GALLERIA DELLE DEE NORD EUROPA

ARIANRHOD
di Kris Waldherr



Un'immagine di Arianrhod tratta dal sito
http://www.witchcraft.org/


La Ruota d'Argento
La vita e la morte costituiscono altrettanti aspetti della medesima condizione - l'una non può prescindere dall'altra, in un dualismo difficile da accettare fintanto che esistiamo, respiriamo e amiamo. Il sipario mobile che le separa era recepito dai Celti alla stregua di una ruota d'argento destinata a oscillare perennemente nel cielo. Questa ruota d'argento era in possesso di Arianrhod, dea della morte che governava peraltro la Luna e il destino.

Il mito
La mitologia vuole che Arianrhod fosse la figlia più potente di Danu, la grande dea madre dei Celù. Come la Luna, il viso di Arianrhod era diafano e misteriosamente bello. Il suo compito consisteva nel condurre le anime dei trapassati al suo castello, Caer Arianrhod, nelle aurore boreali, o luci del nord. Ed è lì che i trapassati attendevano che la ruota di Arianrhod girasse, fornendo loro l'opportunità di rinascere e di vivere una nuova esistenza.
Secondo altre credenze, il castello della dea sarebbe stato ubicato su un'ísola abbandonata da tutti, al largo della costa anglosassone. Laggiù, lei e le sue ancelle spettrali accoglievano il ritorno a casa dei trapassati, reduci dal loro viaggio di una vita.

Rito per Arianrhod: Samhaìn - Onorare la Morte
Samhain, la festa di Arianrhod, dea della morte, si celebra il 31 ottobre. Questa ricorrenza è più nota come Halloween, o la Vigilia di Ognissanti. In coincidenza di quella serata, il sipario che divide la vita dalla morte è più sottile che mai - e i movimenti della ruota d'argento di Arianrhod sono percettibili.

E' diffusa la credenza secondo cui gli spiriti dei morti vaghino attraverso la terra per benedire o maledire i vivi. Per placarli, un antico rito prevedeva offerte di cibo e vino; alcuni vi fanno risalire l'usanza, attualmente in voga, di andare di casa in casa chiedendo dolci la sera di Hallowen - Samhain costituisce altresì il cancello che si schiude al passaggio dell'inverno, la metà oscura dell'anno.

Poco importa se abbiamo agito con accortezza nelle nostre relazioni: quando muore qualcuno, ci ritroviamo sovente con il fardello dei gesti incompiuti - parole che vorremmo aver pronunciato, sentimenti inespressi. Samhain ci fornisce una meravigliosa opportunità per sancire la chiusura non solo con i trapassati, ma anche con quelle persone con cui per qualsiasi motivo non siamo più in contatto. t il momento più propizio per guarire le ferite, per contemplare la nostra mortalità.

Con l'approssimarsi di Samhain, prima che vi rechiate a festini o a cerimonie, concedetevi un po' di tempo per rimanere da sole. Ponete una tovaglia di tela nera su un tavolo e accendete una candela nera. Collocate sul tavolo tutti quegli oggetti che sono evocativi di Arianrhod, dea della morte - una piccola ruota d'argento, una piuma di corvo, fiori recisi, ossa bianche. Ponete anche un'urna ignifuga sul vostro altare e prendete un foglio di carta e una matita.

Alla luce della candela nera, pensate alle persone da cui siete separate, non importa se con il corpo o con l'anima.
Lasciate che le vostre emozioni e i vostri pensieri assumano ogni tipo dì forma: che cosa avreste voluto dire prima che fosse troppo tardi? Che cosa è rimasto in sospeso? Che cosa vi manca di più in quelle persone? Quali aspetti della loro vita avete integrato nella vostra?

Quando siete pronte, annotate le vostre risposte. Fate con calma. Affinché il rito funzioni appieno, sarebbe opportuno occuparsi di una sola persona per seduta. Se necessario, potrete ripetere questo rito in una notte di luna nera.

Una volta terminato di scrivere, rileggete le vostre risposte. A questo punto, introducete il foglio di carta nell'urna e bruciatelo. Immaginate che il fumo prodotto dalla carta che brucia trasporti i vostri pensieri in quel regno lontano dove si è recata la persona a cui tenete.

Osservate il fuoco che trasforma il vostro foglio in cenere e quindi in polvere. Non appena si saranno raffreddate, portate le vostre ceneri all'aperto e lasciate che il vento freddo di Arianrhod le sospinga dove lei desidera.

BLODEUWEDD
La Realizzazione del Sé

Testo e ricerca di Argante - Arc'Hant Afallon ALarch - per www.ynis-afallach-tuath.com



Nel Ciclo di Guarigione di Avalon Blodeuwedd è la Guardiana della Stazione della Riemersione.
La sua lezione è la riconquista del vero sé.
Quando si lavora con Lei, Blodeuwedd ci domanda: CHI SEI?

Da Lei si ottengono chiarezza e sapienza, ed è tutto sommato abbastanza semplice connettersi con questa dea tramite una buona meditazione, aiutandosi anche con i suoi fiori.
E’ la Signora della Stazione di Beltane, ovvero un passaggio temporale, come l’alba, che poi è, nel micro ciclo della giornata, il suo momento.
La si onora con un’essenza tratta dai suoi nove fiori (Bardana, Regina dei prati, Primula, Fiore di fagiolo bianco, Biancospino, Ginestra, Ippocastano, Quercia, Ortica):

"Un bianco bocciolo di fagiolo, poichè è sacro alla Dea,
e noi dobbiamo cercare la sua benedizione in questa Creazione.
Un giallo bocciolo di Ginestra per purificare e proteggere.
Un nocciolo color porpora di Bardana per allontanare gli spiriti malvagi.
Fiorellini gialli della Regina dei Prati, per una natura gentile ed amorosa.
La primula per attirare l’amore.
Ortica per accrescere il desiderio di lui e la passione di lei.
Biancospino per assicurare la felicità di coppia.
La quercia per il vigore di lui nell’atto dell’amore e per dar loro molti bambini.
Ippocastano per l’amore vero e duraturo."


                                              dal Libro di Taliesin


Blodewedd è una delle dee celtiche la cui storia viene narrata nei Mabinogion gallesi, nel Quarto Ramo per la precisione.
Il suo nome significa ‘Viso di Fiori’ e si narra di come Ella venne creata in forma fisica e tangibile da nove fiori grazie alle arti magiche di Gwideon e Math (equivalente di Odino) per venir poi donata in sposa a LLew Llaw.
Dopo poco dalle nozze, Blodeuwedd si innamorò di un altro uomo da lei liberamente scelto ed ordì l’inganno necessario ad uccidere il suo legittimo consorte.
Il tradimento venne attuato. Llew Llaw, ferito a morte, scappò via trasformandosi in aquila e Blodeuwedd potè così vivere con l’amato.
Gwideon riuscì infine a trovare llew. Lo curò e lo aiutò nella vendetta.
Blodeuwedd venne tramutata in gufo, Gronw, il suo amante, venne ucciso.

Sono molti gli aspetti di questo mito da prendere in considerazione ed analizzare. Ad esempio, partendo dalle’aspetto di Blodeuwedd, potremmo notare come le sue dita vengano descritte come ‘più bianche della nona onda del mare’, a voler quasi sottintendere la sua natura di dea lunare.
Il nove infatti viene considerato il numero lunare per eccellenza.
La luna attrae le mareee e la nona onda viene considerata dai celti come la più alta.

Blodeuwedd è una delle rappresentazioni dell’aspetto di fanciulla della Dea Madre.
E’ la Vergine cacciatrice, la sposa di maggio.
Vergine da intendersi qui come creatura indipendente, non soggetta all’autorità maschile.
Ella è la Sposa di Maggio che sigilla la sovranità del Re, ma nel mito non lo fa di sua spontanea volontà: viene strappata, lei donna fatata, dalla sua dimensione, dalla magia di Math e poi forzata alle nozze.

Si ribella, tradisce e viene punita, come ad indicare simbolicamente con la sua triste storia, il passaggio da una società matrilineare,
nella quale la donna era libera, ad una società patrilineare nella quale la donna è soggetta all’autorità maschile e nella quale la ricerca di Blodeuwedd del vero amore, va punita.
Si puo’ però anche pensare a come il suo tradimento permetta al Consorte di evolversi, sperimentando Morte e Rinascita: ecco qui il suo aspetto di Iniziatrice, di Sovranità alla quale il Consorte PUO’ venir sacrificato.
Il suo venir tramutata in gufo, uccello notturno, sta dunque ad indicare una creatura emarginata, che vive celata nelle tenebre della notte, reietta che si è rifiutata di vivere secondo uno schema prestabilito da altri. I quali non hanno assolutamente tenuto in conto quella che avrebbe potuto essere la sua volontà.
L’esser trasformata in gufo è dunque la punizione.

In verità però, Blodeuwedd rappresenta un aspetto della Madre già connesso al gufo prima ancora che il mito stesso di Blodeuwedd nascesse. Ella è infatti da associarsi a dee vergini come Athena: dee della saggezza simboleggiate proprio dal gufo (civetta).
Originariamente quindi tale attributo era considerato nobile e positivo.

Blodeuwedd ci parla di realizzazione personale attraverso la conquista del proprio sé, della propria vera intima identità.
Ci fa ripiegare su noi stessi e sulle nostre proprie risorse:ci spinge a chiederci chi siamo realmente e a sviluppare le nostre doti.
Ci insegna che dobbiamo contare solo su noi stessi e sulle nostre capacità.
Requisiti questi assolutamente indispensabili per la crescita personale e la realizzazione.

