dedicati. Se ne trova traccia a Vicenza (anche se ora sopra vi è stata costruita una chiesa) e, specialmente, ad Este nel padovano.
Analizzando il tempio trovato ad Este gli ercheologi hanno potuto con certezza ricostruire alcuni elementi della vita che lo animava.
Si ha così la certezza che vi operasse una classe sacerdotale preposta al culto: i sacerdoti erano per lo più donne. Anche le arti scrittorie erano legate alle sacerdosse.
Tale casta aveva diversi compiti: gestire un’attività di accoglienza per i pellegrinaggi molto numerosi e frequenti, organizzando un’attività di ospitalità e organizzazione dei riti e delle cerimonie che avevano luogo quotidianamente e periodicamente secondo la ruota dell’anno; gestire un’attività di insegnamento e apprendimento della scrittura venetica che sembra essa stessa avesse delle connotazioni magico-esoteriche.
Si presuppone che nei pressi del tempio ci fossero degli artigiani con le loro botteghe per la produzione degli strumenti e attrezzi che venivano usati nel culto.
Molto apprezzati dovevano essere i ricchi banchetti che alla sera venivano organizzati per i pellegrini quasi come fossero parte integrante del rito.
Il santuario in questo luogo risulta lungo 57 metri e profondo 6,60 metri. Venne costruito in due fasi ed era dotato di 5 stanze in ciascuna fase, di 3x4 metri circa. Il tetto era in tegole e la parte frontale aperta verso sud-ovest e sostenuta da colonne.

Il rituale

E’ attestata una ritualità libatoria, infatti sono pervenuti coppe e vasi potori sia d’uso che riprodotti come simbolo in miniature. Nelle lastre votive sono le donne che portano queste coppe e brocche.
Dal ritrovamento di frammenti di ossa nei roghi nel tempio si è certi che si facevano sacrifici di animali, ma la cosa sorprendente, e diversa da altri culti, è che si sacrificava l’animale intero e non solo una sua parte. Questo attesta molto probabilmente una condizione di ricchezza e benessere in quei luoghi in quel periodo.
I pellegrini, molto numerosi visto che sono state rinvenute 16.000 lastre votive, frequentavano il santuario principalmente per 3 motivi:
- invocare la protezione della Dea;
- esprimere la loro gratitudine per una grazia ricevuta;
- testimoniare la propria fede.
Questi intenti venivano assolti con la semplice preghiera, con la preghiera unita ad un’offerta o con il solo atto di presentarsi.
La forma di devozione più spontanea e frequente era quella di offrire a Reitia un’immagine di sé con il proprio eventuale rango, ruolo, età nella società come testimonianza di fede e ringraziamento.
I bambini non avevano accesso al tempio: solo in età adulta potevano aspirare al rituale per poter essere accolti.
Ci sono pervenuti persino bronzi raffiguranti le modalità di preghiera: in piedi con le gambe allargate e le braccia protese verso l’alto con i palmi aperti. Le donne erano vestite con vesti semplici fino al polpaccio e il capo coperto.
Ad un esame più approfondito dei roghi nel tempio di Reitia si è constatato che venivano posti sul terreno, e poi arsi, dei bronzi fatti a lamine, forse contenenti in venetico parole ritualistiche, fibule, armille, gli stili scrittori con cui molto facilmente si incidevano le parole, numerosi frammenti di ceramica e ossa di animali.
E’ affascinante notare come grazie alla tecnologia si è potuto dimostrare che venivano accesi 8 roghi, molto probabilmente in contemporanea, in direzione Nord-Ovest e Sud-Est, quattro dei quali scavati sul terreno. Solo i roghi più grandi contengono tracce di ceramica. Il rogo situato a Nord è quello che più di tutti è stato usato e contiene tracce più evidenti di ossa di animali, quali polli o giovani maiali, sempre bruciati in modo completo senza selezionarne le parti. Insieme agli animali veniva offerto anche del miglio.
Un elemento importante è l’acqua. I santuari sorgevano in prossimità della stessa e anche in quello di Reitia si è trovato, poco distante dall’antico corso dell’Adige, un gradino in cui avvenivano le attività di sacrificio.

