GALLERIA DELLE DEE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando li consideriamo come Dei, gli archetipi personificati diventano qualcosa di più che inclinazioni costituzionali o forme istituzionali di comportamento, qualcosa di più che strutture ordinatrici della psiche, fondamento delle immagini e organi vitali delle sue funzioni.
Ora li conosciamo come persone, ciascuna con i suoi stili di coscienza o, nel linguaggio di Jung, ‘modi tipici di apprensione'. Ciascuno di essi si presenta come spirito guida (spiritus rector) con posizioni etiche, reazioni istituzionali, modi di pensiero e di parola, richieste di partecipazione emotiva.
Queste persone governano i miei complessi e, attraverso essi, la mia vita, la quale è la varietà dei miei rapporti con loro."

"...l'intensità del soggettivismo occidentale ha bisogno di divinità personali alle quali rivolgere il cuore. E queste divinità sono le nostre salvatrici sul piano psicologico, perché, rivolgendo i nostri sentimenti personali a persone che non sono il nostro io, che trascendono la nostra nozione di esperienza, ci salviamo dal personalismo del sentimento.... parliamo con loro ed esse ci parlano... la risposta a queste persone incomincia... con l'appassionata testimonianza resa dal cuore a persone immaginali indipendenti dal cuore stesso che le contempla.
Le contempla, non le possiede; e noi, debitori di potenze; noi, avvolti nella loro luminosità, vegliati, custoditi, ricordati da queste presenze visibili, che illuminano la nostra oscurità con la loro bellezza."

ORIENTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ADITI
Ricerca di Manuela Caregnato per http://www.ilcerchiodellaluna.it


Aditi: La madre-spazio/tempo

Dea del cielo infinito della mitologia induista, il suo nome significa letteralmente “libera da ogni legame”, o “priva di limiti”.
Nei Veda Aditi è la 'Dea-Madre' ed il suo simbolo terrestre è l’infinito e sconfinato spazio.
Aditi è dunque la madre-spazio/tempo, creatrice di vita, da cui ebbe origine tutto ciò che esiste.
Per la sua natura creativa viene considerata una Dea Madre, ma più precisamente Lei è l’energia che precede la creazione.
Infatti diede alla luce gli dei e le dee che a loro volta portarono tutto ciò che esiste sul piano della coscienza, dando così luogo alla realtà.
I Veda concordano nel ritenerla la dea del passato e del futuro, la settima dimensione del cosmo, la luce celestiale che permea ogni cosa,
e la coscienza di tutto ciò che esiste.
Lei è l’incarnazione femminile di tutto ciò che trascende la misurazione: l’infinito, il cosmo, la creazione continua, la divinità stessa.
Sempre secondo le scritture vediche, per quanto femminile al di là di ogni dubbio, essa era anche padre e figlio.
Non aveva madre e non è mai nata, poichè essa esisteva da sempre.


L’archetipo

Come suggerisce il suo stesso nome, Aditi è l’archetipo per eccellenza della libertà più assoluta e sconfinata.
Libertà dai legami, dagli attaccamenti, dal dolore, dai condizionamenti, e anche dalla forma.
Lei personifica l’idea dell’immensità del cielo, l’inafferrabilità dell’etere, l’assoluto e infinito potenziale creativo, libero da ogni costrizione.
E’ forse il più completo archetipo aquariano cui si possa pensare, poiché lei rappresenta il mondo delle infinite possibilità della mente, del pensiero e dell’astrazione che precede la forma.
Infatti il governatore del segno dell’aquario è Urano. Questo pianeta rappresenta un’energia preposta ad introdurre “il nuovo” nella nostra vita sia su un piano collettivo che individuale. Il suo compito è farci superare i nostri limiti, e per questo viene definito il “grande liberatore” dello zodiaco.
Allo stesso modo Aditi offre un concetto di libertà che è infinita e superiore, perché trascende ogni forma, ogni concetto preesistente, ogni pregiudizio, e tutti i parametri di ciò che siamo soliti definire “la realtà”, per portarci in una dimensione che è nuova, che è priva di limiti, poiché si tratta della libertà totale di creare ciò che prima non esisteva.
Aditi ci ricorda che la libertà è un bene prezioso, un valore assoluto, ma ancor di più ci ricorda che l’infinito è dentro ognuno di noi,
anzi è ciò da cui prende origine la vita.

La creazione

Secondo alcuni miti, Aditi è la genitrice del potente Vishnu, secondo altri di Indra, secondo altri ancora del dio solare Mithra e della dea lunare Varuna.
Quasi tutte le fonti però concordano sul fatto che nel suo aspetto di Dea del cielo essa creò le multiple divinità che portano il suo nome, le Aditie.
Aditi infatti partorì dodici Aditie, una al mese, e in tal modo segnò i limiti del tempo, fino ad allora privo di suddivisioni.
Si diceva anche che essa ebbe prima sette figli, poi mise al mondo un grande uovo, che salì in cielo dove divenne il sole.
Un’altra versione ancora afferma che ebbe un figlio solo, ma talmente splendido che la sua semplice presenza feriva gli occhi di Aditi:
essa allora suddivise l’unico figlio in dodici figli, cui affidò il compito di reggere l’ordine della natura.


Le Adityas

Le Adityas o Aditie sono i figli di Aditi e sono figure divine variamente interpretate, il cui capo è Varuna, e più tardi il Sole.
Non ci sono importanti testimonianze scritte circa le Aditie.
E’ evidente però la loro connessione con i dodici mesi dell’anno, poiché le aditie sono dodici, e come tali simboleggiano anche i segni dello zodiaco.
La versione secondo cui partorì sette figli e poi il sole fa pensare ai sette pianeti su cui si basò l’astrologia antica per interi millenni, prima della scoperta di Urano.
Da qui il suo attributo primario di reggente dello spazio e del tempo, cui diede un ordine che prima non esisteva.


La Dea cielo

Aditi è il cosiddetto “prototipo” della creazione, poiché prima di Lei non c’è nulla, quindi è l’idea originale da cui prende forma ogni cosa.
Lei è la forma pensiero che precede la realtà.
La mitologia ci ha abituato a considerare il cielo un’energia maschile, che feconda l’energia femminile madre Terra dando luogo alla nascita della vita.
Anche nella mitologia greca troviamo Urano, dio del cielo, padre di tutte le stirpi di dei dell’Olimpo.
Urano come Aditi è il numero uno, prima di lui non c’è niente e nessuno, fino a quando lui si accoppia con Gaia dando origine alla prima stirpe di Titani.
Urano però rifiuta i suoi figli ricacciandoli nel ventre di Gaia, perché non coincidono con la perfezione del suo ideale, proprio come un’utopia che poi trasposta nella realtà finisce per deludere.
Invece Aditi è la Dea del cielo femminile, materna e paterna al contempo, completa in sé stessa, sebbene fu anche sposa di Kasyapa o Brahma.
Aditi è la componente dell'Androgino, o Uomo Archetipico o Protologos.
Nei Veda, viene descritta come la permutazione di Mulaprakriti nel mondo manifestato, la Radice del Sè Mentale che è anche la Radice del Sè fisico.
Aditi rappresenta dunque la perfezione divina che diventa realtà.

 

 

BENZAI - TEN
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Un'immagine di Benzai ten dal sito http://www.cafepress.com
Altre immagini alla pagina Immagini di Benzai ten


Benzai-ten è una delle dee giapponesi della felicità; tra le sue numerose valenze, abbiamo scelto di riportare un testo dedicato alla sua figura di Dea che aiuta a conoscere il vero amore.

In molteplici storie sentimentali, svanita l'infatuazione che assume un aspetto maggiormente legato alla realtà, si potrebbe avere la sensazione che l'incantesimo del desiderio si sia inesorabilmente infranto. Ci sembra di non riconoscere più la persona amata. Come la protagonista di «La Bella e la Bestia» non riconosciamo il principe celato dalle sembianze animalesche. Nondimeno Benzai-ten è l'unica fra le sette dee giapponesi della felicità che può aiutarci a scorgere l'accezione più vera dell'amore al di là della nostra disillusione.
Oltre a essere la dea del matrimonio, Benzai-ten è anche la dea delle lettere, della musica e del benessere. Considerata dalla leggenda la figlia di un re drago, Benzai-ten ha acconsentito di sposare un feroce drago divoratore di bambini, in cambio della promessa fattale da quest'ultimo di porre fine alla sua terribile abitudine. Durante la loro unione coniugale, il drago ha perso la sua voracità nei confronti dei bambini; il suo amore per la dea, che alla fine lo aveva accettato, ha guarito il suo temperamento «bestiale».
Come è accaduto a Bella, il fatto che Benzai-ten abbia accettato il marito-drago ci svela la capacità della donna di riconoscere e accettare il vero amore, pur se quest'ultimo giunge all'interno di involucri inattesi. Forse è proprio questo il motivo per cui è diffusa la credenza che vede Benzai-ten nel ruolo di colei che favorisce l'unione dei giovani innamorati. Essendo la dea della felicità sentimentale, i seguaci di questa leggiadra divinità depongono sovente ai piedi dei templi innalzati in suo onore delle lettere in cui implorano la sua intercessione.