 

BRIGID
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Un'immagine di Brigid dal sito http://www.unicorngarden.com/brigid.htm
Altre immagini di alla pagina Immagini di Brigid


Altri nomi: Breo Saighead, Brid, Brighid [Irlanda], Brigindo, Brigandu [Gallia], Brigan, Brigantia, Brigantis [Britannia], Bride [Alba]. Breo Saighead, o " la freccia ardente o la potenza"

È un triplice dea celtica, il figlia di Dagda e di sua moglie Bres. Brighid ha tre funzioni che sono:

1) il fuoco dell'ispirazione come patrona della poesia,
2) il fuoco del focolare, come patrona della guarigione e della fertilità
3) il fuoco della forgia, come patrona dei fabbri e delle arti marziali.

I Celti e le loro tradizioni
Nelle ricerche sui Celti, sulle loro credenze, le pratiche e la religione, affrontiamo un certo numero di difficoltà.
Gli antichi Celti non hanno scritto niente essi stessi circa la loro religione e dobbiamo contare su altre fonti - gli autori classici di Roma e della Grecia, gli scrivani cristiani che hanno registrato le storia ed i miti, le prove archaeologichel e il folclore.

Tuttavia esaminare queste fonti è come prendere in mano un mucchietto di sabbia e guardarlo sparire fra le nostre dita. Dobbiamo ricordare che gli autori classici avevano il loro proprio punto di vista nel ritrarre le genti che avevano conquistato come barbari per giustificarsi che non sempre hanno capito le credenze e le abitudini dei Celti ma tendevano ad interpretarle facendo riferimento alle loro proprie credenze. Gli scrivani cristiani non conoscevano sempre i miti e avevano il loro interesse a promuovere la christianità. Per quanto riguarda l’archeologia, questo dipende da che cosa è sopravvissuto ed è stato trovato - ci sono zone dove niente è conosciuto. Inoltre la prova archeologica deve essere interpretata dagli esperti che, come gli autori classici, a volte hanno fatto errori di interpretazione secondo i preconcetti della loro propria cultura. Nel passato, per esempio, scheletri trovati con monili sono stati classificati come femminili perché nella società degli archeologhi soltanto le donne portavano gioielli.
Anche se il folclore in molti casi riflette credenze e pratiche antiche, è virtualmente impossible dire con la certezza quali aspetti siano antichi e quali posteriori.

Questa mancanza di prove è, in un certo senso, coerente con qualcosa che sappiamo dei Celti: che essi hanno vissuto a loro agio con le ambiguità e una mancanza di fatti dichiati. Un testo di Diodoro Siculo (8 BC) sui Galli dice che "nella conversazione usano poche parole e parlano per enigmi." Anche se è possibile che Diodorus, provenendo da un'altra cultura, non fosse semplicemente uso alle indicazioni verbali e non-verbali dei galli, c’è una prova che dà peso alla sua osservazione. Sappiamo che gli enigmi sono una parte importante nei racconti celtici e che i poeti erano detti per possedere una lingua 'oscura' che la persona ordinaria non poteva capire. Molti nomi celtici possono essere interpretati in due sensi. E ancora, molta dell'arte celtica è astratta; le forme cambiano una nell’altra, uccelli, a animali e esseri umani le cui forme si intrecciano e confondono con i complessi disegni delle linee e del fogliame.
Le lingue celtiche, uniche fra quelle degli Indo-Europei, presentano mutazioni nelle parole in modo che parole con lo stesso significato in determinati contesti, in determinati rapporti con altre parole, cambino o spostino la loro forma e suono.
La poesia fa molto uso di alliterazioni e di assonanze che danno collegamenti fra le parole i cui significati non sono collegati.

Tutto questo sembra suggerire fondamentalmente che i Celti stessi vedessero la realtà come profondamente collegata, non soltanto nei sensi evidenti o logici. La realtà potrebbe cambiare e spostarsi nello stesso modo che nelle poesie, in cui alcuni esseri mutano la loro forma in quella di altri esseri e nello stesso senso in cui le figure nell'illustrazione cambiano e si trasformano l’una nell’altra.
Il mondo intorno a loro era così in una condizione altamente potente e magica, le relative parti avevano un rapporto dinamico, sempre sulla soglia fra esistenza e del non esistenza.
 
Le divinità del pantheon celtico non sono mai astratte o mitologiche, ma sono sempre inseparabili dalla vita quotidiana. Nel caso della dea Brigid, il fuoco dell’ispirazione, come nella poesia, e il fuoco della forgia sono visti come identici. Non c’è separazione fra i mondi interiore ed esteriore.



Brigid: I molti volti di una dea nei secoli


Sono Colei
che è è la madre
naturale di tutte le cose,
maestra e governatrice
di tutti gli elementi,
la progenie iniziale dei mondi,
il capo dei poteri divini,
Regina dei tutti coloro che sono nell'aldilà,
la più importante di coloro
che abitano sopra,
manifestazione da sola
e sotto una sola forma
di tutti gli Dei e di tutte le Dee.

Lucius Apuleius


Essendo una delle dee più complesse e più contradittorie del pantheon celtico, Brigid può essere vista come la figura religiosa più potente in tutta la storia irlandese. Molti strati di tradizioni separate si sono incrociati, creando la sua storia, sicuramente complessa, che ha attraversato i secoli. È riuscita a passare intatta attraverso le generazioni, ricoprendo ruoli differenti nei diversi periodi.

Era e continua ad essere una dea dai molti nomi: Bride, Bridey, Brighid, Brigit, Briggidda, Brigantia. Ci sono inoltre molte variazioni sulla pronuncia, una possibile è “Breet”.

Brigid è la patrona tradizionale dei guaritori, della poesia e dei fabbri, che sono tutte opere di saggezza pratica ed ispirata. Poichè è una divinità solare i suoi attributi sono la luce, l'ispirazione e tutte le attività associate con il fuoco. Anche se non potrebbe essere identificata con il sole fisico, è certamente l’origine dell’energia guaritiva e vitale interiore.

Il suo nome deriva dalla radice "breo" (fuoco): il fuoco della fucina si univa a quello dell'ispirazione artistica e dell'energia guaritrice. Brigit, figlia del Grande Dio Dagda e controparte celtica di Athena-Minerva, è la conservatrice della tradizione, perché per gli antichi Celti la poesia era un'arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni.

Sotto l'egida di Brigit erano anche i misteri druidici della guarigione, e di questo sono testimonianza le numerose "sorgenti di Brigit". Diffuse un pò ovunque nelle Isole Britanniche, alcune di esse hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelIe loro vicinanze, i contadini appendono strisce di stoffa o nastri a indicare le malattie da cui vogliono essere guariti.

Sacri a Brigit erano la ruota del filatoio, la coppa e lo specchio. Lo specchio è strumento di divinazione e simboleggia l'immagine dell’Altro Mondo cui hanno accesso eroi e iniziati. La ruota del filatoio è il centro ruotante del cosmo, il volgere delIa Ruota dell'Anno e anche la ruota che fila i fili delle nostre vite. La coppa è il grembo delIa Dea da cui tutte le cose nascono.

Excalibur, la spada di re Artù, è stata forgiata dalla Signora del Lago, una figura a volte associata a Brighid a causa della sua funzione di forgiatrice e del fuoco. Come l'Avalon Arturiano, o "l'isola delle mele", Brigid possedeva un meleto nell' aldilà a cui le api viaggiavano per ottenere del nettare magico.

Brigid, che significa "colei che esalta se stessa," è dea della fiamma sacra del Kildare (derivato da "Cill Dara," che significa "la chiesa della quercia") e spesso è considerata come la funzione nubile bianca della dea triplice. Gailleach, o la bianca signora, all' alba bevve dall' antico pozzo della gioventù. In quell'istante, fu trasformata nella sua funzione nubile, la giovane dea chiamata Brigid.
Fu Cristianizzata come "la balia" di Gesù Cristo e chiamata Santa Brigitta, la figlia del druido Dougal il Bruno.
A volte egualmente è associata con la dea Romano-Celtica di Aquae-Sulis [l'attuale Bath].

Uno dei suoi nomi più antichi è Breo-saighead che significa la freccia ardente ed in quel nome vi sono gli attributo di punizione e giustizia divina.

Tre fiumi sono chiamati come la Dea - Brigit, Braint e Brent in Irlanda, nel Galles ed in Inghilterra, rispettivamente. In Gran-Bretagna moderna oggi è indicata come la guerriera-nubile Brigantia e venerata non soltanto come giustizia ed autorità, ma anche come il personificazione della Gran-Bretagna.

C’è una storia, proveniente dal dodicesimo secolo, in cui Merlino è ispirato da una figura femminile che rappresenta la sovranità della terra della Gran-Bretagna. È causa delle sue visioni sulla storia britannica. Taliesin inoltre descrive un cosmologia tradizionale, ispirato da Brigantia.
In molte storie c’è un riferimento alla sua cura per lo sviluppo di potenziale umano.

Viene associata con la mucca, cui si riferisce al festival di Imbolc. In questa celebrazione, che è dedicata completamente a lei, sono presenti 'la luce dei fuochi, la purificazione con l'acqua di pozzo e l'iniziare un nuovo anno. L'importanza di Imbolc è così profonda che merita un discorso a parte.

Oltre che ai suoi animali totemici la mucca e la pecora, Brigid viene associata con il gallo, annunciatore dell’inizio di una nuova giornata e il serpente, simbolo di rigenerazione. In molte culture il serpente o drago è simbolo dello spirito della terra e delle forze naturali di crescita, decadimento e rinnovamento. In questo modo Brigid si collega alle dee di fertilità, molte delle quali vengono raffigurate con i serpenti. I serpenti sono anche un tema comune nei monili celtici (un altro prodotto della forgia).

La storia di Brigid inizia in una triade di sorelle, cosa non insolita nel mondo celtico. È la figlia di Dagda e della Morrighan e sorella di Ogma, dio del sole e del creatore Ogham.
Ha avuta tre figli - Brian (Ruadan), Iuchar ed Uar - e le imprese di Brian nella battaglia di Moytura svolgonoun ruolo importante nel suo sviluppo come Dea di pace e unità. Bisogna considerare che per i celti la discendenza era strettamente matri-lineare e che la maternità era tenuta nel massimo rispetto.

Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, come viene chiamata familiarmente in gaelico, essa venne ritenuta la miracolosa levatrice o madre adottiva di Gesù Cristo e la sua festa si celebra appunto il 1° febbraio, Giorno di Santa Bridget o La Fheile Brfd. Riguardo questa santa, di cui è tanto dubbia l'esistenza storica quanto certa la sua derivazione pagana, si diceva che avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l'acqua in cui si lavava! A Santa Bridget fu consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora a turno vegliava sul fuoco per un'intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale: "Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte". Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco.

II numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari. Inutile ricordare come questa usanza ricordasse il collegio delle Vestali che tenevano sempre acceso il sacro fuoco di vesta nell'antica Roma, ma più probabilmente la devozione delle suore di Kildare si ricollega alle Galliceniae, una leggendaria sorellanza di druidesse che sorvegliavano gelosamente il loro recinto sacro dall'intrusione degli uomini e i cui riti furono mantenuti attraverso molte generazioni. Allo stesso modo, nel monastero di Kildare solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco, che veniva tenuto acceso con mantici, come ricorda Geraldodi Cambria nel XII secolo. II fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, nel VI secolo fino al regno di Enrico VIII, quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica.

Imbolc
Per afferrare appieno l'importanza di Imbolc è necessario da ricordare la lotta di vita-e-morte rappresentata dall’inverno in tutta la società agraria. In un mondo illuminato soltanto dal fuoco la neve, il freddo ed il ghiaccio di questa stagione tengono la popolazione in una situazione di pericolo costante, che si scioglie solo con l'arrivo della primavera. Anche se l'equinozio non arriva fino al 21 marzo e la pìrimavera viene celebrata con Oestara e Beltane, Imbolc è il momento di svolta e l'indicazione che i tempi migliori stanno arrivando.

Durante i mesi freddi, determinate questioni diventano fondamentali:c’è abbastanza cibo sia gli per gli esseri umani che per gli animali? La malattia decimerà la tribù, particolarmente nella fascia dei bambini, delle madri e delle donne anziane? E che cosa ne sarà degli animali le cui vite sono così cruciali per le nostre? Una delle domande più importanti riguarda la sopravvivenza delle mucche e pecore incinte poiché il loro latte è usato come bevanda, per fare il formaggio e le cagliate che potrebbero significare la differenza fra la vita e la morte.

Per Imbolc questi animali avranno dato alla luce i loro piccoli ed il loro latte starà fluendo. Per i Celti il latte era un alimento sacro, era la forma ideale di alimento dovuto alla sua purezza. La mucca era il simbolo della sacralità della maternità, della vita forte e nutrita. Non era quindi una mucca passiva che dà il latte, ma una madre attiva che combatte per il benessere dei suoi bambini.

Imbolc divide l'inverno a metà; i mesi dell'inverno stanno finendo e la promessa della primavera è dietro l’angolo. Questa festa si è in seguito transformata nella moderno Candlemas con Santa Brigida e nella festività della purificazione di Maria che viene celebrata in questo periodo.

Questa celebrazione era inoltre un festival femminile. Le donne celebravano la funzione di vergine della Dea Brigid.
Nelle Isole Ebridi (che forse devono il loro nome proprio a Brigit o Bride) le donne dei villaggi si radunano insieme in qualche casa e fabbricano un'immagine dell'antica Dea, la vestono di bianco e pongono un cristallo sulla posizione del cuore.
In Scozia, la vigilia di Santa Bridget le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e la depongono in una cesta, il "letto di Brid", con a fianco un bastone di forma fallica. Poi esse gridano tre volte: "Brid è venuta, Brid è benvenuta!", indi lasciano bruciare torce e candele vicino al "letto" tutta la notte. Se la mattina dopo trovano l'impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un presagio di prosperità per l'anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile del Dio a unirsi a lei.

In Irlanda, si preparano con giunchi e rametti le cosiddette croci di Brigit, a quattro braccia uguali racchiusi in un cerchio, cioè la figura della ruota solare (che è simbolo appropriato per una divinità del fuoco e della luce); lo stesso giorno vengono bruciate le croci preparate l'anno prima e conservate fino ad allora.


La fabbricazione delle croci di Brigit deriva forse da un'antica usanza precristiana collegata alla preparazione dei semi di grano per la semina. Questi oggetti simbolici, confezionati con materiale vegetale, ci ricordano tra l'altro che la luce ed il calore sono indispensabili alla vegetazione che si rinnova in continuazione, anno dopo anno. Le spighe di avena ( o grano, orzo, ecc.) usate per fabbricare le bambole di Brigit, provengono dall'ultimo covone del raccolto dell'anno precedente. Questo ultimo covone, in molte tradizioni europee è chiamato la Madre del Grano (o dell'Orzo, dell'Avena, ecc.) e la bambola propiziatoria confezionata con le sue spighe è la Fanciulla del Grano (o dell'Orzo, dell'Avena, ecc.). Si credeva cioè che lo spirito del cereale o la stessa Dea del Grano risiedesse nell'ultimo covone mietuto; come le spighe del vecchio raccolto sono il seme di quello successivo, così la vecchia divinità dell'autunno e dell'inverno si trasformava nella giovane Dea della primavera, in quella infinita catena di immortalità che è il ciclo di nascita, morte e rinascita.

 

Dee dell' acqua: fiumi, sorgenti e acque piovane
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"Dove c'è acqua c'è vita". Lo sapevano bene i popoli antichi, per i quali fu molto naturale costruire le loro abitazioni non lontano dai corsi d'acqua, come pure nutrire una qualche forma di venerazione nei confronti di questo elemento così prezioso e indispensabile per la vita stessa.
L'acqua nutre e disseta i corpi, l'acqua lava e purifica, l'acqua feconda la terra e guarisce le ferite dell'anima.
Per la sua stessa composizione e stato aggregativo, essa è l'elemento che ha le più grandi possibilità di ricezione e di memorizzazione di ogni energia presente sulla Terra.
Infatti a seconda del luogo, del momento zodiacale e dell'intorno energetico in cui si trova, essa si carica di una vibrazione che memorizza e trattiene in sè.
Sul piano astrologico troviamo l'acqua cancerina, che è quella del liquido amniotico e dell'abbraccio materno in cui prende forma la vita.
L'acqua scorpionica è invece un'acqua sotterranea, spesso stagnante, per permettere alla vita che contiene di operare la sua trasformazione, come il girino che diventa rana. L'acqua dei Pesci è un'acqua in movimento, un'acqua che scorre e che trasporta, ed è anche un'acqua spirituale, fonte di guarigione.
Le forme e i volti attraverso i quali si espresse nel tempo la venerazione per l'acqua sono molteplici, parallelamente all'adorazione della Terra.
Le più note Dee dell'acqua sono Yemaya, Sarasvati, Afrodite, oltre alle Dee Madri neolitiche dal latte divino, mentre tra gli Dei ricordiamo Poseidone, dio dei mari, nonchè il culto per il fiume Nilo.
Qui sotto riportiamo una breve ricerca su alcune divinità meno note:
Ganga, dea del fiume. Coventina, dea della sorgente e Anahita, dea della pioggia.



GANGA


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La madre indù dei fiumi viveva un tempo in cielo con sua sorella Uma.
Quando i demoni del male imperversavano sulla terra, la saggia Agastya ingoiò l’oceano dei demoni, ma la terra rimase arida e asciutta: infatti il calore nello stomaco della saggia era talmente alto che le acque evaporarono immediatamente. Mossa dalle preghiere del suo popolo, Ganga la celeste dea dell’acqua si precipitò sulla terra. Il potere di Ganga avrebbe potuto spazzare via il mondo, se non avesse incontrato ostacoli, ma il dio Shiva ricevette quel torrente sulla testa e salvò la Terra. Da allora la Dea incarnata nel sacro fiume Gange, scorre attraverso l’India. Secondo alcuni Ganga rimase anche nel cielo sotto forma di quel fiume celeste che chiamiamo la via lattea, mentre un’altra parte del Gange scorrerebbe sotto terra. Benares, dove si incontrano i tre Gange, era considerato uno dei tanti luoghi sacri a Ganga, a tal punto che la gente si immergeva ogni giorno in quelle acque purificatrici. I pellegrini vi si recavano come fanno ancora oggi una volta all’anno per approfittare della promessa di Ganga di lavare dieci peccati per ognuna delle ultime dieci vite del devoto che si immerge nelle sue acque. Molti devoti indù cercano addirittura di morire quando sono immersi nel Gange, perché la Dea che non assume forma umana, vive nel suo fiume; infatti Ganga assicura la liberazione istantanea tanto da ogni punizione quanto dalla reincarnazione a chi muoia nelle sue acque.
Ganga, che è una delle maggiori dee dell’induismo, compare spesso insieme ad altre potenti divinità, per esempio in coppia con Uma, o formando una triade con le altre dee del fiume, Saraswati, e Yauni; oppure compare in un gruppo di cinque divinità, insieme a Saraswati, Lakshmi, Durga, Savitri, tutti aspetti di Devi (la dea) e di Prakriti (la terra). Il ruolo di Ganga in tutte queste combinazioni è di garantire la salute, la felicità, la fertilità e la ricchezza materiale.