Note finali

Il museo di Este, Padova, ospita tra le sue sale un reparto dedicato al tempio di Reitia i cui ultimi scavi risalgono al non lontano 1999. Si tratta di alcuni resti, colonne, pezzi di statue che rappresentano sacerdoti, e alcune delle 16.000 lastre votive. Tra queste lastre ce ne sono molte che riportano formule magiche.
Il tempio di Reitia è ancora in parte celato dalla terra: gli archeologi, arrivati al terzo scavo, sono in attesa di per poter proseguire le ricerche per riuscire a ricomporlo e infine studiarlo, chiarendo – si spera - molti aspetti ancora oscuri.
Chiunque avesse intenzione di approfondire le sue conoscenze su questa Dea, trova nel Museo di Este (Padova) un sicuro riferimento. Le persone che ci lavorano sono molto cordiali e ben disposte a raccontare molte cose su questi ritrovamenti, di cui Este è orgogliosa.
Il museo é aperto ogni giorno.

 

SOPHIA
Ricerca di Manuela Caregnato per http://www.ilcerchiodellaluna.it




Sapienza 7: 21-27

Tutto ciò che è nascosto e ciò che è palese io lo so, poiché mi ha istruito Sophia, artefice di tutte le cose.
In Lei c'è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell'uomo, stabile, sicuro, senz'affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi.
Sophia è il più agile di tutti i moti; per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
È un'emanazione della potenza divina, un effluvio genuino della gloria dell'Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s'infiltra.
È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell'attività divina e un'immagine della sua bontà.
Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in sè stessa, tutto rinnova e attraverso le età entrando nelle anime sante, forma amici di Dio e profeti.


Sophia: La Dea della Saggezza e la sposa di Dio

Chi è Sofia? Letteralmente il suo nome, dal greco, significa saggezza.
Lei rappresenta la saggezza nel divino. E’ il cardine centrale della creazione e rappresenta l’aspetto femminile di ogni cosa. E’ stata venerata come la saggia sposa di Salomone dagli ebrei, la regina della saggezza e della guerra (Atena) dai greci, ovvero quale Spirito Santo dai cristiani.

Il suo nome si pronuncia sew-fee’ah in Greco, è conosciuta come Chokmah in ebraico, Sapientia in latino, ed anche il nome della celtica Sheela na gigs si traduce con saggezza.
In qualità di Dea della saggezza e del fato molti sono i suoi volti: la madonna nera, il femminino divino, la madre di dio dei cristiani gnostici.

Sophia è l’anima femminile della divinità giudaico cristiana, sorgente di puro potere.
E’ la madre della creazione: il suo consorte e assistente era Jehovah.
Il suo sacrario, Hagia Sophia ad Istambul, è una delle sette meraviglie del mondo.
Il suo simbolo, il calice, rappresenta lo spirito.
In un’icona mediorientale appare incoronata di stelle, ad indicare la sua assoluta divinità.
Di lei si parla nei libri della bibbia. Ci sono molti riferimenti nel libro dei proverbi, nei libri apocrifi di Sirach,e nel libro della sapienza di Salomone (accettati da cattolici e ortodossi).*


L’archetipo



Sophia è il sacro divino femminile nel suo aspetto di saggezza.
Il suo Amore è destinato a colmare non la fame del corpo né i bisogni dei sensi, bensì la sete di conoscenza, di crescita e di elevazione ed evoluzione spirituale, tutto ciò che andiamo cercando quando abbiamo risolto i bisogni primari.
Sophia offre il dono della saggezza, ed il suo archetipo ci conduce all’immagine di un femminile non basato solo sulla riproduzione e maternità, ma su un aspetto raramente discusso, ovvero l’intelligenza e il potere cosmico della forza vitale.
Sophia è là, quando noi vediamo la nostra vita come un cammino verso la conoscenza. Lei presiede all’apertura mentale, è il ponte tra lo sconosciuto e il conosciuto.
Lei ci liberà dalla schiavitù dell’ignoranza per vivere nella luce della Sapienza.

“Sofia è la sapienza e come tale è luce nella luce, e la luce appare sempre priva di umido sentire e di notte feconda. Ma Sophia è tale proprio perché ha già in sé le qualità della luna, il movimento crescente e decrescente dell’anima.
Lei è l’istinto trasformato in amore, l’amore trasformato in conoscenza.
E’ l’acqua delle acque, la luna delle lune, come venere è stella del mattino e regina dei mari.
Non c’è paternità in Sophia, né nelle altre divinità a lei analoghe. Ella è unica come Miria, la meravigliosa, che generò ogni cosa amando sé stessa, come Gea che nella mitologia è madre e al tempo stesso sposa di Urano, come Iside che è sorella e amante di Osiride. E’ la saggezza che viene dal cuore, l’io sento (luna) congiunta all’io sono(sole).
Sophia è il giglio, il loto, il fiore siderale, la candida rosa, la divinità interiore della donna che la guida verso trasformazioni sempre più alte. Lei è la forma che unisce le parti divise, la sintesi da cui è derivata l’analisi e che torna a farsi nuovamente sintesi. È il tutto che è più della somma delle parti, è l’insieme la cui forma dà vita ad un concetto nuovo, ad una nuova intuizione”**.