Il mito

Un'altra leggenda su Benzai-ten narra del suo ruolo di intermediaria per una coppia che non si era mai incontrata. Durante una visita a in un tempio dedicato a Benzai-ten, un giovane nota un pezzetto di carta di riso volteggiare nell'aria prima di cadere ai suoi piedi. Su quel foglietto dall'aspetto delicato era scritta una poesia d'amore, una di quelle che parlavano al suo cuore. La deliziosa grafia lasciava intuire una mano femminile; in quel preciso istante il giovane ha la consapevolezza di dover trovare l'autrice di quei versi e di doverla sposare. Ma come portare a compimento una simile impresa? Dopo aver stabilito che la dea si sarebbe impietosita dinanzi alla sua folle richiesta, il giovane decide risolutamente di raccogliersi in preghiera nel tempio ogni notte, per una settimana.
Sul finire dell'ultima notte trascorsa presso il tempio di Benzai-ten, mentre il cielo tramuta la sua cupa intensità in una sfumatura azzurrina e il giovane si accinge ad andarsene, un vecchio varca la soglia del tempio. Egli annoda un'estremità di un filo scarlatto intorno al polso del giovane; l'altra estremità viene, invece, da lui sacrificata al fuoco che arde nel tempio. Mentre il vecchio sta spegnendo la fiamma, una giovane donna entra nel tempio. Con la sua pelle diafana come la luna di riso e i capelli neri come una notte senza stelle, è incantevole come quella poesia d'amore.
«Benzai-ten si è commossa ascoltando le tue preghiere, proclama il vecchio al giovane che si trova al suo cospetto «Ora, vieni a conoscere la tua sposa». E aggiunge che quella bellissima donna aveva scritto i versi della poesia con la grafia che lo aveva tanto ammaliato. I due giovani riconoscono di essere fatti l'uno per l'altra e si sposano, benedetti dalla magnanimità di Benzai-ten.

Il filo scarlatto - Rito dell'amore
Analogamente alla giovane coppia protagonista di questa vicenda, anche voi potreste chiedere a Benzai-ten di aiutarvi a riconoscere colui che vi ama davvero, l'uomo legato a voi da un filo scarlatto.
Il filo scarlatto è un motivo che ricorre sovente in numerosi racconti popolari giapponesi e la leggenda vuole che esso leghi una coppia destinata a stare insieme; questo filo che lega due persone non si può recidere, così come non si può infrangere il destino. Se stiamo vivendo una storia importante oppure se desideriamo viverne una, nella maggior parte dei casi non è facile riconoscere colui che si trova all'opposta estremità del nostro filo scarlatto, anzi lo vediamo legato alle nostre credenze riguardo alla modalità con cui dovrebbero svolgersi i fatti.
Per facilitarvi il riconoscimento di colui che è realmente destinato a condividere la vostra vita di coppia, prendete un foglio di carta di riso e la vostra penna preferita. Nella notte che cade tre giorni prima del plenilunio, appartatevi con carta e penna. Sul foglio di carta scrivete: «Chiedo che il mio vero compagno abbia questa caratteristica o anche qualcosa di meglio».
Prima di stilare un elenco di ciò che desiderate, concedetevi un attimo per bloccare i pensieri sulle vostre aspettative. Nel trascrivere le vostre preferenze, osservate il modo in cui reagite. Se emergono delle resistenze, fermatevi. Può darsi che ciò che pensate di volere non sia giusto per voi. O forse non siete del tutto pronte per l'amore - non è nulla di cui vergognarsi, bensì qualcosa che è opportuno riconoscere.
Ricordate che aggiungendo le parole: «O anche qualcosa di meglio», voi autorizzate Benzai-ten a intercedere per voi, facendo in modo che incontriate il compagno adatto. L'unica cosa che vi si chiede è di essere ricettive.
Infine, terminato l'elenco, non dimenticate di ringraziare il potere supremo che vi aiuterà a riconoscere il vero amore quando i tempi saranno maturi. Non rivelate a nessuno quello che state facendo, poiché parlarne equivarrebbe ad attenuare l'effetto dei vostro rito.
Leggete bene l'elenco da voi stilato, nel corso delle tre notti successive. Quindi, la notte del plenilunio piegate il foglio, formando un piccolo quadrato. Prendete un filo scarlatto - lo stesso filo utilizzato da Benzai-ten per legarci alla persona amata - e avvolgetelo sette volte intorno al quadrato, in modo che non possiate sbirciarne il contenuto. A questo punto, riponete l'elenco in un luogo segreto e cercate di dimenticarvene. Con questo gesto, mettete in condizione la magia di dare i suoi frutti.

 

Le DAKINI
Ricerca basata in parte su un testo di Judith Simmer-Brown



La Dakini è una figura di divinità femminile diffusa sia nell'Induismo che nel buddismo.
Nel mondo Indu, la Dakini è associata alla Dea Kali, in genere nella forma di demone femminile che la assiste, e a Kali rimandiamo per la sua trattazione. Parleremo qui invece della Dakini in ambito buddista.

Dakini è una traduzione della parola tibetana "khandro", che letteralmente significa "colei che va in cielo", o "colei che si muove nel cielo".
In termini più poetici, Ella è detta "la Danzatrice del Cielo" e per tale appellativo è stata assimilata qui in occidente alle figure celesti angeliche.
Colei che danza nel cielo, che è libera, libera grazie all'aver superato gli ostacoli e i limiti della mente comune.
Le Dakini - perchè Dakini in realtà è plurale, una pluralità di Dee, una pluralità di forme della Dakini, incarnazione del femminile divino - sono diverse fra loro come possono esserlo le singole fiamme dell'unico fuoco che nell'iconografia la circonda. Sono la conoscenza e il potere magico.
Come aiuti spirituali, sono in grado di risvegliarele forze dormienti che giaciono nel profondo.
Le Dakini hanno la natura del fuoco e dell'acqua: sono il fuoco della conoscenza che disperde l'illusione e sono forme fluide, in grado di sciogliere le parti di noi che si sono irrigidite.

In generale, la dakini rappresenta il flusso sempre mutevole di energia su cui chi pratica la meditazione deve lavorare per arrivare alla realizzazione. Può assumere sembianze umane, apparire come una Dea - pacifica o aggressiva - o essere percepita semplicemente come l’eterna manifestazione dell’energia nel mondo fenomenico.

La dakini è probabilmente la più importante manifestazione del principio femminile nel buddhismo tibetano.
Secondo l'insegnamento tibetano, il principio femminile si compone di due aspetti principali: la M
adre e la Dakini.
In quanto principio femminile, questi due aspetti liberano la mente del praticante dagli schemi abituali teorici e li portano nel campo dell' esperienza immediata del mondo dei fenomeni .
L'aspetto della dakini è direttamente legato al primo aspetto del principio femminile, il principio materno, che rappresenta la purezza non-nata della madre di tutti i fenomeni, ma lo coniuga anche con la potenza del discorso logico.

Molte donne illuminate della tradizione buddista tibetana sono state riconosciute come incarnazioni di una dakini. Spesso esse avevano, della dakini, il potere oracolare. Per lo più tali donne mostrano una predilezione per l'abitare solitarie in una caverna, luogo del femminile archetipico.

Iconografia, immagini, manifestazioni e incarnazioni

La dakini è rappresentata per lo più in forma di donna nuda o seminuda, in posa danzante o attiva (colei che si muove, che danza , abbiamo detto), con un numero variabile di braccia.
E' in genere inserita in un cerchio di fuoco, di fiamme. Ha spesso una collana di teschi e/o decorazioni di teschi. Può avere unghie simili ad artigli.
Tre sono gli oggetti principali che di solito appaiono nella rappresentazione della dakini: il coltello uncinato (kattari), il bastone con il tridente (katvanga), e la coppa-teschio colma di sangue (kapala).

Il coltello uncinato a mezzaluna della dakini (che la associa all'astro lunare), con il manico a vajra, nell'interpretazione tibetana fa uscire dalla sofferenza, taglia a pezzi il sé centrato nell'io ed è guidato dalla chiarezza adamantina della conoscenza.

Il katvanga, il bastone, rappresenta il consorte segreto maschile della dakini. Tenendo il katvanga la dakini dimostra di aver incorporato il principio maschile dentro di lei e che questa energia è a sua disposizione. Grazie a questo bastone ha il potere di stare da sola, da cui la predisposizione all'autonomia e all'isolamento delle dakini incarnate.

La dakini che tiene il bastone, come suo consorte, può essere fonte d'ispirazione per la donna nella nostra cultura, dove non sono comuni immagini di questo tipo del principio femminile con cui identificarci. È evidente che la nostra cultura ha dissuaso la donna dall'affermare la propria potenza femminile. La donna non è incoraggiata a considerare le sue asserzioni e la sua ira in modo positivo, mentre per secoli è stato trasmesso che è bene che il femminile sia docile e mai minaccioso.

Più in generale, se consideriamo la dakini quale principio femminile come sottile flusso di energia che attraversa tutto il mondo fenomenico e quindi in primo luogo la natura, quando qualcuno si comporta in modo da disturbare l'energia della terra, anche il principio della dakini sarà offeso, e ciò porterà malattie, carestie e guerre. Anche in questo caso la dakini si manifesterà nella sua energia irata.

Al di là dell'iconografia cui fa riferimento la meditazione formale sulla dakini, c'è la spontanea manifestazione della dakini nella vita di tutti i giorni, l'incarnazione della dakini. Nelle biografie delle dakini e nelle storie dei grandi santi del Tibet, la dakini appare in momenti particolari. Tali incontri si rivelano spesso come una sfida sottile e penetrante al praticante concettualmente fissato. Si possono manifestare attraverso una dakini umana, attraverso un sogno o una visione simile al miraggio, che svanisce dopo che il messaggio è stato comunicato. Questi incontri hanno spesso una qualità concreta, pratica e penetrante, che è tagliente e terrificante. Attraverso il contatto con la dakini si aprono le facoltà dell' intuito e si manifesta la conoscenza; se tali energie non vengono rese attive, la pratica rimane qualcosa di amorfo e intellettuale.

La giovinetta scherzosa e la megera
Le dakini si manifestano in questi momenti particolari con volti diversi, fra i quali spiccano due aspetti, che ci ricordano le innumerevoli dee dal duplice volto, quello luminoso e quello oscuro, quello diurno e quello notturno, delle tradizioni mediterranee e nordeuropee.