COVENTINA



Tra i celti, sia insulari che continentali, le Dee erano spesso percepite sotto forma di corsi d’acqua. La Dea Terra di un territorio veniva vista non già nel terreno, ma nel fiume che lo bagnava. Meglio definite come dee delle acque queste divinità comprendevano Boann del Boyne, Belisama del Mersey, Sinnan dello Shannon, e Coventina del Carrawburgh in Inghilterra.
Molte di queste Dee erano considerate divinità guaritrici; venivano portate delle offerte nei luoghi ad esse sacri per ottenere la salute. In più, le Dee celtiche dell’acqua erano anche spiriti dell’ispirazione e della profezia, simili alle muse greche o alla carmenta romana.
Coventina era la personificazione della sacra fonte di Carrawburgh situata in Britannia, lungo il Vallo di Adriano. La sorgente alimentava un piccolo pozzo circondato da un muro ed era utilizzata dai Celti di quella regione che andavano, al di là del muro, con monete, monili od oggetti di uso quotidiano come offerta alla Dea. Erano soprattutto le donne a fare queste offerte per propiziarsi un parto sicuro.
Coventina era una Dea guaritrice per cui si credeva che le acque della sua fonte potessero guarire molti malanni. Veniva spesso raffigurata come una ninfa acquatica seminuda sdraiata in mezzo alle onde oppure nell'atto di versare acqua da una coppa.
Nel suo pozzo sacro nel Northumberland sono stati trovati dei resti, tra cui dei ritratti della dea, in cui compare in pose aggraziate: in una scultura per esempio la si vede distesa su un letto di piante acquatiche mentre versa il fiume da un’urna; in altre si regge ai rami di alcune piante acquatiche, mentre rovescia con gesto disinvolto il contenuto del suo secchio.



ANAHITA



L’immacolata, chiamata anche Ardvi Sura Anahita (l’umida, la forte, l’immacolata) .
Anahita era una delle principali divinità dell'antico impero persiano. Dea delle sorgenti d'acqua, della fertilità e della maternità, incarnava le qualità fisiche e metaforiche dell’acqua, la forza fertilizzante che fluiva dalla sua fonte soprannaturale nelle stelle.
Per estensione governava sul seme, che zampilla e fertilizza e pertanto sulla generazione umana e su tutte le altre forme di propagazione sulla terra.

Madre e guerriera
In questa vergine alta e possente il suo popolo vedeva l’immagine tanto della madre che del guerriero; per il suo popolo essa era, essenzialmente una madre protettiva che lo nutriva generosamente e al tempo stesso lo difendeva fieramente dai nemici. Nella statuaria, Anahita compare come la madre d’oro, abbigliata con un copricapo dorato e un mantello ricamato in oro, adorno di trenta pelli di lontra e ornata di orecchini quadrati d’oro e di un diadema tempestato di diamanti. Altre descrizioni dicono che viaggiava su e giù per il nostro mondo su un cocchio tirato da quattro cavalli bianchi che simboleggiavano i venti, la pioggia, le nubi e la grandine. I suoi simboli erano la colomba e il pavone.

Il culto
Guaritrice, madre e protettrice della sua gente, Anahita venne adorata in tutto l’impero persiano per parecchi secoli. In occidente si riteneva che essa coincidesse con Anat.
I greci sostennero che fosse Afrodite, quando non addirittura Atena.
Sembra che in origine Anahita fosse babilonese e che poi sia passata in Egitto dove appariva come una dea a cavallo e armata. Il suo culto si diffuse anche in oriente.
Essa diventò la divinità persiana più popolare, adorata, così si diceva, perfino dallo stesso grande dio Ahura Mazda. Ciò nonostante, Zoroastro fece del suo meglio per ignorare Anahita anche se alcuni autori più tardi rivelano che il saggio aveva avuto dal dio maschile l’ordine esplicito di renderle pubblici onori.
“Grande signora Anahita, datrice di vita e di gloria alla nostra nazione, madre della sobrietà e benefattrice dell’umanità”: così gli armeni invocavano la loro Dea adorata.
Essi portavano ai suoi santuari offerte di rami verdi e giovenche bianche e avrebbero volentieri dato in offerta anche se stessi.
nella religione misterica del mitraismo Anahita era nientemeno che la madre di Mitra.
Secondo i manoscritti del Mar Morto la setta degli esseni in palestina seguiva il suo culto segreto basato sulla nascita di un maestro di giustizia figlio spirituale della dea attraverso un battesimo in acqua seguito dalla discesa dello Spirito Santo sotto la forma di colomba, che sarebbe stato il Messia o il Saoshyant (salvatore) dei giusti nel giudizio finale.
Gesù di Nazaret era l'ultimo di questi maestri di giustizia. La terminologia cristiana della vergine Maria è fortemente legata a questa dea che era insieme madre e vergine immacolata.


Inno ad Anahid

"Signora Luna, la Genitrice, la Radiosa, la Pura, la Potente, umido Ventre Fecondo, la Fonte Cristallina di tutte le Acque, Signora delle Sacre Danze, Anahid la Splendente.

Quello che segue è uno splendido Inno alla Dea Anahid, conosciuta anche come Anahita scritta dal maestro Atom Yarjanian meglio conosciuto come Siamanto.

O Dea, ora che ho purificato la coscienza dalle fiacche religioni,
E cammino in armonia verso di te, le mie pantofole sono ancora sacre.
Apri la marmorea porta del tuo tempio, lascia che segni col sangue la tua fronte ...
Apri il tuo altare e conferiscimi il rosso potere degli Ardashessian, miei antenati ...
Ascoltami, Madre Dorata, sorella fertile, sorella di bontà,
Fonte di abbondanza e Dea degli Antichi Armeni,
Con la mattina del Navasart, la tua antica razza è festosa ...
Permettimi di pregare in ginocchio di fronte alla tua immagine ...

Ascoltami, Rosa del Miracolo, dea dai piedi d'oro,
Bianca Sposa della Notte e Amante del Sole,
E Radiosa Nudità del Velo di Aramazt,
Lascia che il sole illumini di nuovo con un raggio il tuo altare ...
Credo in Te. Saldo sulle colline di Bakrevant,
Io, pagano da molti secoli e figlio tuo, armato di frecce,
Giungo magnificamente quale messaggero ad implorarti
Ascoltami, le mie nacchere Haigian nacquero da terra Koltan ...
Vengo come un pellegrino. Indossando una lunghissima clamide, tenendo ramoscelli verdi in mano come bacchette,
Ecco un vaso d'argento con essenza di rose per ungere i tuoi seni ...
Ecco un piatto d’incenso a forma di urna in cui ho pianto lacrime per la tua rovina ...
Io cammino verso di Te con preziosi caprioli che seguono la mia ombra ...

Dalle colline di Bakrevant la vita pagana fluisce,
Figli del sole, magnifici, vestiti di mussola,
Dopo il loro addestramento con archi, lance e frecce, sulla soglia del tuo luogo sacrificale
Lascia che trafiggano con le loro spade i colli di possenti tori ...

Lascia che l’ordinato stormo di tortore s’involi verso la tua statua
Dalle spalle di feconde spose armene. Lascia che i giochi d'acqua della Giornata delle Rose inizino ...
E lascia che le sedicenni fanciulle circondino il tuo altare,
Lascia che ti offrano il loro magico corpo, O Gran Madre di Saggezza ...

Lascia che oggi colga per te la tua vendetta di venti secoli,
O dea Anahid…Là ho gettato nei fuochi del tuo altare
le due ali velenose della mia lignea croce distrutta,
E gioisci, o Madre Dorata, giacché brucerò per te un osso pestilente delle costole di Colui che Illumina ...

T’imploro, tu, Bellezza seconda a nessuna fra tutte le potenze,
Offrendo il tuo corpo al sole, fecondandoti con il suo Elemento,
e dona agli Armeni il dono di un invincibile e formidabile Dio ...
Dal tuo grembo di diamante, o Dea, genera per noi un Dio formidabile ...


Inno inviatoci da Rebecca Sendrolu.
Tradotta dall'armeno in inglese da Shant Norashkharian, pubblicato a Boston nel 1910 dalla Hairenik Editori e ristampata nel 1979 da Caravan Books. Per la traduzione dall'inglese si ringrazia Alessandro Zabini.

 

FREYA
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Un'immagine di Freya tratta da http://www.runos.pusIapiai.lt/index.php?tekstoid=8
Altre immagini alla pagina Immagini di Freya



 Benedetta sia la dea dell’Aurora scintillante
 Freyja, la Bellissima,
 La piu Appassionata delle Regine.
 Insegnimi i misteri dell’autentica passione del cuore.
 Mostrami i segreti del wyrd.
 Cammina con me nella luce delle stelle.
 Io accendo questa candela
 in una ardente offerta a Te,
 Freya, dea del fuoco etereo.

Freya è probabilmente la più nota e più amata delle dee nordiche oggi. Il suo nome significa semplicemente "la Signora" e una volta era un titolo piuttosto che il suo nome originale. Freya è la donna selvaggia fra le divinità del nord.

Il giorno Venerdì in inglese (Friday) prende il nome da lei.

Figlia di Njordhr e Skadhi, (massima divinità dei Vani e signore dei naviganti), sorella di Freyr e sposa di Od.
Famosa per la sua bellezza, è la dea dell'amore soprattutto sessuale,della fertilità. È considerata un dea oltre che di amore, di profezia e di magia. Ha l'aspetto di una guerriera, è dunque anche una dea di guerra, infatti le spettano la metà dei caduti in battaglia, che ella riceve nel suo palazzo chiamato "Sessruminr" (Ricco di Seggi).

Freya vive nel bel palazzo Folkvang (" campo della gente "), un posto in cui le canzoni di amore vengono cantate.

Del suo abbigliamento è famosa Brisingamfn "Collana dei Brisinghi", forgiata dai nani della stirpe brisinga - il mito viene raccontano più sotto in dettaglio - I nani le regalarono anche Hildsuin "Cinghiale da Battaglia" dotato di setole d'oro.

Freya fu in eterno conflitto con Hundia, una vecchia megera che dimorava con gli Asi, e che spinta dalla gelosia nei confronti della bellissima dea, raccontava in giro i particolari della vita sessuale di quest'ultima. Era ancge avversata dai giganti che in alcune storie la rapiscono.

Freya è anche la musa ispiratrice della Mausong un genere di poesia a tema amoroso vietata dalla legge nordica.