Sophia: l’esilio e il ritorno

Sophia personifica la saggezza, che nelle antiche tradizioni era legata all’integrità che si esercitava nell’ambito del commercio, in politica e nella corte reale.
Nel corso della storia, il fatto che aspetti etici e conoscitivi fossero di guida nella vita in luogo della dottrina - delle regole rivelate - divenne un problema. Nella saggezza è l'individuo al centro, nel suo rapporto con il sapere luminoso che riside nel suo cuore e nella sua mente. Sophia rappresentava dunque un aspetto problematico per il potere religioso e fu infine esclusa dalle dottrine monoteiste.
Con l’esilio di Sophia si può dire che si diede inizio a quella alienazione di cui soffriamo ora, come individui moderni, nel senso di perdita, di tradimento, e di abbandono. Ciò che è stato esiliato è l’anima vitale, il genio o daimon, come viene chiamato da Hillmann.
La strada per risvegliare questa Luce inizia quando prendiamo consapevolezza della nostra vita.
La vitalità esprime l’integrità e intelligenza della forza vitale il cui risveglio pone fine all’esilio, rivelando che Sophia non solo è divina ma è la sorgente delle immagini divine, la psiche umana.



Il culto

 

In origine gli ebrei erano devoti a Sophia. Il re Salomone la pose nel tempio come dea Asherah. Tuttavia dopo le riforme di re Josiah, si rischiò che il culto di Sophia subisse un arresto , e questo divenne più di un rischio allorchè la cristianità patriarcale prese piede nel mondo.
Invece anche allora, grazie alla sua continua presenza nel mondo e nella bibbia, il culto di Sophia proseguì nella tradizione dell’Est, come testimonia la costruzione del Sacrario Hagia Sophia, e nel servizio liturgico cattolico russo a Sophia, collegato all’assunzione di Maria il 15 maggio.
La chiesa ortodossa russa ha anche dato inizio ad una scuola di sophiologia per esplorare la teologia di Sophia senza contraddire l’ortodossia cattolica russa.
Ma i cristiani dell’est non solo i soli a venerare Sophia.
Sophia era molto probabilmente venerata dai recenti seguaci della Via, e la sua venerazione è sopravvissuta nell’ Ovest nella forma di Gnosticismo***, e nella Cristianità esoterica****.

Meditazione Guidata per Sophia:
Per entrare in sintonia con le energie di Sophia, il Cerchio della Luna ha preparato una meditazione guidata che ti guiderà piacevolmente ad un incontro con la Dea dellla Sapienza.
La meditazione è acquistabile in formato mp3, a fronte di un contributo di 20 euro.
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________________________________________________________

*Viene costantemente associata con il saggio Re Solomone ( I Re 4:29-31 ci dice che dio diede la saggezza a salomone e che lui divenne più saggio di tutti i re dell’est e di tutta la gente saggia di egitto. La saggezza 8:2, 16, 18 ci dice che Salomone fu sposo di Sophia. Uno dei tanti simbolismi attribuiti al cantico dei cantici è quello che parla del matrimonio di salomone con la Sacra Sofia. Saggezza 9:8-11 ci dice anche che sophia insegnò a salomone a costruire il tempio).