La dakini può giungere con l'apparenza della giovinetta:
La dakini crea anche un senso di vicinanza e gaiezza scherzosa che può rivelarsi terrificante. Come afferma Trungpa Rinpoce:
La giovinetta scherzosa è sempre presente. Ti ama e ti odia. Senza di lei la vita sarebbe una noia continua. Ma continuamente ti gioca scherzi. Quando vuoi liberarti di lei si aggrappa. Liberarti di lei significa liberarti del tuo stesso corpo, tanto ti è vicina.
Nella letteratura tantrica si parla del principio della dakini. Alla dakini piace scherzare: gioca d'azzardo con la tua vita.

Altre volte la dakini giunge al sagggio in meditazione con l'apparenza della vecchia megera:
Nella vita di Naropa si narra di un incontro che egli ebbe con una dakini nelle sembianze di una donna vecchia e brutta.
Era una vecchia con 37 elementi di bruttezza: gli occhi erano rossi e profondamente incavati; i capelli colore rosso giallastro e scarmigliati; la fronte larga e sporgente; il viso aveva molte rughe ed era raggrinzito; le orecchie lunghe e pesanti; il naso storto e infiammato; aveva una barba gialla striata di bianco; la bocca storta e aperta; i denti rivolti in dentro e marci; la lingua faceva movimenti di masticazione e inumidiva le labbra; fischiava quando sbadigliava; piangeva e le lacrime le scorrevano giù per le guance; rabbrividiva e ansimava per riprendere fiato; la sua carnagione era di colore azzurro scuro; la pelle ruvida e spessa; il corpo curvo e obliquo; il collo piegato. Era gobba ed essendo zoppa, si appoggiava a un bastone.
"Che cosa stai facendo ?" disse la vecchia a Naropa. "Studio i libri della grammatica, l'epistemologia, i precetti spirituali e la logica".
"Li capisci?". "Si". " Capisci le parole o il senso?". "Le parole ".
La vecchia fu deliziata da quella risposta, si scuoteva dal ridere e cominciò a danzare brandendo in aria il bastone. Pensando che avrebbe potuto sentirsi ancor più felice, Naropa aggiunse: "Capisco anche il senso".
Ma allora la donna prese a piangere e a tremare e buttò in terra il bastone. "Come mai eri felice quando ho detto che capivo le parole, ma ti sei rattristata quando ho aggiunto che capivo anche il senso?". "Mi sono sentita felice perchè tu, che sei un grande dotto, non hai mentito e hai ammesso francamente di capire soltanto le parole. Ma mi sono sentita·triste quando hai mentito affermando di capire il senso, che tu non capisci".
"Allora chi capisce il senso?". "Mio fratello Tilopa". " Presentami dunque a lui, dovunque egli possa essere". "Vai tu da solo, fagli i tuoi omaggi e pregalo di farti arrivare ad afferrare il senso".
Con queste parole la vecchia scomparve come un arcobaleno nel cielo.
Questa visione scosse Naropa poiché la dakini gli aveva rivelato senza misericordia che, solo con una conoscenza analitica, non si raggiunge il cuore dell'argomento. Tutto quello che Naropa aveva trascurato e mancato di sviluppare gli fu rivelato dalla dakini nelle sembianze della megera vecchia e brutta.

Le dakini trasmettono direttamente attraverso l'esperienza di vita, anziché tramite complicate disquisizioni filosofiche. Per questa ragione la dakini è in relazione agli insegnamenti tantrici che hanno a che fare direttamente con l'energia del corpo, della voce e della mente, pittusto che con gli insegnamenti sutrici più intellettuali.


La dakini è la divinità che incarna della saggezza, il potere di chiarezza indistruttibile, in quanto essenza di ogni esperienza.
Essa non è più puro spazio (quello spazio che rappresenta la madre) , ma l'ardente energia del risveglio che proviene dalla saggezza della purezza.

L a dakini nella tradizione buddhista ha subito una trasformazione che l'ha resa diversa dalla sua omonima induista, con la quale, abbiamo visto, condivide parte dell'iconografia, una trasformazione che la rende colei che si pone all'interno della concettualità, dell'egocentrismo, della mente limitata e consuma l'illusione con un ardore che conferma il suo indistruttibile risveglio.

Personifica il carattere sacro inerente e tutti i fenomeni, a ciò che appare, ha ciò che si manifesta, e ha il potere di ricordarlo alla mente del praticante.

L'essenza della dakini è espressa nel suo essere "Colei che danza nel cielo". Come il cielo essa è l'essenza dello spazio infinito; la sua manifestazione è dinamica: qualcuno che è in movimento, che danza o che cammina.
Essa è quindi la manifestazione dinamica della saggezza, la purezza non-nata che appare in tutte le esperienze.
Le sue qualità penetranti ci ricordano la purezza fondamentale e il potere dell' esperienza ordinaria.


Dakini e la tradizione orale, il soffio delle dakini
Il ruolo fondamentale della dakini è quello di essere guardiana delle istruzioni orali e degli insegnamenti esoterici.
Le dakini sono le ispiratrici della trasmissione dal maestro al discepolo e ne proteggono l'integrità attraverso le loro qualità irate.
In questa trasmissione orale, chiamata Lignaggio mormorato, è essenziale che questi potenti insegnamenti personali siano trasmessi sotto buoni auspici.
Per questi motivi le dakini garantiscono che:
gli insegnamenti siano concessi in un ambiente appropriato;
l'insegnante sia un guru qualificato;
i discepoli abbiano devozione e rispetto;
i tempi siano maturi;
che gli insegnamenti siano appropriati nel contenuto e nella forma alla situazione nel suo insieme.
Quando queste condizioni sono unite all'intensa devozione, le dakini sostengono l'insegnamento e vengono invocate e venerate dal guru e dal discepolo. Milarepa, a proposito delle istruzioni orali, disse: gli insegnamenti del lignaggio mormorato sono il soffio della dakini.

Nel caso dei terma, o tesori d'insegnamenti nascosti, la tradizione tibetana racconta che Padmasambhava confidò alle dakini insegnamenti scelti, celati e dissimulati per una scoperta e una propagazione futura.
Il segreto di questi insegnamenti venne protetto dal codice segreto delle dakini, nel quale erano trascritti, per essere rivelato quando fosse giunto il momento opportuno. I testi sono di fatto incomprensibili per chi non ha ricevuto la trasmissione spirituale che permette di decifrarli.
Nelle circostanze e nell'ambiente adatto, il codice delle dakini risveglierà la trasmissione nella mente del praticante perspicace e gli insegnamenti diverranno immediatamente comprensibili.

In quanto guardiane dell'integrità degli insegnamenti, le dakini sono la manifestazione dell'essenza della mente della saggezza dei buddha: esse garantiscono che il giusto significato sia trasmesso, con tutto il potere e l'intensità che ne caratterizzano la sua autenticità. Per questa ragione, all'assemblea delle dakini viene chiesto di di aprire le porte della saggezza della mente.

Altri miti e racconti

Qualche volta la dakini si manifesta come guida spirituale o come maestro e insegna in molti modi. Secondo le biografie tradizionali, molto spesso la dakini sostiene e benefica lo yogi o la yogini scoraggiati; qualche altra volta si manifesta, invece, per mettere alla prova il praticante sulla sua reale motivazione.
Può ricorrere a dei metodi molto impressionanti e non convenzionali per istruire lo yogi o la yogini, creando un caos che mette in luce le rimozioni e le zone d'ombra, provocando un immenso dolore, così come una immensa chiarezza.
Nel celebre aneddoto del mahasiddha Naropa che abbiamo raccontato, la dakini gli appare sotto l'aspetto di un'orribile megera che lo sbeffeggia in quanto, sebbene erudito, non ha compreso il vero significato degli insegnamenti e gli suggerisce di trovarsi un guru qualificato come maestro.

Come maestra/consorte, la dakini ha la capacità di unire lo yogi e la sua natura più intima, in una maniera molto diretta e potente. L'unione con la consorte, risveglia nello yogi realmente pronto, l'esperienza della natura vajra che taglia le interferenze sul cammino.. Con un addestramento adeguato, la sessualità diventa uno strumento potente di liberazione dei canali fisici sottili e crea la via reale per l'illuminazione ultima.
Durante il suo terzo viaggio in India, Marpa il traduttore fu inviato da Naropa presso Vajrayogini, chiamata "consorte co-emergente", per ricevere conferma sulla sua comprensione degli insegnamenti. Quando si incontrarono la dakini lo benedisse nell'unione e gli rivelò l'essenza ultima degli insegnamenti mahamudra.

Nell' aspetto di ydam (forma abbreviata di yid-kyi damtsig o legame sacro della mente) , divinità personale che aiuta la scoperta della vera natura della mente, la dakini insegna nel modo più potente. E' lo ydam che lega irrevocabilmente il praticante alla chiarezza luminosa che è in lui.
Come ydam, la dakini è la forma protettrice della pura saggezza della mente del praticante, indissolubilmente a lui legata, benché esistente separatamente.

Vajrayogini, Dakini -Ydam
Vajrayoghini, la personificazione della vacuità vajra, è la forma più celebre della dakini-ydam.
La si visualizza semi-irata, di colore rosso vivo, adorna di ornamenti macabri.
E' la passione che brucia con ardore il combustibile delle interferenze emozionali e si manifesta nell'ambito dell'egocentrismo.
In quanto divinità semi-irata, ha il potere di disgregare immediatamente i veli dell'oscurantismo; brandendo il kattari, essa taglia le illusioni egoiche. Inoltre, attraverso la sua figura di passione, invita il praticante e lo inebria.
Nella sua mano sinistra essa sostiene una calotta cranica che contiene amrita inebriante.

Vajrayoghini concilia in sé i due aspetti del principio femminile: la madre e la dakini.
E' conosciuta come Prajnaparamita, madre del vincitore dei tre tempi, non-nata, senza fine, dotata di una natura simile al cielo, che può essere sperimentata solo dalla saggezza del discemimento.