Freya si festeggia il 27 Dicembre e il 10 gennaio e il mese di marzo

Aspetto di Freya
Freya è una delle più alte divinità di Asgard, una figura di potere e rispetto anche fra le Walkirie e gli Aesir. Come Dea dell’amore e della fertilità, ella assume una forma che verrebbe considerata bella nella maggior parte del mondo - occhi blu-chiaro, capelli dorati lunghi che cadono oltre la vita e una carnagione perfetta che metterebbe Venere stessa in ombra. Il suo costume può anche essere considerato insolito, consistendo di un vestito di un pezzo stretto, che cade eppena sopra le anche, come pure una coppia di manicotti stacati dal vestito e stivali che salgono fino alle sue ginocchia. Tutto il suo abbigliamento è dello stesso tessuto di verde foresta, ricamato in oro.
Sulla sua testa sta una mitra verde e bianca, lunga un pò sui lati, con una larga striscia verde e due strisce bianche intorno ai lati. Un bordo in oro inoltre copre questa mitra.
Possiede anche un mantello di piume di falco che le permette di volare fra i mondi.



Carattere di Freya
Come uno dei capi principali dell’Aesir, Freya ha la forza della volontà di un comandante - e l'autostima e un senso della propria identità in grado di sostenere il suo volere. Di mente veloce e intelligente, Freya possiede un alto grado di ostinazione e una sicurezza del suo potere e della sua autorità che può sull'occasione condurla ignorare i suggerimenti e la saggezza degli esseri inferiori (siano essi dei o mortali). Freya ad è molto dedicata all’Asgard e all’Aesir e a Odino in particolare, ed è a disposta a combattere fino alla morte e a distruggere chiunque abbia minacciato la sua casa e la sua famiglia. Ciò la rende molto spietata verso il nemico - e verso chiunque ella veda come una minaccia.

Dinamica, impulsiva, altamente estroversa. Appassionata una volta risvegiata sia in amore che per una giusta causa. Aggressiva. Sempre nell’azione e sulla via. Esigenza di una causa e di sfide in cui lanciarsi. Si annoia facilmente. Molto immaginativo ma a volte poco centrata, impaziente ma coraggiosa.

La sua storia
Tradizionalmente, Freya era la figlia del dio Njord di Vanir e ha vissuto fra i Vanir nello Joutenheim per la prima parte della sua vita. Tuttavia, tutto il questo cambiò con linizio della prima guerra fra Aesir e Vanir.
Njord lasciò i Vanir dopo la guerra e andò ad Asgard per offrire i suoi bambini, Freya e Frey, come ostaggi agli Aesir in modo che la guerra non venisse continuata.

Odin fu d’accordo e Njord, Freya e Frey vennero transformati in in Aesir. Freya ha insegnato gli dei molto di quello che sanno su rimedi, pozioni e rune - quelle parti di conoscenza che Odin non aveva avuto quando aveva perso uno dei suoi occhi e si era appeso dal Yggdrasil.
Col tempo Freya è entrata nel ruolo di dea di potere e ha indossato il manto di dea della vita e della morte. Esercita un potere pari a quello di Odino stesso e come tributo prende la metà di tutti i guerrieri che muoiono nella battaglia, mentre gli altri vanno con Odin al Valhalla. Ma sia Freya che Odino sono dedicati alla conservazione del mondo e quando il momento verrà, combatteranno insieme. È Freya che dirige le Valkyrie nella loro missione di raccogliere le anime dei guerrieri morti.

Il suo sposo era Od secondo alcune versioni, Odino per altre (in tal caso Freya viene a sovrapporsi con la dea Friggs moglie di Odino). Un mito racconte che, non trovando più il suo sposo Od, pianse a lungo lacrime di ambra.
Non c’è molto di scritto su Od. Alcuni storici sostengono che Od è un semplicemente altro nome per Odino. La confusione qui sembra ancora girare intorno se Frig e Freya sono la stesso dea.   Possiamo supporre che i miti ci abbiano detto che Odino abbia avuto il suoi mondo e sua moglie da cui tornare e Freya ha avuto i suoi impegni con i Vanir. Freya Cerca Od disperatamente, pur sapendo che non può trovarlo perché è diventato Odino e piange le sue lacrime di ambra.
Od, identificato solitamente come Odino, può essere un'introduzione un po'successiva per questioni morali, sarebbe cioé stato introdotto per sostituire il suo consorte originale che sarebbe stato il suo fratello Frey.

Freya a volte è vista come dea di fertilità, ma non ci sono fonti che suggeriscono che sia stata invitata portare la produttività ai campi
Piuttosto, è una dea di ricchezze, le cui lacrime sono oro e le cui figlie sono oggetti preziosi.

Animali totemici
Il falco, i gatti (Freya ha due gatti alati che tirano il suo carro Betulla; si dice che dopo sette anni i gatti venissero liberati e trasformati in streghe), le farfalle, gli uccelli, particolarmente falchi, anche il cuculo Alcuni dicono anche i cavalli (per alcuni neri, cioé diabolici, il che rientra nella demonizzazione di Freya avvenuta colcristianesimo)).
L'albero che è sacro a Freyja è il sambuco. La Rosa sarebbe il suo fiore. Il suo metallo favorito è naturalmente l’oro. La sua pietra è l’ambra.

Freyja ed il Brisingamen
Come Freyja ha ricevuto il Brisingamen nei miti è una storia piuttosto interessante ed unica. Da fonti diverse si trova che Freyja ha vlato una notte al regno dei nani. Quattro nani, Alfrigg, Berling, Grerr e Dvalin avevano fatto una collan bellissima. Era la più bella collana che Freyja avesse mai visto e la volle più di ogni altra cosa mai voluta prima di allora. (questa collana d’oro è detta da qualcuno rappresentare la pienezza del suo potere) Freyja ha cominciato a barattare con i quattro nani che desideravano soltanto una cosa, che ciascuno la avesse per una notte. Per l'unica volta nella sua esistenza Freya si è presentata ai desideri altrui (di solito si occupava esclusivamente dei propri).

Ora ci sono due versioni di che cosa accade dopo questo. Uno è che Loki ruba la collana e dice a Odino a che cosa ha fatto e Odino monta su tutte le furie ed il prezzo affinchè lei lo ottenga indietro è che gli esseri umani facciano la guerra fra di loro. Questo è probabilmente un'aggiunta cristiana più tarda. L'altro è quella in cui Od sparisce per un giorno e lei lo cerca e versa le lacrime di ambra dappertutto mentre lo cerca. Vada a questa pagina trovare le offerte che altri hanno dato a Freyja.

Andre Maris

Di Marja Gimbutas (da "Le dee viventi)



La principale Dea basca venerata oggi è nota come Mari, spesso combinata con Andre, "Signora". Conserva altresì dei nomi locali derivanti dai punti in cui è solita apparire, spesso nei pressi di grotte: Signora di Anboto, Andre mari Munoko, cioé Signora Mari di Muno, Txindokiko Mari, cioè La Mari di Chindoqui, e altre. Si conoscono la sua immagine e le sue funzioni attraverso credenze ancor oggi tramandate nelle raccolte folcloristiche riccamente documentate.

Andre Mari assume molte delle caratteristiche della dea-maga preistorica della morte e rigenerazione. E'
anche la dea-avvoltoio, la dea delle tombe e la rigeneratrice che compare in una moltitudine di zoomorfismi, simili a quelli con cui si manifestava nel neolitico.
Il folclore basco ribadisce che era anche una profetessa che dominava i fenomeni naturali e vigilava sulla condotta morale. Benché l'inquisizione perseguitasse spietatamente le fedeli della Dea come streghe, la Dea scampò in qualche modo alla distruzione, qui come in altre zone del nord-europa, dove la basca Mari trova uno stretto parallelismo con la germanica Holla e la baltica Ragana.

Iconografia, miti e funzioni
La religione baltica considera gli inferi come il regno della Dea Mari. Fiumi di latte e miele scorrono nella sua terra meravigliosa, dove ogni cosa cresce in abbondanza. Gli inferi comunicano con il mondo superiore attraverso aperture: pozzi, grotte, crepacci.

Si riteneva che le anime dei morti talvolta uscissero dalle sinuose gallerie delle caverne e dai crepacci.
I fedeli lasciavano davanti alle grotte delle offerte in qualche occasione, per i morti e per la Dea, .

Mari in genere assume la forma di un uccello nella sua dimora infera: vola fuori dalle grotte come avvoltoio o corvo. Nella grande caverna di Supelegor, sul monte Itizine, compare sotto forma di avvoltoio insieme al suo seguito.

Le leggende dipingono Mari come una profetessa o un oracolo: I fedeli la invocavano nei pressi delle entrate delle grotte, dove sarebbe apparsa se la si fosse chiamata tre volte. Le sue grotte contengono un focolare o un forno per il pane, dal momento che si ciba di pane il venerdì. Compare all'ingresso di grotte tessendo il filo con una spoletta d'oro o pettinandosi i capelli con un pettine d'oro. Nella sua grotta di Annoto crea matasse di filo d'oro usando corna di montone come spoletta. Le dimore di Mari sono riccamente decorate con oro e pietre preziose, ma si dice che se i ladri ne rubano il tesoro e lo portano via, questo si trasforma in carbone o in legno fradicio. Queste legggende attribuisono alla Dea il potere di vanificare l'avidità umana e di trasformare magicamente le sostanze, un potere che possiedono anche i goblin, suoi avatar, che possono incrementare o diminuire le ricchezze.

Mari regge anche il codice giuridico: Lei stessa è la promulgatrice delle leggi, domina sulla vita comunitaria e vigila severamente affinché i suoi comandamenti vengano rispettati. Condanna la bugia, il furto, la tracotanza e la vanagloria, lo spergiuro e la mancanza di rispetto per le persone, le case e le proprietà. In questa dimensione, garantisce un alto livello di condotta morale.