**Loretta Martello "la via della luce femminile" Ed. Cerchio della Luna

***Cos’è lo gnosticismo?
Molta gente nel mondo d’oggi ha sentito parlare di gnosticismo, gnostico, gnosi ma non sa cosa veramente significhi. Si potrebbe aver incontrato il fenomeno dello gnosticismo in lezioni di storia o di religione o anche negli scritti popolari di gente come Dan Brown. Oppure il termine suona come qualcosa di mai sentito prima. Molti non sanno che lo gnosticismo continua ad essere praticato come una religione da migliaia di miglia di persone nel mondo.
lo gnosticismo è una delle più piccole tra le religioni maggiori. Si separò dalla prima cristianità circa all’inizio del secondo secolo. Ha vissuto un importante revival dalla metà del ventesimo secolo grazie soprattutto alla scoperta di recenti scritti gnostici in egitto.
Molti degli insegnamenti gnostici sono molto simili al credo basilare buddista. Gli gnostici credono che nel mondo noi sperimentiamo un principio materiale apportatore di cose come la sofferenza il dolore, la morte, l’impermanenza, ed un principio spirituale apportatore di pace amore gioia bellezza connessione e tutto ciò che riguarda l’anima umana.
Credono inoltre che questi principi abbiano origini differenti per cui il principio spirituale origini nell’unico vero dio, mentre il principio fisico origini da un creatore inferiore e imperfetto, , ovvero il demiurgo e il creatore. Tuttavia non sono dualisti ma monoteisti perchè credono in un solo vero dio cui si riferiscono con l’uno.
Tuttavia lo spirituale sottolinea ed è panteisticamente parte del mondo sicchè lo scopo della vita è ottenere la conoscenza, letteralmente gnosi, la conoscenza esperienziale di incontrare lo spirito stesso nelle altre persone nella natura e in ultimo in dio. Sono dunque panteisti con un forte senso della dignità non solo della vita umana ma di tutto il circolo dell’universo e della natura. Credono poi nell’esistenza di due ponti privilegiati o forze mediatrici tra dio e l’essere umano che ci aiutano a raggiungere la gnosi, ovvero il cristo e Sophia. Sophia rappresenta la controparte di cristo e personifica il lato femminile nella nostra relazione con il divino completo. Si parla di cristo e sofia come divini nello stesso senso in cui siamo tutti divini poiché lo spirito di dio è un dono di tutti, un dono che possiamo rendere reale nel corso della vita comprendendo la compassione per gli altri. La loro chiesa è dedicata alla bellezza di Sophia, dea madre dell’universo.
Gli gnostici La vedono come una degli eoni, una delle quasi divinità che vivono nel reame etereo chiamato pleroma. Essi credono che Lei diede alla luce la creazione di un eone negativo, che in seguito venne chiamato archon, il Demiurgo, creatore e governatore del mondo.
Gli gnostici vedono il demiurgo come il dio del vecchio testamento, con le sue leggi rigide come catene che imprigionano la gente della terra. Gli gnostici credono che Sophia e dio padre (non il demiurgo) mandarono Yeshua a correggere questo errore. E’ evidente come nella tradizione gnostica, Sophia giochi un ruolo molto attivo nella creazione del mondo.

****La cristianità esoterica da parte sua non condivide la teoria del demiurgo.
Essi credono che la creazione sia intrinsecamente buona, come lo è il creatore.
Ma la scuola misterica insegna una teoria secondo cui shaitan (satana), il diavolo, era il governatore di questo mondo e a lui furono date incidentalmente le chiavi dell’altro mondo dalla dea. Egli ebbe queste chiavi fino alla passione, la morte, e la discesa all’inferno di Yeshua, che le riprese e ancora le detiene. Sem pre la scuola misterica vede molte similitudini tra Sophia e le due dee cristiane maria e maria maddalena, forse entrambe incarnazioni di Sophia. Normalmente vedono in Madre Maria l’incarnazione di Shekinah, e in Maria Maddalena l’incarnazione di Sophia.
Comunque sia, Sophia, Maria e Maria Maddalena rappresentano la trinità femminile della cristianità. Maria e Maddalena hanno in comune il nome di Maria e entrambe condividono la lettera ebraica Heh nel nome divino YHVH.
Allora come può Sophia c’entrare con la mente divina? Il libro apocrifo dei proverbi di Salomone dice chiaramente che Sophia è lo spirito santo. Ci potrebbe essere una trinosophia femminile madre, figlia e pneuma (spirito santo).
Dalla trinità trinosophica si passa anche ad una quaternità.
I sostenitori della quaternità vedono il quattro come padre, madre figlio e figlia, ma riconoscono paracleto e pneuma quali essenze maschile e femminile dell’essenza divina.
Forse paracleto è la combinazione di due forze mascoline e pneuma la combinazione di due forze femminili.


ESTIA - VESTA


Estia: La dea del focolare e del tempio

Estia era la dea del focolare, o più precisamente, del fuoco che arde su un focolare rotondo. È la meno nota fra le divinità dell'Olimpo: insieme all' equivalente divinità romana, Vesta, fu raramente rappresentata da pittori e scultori con sembianze umane, ma la sua presenza si avvertiva nella fiamma viva, posta al centro della casa, del tempio e della città. Il simbolo di Estia era un cerchio. I suoi primi focolari erano rotondi e così i suoi templi. Né abitazione né tempio erano consacrati fino a che non vi aveva fatto ingresso Estia, che, con la sua presenza, rendeva sacro ogni edificio. Era una presenza avvertita a livello spirituale come fuoco sacro che forniva illuminazione, tepore e calore.