Essa è anche conosciuta come consorte co-emergente, o saggezza simultanea.
In termini di principio femminile la saggezza co-emergente implica il riconoscimento dei fenomeni per quello che essi realmente sono, privi della necessità di concettualizzazione o di interpretazione.
Vajrayoghini personifica i fenomeni che spontaneamente sono emersi nella realizzazione della saggezza nella mente del buddha.

Le dakini e la natura femminile
I lama tibetani affermano spesso che certe donne, fuori dal comune, sono delle dakini. li femminile non è un principio astratto; esso si manifesta
costantemente, in maniera specifica, nella realtà umana relativa.
Un verso della Prajnaparamita dice:

non dubitare della donna, adorala!

Nella sua vera natura è Bhagavati, perfezione di saggezza e, in questo mondo empirico, Bhagavati ha assunto una forma femminile.
La natura femminile nel contesto della tradizione vajrayana è spaziosità, che significa saggezza, nel caso della madre; in più, è l'ardente, appassionata ed energica attività destinata a risvegliare gli altri alla spaziosità e alla purezza fondamentale, nel caso della dakini.

L a dakini, abbiamo visto prima, tiene il bastone, incorpora cioé il suo lato maschile.
Per il femminile che si ispira alla dakini ciò significa che non è precluso un rapporto positivo e appassionato con un uomo reale. Piuttosto, la forza che essa acquista incorporando l'aspetto maschile in sé, bilancia la polarità interiore di energie e la rende maggiormente disponibile a una relazione genuina. Anziché considerare il suo compagno da una posizione di povertà (la bella addormentata che deve essere svegliata dal principe), essa è già sveglia e ,danza e non ha bisogno di succhiare l'energia dal consorte per trovare l'equilibrio. E in grado di dare e di ricevere grazie a una condizione di totalità e di ricchezza. In questo modo riesce a evitare relazioni che si rivelerebbero dolorose e masochistiche.

La saggezza del principio femminile inoltre comprende la natura ultima della mente che non è né maschile né femminile. La dualità fra maschile e femminile sottolinea l'attitudine del vajrayana nei confronti
dei fenomeni. li samsara non è un problema da risolvere: è una realtà della quale bisogna gioire.
La dualità del femminile e del maschile sono delle realtà gioiose, che ricordano la felicità innata nella dualità dei fenomeni.
La passione vissuta dagli uomini e dalle donne avvicina alla felicità della realizzazione assoluta.

L'importanza di un contatto intimo con una dakini che abbiamo incontrato nei racconti della dakini quale consorte co-emergente, che benedice nell'unione, ci introduce al tema del tantra, quello dell'importanza dello yoga del sesso, che aprirebbe ulteriori aree di consapevolezza e di conoscenza, ma si tratta di un tema 'delicato' nel buddismo tibetano...

 

Dee dell' acqua: fiumi, sorgenti e acque piovane
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"Dove c'è acqua c'è vita". Lo sapevano bene i popoli antichi, per i quali fu molto naturale costruire le loro abitazioni non lontano dai corsi d'acqua, come pure nutrire una qualche forma di venerazione nei confronti di questo elemento così prezioso e indispensabile per la vita stessa.
L'acqua nutre e disseta i corpi, l'acqua lava e purifica, l'acqua feconda la terra e guarisce le ferite dell'anima.
Per la sua stessa composizione e stato aggregativo, essa è l'elemento che ha le più grandi possibilità di ricezione e di memorizzazione di ogni energia presente sulla Terra.
Infatti a seconda del luogo, del momento zodiacale e dell'intorno energetico in cui si trova, essa si carica di una vibrazione che memorizza e trattiene in sè.
Sul piano astrologico troviamo l'acqua cancerina, che è quella del liquido amniotico e dell'abbraccio materno in cui prende forma la vita.
L'acqua scorpionica è invece un'acqua sotterranea, spesso stagnante, per permettere alla vita che contiene di operare la sua trasformazione, come il girino che diventa rana. L'acqua dei Pesci è un'acqua in movimento, un'acqua che scorre e che trasporta, ed è anche un'acqua spirituale, fonte di guarigione.
Le forme e i volti attraverso i quali si espresse nel tempo la venerazione per l'acqua sono molteplici, parallelamente all'adorazione della Terra.
Le più note Dee dell'acqua sono Yemaya, Sarasvati, Afrodite, oltre alle Dee Madri neolitiche dal latte divino, mentre tra gli Dei ricordiamo Poseidone, dio dei mari, nonchè il culto per il fiume Nilo.
Qui sotto riportiamo una breve ricerca su alcune divinità meno note:
Ganga, dea del fiume. Coventina, dea della sorgente e Anahita, dea della pioggia.



GANGA


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La madre indù dei fiumi viveva un tempo in cielo con sua sorella Uma.
Quando i demoni del male imperversavano sulla terra, la saggia Agastya ingoiò l’oceano dei demoni, ma la terra rimase arida e asciutta: infatti il calore nello stomaco della saggia era talmente alto che le acque evaporarono immediatamente. Mossa dalle preghiere del suo popolo, Ganga la celeste dea dell’acqua si precipitò sulla terra. Il potere di Ganga avrebbe potuto spazzare via il mondo, se non avesse incontrato ostacoli, ma il dio Shiva ricevette quel torrente sulla testa e salvò la Terra. Da allora la Dea incarnata nel sacro fiume Gange, scorre attraverso l’India. Secondo alcuni Ganga rimase anche nel cielo sotto forma di quel fiume celeste che chiamiamo la via lattea, mentre un’altra parte del Gange scorrerebbe sotto terra. Benares, dove si incontrano i tre Gange, era considerato uno dei tanti luoghi sacri a Ganga, a tal punto che la gente si immergeva ogni giorno in quelle acque purificatrici. I pellegrini vi si recavano come fanno ancora oggi una volta all’anno per approfittare della promessa di Ganga di lavare dieci peccati per ognuna delle ultime dieci vite del devoto che si immerge nelle sue acque. Molti devoti indù cercano addirittura di morire quando sono immersi nel Gange, perché la Dea che non assume forma umana, vive nel suo fiume; infatti Ganga assicura la liberazione istantanea tanto da ogni punizione quanto dalla reincarnazione a chi muoia nelle sue acque.
Ganga, che è una delle maggiori dee dell’induismo, compare spesso insieme ad altre potenti divinità, per esempio in coppia con Uma, o formando una triade con le altre dee del fiume, Saraswati, e Yauni; oppure compare in un gruppo di cinque divinità, insieme a Saraswati, Lakshmi, Durga, Savitri, tutti aspetti di Devi (la dea) e di Prakriti (la terra). Il ruolo di Ganga in tutte queste combinazioni è di garantire la salute, la felicità, la fertilità e la ricchezza materiale.



COVENTINA



Tra i celti, sia insulari che continentali, le Dee erano spesso percepite sotto forma di corsi d’acqua. La Dea Terra di un territorio veniva vista non già nel terreno, ma nel fiume che lo bagnava. Meglio definite come dee delle acque queste divinità comprendevano Boann del Boyne, Belisama del Mersey, Sinnan dello Shannon, e Coventina del Carrawburgh in Inghilterra.
Molte di queste Dee erano considerate divinità guaritrici; venivano portate delle offerte nei luoghi ad esse sacri per ottenere la salute. In più, le Dee celtiche dell’acqua erano anche spiriti dell’ispirazione e della profezia, simili alle muse greche o alla carmenta romana.
Coventina era la personificazione della sacra fonte di Carrawburgh situata in Britannia, lungo il Vallo di Adriano. La sorgente alimentava un piccolo pozzo circondato da un muro ed era utilizzata dai Celti di quella regione che andavano, al di là del muro, con monete, monili od oggetti di uso quotidiano come offerta alla Dea. Erano soprattutto le donne a fare queste offerte per propiziarsi un parto sicuro.
Coventina era una Dea guaritrice per cui si credeva che le acque della sua fonte potessero guarire molti malanni. Veniva spesso raffigurata come una ninfa acquatica seminuda sdraiata in mezzo alle onde oppure nell'atto di versare acqua da una coppa.
Nel suo pozzo sacro nel Northumberland sono stati trovati dei resti, tra cui dei ritratti della dea, in cui compare in pose aggraziate: in una scultura per esempio la si vede distesa su un letto di piante acquatiche mentre versa il fiume da un’urna; in altre si regge ai rami di alcune piante acquatiche, mentre rovescia con gesto disinvolto il contenuto del suo secchio.



ANAHITA



L’immacolata, chiamata anche Ardvi Sura Anahita (l’umida, la forte, l’immacolata) .
Anahita era una delle principali divinità dell'antico impero persiano. Dea delle sorgenti d'acqua, della fertilità e della maternità, incarnava le qualità fisiche e metaforiche dell’acqua, la forza fertilizzante che fluiva dalla sua fonte soprannaturale nelle stelle.
Per estensione governava sul seme, che zampilla e fertilizza e pertanto sulla generazione umana e su tutte le altre forme di propagazione sulla terra.

Madre e guerriera
In questa vergine alta e possente il suo popolo vedeva l’immagine tanto della madre che del guerriero; per il suo popolo essa era, essenzialmente una madre protettiva che lo nutriva generosamente e al tempo stesso lo difendeva fieramente dai nemici. Nella statuaria, Anahita compare come la madre d’oro, abbigliata con un copricapo dorato e un mantello ricamato in oro, adorno di trenta pelli di lontra e ornata di orecchini quadrati d’oro e di un diadema tempestato di diamanti. Altre descrizioni dicono che viaggiava su e giù per il nostro mondo su un cocchio tirato da quattro cavalli bianchi che simboleggiavano i venti, la pioggia, le nubi e la grandine. I suoi simboli erano la colomba e il pavone.