Mari domina sui fenomeni naturali: la grandine, i venti, la siccità, i fulmini e le tempeste. Crea tempeste a e causa la siccità per castigare i disobbedienti e i malvagi. Appare mentre attraversa il cielo su un carro sotto forma di una donna che emette fiamme o che è avvolta nel fuoco. Talvolta cavalca una scopa o viaggia sulla groppa di un montone. In quanto incarnazione del fulmine, è spesso vista come una sfera (o un fascio) di fuoco, o come una falce o un bastone di fuoco. Il folclore narra che scaglia le sue saette dal fondo delle caverne. Scongiuri e offerte possono placare la Dea, e i baschi nel loro sincretismo religioso hanno anche celebrato messe cattoliche e compiuto esorcismi nei pressi delle bocche di alcune caverne. Se compiaciuta, protegge i suoi fedeli rinchiudendo i venti e le tempeste nel mondo infero.

Mari è associata con la luna. A tutt'oggi, le genti della provincia di Azcoitia la rappresentano come una donna con la testa avvolta nella luna piena. Questa credenza offre un collegamento fra la dea Mari e la dea greca Ecate-Artemide, che è anch'essa un'incarnazione della luna. Il folclore basco, che ci racconta della potenza di Mari sui fenomeni celesti, può suggerire informazioni riguardo a Ecate-Artemide, importante Dea dell'europa antica, che le fonti archeologiche non potrebbero offrire.

la prole di Mari
La mitologia basca ha conservato alcune figure mitologiche che possiedono nomi collegati a Mari e sono associate a pietre, tombe e antenati. Si tratta dei Mairi, dei Maide e dei Maindi. i Mairi sono i costruttori di Dolmen, strutture megalitiche che consistono di due pietre e un'architrave. I Maide sono spiriti maschi della montagna e costruttori di cromlech, antiche strutture che consistono in pietre che circondano un tumulo. I Maindi sono anime degli antenati che visitano di note le loro antiche dimore.

Tra gli altri consimili sono da annoverare le Laminak, che compaioni in foma umana, ma con i piedi di gallina, anatra o oca. Le Laminak elfiche si possono comparare con le Laumas baltiche: si tratta in entrambi i casi di estensioni dei poteri della Dea. Le Laminak sono le controparti femminili dei Miade. Aumentano e diminuiscono la ricchezza, assistono le donne laboriose e vigilano sul comportamento e sulla sessualità maschile. Le loro attività di costruttrici di tombe locali testimonia più di ogni altra cosa della loro profonda antichità e del loro legame con l'europa neolitica.

 

LA MORRIGAN, Tre Volte Nera
Ricerca di Morgan Mac Phoenix



An Morrigan, La Morrigan(1) appartiene al vasto e multiforme crogiolo dei pànthea celto-britanni (2).
Gli studiosi ancora si interrogano sulla natura di questa Dea, il cui nome è attestato anche nelle forme di Morrìgu (per l’antico irlandese), di Mórríghan (per il medio irlandese) e di Móirríoghan (per l’irlandese classico), per il suo accostamento frequente ad altre figure del divino femminile quali Babd Chatha, Macha e Nèmain con le quali condivide molti caratteri fondamentali.
Molti studiosi sono giunti alla conclusione che La Morrigan debba intendersi come definizione unica della triade formata da queste Dee, come sintesi divina di tre aspetti della medesima “Grande Regina” (Mor-: grande / Rigain-: regina).
La Morrigan viene anche spesso identificata con Anu, la Madre degli Dei e questo testimonia la sua grande importanza. Sempre Anu viene proposta in connesione con La Morrigan in una versione di triplicità divina differente rispetto a quella già citata, che comprendeva Anu/Ana questa volta concepita nel suo aspetto di patrona della fertilità, Babd nel suo aspetto di madre che perpetuamente fa bollire il suo magico calderone dove “cuoce” e prepara la vita e Macha nel suo aspetto di colei che presiede alla morte e al regno dei fantasmi. Questa seconda versione dell’identità divina tripartita asi rifà a quella delle tre fasi della Dea.

È forse più corretto dunque parlare di “Le Morrigan”, pur usando tutte le cautele utili a non dare classificazioni avventate della Dea e ricordando che le interpretazioni correnti sono molteplici e che gli studiosi non si sono ancora accordati in via definitiva.

I cicli irlandesi(3) ce la tramandano come una delle più importanti divinità dei Tuatha de Danann(4) , la quale soprintendeva al benessere ma soprattutto ai conflitti di questo popolo fatato contro i Fir Bholg e i Fomori(5) per il possesso della terra d’Irlanda.
I bardi raccontavano che allo scorrere del sangue sul campo di battaglia la Morrigan veniva chiamata Macha. Al termine di una battaglia la Dea assumeva le sembianze di un rapace, solitamente un corvo o una cornacchia di colore nero e trovando riparo su qualche ramo avvizzito guardava i corpi dilaniati dei soldati che venivano ammucchiati davanti a Lei.
Solo chi apparteneva alla fiera stirpe fatata dei Danann veniva sepolto con tutti gli onori, i corpi dei nemici erano amputati e venivano impiegati come offerta votiva alla Dea. Si impalavano le teste sulle lance che venivano chiamati “i Pennoni di Macha”, ammonimento a tutti i nemici, come ci raccontano i cronisti a proposito della Battaglia di Almu presso Kildare(6).
La Babd invece appariva ai soldati il giorno prima della battaglia in forma di donna gigantesca. La sua apparizione avveniva nei pressi di un corso d’acqua e la si poteva scorgere intenta a fare il bucato in un mesto silenzio, per questo era nota con il nome di “Lavandaia al Guado”.
Le vesti che strofinava non erano le sue bensì quelle dei soldati che si apprestavano a combattere che tremavano all’idea di una simile visione mentre attraversavano un fiume poiché era segno di morte imminente.
L’ultima emanazione della Triplice Morrigan è la Nèmain, la più elesiva e misteriosa delle tre.
Fu Lei a ideare l’arte del lamento funebre poiché Colei che amava la guerra doveva sì amare anche la morte. I lamenti rituali accompagnavano le anime dei soldati caduti in battaglia verso la loro eterna dimora. Si racconta che fossero i corvi della Morrigan a intonarli. Ogni qualvolta che i corvi gracchiavano sui corpi dei caduti, nella valle echeggiava la voce della Morrigan.
Terribilmente temuta eppure tenuta nel massimo rispetto, le Morrigan impiegava la sua forza sovraumana per volgere le sorti della battaglia in favore dei suoi protetti. Contro i Fir Bholg durante la Battaglia di Magh Tuiredh scagliò tempeste di fuoco, grandine, rane e torrenti di sangue che tramutarono il terreno in un rosso inferno di fango. Con Lei al fianco il “Popolo della Dea” ottenne non solo la vittoria, bensì l’Irlanda.

Il Mito: la Guerra vinta dall’Amore
Un famoso mito tramandato dal Ciclo dell’Ulster ci fa riflettere sulla particolare commistione di aspetti che ritroviamo nella Morrigan, in quanto caratterizzata da tratti guerreschi di morte ma anche da un profondo simbolismo sessuale: si tratta del mito di Cù Chulainn (7).

L’eroe incontra la Dea che innamoratasi di lui, sotto forma di bellissima fanciulla gli confessa il suo amore. Egli la respinge ed Ella per vendicarsi lo assale trasformandosi successivamente in anguilla, in lupo e in una giovenca rossa e senza corna. L’eroe riesce però a sconfiggerla e quando è ormai stremato Ella gli appare come una vecchia che munge una vacca. Quando la donna gli dà da bere Cù Chulainn la benedice ed la Dea guarisce dalle ferite infertegli dall’eroe.
In effetti sono molteplici gli episodi che riguardano la Morrigan e questo eroe. In una di queste storie Cù Chulainn viene nominato ufficialmente guerriero, ma dopo aver ricevuto l’offerta di aiuto dalla Dea Morrigan, egli rifiuta sdegnosamente. Irata con l’eroe la Dea decide di punire la sua arroganza e la sua supponenza sicchè la notte precedente una battaglia, l’eroe viene svegliato da un improvviso clangore di armi e di folle. Cù Chulainn così com’è nudo e ancora assonnato si precipita fuori dalla sua tenda, balza sul suo carro ma non sa dove dirigersi. In quel momento gli ppare un carro trainato da un cavallo rosso a tre zampe, con accanto un uomo a piedi con un forcone e sul carro una splendida donna coperta da un mantello purpureo che lasciava alla luce della luna alcune ciocche color fuoco. L’erore chiede agli sconosciuti la loro vera identità ma loro si divertono nel prenderlo in giro con difficili indovinelli. Nel momento in cui si rende conto dell’assurdità della situazione tutto scompare, rimane solo la donna che si ridendo fragorosamente si tramuta in un gigantesco uccello nero e vola lontano. L’eroe comprende che la Dea gli aveva appena dimostrato che si era comportato da sciocco.

In un altro racconto la Morrigan si accoppia ritualmente con il progenitore divino, il Daghda, stando a cavalcioni di un fiume con un piede su entrambe le sponde. In questo caso la Dea incarna la Fertilità che si accoppia al dio protettore della tribù nella notte di Samhain, che rimane comunque la festa dedicata al mondo del mistero e agli antenati ed è quindi profondamente connessa al tema della Morte.

Il ruolo sessuale/materno è ribadito dal toponimo irlandese “le Mammelle della Morrigan”.

L’aspetto

Una delle caratteristiche più frequenti nelle Dee irlandesi è la capacità di trasfigurare la propria forma divina in umana, animale, ecc…le Morrigan non fanno certo eccezione, come abbiamo visto nei racconti del Ciclo dell’Ulster.
Spesso le Morrigan appaiono come dei rapaci, corvi o cornacchie o come una Dea imponente ammantata di piume nere (nel suo aspetto più guerresco: la Macha), dal volto talvolta beccuto e ricurvo, le orbite scure, i capelli scurissimi.
A volte può apparire come una splendida fanciulla, sensuale, spesso vestita con preziose stoffe purpuree che ben si intonano al fulvo crine di rosso velluto. Abbiamo però già detto che poteva apparire come Gigantessa sotto forma di Babd, muscolosa, forte dallo sguardo infinitamente triste per i lutti che aveva il compito di preannunciare.