Genealogia e mitologia

Estia era la primogenita di Rea e di Crono, e quindi sorella maggiore degli dèi delI’Olimpo della prima generazione e zia nubile di quelli della seconda.
Per diritto di nascita era una delle dodici maggiori divinità dell'Olimpo, dove tuttavia non abitava, cosicché non protestò quando Dioniso crebbe d'importanza e la sostituì nella cerchia dei dodici.
Poiché non si coinvolse nelle storie di guerra che hanno tanta parte nella mitologia greca, è la meno conosciuta fra le divinità greche più importanti.
Era tuttavia tenuta in grande onore e a Lei venivano destinate le offerte migliori che i mortali presentavano agli dèi.
La breve mitologia di Estia è riferita in tre inni omerici. Viene descritta come 'la venerabile vergine Estia', una delle tre dee che Afrodite non riesce a sottomettere, a persuadere, a sedurre o anche soltanto a 'risvegliare a un piacevole desiderio'.
Infatti Afrodite fece sì che Poseidone e Apollo si innamorassero di Estia, ma lei aveva fatto giuramento di restare vergine e così li respinse entrambi.

    
Immagini di Estia su vasi e sul fregio del Partenone


Rituali e culto

A differenza delle altre divinità, Estia non era nota per i miti e le rappresentazioni che la riguardavano: la sua importanza stava nei rituali simbolizzati dal fuoco.
Perché una casa diventasse un focolare, era necessaria la sua presenza. Quando una coppia si sposava, la madre della sposa accendeva una torcia sul proprio focolare domestico e la portava agli sposi, nella nuova casa, perché accendessero il loro primo focolare. Questo atto consacrava la nuova dimora.
Dopo la nascita di un figlio, aveva luogo un secondo rituale estiano. Quando il neonato aveva cinque giorni, veniva fatto girare intorno al focolare, come simbolo della sua ammissione nella famiglia.
Allo stesso modo, ogni città-stato greca, nell' edificio principale, aveva un focolare comune dove ardeva un fuoco sacro. E in Ogni nuova comunità che veniva fondata si portava il fuoco sacro dalla città di origine per accenderlo nella nuova.
Così, ogni volta che una coppia o una comunità si accingevano a fondare una nuova sede, Estia li seguiva come fuoco sacro, collegando la vecchia residenza con la nuova, forse come simbolo di continuità e di interdipendenza, di coscienza condivisa e d'identità comune.

      
Varie rappresentazioni di Vesta in ambito romano

Più tardi, nell’antica Roma, Estia fu venerata come la dea Vesta.
Qui il suo fuoco sacro univa tutti i cittadini in un'unica famiglia. Veniva custodito dalle Vestali, che dovevano incarnare la verginità e l’anonimato della Dea. In un certo senso, ne erano la rappresentazione umana, sue immagini viventi, al di là di ogni raffigurazione
scolpita o pittorica.
Le fanciulle scelte come vestali venivano portate al tempio in età molto giovane, per lo più quando non avevano ancora sei anni. Tutte vestite allo stesso modo, con i capelli rasati come neo iniziate, qualunque cosa le rendesse distinguibili e riconoscibili veniva eliminata. Vivevano isolate dagli altri, erano onorate e tenute a vivere come Estia: se venivano meno alla verginità le conseguenze erano atroci. I rapporti sessuali della vestale con un uomo profanavano la dea, e come punizione la vestale veniva sepolta
viva in una piccola stanza sotterranea, priva di aria, con una lucerna, olio, cibo e un posto per dormire. La terra soprastante veniva poi livellata come se sotto non ci fosse niente. In tal modo la vita della vestale (personificazione della fiamma sacra di Estia) che cessava di impersonare la dea veniva spenta, gettandovi sopra la terra, come si fa per spegnere la brace ancora ardente nel focolare.