Il culto
Guaritrice, madre e protettrice della sua gente, Anahita venne adorata in tutto l’impero persiano per parecchi secoli. In occidente si riteneva che essa coincidesse con Anat.
I greci sostennero che fosse Afrodite, quando non addirittura Atena.
Sembra che in origine Anahita fosse babilonese e che poi sia passata in Egitto dove appariva come una dea a cavallo e armata. Il suo culto si diffuse anche in oriente.
Essa diventò la divinità persiana più popolare, adorata, così si diceva, perfino dallo stesso grande dio Ahura Mazda. Ciò nonostante, Zoroastro fece del suo meglio per ignorare Anahita anche se alcuni autori più tardi rivelano che il saggio aveva avuto dal dio maschile l’ordine esplicito di renderle pubblici onori.
“Grande signora Anahita, datrice di vita e di gloria alla nostra nazione, madre della sobrietà e benefattrice dell’umanità”: così gli armeni invocavano la loro Dea adorata.
Essi portavano ai suoi santuari offerte di rami verdi e giovenche bianche e avrebbero volentieri dato in offerta anche se stessi.
nella religione misterica del mitraismo Anahita era nientemeno che la madre di Mitra.
Secondo i manoscritti del Mar Morto la setta degli esseni in palestina seguiva il suo culto segreto basato sulla nascita di un maestro di giustizia figlio spirituale della dea attraverso un battesimo in acqua seguito dalla discesa dello Spirito Santo sotto la forma di colomba, che sarebbe stato il Messia o il Saoshyant (salvatore) dei giusti nel giudizio finale.
Gesù di Nazaret era l'ultimo di questi maestri di giustizia. La terminologia cristiana della vergine Maria è fortemente legata a questa dea che era insieme madre e vergine immacolata.


Inno ad Anahid

"Signora Luna, la Genitrice, la Radiosa, la Pura, la Potente, umido Ventre Fecondo, la Fonte Cristallina di tutte le Acque, Signora delle Sacre Danze, Anahid la Splendente.

Quello che segue è uno splendido Inno alla Dea Anahid, conosciuta anche come Anahita scritta dal maestro Atom Yarjanian meglio conosciuto come Siamanto.

O Dea, ora che ho purificato la coscienza dalle fiacche religioni,
E cammino in armonia verso di te, le mie pantofole sono ancora sacre.
Apri la marmorea porta del tuo tempio, lascia che segni col sangue la tua fronte ...
Apri il tuo altare e conferiscimi il rosso potere degli Ardashessian, miei antenati ...
Ascoltami, Madre Dorata, sorella fertile, sorella di bontà,
Fonte di abbondanza e Dea degli Antichi Armeni,
Con la mattina del Navasart, la tua antica razza è festosa ...
Permettimi di pregare in ginocchio di fronte alla tua immagine ...

Ascoltami, Rosa del Miracolo, dea dai piedi d'oro,
Bianca Sposa della Notte e Amante del Sole,
E Radiosa Nudità del Velo di Aramazt,
Lascia che il sole illumini di nuovo con un raggio il tuo altare ...
Credo in Te. Saldo sulle colline di Bakrevant,
Io, pagano da molti secoli e figlio tuo, armato di frecce,
Giungo magnificamente quale messaggero ad implorarti
Ascoltami, le mie nacchere Haigian nacquero da terra Koltan ...
Vengo come un pellegrino. Indossando una lunghissima clamide, tenendo ramoscelli verdi in mano come bacchette,
Ecco un vaso d'argento con essenza di rose per ungere i tuoi seni ...
Ecco un piatto d’incenso a forma di urna in cui ho pianto lacrime per la tua rovina ...
Io cammino verso di Te con preziosi caprioli che seguono la mia ombra ...

Dalle colline di Bakrevant la vita pagana fluisce,
Figli del sole, magnifici, vestiti di mussola,
Dopo il loro addestramento con archi, lance e frecce, sulla soglia del tuo luogo sacrificale
Lascia che trafiggano con le loro spade i colli di possenti tori ...

Lascia che l’ordinato stormo di tortore s’involi verso la tua statua
Dalle spalle di feconde spose armene. Lascia che i giochi d'acqua della Giornata delle Rose inizino ...
E lascia che le sedicenni fanciulle circondino il tuo altare,
Lascia che ti offrano il loro magico corpo, O Gran Madre di Saggezza ...

Lascia che oggi colga per te la tua vendetta di venti secoli,
O dea Anahid…Là ho gettato nei fuochi del tuo altare
le due ali velenose della mia lignea croce distrutta,
E gioisci, o Madre Dorata, giacché brucerò per te un osso pestilente delle costole di Colui che Illumina ...

T’imploro, tu, Bellezza seconda a nessuna fra tutte le potenze,
Offrendo il tuo corpo al sole, fecondandoti con il suo Elemento,
e dona agli Armeni il dono di un invincibile e formidabile Dio ...
Dal tuo grembo di diamante, o Dea, genera per noi un Dio formidabile ...


Inno inviatoci da Rebecca Sendrolu.
Tradotta dall'armeno in inglese da Shant Norashkharian, pubblicato a Boston nel 1910 dalla Hairenik Editori e ristampata nel 1979 da Caravan Books. Per la traduzione dall'inglese si ringrazia Alessandro Zabini.

 

KALI
Testo e ricerca di Anna Pirera per http://www.ilcerchiodellaluna.it



Vieni, Madre, vieni!
Perché terrore è il Tuo nome,
La morte è nel Tuo respiro,
E la vibrazione di ogni Tuo passo
Distrugge un mondo per sempre.Vieni, Madre, vieni!
La Madre appare
A chi ha il coraggio d'amare il dolore
E abbracciare la forma della morte,
Danzando nella danza della Distruzione.

Vivekananada

Kali è forse la Dea più nota del pantheon induista, è la Dea dell'energia femminile attiva e dirompente, dalla potenza inarrestabile, erede dell'antica Dea della morte e della trasformazione.
Fra i suoi nomi abbiamo: Bhairavi – la spaventosa – Chamunda – il killer – Chandi – l’aggressiva – Jari-Mari – La calda-fredda

Kali è innanzitutto una Dea attiva, un femminile che è forza, uno degli aspetti di Shakti, la Dea dell'energia e del mutamento
.
E' importatnte sottolineare che nel pensiero religioso e filosofico induista gli archetipi del maschile e del femminile si presentano in modo per molti versi opposto rispetto alla nostra cultura: al maschile e agli Dei maschi appartiene la passività, mentre la funzione attiva, espressiva, appartiene al femminile e alle Dee.

L'India è uno di quei rari luoghi in cui nella nostra epoca la Dea è ancora presente e oggetto di culto: Ella si mostra nell'induismo con volti e figure diverse, pur essendo in qualche modo sempre una, l'antica Dea, Devi(1).
Volti e figure che si intrecciano fra loro, mai statici, spesso mescolati, tanto che chi li studia fatica a trovare, guardando da vicino, i confini tra l'una e l'altra Dea, tanto spesso le forme di una comprendono gli attributi di un'altra e variando da regione a regione si confondono.
Ma non è così che accade, da sempre, per la Dea, cangiante e molteplice, una e inesauribile?

Con il nome Shakti, governa l'energia materiale, attiva, creativa, perennemente in mutamento.
Come Parvati, rappresenta il principio primo che si manifesta nel mondo.
Come Durga, Dea guerriera, ci viene incontro con impeto e potenza.
Con il nome di Lakshmi, porta con sé dolcezza e infinita abbondanza.
Come Radha, è l'amore divino, essenza di ogni relazione, potenza di piacere.
Saraswati, Ella canta il suono creativo della vibrazione eterna.

E ancora si manifesta con mille altri nomi e forme: Sita, Tara, Gayatri, Sati, Uma, Aditi....

E infine Kali, la più nota, come abbiamo detto, la più misteriosa, la più intensa, la più adorata.

 

Volti di Kali

Kali dall'impatto indiscutibile, di fronte a cui anche la più razionale, la più fredda delle persone si trova coinvolta, ingaggiata nel profondo.
Basta essere entrate anche una sola volta in un tempio di Kali, magari a Khaligat di Calcutta, o a Katmandu, da cui proviene l'immagine qui accanto, uno di quelli che ospita una Kali in forma irata - come vedremo ve ne sono anche forme pacificate - per non scordarsene mai più.

Se il tempio è affollato, è tutto un pigia-pigia di gente, donne, uomini, bambini; come spesso accade, lì; bisogna farsi largo, trovare uno spazio, aspettare e lasciarsi portare dal flusso lungo i corridoi, così che, quando ci si trova improvvisamente di fronte Lei, la sorpresa si mescola all'impatto. Altrimenti, se è un tempio minore, o un momento più tranquillo, ci si arriva subito, anche troppo presto, di fronte alla Murti(2), alla Dea che è davvero lì, non solo nella sua immagine, bensì nella sua Presenza.

In entrambi i casi ti assale un mondo di odori e spezie e fiori e sopra tutti, intenso, il sentore acre della cuccuma rossa e quello nauseante del sangue animale. Fiumi di rosso versati sulla Dea Nera, ai suoi piedi, che scorrono sui basamenti, sulle sue membra, sulla sua lingua. La potenza delle Sue braccia, il profilo dei teschi in collana, la bocca spalancata. Ella è nera, imponente, impressionante.

Per chi le sta di fronte, nessuno scampo. Un incontro senza sconti, senza mediazioni. Con se stesse e con Lei, come fosse una cosa sola.
E, insieme, l'incontro con quanto vi è di più alieno e oscuro. Con l'orrore e con la paura senza nome.

Kali ti costringe ad una nudità assoluta, ad un incontro allo specchio, e anche per questa sua caratteristica è al centro della via spirituale tantrica. Ella è la rottura di ogni schema, di ogni forma precostutuita; non a caso nel culto tantrico il devoto è invitato a rompere ad uno ad uno tutti i divieti e i tabù sociali in vigore, fino a cibarsi di cadaveri.