 



Il Corvo, nero totem della Dea

Utile mi sembra accennare brevemente all’animale totem della Triade di cui abbiamo parlato: il Corvo.
Spesso il Corvo (corvus corax) e la Cornacchia (corvus cornix) vengono confusi a causa della loro somiglianza, ma sia biologicamente che dal punto di vista dei naturali poteri magici sono due creature che presentano lievi differenze. Gli Inuit venerano la cornacchia come portatrice di luce e non la feriscono mai per paura di perdere questo prezioso dono. Anche i Cinesi onorano una cornacchia del sole a tre zampe. Spesso il corvo è il totem di molte tribù o clan dei Veri Abitanti delle Americhe, come i Tlingit, i Niska, gli Haida, i Seneca…
A questi animali si attribuisce solitamente il potere della metamorfosi e come anche al colore nero, i Nativi d’America identificano la cornacchia con il Grande Mistero, l’abisso da cui emerge ogni cosa. Alcune tribù invece ne temono i poteri e insultano questi animali più che riverirli, mettendo gli stranieri in guardia da essi.
Poiché mangiatori di carogne, questi animali facevano parte della cosmologia indigena americana come quella antico-europea (8), in quanto la decontaminazione era considerata una parte necessaria della purificazione e della pulizia perché portava equilibrio nella natura.
Per i Romani la cornacchia era una guardiana e in origine era bianca. Apollo la inviò a controllare Coronide (con la quale aveva generato Asclepio), che nel frattempo lo aveva tradito con un mortale e per questo era stata trafitta dal Dio. Le bianche piume della cornacchia per tale delazione furono fatte diventare nere secondo il mito.
Per quanto riguarda le magiche corrispondenze la direzione a cui si ricollegano le energie di questi animali è il Nord e gli elementi sono l’Aria e la Terra.
I tratti che le caratterizzano sono l’intelligenze, il discernimento e l’abilità tecnica nell’uso dei manufatti.
Questo animale può essere paragonato al simbolo del tao perché è sia malevolo che benevole, sia creatore che distruttore esattamente come l’archetipo della Dea di cui è il più importante totem.
È l’animale della magia e del mistero per eccellenza, ma è anche una guida per chi si perde nella notte.
E’ l’animale della preveggenza, concede il dono della vista, l’astuzia per affrontare le avversità.

Reggitrice di Morte e Rigenerazione

La multiforme figura di questa triplice si può facilmente ricondurre all’immagine che Marija Gimbutas delinea nel suo “Il Linguaggio della Dea” a proposito della Dea Uccello neolitica, connessa con la fase di morte e rigenerazione.
Essa era la fonte e la dispensatrice di umidità che dà vita, antica e perdurante preoccupazione umana.
Si riteneva che alla oltre alla sua dimora terrestre esistesse un suo proprio regno acquatico e divino. È anche guardiana delle fonti e dei corsi d’acqua presso i quali come abbiamo detto, ha la facoltà di apparire ai soldati destinati alla morte in battaglia.
Non è un caso che il suo totem sia un rapace, infatti questi sono tutti antiche epifanie della Reggitrice di Morte e Rigenerazione di cui ci parla Gimbutas insieme ad altre studiose del suo calibro nelle sue opere.

La Morrigan e la Spiritualità al Femminile

La Morrigan è chiaramente un fulgido esempio di che aspetto può assumere la Dea nella sua IV fase di Luna Nera e in quanto tale la si può associare a divinità come Kali, Bellona, Anahita, le Valchirie, le Erinni. È una Dea del Mistero, della Morte e della Rigenerazione.
La Dea presiede alla fase della strega ben descritta da Anna e Manuela nel lavoro che trovate in questo sito nella sezione del Femminile a proposito del Ciclo e delle Sue fasi.
È dunque utile affidarsi a questa Dea in quella fase del vostro ciclo, se vi sentite smarrite o se siete confuso rispetto al COME incanalare le energie della Luna Nera per farle rendere al massimo.
Prima di lavorare con questa Dea è utile conoscerla bene, conoscere la sua storia e la sua indole per non confondere le sue energie, altrimenti si porterebbe solo scompiglio nella propria esistenza.
Per intenderci non si può ottenere un buon risultato in cucina farcendo una torta di colla vinilica, esattamente come non si ottiene un buon risultato invocando le energie della Morrigan al fine di lavorare su temi come la compassione o la apertura rispetto agli altri.
La Morrigan vi aiuterà in lavori che avranno a che fare con l’auto-riflessione, la rabbia repressa, il desiderio di giustizia…ecc.Vi suggerirà tre modi per affrontare il dolore: la furia implacabile di Macha, la lungimiranza di Babd, la consolazione e la forza della rinascita di Nèmain.
Per una maggiore conoscenza sulle particolarità della IV Dea, la Dea Nera, la Dea dal Volto nascosto si raccomanda la lettura della sezione del Femminile dedicata in questo sito ai cicli in relazione alle fasi lunari e alla Natura.

 

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Il mito

I celti pensavano che la Dea terra fosse più facilmente visibile nei fiumi che bagnavano la terra. Così le loro dee terra andrebbero piuttosto definite come divinità acquatiche. Sequana regnava sulla senna e le sue vallate; luogo particolarmente a lei sacro era la sorgente del fiume. Durante le feste in suo onore si portava una sua immagine lungo il fiume in una barca dalla forma di un’anatra con un frutto nel becco.
Giunti al santuario, i devoti scagliavano nelle sorgenti offerte votive, spesso statuette, e pregavano per la propria salute; molti di questi gigngilli sono venuti alla luce durante gli scavi del 1964 alla sorgente della Senna.
I nomi di varie altre dee fiume celtiche sono noti: Sabrina per il Severn; Clutoida per il Clyde ; Belisama per il Mersey, il fiume che porta anche il suo nome. Devona per il Devon, Verbeia per il Wharfe, Matrona per il Marna.
Nell’arte e nella statuaria queste dee venivano raffigurate pigramente distese con lunghe vesti svolazzanti le cui pieghe ricordano le onde dei fiumi. Spesso avevano in mano una cornucopia o della frutta o altri simboli della fertilità apportata alla terra dalle loro acque.
In irlanda, dove son ricordati miti e nomi delle dee, si diceva che Boann, Sinann e Banna erano state delle ragazzine curiose che cercando la saggezza immortale si recarono a un pozzo alle foci dei rispettivi fiumi: il Boyne, lo Shannon e il Bann. I pozzi, furibondi per esser stati disturbati, niente affatto desiderosi di rivelare segreti, strariparono facendo affogare le giovani indagatrici. Così, diceva la leggenda celtica irlandese, si formarono i grandi fiumi della terra. E’ probabile che storie analoghe sulle dee-fiume venissero narrate anche in britannia e gallia.

Il culto

In prossimità delle fonti del fiume Senna sono stati trovati santuari dedicati alla Dea, con numerosi ex-voto (stampi di terracotta rappresentanti arti con medicazioni di vario tipo, e soprattutto coppie di occhi di lamina di bronzo), offerte in denaro contenute in vasi di terracotta, composizioni di statuette lignee e raffigurazioni della Dea che manovra un'imbarcazione conformata come un uccello acquatico e dotata di un'unico remo, da usarsi in posizione eretta. I reperti sono raccolti in una sala apposita del Museo Archeologico di Digione (Francia). Essi testimoniano la diffusione e l'importanza, solidamente radicata in tutta l'area gallica, del culto delle acque, le cui proprietà curative erano ben note ed apprezzate anche nel mondo romano, senza però la connotazione religiosa propria del mondo celtico. Santuari e piscine dedicate anche ad altre divinità sono presenti in altre aree.

 

ZEMYNA
Di Marja Gimbutas (da "Le dee viventi")



Zemyna, dea della terra lituana, il cui nome viene da zeme, terra, personifica la Madre Terra, umida, fertile, nera (il colore della terra fertile) e potente.
Somiglia a Gaia-Demetra, a Semele, Ops Consive e la slava Mat'Syra Zemlja, Madre Terra umida.
Tra le sue controparti ci sono i guardiani della natura selvaggia (maschi e femmine), divinità maschili che muoiono e risorgono e l'omuncolo sotteraneo: i Kaukai. Queste bizzarre, arcaiche creature sono la manifestazione della vita stessa della terra, collocata tra la morte e la nascita.

Le funzioni di Zemyna riguardano la fertilità e la moltiplicazione. Crea la vita da sè medesima, compiendo il miracolo del rinnovamento. Questo atto è parte della comprensionecon che il susseguirsi stagionale di risveglio, crescita, rigoglio e morte è un fenomeno interdipendente nei confronti di uomini, animali e piante.

La venerazione di questa dea è durata fino a questo secolo.
Da fonti del sediciesimo secolo, pare che nel corso di feste autunnali presiedute da una sacerdotessa venisse offerto a Zemyna un maialino nero da latte (come accadeva per Demetra in Grecia). Le offerte per lei sono della massima importanza: un errore nella scansione delle oblazioni - pane, birra e animali o uccelli neri - provoca terribili conseguenze.
Le offere di pane a Zemyna proseguirono fino agli inizi del ventesimo secolo. Una pagnotta o un pezzo di pane veniva lasciato su un campo di segale, grano o orzo, alla prima aratura di primavera per garantire un anno fertile, oppure alla fine del raccolto, per assicurare l'abbondanza per l'anno successivo.
Al termine del raccolto, i mietitori dovevano trovare il pane per girarci intorno per tre volte. Dopodiché potevano mangiarne un pezzo e seppellire il resto.

La madre terra era venerata sulle cime delle montagne coronate con grandi pietre. La pietra della cima rappresenta l'omphalos*, l'ombelico, un punto in cui si concentra il potere della terra. La madre terra era venerata in modo simile in molte culture antiche europee.