Estia- Vesta ed Ermes-Mercurio

Estia compariva spesso insieme a Ermes, messaggero degli dèi, noto ai romani come Mercurio.
La prima sua effigie fu una pietra a forma di colonna, chiamata erma. Nelle case, il focolare rotondo di Estia era posto all'interno, mentre il pilastro fallico di Ermes si trovava sulla soglia. Il fuoco di Estia provvedeva calore e santificava la dimora, mentre Ermes rimaneva sulla soglia a portare fortuna e a tenere lontano il male. Anche nei templi queste due divinità erano legate l'una all'altra.
Così, nelle dimore e nei tempIi, Estia ed Ermes erano insieme ma separati. Ciascuno dei due svolgeva una funzione distinta e preziosa.
Estia provvedeva il luogo sacro dove la famiglia si riuniva insieme: il luogo dove fare ritorno a casa.
Ermes dava protezione sulla soglia della porta ed era guida e compagno nel mondo, dove la comunicazione, la capacità di orientarsi, l'intelligenza e la buona fortuna sono tutti elementi assai importanti.


L'archetipo Estia
Estia era la maggiore delle tre dee vergini. A differenza delle altre due, non si avventurò nel mondo a esplorare luoghi selvaggi come Artemide, o a fondare città come Atena. Rimase nella casa o nel tempio, racchiusa all'interno del focolare.
A uno sguardo superficiale, l'anonima Estia sembra avere poco in comune con un'Artemide dalla vivace intraprendenza o con un'intelligente Atena dall'armatura dorata. Eppure, qualità fondamentali e impalpabili accomunavano le tre dee vergini, per quanto fossero diverse le loro sfere di interesse o le loro modalità d'azione. Tutte e tre erano “complete” in , se stesse', qualità che caratterizza la dea vergine. Nessuna di Ioro fu vittima di divinità maschili o di mortali. Ciascuna aveva la capacità di concentrarsi su quanto la interessava, senza lasciarsi distrarre dal bisogno altrui o dal proprio bisogno degli altri.


Estia è l'archetipo della concentrazione sul mondo interno. È il 'punto fermo' che dà senso all' attività, il punto di riferimento che consente a una donna di rimanere ben salda in mezzo al caos del mondo esterno, al disordine o alla consueta agitazione della vita quotidiana. Quando Estia è presente nella personalità di una donna, la sua vita acquista un senso.
Il focolare di Estia, di forma circolare, con il fuoco sacro al centro, ha là stessa forma del mandala, un'immagine usata nella meditazione come simbolo di completezza e di totalità. A proposito del simbolismo dei mandala, Jung ha scritto: “Il loro motivo di base è l'idea di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all'interno dell' anima al quale tutto sia correIato, dal quale tutto sia ordinato e il quale sia al tempo stesso fonte di energia. L'energia del punto centrale si manifesta in una coazione pressoché irresistibile, in un impulso a divenire ciò che si è; così come ogni organismo è costretto, quali che siano le circostanze, ad assumere la forma caratteristica della propria natura. Questo centro non è sentito né pensato come lo, ma, se così
si può dire, come Sé”.
Il Sé è ciò che sperimentiamo internamente quando sentiamo un rapporto di unità che ci collega all' essenza di tutto ciò che è fuori di noi. A questo livello spirituale, 'unione' e 'distacco' sono paradossalmente la stessa cosa.
Quando ci sentiamo in contatto con una fonte interna di amore e di luce (metaforicamente, scaldate e illuminate da un fuoco spirituale), questo 'fuoco' scalda coloro che amiamo e con cui condividiamo il focolare e ci tiene in contatto con chi è lontano.
Il sacro fuoco di Estia ardeva sul focolare domestico e nei templi. La dea e il fuoco erano una sola cosa e univano le famiglie l'una all' altra, le città-stato alle colonie. Estia era l'anello di congiunzione spirituale fra tutti loro. Quando questo archetipo permette la concentrazione sulla spiritualità, l'unione con gli altri è un' espressione del Sé.

Una coscienza focalizzata sul proprio mondo interno


L'archetipo Estia ha in comune con le altre due dee vergini una messa 'a fuoco' della coscienza (è la dea del 'focolare'). Tuttavia, l'orientamento di questa messa a fuoco è diverso. Artemide o Atena, che sono orientate verso il mondo esterno, si concentrano sul conseguimento di mete o sulla realizzazione di progetti.
Estia invece si concentra sull'esperienza soggettiva interna: quando medita, ad esempio, è completamente concentrata.
La percezione di Estia avviene attraverso lo sguardo interiore e l'intuizione di ciò che sta accadendo. La modalità estiana ci permette di stabilire un contatto con quelli che sono i nostri valori, mettendo a fuoco ciò che è significativo a livello personale. Grazie a questa polarizzazione interna noi possiamo percepire l'essenza di una situazione, intuire il carattere degli altri e comprenderne il modello di comportamento o il significato delle azioni. Questa prospettiva interiore dà chiarezza, in mezzo alla miriade di particolari confusi che si presentano ai nostri sensi.
L'introversa Estia, quando si occupa di ciò che la interessa può anche diventare emotivamente distaccata e percettivamente disattenta a quanto la circonda. In aggiunta alla tendenza a ritirarsi dalla compagnia degli altri, il suo essere 'una in sè stessa' è una qualità che ricerca la tranquillità silenziosa, che si ritrova più di tutto nella solitudine.