A differenza della più parte delle Murti, infatti, Kali, quando appare nella sua in forma irata, ugra, non ti guarda, non entra in relazione con te; non ha infatti la possibilità di vedere l’individuo, è energia pura, almeno fino a che non arriva al suo punto di rottura, finché non entra nella forma ‘pacificata’.

E da quello che ho chiamato il 'punto di rottura' si affaccia l'altro volto di Kali che è possibile incontrare nei templi, anzi che è il più comune ne panorama attuale: la Kali benedicente, la Kali protettrice, Kali-ma, la Madre, cui furono dedicati meravigliosi canti di lode e offerta dai mistici bhakta ottocenteschi.
Rovesciando quelli che vedremo essere i suoi attributi principali, Ella appare qui sorridente, benevola, giovane, talvolta perfino di carnagione chiara.

Può essere invocata come protezione contro le calamità naturali, uragani, cataclismi.
E' la forma di Kali che può fare ingresso nelle case - La Kali ugra sarebbe troppo potente, pericolosa -. Ha il volto della protettrice delle mura domestiche, della famiglia.

In quanto Dea, in quanto Madre, Ella distrugge per trasformare, per purificare, per accogliere, infine, il devoto della sua luminosa energia di Sposa di Shiva.


Alcuni aspetti di Kali
Una caratteristica importante delle dee del mondo induista è il loro avere sempre una duplice valenza: rappresentano sia il mondo spirituale che quello materiale nella forma femminile.
Così Kali, come le altre, è al contempo la Dea e una dea, La Grande Dea e il suo volto di guerriera distruttrice e l'energia del tamo guna, il principio materiale che sottende ogni trasformazione.

In riferimento alle enegie della materia, Kali fa parte di una trinità di dee che ricorda molto la triplice dea in alcune sue forme dell’area europea e mediterranea.
Ci sono numerosi templi dedicati a tale triplice dea: Lakshmi, Saraswati, Kali, corrispondenti alle tre energie (guna) primarie: l'energia della creazione, rajas (Saraswati, la luna crescente), quella della conservazione, sattva, (Lakshmi, la luna piena) e quella della dissoluzione, tamas, (Kali, la luna nera)(3).
Kali è dunque il volto ‘oscuro’ della triplice, corrispondente alla luna nera, all’energia della morte, del sonno, dell’illusione e della coppia ignoranza-conoscenza misterica. Kali è la figura che rappresenta anche il potere della trasformazione, che è sempre potere di morte, per cui è associata a serpenti.
Sempre quale 'volto oscuro'; Kali appartiene al mondo della Dea doppia: quella adorata in moltissimi villaggi nella semplice forma di una pietra rotondeggiante dipinta di rosso-ocra, come la coppia Parvati-Durga/Kali: Esse ci mostrano il volto luminoso, chiaro, attraente della dea con Parvati e in quello oscuro, nero e inquietante della stessa con Durga-Kali.

In India, le divinità si possono dividere in ‘calde’ e ‘fredde’.
Le prime esprimono i caratteri della fierezza, della rabbia, della guerra: sono divinità furiose e terrificanti che richiedono sacrifici – di sangue – per essere placate. Le altre sono dee familiari e gentili, che nutrono le comunità con amore e tenerezza.
Il femminismo radicale ha interpretato Kali come la manifestazione dell’inconscio collettivo femminile nella sua rabbia contro i regimi dominati dagli uomini. E’ una spiegazione coerente e consistente, ma ha il difetto di ‘depotenziare’ Kali rendendola un transitorio momento storico, come a dire che essa scomparirà – guarirà – quando le parti saranno equilibrate e le donne torneranno brave e buone come nelle leggende gilaniche. Come dire che, alla fine, rimarrà solo la dolce Parvati.
E dell'energia primordiale dell'antica Dea della Morte, che ne sarà stato? No, mi sembra che impoverire la sua natura ci allontani dalla comprensione di cosa è, nella sua totalità, il divino femminile.

Un aspetto che rende Kali particolarmente interessante è il suo essere una Dea ‘vivente’ adorata ancora oggi, con la quale abbiamo la possibilità di un incontro ‘vivo’ nella dinamica dei suoi miti, dei suoi templi, delle sue feste, dei riti e della relazione con noi (per l’induismo, in tutte le sue varianti, la relazione è un aspetto essenziale – se non l’essenziale – del e nel divino).
Iniziamo dunque il viaggio nel 'mondo di Kali', della sua iconografia.


ICONOGRAFIA

La Sua immagine

Immagini e Murti di Kali da templi e luoghi diversi

Kali è descritta e raffigurata come:

Nera (kali, con la a breve significa “nera”, in sanscrito, e viene spesso confusa con la parola kala, con la a lunga, che significa “tempo”) Sia la pelle che i capelli sono neri, i suoi sacerdoti sono vestiti di nero, talvolta viene raffigurata insieme a gatti neri e viene adorata particolarmente durante le notti di luna nera.
Ci sono delle forma di Kali blu e porpora, forme ‘gentili’ o ‘pacificate’ della Dea con due delle mani in posizione benedicente che vengono adorate nelle case – anche se comunque all’esterno della casa vera e propria, forme che ricordano quelle di Narasimha (incarnazione di Krishna-Vishnu) pacificato.

Nuda: la nudità di Kali è stata a tal punto ‘difficile’ da creare un’iconografia in cui ella porta una cintura di braccia mozzate e nei templi spesso è ‘vestita’ con un sari rosso. All’origine, comunque, era nuda, con la vulva visibile, seni cadenti e il ventre gonfio, selvaggia, brutta.

Con i Capelli sciolti e scompigliati. I capelli sono simbolo della sessualità sia da un punto di vista archetipico che dal punto di vista concreto dell’organizzazione sociale in India, dove è possibile sapere se una donna è vergine, sposata o vedova a seconda di come tiene i capelli. La sua è una sessualità libera, sfrenata e selvaggia. Nella letteratura la Grande Dea, Devi, si scioglie i capelli ogni volta che è adirata o chiamata alla battaglia. Nel Mahabaratha, il venire sciolto dei capelli di Draupadi, la moglie dei Pandava – uno dei volti di Draupadi è infatti Kali, in cui ella si trasforma nel periodo trascorso in esilio nella foresta - fu la causa del collasso della civiltà e l’origine del caos e della guerra, che ebbe fine solo quando Draupadi potè lavare i suoi capelli nel san
gue dei Kaurava e tornò a legarli nella tradizionale treccia.

Con indosso una ghirlanda di teste tagliate, maschili, con i baffi e un’aria virile. Sull’identità delle teste i miti raccontano storie diverse: demoni, uomini che si sono sacrificati a lei, simboli del falso io che la vita spirituale chiede di abbandonare, lettere dell’alfabeto sanscrito, perché Kali ‘taglia la testa alla parola’, riportandoci a quanto la precede, liberandoci dal suo legarci. Ha corpi di neonati come orecchini.

La lingua fuori, grondante sangue (nella maggior parte dei templi, il sangue degli animali sacrificati viene fatto scorrere sulla Sua lingua. Dove i sacrifici animali sono vietati, viene fatta scorrere una miscela a base di kukkuma rossa). Kali è, essenzialmente, assetata di sangue.
Sul significato della lingua sporgente è da notare che essa accomuna molte raffigurazioni di dee 'oscure', fra cui le greche Gorgoni, e Medusa in particolare, e ha una provenienza iconografica molto antica: essa può anche evocare il flusso del sangue mestruale nell’associazione bocca-vulva (e più sotto trovate la raffigurazione di una Kali mestruata). La lingua di Kali è centrale nella sua iconografia, tanto che il più antico cenno a lei nei Veda la nomina come una delle lingue di Agni, Dio del fuoco.

Con nelle mani (in genere 4, ma in alcune raffigurazioni sono più numerose):
un’ascia insanguinata e altre armi
una testa – maschile – tagliata da cui gocciola sangue
un piatto per raccogliere il sangue

Raffigurazioni antiche e più recenti di Kali nella forma irata, in battaglia sul corpo di Shiva

Kali inoltre sta sul corpo di Shiva (nel tantrismo raffigurata in attività sessuale - sopra, come avrebbe voluto la prima moglie di Adamo, Lilith)
E’ generalmente in posa ‘danzante’ o in movimento, una gamba alzata e l’altra a terra. Energia mobilizzata, interamente.
E’ attorniata da cani e sciacalli, abita nei campi di battaglia e nei crematori (dove si trovano per lo più i templi di Kali), i luoghi tradizionalmente considerati ‘impuri’.
Talvolta cavalca una tigre come Durga ed è accompagnata da gatte, notoriamente battagliere.
Il suo impatto è sempre forte, senza dubbio, e la componente olfattiva si associa a quella visiva: nero, rosso, sangue . Come ho detto, entrare in un tempio di Kali, incontrare la sua murti, non è un’esperienza che si dimentica.


Kali, Shakti e Durga

Kali è associata a Shakti e Durga, entrambe controparti di Shiva, da lui inseparabili.

Shakti, abbiamo detto, è energia e azione, è una forza dinamica, che non ha inizio né fine, che si trasforma continuamente restando sempre la stessa – è l’eterna danza degli elementi, il movimento degli atomi e dell’universo. Nella maggior parte delle raffigurazioni, è rappresentata fusa con Shiva in una figura unica di cui Shakti è il lato sinistro. Il nome Shakti viene dalla radice shak, potenzialita, potere di produrre, per cui Ella è anche la Madre cosmica, l'energia generatrice pura.

Durga, che è vestita come una fanciulla, ma agisce come un killer, è una Dea guerriera che cavalca una tigre, combatte i demoni e ha numerose braccia armate. Rappresenta i principi del sesso e della violenza che fanno girare la grande ruota della vita.