La terra è giustizia, è anche coscienza sociale.
La madre terra presta ascolto ai richiami, risolve i problemi e punisce tutti coloro che la ingannano o le mancano di rispetto. Non tollera i ladri, i bugiardi, gli imbroglioni o le persone vanitose e orgogliose. Nelle leggende e nelle fiabe i pecccatori vengono divorati dalla terra, insieme alle loro case e castelli: la terra si chiude su di loro e sul posto cresce una montagna o spunta un lago. Per secoli i contadini hanno risolto le dispute legali relative alla proprietà dei terreni chiamando in causa la terra. Se un giuramento veniva pronunciate tenendo una zolla di terra sulla testa o inghiottendone una parte, lo si considerava vincolante e incontestabile.


Ancora negli anni '20, erano molti i contadini che, al mattino, baciavano la terra in Lituania. E percepivano Madre Terra come la Legislatrice. Non ci si sputava sopra e non la si colpiva, specialmente in primavera, quando era incinta, ma la si onorava.


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*“Le colline sacre sono state oggetto di culto fino al XX secolo. La Madre Terra era celebrata sulla sommità dei monti coronata con grandi pietre. Queste pratiche sono testimoniate nella Creta minoica e moderna a sud, nelle isole britanniche a ovest, e nell’area baltica orientale, in vari periodi storici. Per esempio, la collina sacra Rambynas sul Nemunas, nella Lituania occidentale, è nominata fin dal XIV secolo. Ancora nel XIX secolo le coppie di sposi vi facevano offerte per chiedere fertilità in famiglia e nei campi. Secondo una fonte del XVI secolo, le donne che vanno a Rambynas a chiedere fertilità devono essere molto pulite.
Le pietre della Madre Terra dotate del potere di concedere la fertilità alle donne sterili hanno una superficie levigata. In Germania e nei paesi scandinavi una pietra piatta con le superfici levigate è chiamata Brautstein, o pietra della sposa.
Le giovani spose vi sedevano sopra o vi si strusciavano per avere fertilità. La glissade, “scivolata” in francese, praticata segretamente in Francia nel XVIII e XIX secolo, richiedeva il contatto delle parti posteriori con la pietra.
Le pietre inclinate si prestano meglio a questo scopo. La continua ripetizione della cerimonia da parte di numerose generazioni ne ha levigato le superfici.
Strofinare l’ombelico nudo o lo stomaco contro un menhir e in particolare contro una sporgenza, una protuberanza rotonda o un’irregolarità della pietra, assicurava matrimonio, fecondità e un parto felice. Una protuberanza rotonda e perfino un’irregolarità su un menhir erano considerate il punto in cui l’energia divina era concentrata: in altre parole, un omphalos. L’usanza è ampiamente documentata in Europa e nel Vicino Oriente, e ovunque è definita “antica”.
Grosse pietre con le superfici piatte dedicate a Ops Consiua, Dea romana della Fertilità della Terra, erano tenute in buche scavate nella terra (sub terra) coperte con la paglia. Venivano scoperte solo una volta l’anno alla festa del raccolto. Circa 1500 anni dopo, la stessa tradizione si registra nell’Europa settentrionale. In Lituania, gli annali dei gesuiti del 1600 descrivono grosse pietre piatte interrate e coperte di paglia; erano chiamate Deives, “Dee”. La pietra dunque è la Dea in persona.
Il folclore europeo ha ricordi di colline magiche che si aprono se si bussa. Una bella signora conduce l’eroe del racconto alla collina e bussa tre volte o conosce una formula magica per aprirla; la collina si apre e dentro siede una Regina in pieno splendore. E' la Dea preistorica della Fertilità della Terra, la Regina che possiede i segreti della vita delle piante

 

Dee polacche: Zywia e Swetawa
Leggenda raccolta da Drusilla del Fael




Ninfee da http://www.ilcircolino.it/lagodivarese/immagini/lg_ninfee.jpg


Il tema di Zywia e Svetazwa riprende il mito greco del rapimento di Persefone, o Proserpina, per opera di Plutone, re degli Inferi; ma la vicenda presenta, come vedrete, nuovi elementi; alcuni riecheggiano la leggenda beotica di Tespie e quella alessandrina del giovane Narciso che, stando sulla sponda della sorgente, piega il capo verso l'acqua fino a vedervi riflessa la propria immagine finché muore e vi cade, altri sembrano precursori di una religiosità cristiana, come il fatto che la fanciulla voglia rimanere negli Inferi per consolare i tristi abitatori del mondo sotterraneo (proprio come Gesù Cristo si sacrificherà, facendosi crocefiggere, per salvare le persone dal peccato).
Il fiore del narciso e nel caso slavo, invece, quello della ninfea possiedono un'acuta fragranza che è in grado di stordire. La ninfea compare frequentemente nei culti slavi precristiani, specialmente in rapporto alla morte e all'oltretomba.

Il mito
In un’epoca remotissima delle bianche ninfee, in cima ai loro flessibili steli che l’acqua faceva dondolare, fissavano con sguardo di rimprovero il cielo, dove gli dei indifferenti se ne stavano beati.

Un giorno esse riuscirono a suscitare l’interesse di Swetawa, la figlia di Zywia, dea della vita.
La fanciulla, ammirando le bianche corolle che si muovevano dolcemente sulle acque di un lago, disse alla madre: “Voglio quei fiori!”.

Zywia le fece notare che non avevano né colore, né profumo e che sarebbe stato pericoloso coglierli perché affondavano i loro steli nel regno della morte, sulla quale essa non aveva alcun potere.
Ma Swetawa insistette: “Voglio quei fiori. Voglio scendere sulla terra e toccarli con le mie mani.”
“Non ci pensare nemmeno, figlia mia!” tentò di dissuaderla la madre: “La terra è un luogo dominato dal dolore. Non vedi quegli esseri miserabili che si chiamano uomini? Sono esposti a mille pericoli e stanno immersi nelle tenebre e nel gelo per la metà del tempo…Che ci faresti tu laggiù, che sei la figlia della luce?”

Mentre la dea Zywia così parlava, Swetawa osservava la terra con più attenzione, più la guardava, più sentiva il suo cuore stringersi per la pena: quegli uomini avevano fame e sete; erano minacciati da animali feroci, da fiumi e da paludi che straripavano e li inghiottivano; tormentati dal freddo e bruciati dal sole, dalle malattie e dalla morte.

D’un tratto una lacrima cadde dagli occhi di Swetawa; era la prima lacrima di pietà che cadde sulla terra e gli uomini provarono una sensazione di dolcezza mai provata prima.
“Tu che fai rinverdire la terra a primavera” disse la giovane dea alla madre “ perché non asciughi il pianto degli uomini?”

Zywia non comprese, anzi si lasciò travolgere dall’ira ed esplose di rabbia cacciando la figlia dal regno degli dei e mandandola in esilio sulla terra, fra gli uomini.
Swetawa cacciata dal cielo, scese sulla riva del lago e trovò i fiori che l’avevano incantata. Si chinò per raccoglierne uno, ma le ninfee, sollevate dal movimento delle onde, si allontanarono; poi tornarono e di nuovo fuggirono, come in un gioco misterioso. Swetawa rideva, rideva…riuscì infine ad afferrare una bianca corolla, ma perse l’equilibrio e cadde nel lago.

Placata l’ira, Zywia guardò sulla terra per cercare sua figlia, ma non vedendo di lei alcuna traccia provò una fitta d’angoscia. Così con il cuore sofferente abbandonò la dimora celeste e percorse la terra chiamando disperatamente la figlia, che essa stessa aveva esiliato, e chiedendo di lei a chiunque incontrasse. Ma non la trovò. Nel frattempo, dato che Zywia non governava più le stagioni gli inverni incrudelivano e il sole dell’estate bruciava la vegetazione. L’umanità era alla disperazione.

Zywia decise infine di cercare sua figlia sotto terra. Per rimuovere la grossa pietra che chiudeva l’ingresso del regno della morte, dovette chiamare in aiuto la folgore, poi penetrò nella gola buia e profonda. Camminò e camminò fin quando non si trovò di fronte ad una parete di cristallo al di là della quale vide, finalmente Swetawa.

Stava seduta immobile su un trono d’oro, in una stanza con il soffitto e le pareti di pietre preziose che scintillavano nella penombra; al centro della stanza, in una vasca di marmo, una ninfea in fiore galleggiava sull’acqua d’argento.
Zywia chiamò la figlia e al richiamo della madre la fanciulla si alzò, ma non espresse né gioia, né dolore, né sorpresa. Disse: “La dea della morte mi ha rapita mentre china sul lago coglievo le ninfee. Sono diventata la sua compagna, mi ha fatto ritrovare l’indifferenza verso gli uomini che è la virtù degli dei.”
“Come puoi tu, che sei figlia della luce vivere in quest’ombra profonda? Torna con me nel regno celeste?”
“Io sto bene così! Ho imparato a dimenticare l’ira degli dei e a ignorare il pianto degli uomini. Non senti la pace che mi circonda?”

Così Swetawa tornò a sedersi sul trono dorato e riprese la sua immobilità. Zywia, dea della vita, capì che ormai sua figlia apparteneva la mondo sotterraneo.
Risalì in superficie e per sfuggire al ricordo ossessionante di Swetawa si diede a rimettere ordine nelle stagioni e cercò di capire meglio l’umanità.

Si accostò agli uomini e insegnò loro a coltivare la terra, a costruire attrezzi da lavoro, a tessere la lana e la canapa.
Gli uomini si sentirono amati e conobbero la gioia.
Quando Zywia ritornò nel suo regno celeste, gli uomini scolpirono la sua immagine nella pietra e nel legno, raffigurandola con una corona di spighe in testa e una mela in mano.

Da allora, ogni volta che l’uomo getta il seme nella terra, nasce nel suo cuore la speranza e con essa la gioia, frutto della prima lacrima di pietà che cadde sul mondo.