La custode del focolare
Estia, in quanto dea del focolare, è l'archetipo attivo nelle donne che considerano le occupazioni domestiche un' attività significativa e non semplicemente 'le faccende di casa'. Con Estia, la cura del focolare diventa un mezzo attraverso il quale la donna, insieme alla casa, mette ordine nel proprio sé.
La donna che è in contatto con questo aspetto archetipico, nello svolgere le mansioni quotidiane sente nascersi dentro un senso di armonia interiore.
Attendere alle cure domestiche è un' attività che induce alla concentrazione e che equivale alla meditazione. Se dovesse parlare del proprio mondo interno, la donna Estia potrebbe scrivere un libro intitolato Lo Zen e l'arte della cura della casa. Si dedica alle faccende domestiche perché la interessano di per sé e perché le piace. Trae una pace profonda da quello che fa, come accade a ogni donna che vive in una comunità religiosa, per la quale ogni attività viene compiuta 'al servizio di Dio'.
Quando Estia è presente, la donna si dedica ai lavori della casa con la sensazione di avere davanti a sé tutto il tempo possibile. Non tiene d'occhio l'orologio, perché non si muove sulla base di un orario e non 'inganna il tempo'. Si trova quindi in quello che i greci chiamavano kairos, tempo propizio: 'sta partecipando àl tempo', e ciò la nutre psicologicamente (come succede in quasi tutte le esperienze dove perdiamo il senso del tempo). Mentre smista e ripiega la biancheria, rigoverna i piatti e mette in ordine, non ha fretta, ed è pacificamente concentrata in ogni cosa che fa.
Le custodi del focolare rimangono sullo sfondo mantenendo l'anonimato: spesso la loro presenza è data per scontata e non sono personalità che fanno notizia o diventano famose.

La custode del tempio

     
Templi di Vesta a Roma e Vestali con il fuoco sacro.


L'archetipo Estia fiorisce nelle comunità religiose, specialmente là dove si coltiva il silenzio.
Gli ordini contemplativi cattolici e le religioni orientali la cui pratica spirituale si basa sulla meditazione forniscono un buon ambiente per le donne Estia.
Le vestali e le suore hanno in comune questo modello archetipico. Le giovani donne che entrano in convento rinunciano alla precedente identità. Il loro primo nome viene cambiato e il cognome non viene più usato. Vestono tutte allo stesso modo, si sforzano di praticare l'altruismo, vivono una vita di castità e dedicano quella vita al servizio religioso. Poiché le religioni orientali attirano molti occidentali, tanto negli ashram quanto nei monasteri è possibile trovare donne che impersonano Estia. Entrambe le discipline mettono in primo piano la preghiera o la meditazione. Subito dopo segue la cura della comunità (o governo della casa), che viene svolta nel convincimento che sia anch'essa una forma di adorazione.
La maggior parte delle donne Estia che vivono in un tempio sono anche creature anonime che partecipano in modo discreto ai riti quotidiani della spiritualità e alle cure domestiche della comunità religiosa.
Donne famose che appartengono a queste comunità combinano l'aspetto Estia con altri archetipi forti: santa Teresa di Avila, famosa per i suoi scritti mistici, combinava Estia con un aspetto Afrodite; Madre Teresa di Calcutta, Premio Nobel per la Pace, sembra una combinazione di Estia e della materna Demetra.
Le superiore di conventi che si rivelano abili amministratrici e sono mosse dalla spiritualità, accanto a Estia, hanno forti tratti Atena.
Gli aspetti di Estia, dea del tempio e del focolare, si riunificano tutti quando a casa vengono osservati rituali religiosi. Si può intravedere Estia, ad esempio, guardando una donna ebrea preparare la cena pasquale. Mentre apparecchia la tavola è assorta in un compito sacro, una cerimonia assolutamente rituale, significativa quanto il silenzioso dialogo fra il chierichetto e il prete, durante la messa cattolica.