Kali contiene qualcosa di Shakti e di Durga, ma i suoi simboili sono chiaramente tali da evocare bhaya e vibhitsa, cioè paura e repulsione, portandoci in contatto con gli aspetti oscuri e ripugnanti del cosmo – e quindi del divino – aspetti che in genere si tende a negare, reprimere o sopprimere


Kali delle origini, erede dell'Antica Dea

E’ difficile rintracciare la storia di Kali così come è difficile tracciare i contorni del suo culto oggi, anche se le sue origini sono con ogni probabilità pre-ariane, dravidiche. Vi sono infatti fra i reperti dell'epoca figurine di dee la cui energia ricorda quella delle shakti e di Kali in particolare..

Il nome Kali compare per la prima volta nei Veda ariani (VIII/V a.C.) , cioé in epoca già patriarcale, nel Mundaka Upanishad come la nera tra le sette lingue fiammeggianti di Agni, il dio del fuoco.
Un antecedente della figura di Kali appare invece nel Rig Veda, con il nome di Raatri, che è considerata anche una figura antica di Durga.
Kali è nominata nel Mahabaratha, sul campo di battaglia.
Nel periodo a cavallo dell'inizio dell'era cristiana, una dea sanguinaria simile a Kali di nome Kottravai fa la sua comparsa nella letteratura del periodo. Come Kali ha i capelli sciolti, ispira terrore in chi la avvicina e festeggia sui campi di battaglia disseminati di morti. È probabile che la fusione della sanscrita dea Raatri con la indigena Kottravai abbia prodotto le terrifiche dee dell’induismo medievale.
A quell'epoca risale la maggior parte delle caratteristiche della figura di Kali come è conosciuta ai giorni nostri.

Fu con l'epoca dei Purana nella tarda antichità che venne dato a Kali un posto nel pantheon induista. Kali, o Kalika, è descritta nella Devi Mahatmya (nota anche come Chandi o Durgasaptasati) dal Markandeya Purana, databile tra il 300 ed il 600 d.C., dove si afferma che sia un’emanazione della dea Durga, una distruttrice di demoni o avidya (parola sanscrita che significa anche ignoranza, assenza di saggezza), comparsa durante una battaglia tra le forze divine ed anti-divine. In questo contesto Kali è considerata la forma “potente”, o piuttosto irata, della grande dea Durga.

Come altrove, anche in India si ritiene come già detto che vi sia stato un mutamento nel pantheon divino in corrispondenza con le invasioni ariane, portatrici di Dei maschi, celesti e guerrieri, che soppiantarono le precedenti culture dravidiche o pre-ariane dominate dalla religione della Dea, legata alla terra e alle qualità del femminile.

Nel mondo indu, la stratificazione mitologica delle ere pre-patriarcale e patriarcale è ancora leggibile nel pantheon divino, dal momento che il culto della Dea, a differenza che altrove, riemerse nelle epoche seguenti tali cambiamenti sociali e divenne in alcuni secoli addirittura predominante. Come risultato, ogni Dio ha una controparte femminile e vi sono alcune scuole – l’induismo è in realtà un insieme di centinaia di scuole anche molto diverse teologicamente – in cui il divino è percepito come innanzitutto femminile e i cui maestri sono devoti di una Dea.

In una versione dell'origine di ogni cosa Kali ci si presenta come la Grande Dea Madre - nella forma che ricorda la Dea nelle culture pre-patriarcali - a generare ogni cosa: prima che fossero creati il sole, la luna, la terra e gli altri pianeti, quando vi era solo ed ancora l’oscurità, la Madre, la Senza Forma Maha Kali, divenne tutt’uno con l’Assoluto, Maha Kala. Dalla loro unione ebbe origine la manifestazione.




STORIE E MITI

Chi è Kali? Mito dell'origine di Kali
Fra i molti, il più diffuso mito è quello in cui Kali appare durante la battaglia che infuria fra i deva e i demoni e in particolare fra Durga e i demoni, allorché Durga incontra un demone che neppure lei riesce a sconfiggere, perché ad ogni goccia del suo sangue che cade a terra sorge un'altro demone - o più demoni - subito pronti a combattere. In quel momento, dal sopraciglio aggrottato di Durga, o- in altre versioni - dall'energia congiunta dei deva, appare Kali, La Dea in grado di sconfiggere tale nemico, in grado di bere immediatamente il suo sangue prima che esso cada a terra.
Questo è un elemento importante: quando tutto è perduto, quando le forze, sia pure divine, non sono sufficienti e la sconfitta si profila inevitabile, a quel punto appare Kali, il volto della Grande Dea che combatte e vince anche quel demone, anche quel pericolo.
Kali però è la guerriera che entra nella battaglia senza più distinguere fra buoni e cattivi, fra deva e demoni. La sua forza distruttrice è lanciata al di fuori di ogni legge e regola. Più combatte, più diventa forte e più ‘si ubriaca’ del sangue dei nemici uccisi, tanto che anche quando la battaglia è finita, Kali continua la sua danza di morte uccidendo chiunque le capiti a tiro e sembra inarrestabile. I deva, impauriti, chiedono aiuto a Shiva, consorte della Grande Dea e dunque anche di Kali. E Shiva, ve
dremo poi come, riesce a placarla.

Kali ha in sé esplicitamente il doppio volto della rabbbia estrema: è l’unica energia che può proteggere quando ogni altra protezione si rivela inutile e nello stesso tempo non può più prendere la mira, è completamente cieca al mondo.
Come spesso accade con le dee del pantheon induista, un lato importante di Kali è il suo essere energia e azione; senza di lei anche il Dio è inerte e privo di vita.


Miti e racconti su Kali
Nei miti e nelle leggende, in qualche modo Shiva riesce a ‘placare’ Kali. Fatto interessante, esistono sono numerosissime versioni di come ciò accada, al contrario del mito della sua origine, che ha in genere poche varianti. Molti dei racconti ci mostrano i 'legami' e i ruoli del femminile in india, quei ruoli a cui Kali viene richiamata da Shiva. Altri invece ci mostrano le forze creative che possono trasformare l'energia furiosa in energia trasformativa e positiva.
Alcune delle leggende che riguardano il suo riapparire ci mostrano invece le situazioni in cui Ella è chiamata a manifestarsi.

Shiva si reca sul campo di battaglia dove Klai imperversa inarrestabile e si trasforma in un bambino piccolo, nascondendosi fra i morti e i feriti. Kali, avanzando, si trova davanti a lui e si ferma, viene pervasa dall’istinto materno universale femminile che la trasforma nella Dea chiara, dai cui seni scorre il latte per il bimbo. Ella è la Madre.

Nel mito più diffuso, Shiva, sempre con l'obiettivo di fermarla, si sdraia sul campo di battaglia, ai suoi piedi e Lei si trova su di Lui, si accorge di Lui, lo riconosce. Ci sono due varianti di questa versione.
Nella prima, Kali si rende conto improvvisamente che stava per calpestare suo marito, si spaventa e ‘rientra’. Viene sottolineato il suo ruolo di moglie ed enfatizzata la sottomissione - sociale e culturale - della moglie al marito, tipica della società indiana.
In una seconda versione, tantrica, Kali riconosce Shiva posto ai suoi piedi e, nel salire su di lui, è presa da desiderio sessuale per Lui e e comincia a fare l’amore con Lui. L'energia guerriera si trasforma in energia erotica. In alcune versioni del culto tantrico è la sacerdotessa - significativamente meglio se mestruata - a unirsi con il devoto e trasformarlo in questa unione risvegliando la sua kundalini e guidandolo nella conquista spirituale.

In altri racconti, Shiva trova il modo di distogliere Kali dalla sua danza distruttiva mettendola a confronto.
In uno si pone di fronte a Lei e ride e la prende in giro per come è brutta. Lei si specchia in Lui, riconosce il suo stato, si bagna e ne esce splendente.
In un'altro La invita ad una gara di movimenti e danza sfrenata, e Lei ad un certo punto si ‘vergogna’ di mostrare le parti intime e la sorpresa le fa tirare fuori la lingua (quest'ultima versione, pare, ottocentesca)

Ma non tutti racconti su Kali parlano del campo di battaglia: in una storia, Ella litiga con Shiva, suo marito, e si allontana da lui, furibonda.
Convinta dal saggio Narada a tornare da Lui, ella si avvicina a Lui e vede in un raggio di chiara luce una Dea nel suo cuore.
E’ lei stessa, ma Kali non sa di aver già abbandonato la su forma ‘oscura’ e di primo acchito pensa si tratti di un’altra Dea, e ne è gelosa. Chiarito l’equivoco, a Kali viene attibuito il nome di Tripura-Sundari, la bellissima dei tre mondi.

Di molte dee stile Kali nei villaggi si narra che si trattasse di fanciulle a cui accadde qualche tragedia in seguito alla quale si trasformarono nella Dea furiosa. Spesso si tratta di violenze e soprusi, che Kali viene per vendicare.
Molte storie di Kali ci dicono come Ella appaia quando una legge viene violata. Ho già citato il caso del Mahabaratha, quando a Draupadi, moglie dei pandava viene inflitta dai kourava la vergogna di essere trascinata al centro della sala, i capelli sciolti, e subire il tentativo di spogliarla delle sue vesti - evento che viene scongiurato dal magico allungarsi all'infinito del suo sari. Da quel momento in poi, Draupadi si trasforma in Kali, fino al compimento della vendetta.


CULTI E RITI

Culti e riti di Kali in India

Ben lungi da una ricerca minimamente esaustiva in questo campo, vi presento qui alcuni spunti e aspetti del vasto culto di Kali, spunti che mi hanno fatto riflettere o che mi hanno insegnato qualcosa.