La vecchia saggia e zia nubile
Come sorella maggiore della prima generazione degli dèi dell'Olimpo e zia nubile della seconda generazione, Estia aveva la posizione di un' anziana onorata.
Si teneva al di sopra o al di fuori degli intrighi e delle rivalità della sua divina parentela ed evitava di farsi coinvolgere dalle passioni del momento. Quando nella donna è presente questo arche tipo , gli eventi non hanno su di lei lo stesso impatto che sugli altri.
Quando Estia è la dea presente, la donna non è 'attaccata' alla gente, agli esiti, al possesso, al prestigio o al potere. Si sente completa così com'è. Poiché la sua identità non è importante, non è legata alle circostanze esterne, e quindi niente che possa accadere la esalta o la sconvolge.
Possiede la libertà interiore dal desiderio concreto, la libertà dall' azione e dalla sofferenza, libertà dalla necessità interna ed esterna e tuttavia è circondata da una grazia di senso, una bianca luce immobile eppure mobilissima.
Il distacco di Estia dà a questo archetipo la qualità della 'donna saggia'. È come una donna anziana che abbia visto tutto e ne sia venuta fuori con lo spirito non offuscato e il carattere temprato dall' esperienza.
La dea Estia era onorata nei templi di tutti gli altri dèi. Quando Estia condivide il 'tempio' (o la personalità) con altre divinità archetipiche, dà a obiettivi e propositi la sua dimensione di saggezza.
In questo senso, la donna Era che reagisce con dolore alla scoperta dell'infedeltà del compagno, se possiede anche l'archetipo Estia, non sarà vulnerabile come è caratteristico di quella dea. Gli eccessi di tutti gli altri archetipi vengono mitigati dal saggio consiglio di Estia, una presenza forte, portatrice di una verità, di una visione spirituale profonda.

Estia ed Ermes: dualità archetipica
Il pilastro e l'anello circolare sono diventati rispettivamente il simbolo del principio maschile e di quello femminile. Nell'antica Grecia il pilastro era l'erma che si ergeva fuori della porta di casa e rappresentava Ermes, mentre il focolare à!l'interno simbolizzava Estia.
In India e in altri paesi dell'oriente pilastro e cerchio sono 'accoppiati'. Il lingam fallico rivolto verso l'alto penetra la yoni o anello, che si trova sopra di lui, come nel gioco del lancio dei cerchi. Qui, pilastro e anello si fondono, mentre greci e romani mantennero collegati, ma separati, questi due simboli che rappresentavano Ermes e Estia.
A sottolineare ulteriormente questa separazione, Estia è una dea vergine, che non verrà mai penetrata, è la più anziana degli dèi dell'Olimpo ed è anche la zia nubile di Ermes, che veniva considerato il più giovane tra loro: un'unione estremamente improbabile.
Dal tempo dei greci in poi, le culture occidentali hanno messo l'accento sulla dualità, su una separazione o differenziazione fra maschile e femminile, mente e corpo, logos ed eros, attivo e ricettivo, che divennero tutti, rispettivamente, và!ori superiori e inferiori.
Quando Estia ed Ermes venivano entrambi onorati presso il focolare domestico e nei templi, i valori femminili estiani erano, semmai, i più importanti: alla dea andavano infatti i più alti onori. A quei tempi la dualità era complementare. Ma da allora, Estia ha perso valore ed è stata dimenticata. I suoi fuochi sacri non vengono più custoditi e ciò che rappresentava non è più onorato. Quando i valori femminili legati al suo archetipo vengono dimenticati e disonorati, l'importanza del santuario interno - il viaggio interiore per trovare senso e pace - e della famiglia come santuario e sorgente di calore, diminuisce o va perduta. Scompare anche il senso di sottostante legame con gli altri, così come, negli abitanti di una città, di un paese o della terra, il bisogno di sentirsi uniti da un vincolo spirituale comune.

Estia ed Ermes: unione mistica
A livello mistico, glin archetipi di Estia ed Ermes sono uniti attraverso l'immagine del fuoco sacro posto al centro. Ermes-Mercurio era lo spirito alchemico che veniva immaginato come l'elemento fuoco, un fuoco considerato fonte di conoscenza mistica e simbolicamente collocato al centro della terra.
Estia ed Ermes rappresentano le idee archetipiche dello spirito e dell' anima.
Ermes è lo spirito che accende l'anima. In questo senso, è come il vento che soffia sulla brace sotto cui cova il fuoco, al centro del focolare, e che fa alzare la fiamma.
Allo stesso modo, le idee possono infiammare sentimenti profondi e le parole possono dare espressione a ciò che fino allora era rimasto inesprimibile e illuminare ciò che era stato percepito in modo oscuro.