Nel tantrismo, d’altro canto, il principio è la capacità di riconoscere, attraverso Kali, il proprio lato oscuro. Ognuno di noi ha in sé Kali, e il devoto è aperto a riconoscere in lei l'oscurità che appartiene anche a lui. Facendo ciò, il devoto esce dall'ordine sociale e culturale, dalla superficie, per entrare nelle profondità dell'essere. L'azione 'pura', il comportamento retto, non possono assolvere la funzione di salvezza dal samsara materiale, non garantiscono la protezione dello spirito. La via tantrica attraversa tutte le azioni impure, degradanti – quelle azioni che i bramhana vaishnava non farebbero mai. Tutti i tabu vengono infranti, e la via porta a contatto con la morte, il sangue, la putrefazione. Invita a riconoscerle dentro di sé per poter stare davanti a Kali in piedi, a testa alta, sapendo forse infine di essere scintilla di quella stessa energia.

Nella bhakti, il devoto si pone di fronte a Kali come un bambino indifeso, alla sua totale mercè. Si rivolge a Lei come alla Madre, che riconosce tale in ogni suo volto, anche quello terribile. Canta le sue lodi e rivolge a Lei la sua adorazione. Scorre amore, fiducia, anche nella possibilità di una distruzione, che il bhakta accoglie come un tornare a Lei. La disponibilità al sacrificio, la totale accettazione della Sua potenza di morte hanno come risultato che le polarità Dea della Vita - Dea della Morte siano in equilibrio, ed esse vengano comprese come una.
Alla corrente bhakti, che talvolta assorbe in sé alcuni aspetti del tantrismo, sono appartenuti molti maestri degli ultimi due secoli, fra cui Ramprasad, Ramakrishna e Vivekananda.

Può la misericordia essere trovata nel cuore di Colei che è nata dalla pietra?
Non fu Lei che senza pietà calpestò il petto del suo signore?
Gli uomini ti chiamano Misericordiosa, ma non v’è traccia di misericordia in Te, Madre.
Hai tagliato le teste ai figli degli altri, e ne hai fatto la collana che porti al collo.
Non importa quanto io ti chiami “Madre, Madre”. Mi senti, ma non mi ascolterai.


Ramakrishna

Le stelle sono oscurate,
Le nuvole coprono altre nuvole,
E' oscurità vibrante, risuonante;
Nel vento ruggente che soffia turbinante
Vi sono le anime di un milione di folli,
Appena fuggiti dalla casa-prigione,
Alberi divelti alle radici,
Spazzati via dalla strada.
Il mare si è unito alla mischia
E fa turbinare onde gigantesche
Per raggiungere il cielo nero come la pece.
Il luccichio di una tenue luce
Rivela da ogni parte
Migliaia e migliaia di ombre
Di morte, luride e nere.
Spargendo calamità e dolori,
Danzando folle di gioia,
Vieni, Madre, vieni!
Perché terrore è il Tuo nome,
La morte è nel Tuo respiro,
E la vibrazione di ogni Tuo passo
Distrugge un mondo per sempre.Vieni, Madre, vieni!
La Madre appare
A chi ha il coraggio d'amare il dolore
E abbracciare la forma della morte,
Danzando nella danza della Distruzione.

Vivekananada


In molte aree dell'India, Kali o una delle dee di 'tipo Kali', che con Kali condividono alcuni degli aspetti iconografici, è come abbiamo detto all'inizio, l'altro volto, quello oscuro, della duplice Dea.
La Dea doppia viene adorata nei villaggi di tutta l’india: In genere è un semplice pietra arancio o rossa o giallo intenso, cui vengono posti due occhi di metallo dipinto. L’idea probabilmente è che essa sia semplicemente il volto della Dea, il cui corpo è il villaggio intero. Una volta all’anno, in autunno, la Dea si mostra come Kali, assetata di sangue, e le viene in genere sacrificato un bufalo – maschio. Durante la cerimonia, le donne si lasciano andare a modalità isteriche e all’espressione delle emozioni na-scoste, mentre gli uomini camminano nel fuoco, il sangue scorre e il dolore viene sperimentato. Il lato selvatico prende il sopravvento. La rabbia viene espressa.
Nei villaggi indiani, nelle campagne, l’adorazione della Dea come Kali una volta all’anno rappresenta il tempo (e il luogo) del selvaggio.
Il tempo e il luogo del pianto, del dolore, della possessione, della danza sfrenata, del sacrificio di sangue.
A Kali si offre un tempo limitato e ripetitivo – quell’una volta ogni anno - e si delimita lo spazio interno al villaggio, entro il quale è regina la sola Devi. Le murti di Kali vengono installate all’esterno. la Dea abita il selvaggio fuori.
Nel culto di Kali, trova spazio l’espressione senza freni del dolore, specialmente da parte delle donne, e un tributo di sangue viene pagato con il sacrificio di un animale – precedentemente si trattava di sacrifici umani, poi banditi dagli inglesi. Limiti precisi aprono e chiudono il rito. All’interno, i confini si perdono, le energie erompono, ciò che deve essere compiuto si compie. L’azione che ha luogo nel rito, al di fuori dell’ordine, è esente da karma. L’ordine e ciò che sta fuori si definiscono a vicenda. Entrambi appartengono alla Dea, che tutto include.

A Kali, una danza Katakali del sud dell'India:


 

ALCUNE DEE VICINE A KALI
Da diverse aree geografiche e di diverse epoche, sono numerose le dee di 'tipo Kali', che con Kali condividono aspetti, energia e parte dei miti e racconti.

Già nell'induismo, abbiamo visto, Il collante fra le diverse scuole è una lingua comune costituita dai riti, dalle immagini e dai simoili associati ad ogni divinità, che ne definiscono con chiarezza l’ambito nel linguaggio religioso, il quale è dunque soprattutto iconico.
Per questo motivo, Kali può essere considerata un genere, oltre che una preecisa Dea: vi sono in realtà in India una serie di Dee di 'tipo Kali', che variano fra loro per i particolari iconografici, appunto.

Una delle più famose, comune anche al buddismo, è Tara nella sua forma irata.
Qui trovate alcune brevi notizie su di Lei e su altre Dee, anche in questo caso senza alcuna pretesa di completezza.


Tara


Tara appartiene sia all'induismo che al buddismo.
Nel buddismo, le figure femminili ‘irate ’ sono numerosissime.

Tara è la principale deità femminile adorata dal VI° d.C. in poi; ha radici in molte figure più o meno ‘minori’ sia di area induista che dei culti locali antecedenti la diffusione del buddismo e da esso incorporati. Tara comprende, fra le sue 21 forme principali, una decina almeno di raffigurazioni ‘irate’, alcune delle quali assai vicine nella raffigurazione alla Kali indiana.
La sua icona è spesso in questi casi nascosta ai più, nel senso che è richiesta una specifica iniziazione per poterla contemplare in meditazione, a conferma della pericolosità della sua energia; ciononostante, la sua funzione è sempre protettiva, di difesa contro I nemici esterni e interni di chi percorre la via della meditazione.
Tara non è comunque la sola Dea irata all'interno del mondo buddista, come dicevo.
In una visita al Gompa tibetano di di Pomaia ho notato in un angolo di uno dei numerosi altari una figurina avvolta nella stoffa, inconfondibilmente una delle Dee Furiose: nera, la lingua rossa fuori, una corona di teschi, uno scheletro a coppa pieno di sangue. Si trattava di Palden Lamho, Dea dalle origini incerte e dall’iconografia simile alla Kali, anche se con sue caratteristiche curiose, come la cavalcatura, un mulo. E’ ritenuta una protettrice del Dalai Lama.

Hathor- Sekhmet


Il Mito di Sekhmet ce la racconta con una storia assai simile a quella di Kali.
La storia racconta di quando il Dio del sole Ra chiama in aiuto la Dea Hathor (Dea mucca della fertilità, tra le altre cose) perché degli uomini, ritiratisi su una montagna, stanno tramando per ucciderlo.
Hathor si trasforma allora nella leonessa Sekhmet, li attacca e li uccude. Ma il sapore del sangue Le è a tal punto gradito che è evidente che non si fermerà. Allora Ra, per arrestare la sua furia distruttrice, mescola dell’ocra rossa alla birra d’orzo e gliela porge da bere.
Sekhmet apprezza molto questa bevanda, ne trangugia tanta e solo dopo essersi ubriacata ritorna in sé come la dolce Hathor .
In altre versioni del mito, gli Dei decidono di versare vino rosso o birra rossa in enormi quant-tà nel Nilo, che si colora in modo da sembrare in un fiume di sangue. La Dea, che si era appisolata, si risveglia e, assetata di sangue, scorge il fiume rosso e cominica a berne fino a ubriacarsene.
E questa è la ragione per cui durante la festa del nuovo anno la birra rossa scorreva a fiumi.

Anat


Anat è una Dea guerriera della cultura Ugaritica, in auge probabilmente dal 2,000 al 1.200 a.C. circa, passata in seguito agli egizi, dove diventa la dea patrona del faraone.

Ella condivide con le figure di Sekhmet e Kali la passione per il sangue e l’esultanza nell’uccidere. Come Kali, è descritta con molte braccia e molte teste.
Appartenente ad una cultura già patriarcale, nei miti si comporta in modo maschile, godendo nell’uccidere chi la deride sostenendo che le armi non sono adatte alle donne. Il suo scopo in genere è quello di proteggere Baal, suo fratello, dio della pioggia e dei temporali, per cui coltiva una grande passione.

Ella incarna un principio comune a molte dee del Medio Oriente: Anat personifica un altissimo livello di energia che può manifestarsi sia come energia erotica che come energia guerriera, nella passione estatica del sesso come della guerra.



Rangda


Probabilmente direttamente derivata dalla Kali indiana, nella mitologia balinese contemporanea troviamo Rangda, un esempio di Dea furiosa che si configura attraverso l’unione di caratteristiche guerriere simili a Sekhmet e Kali – ma anche molti tratti delle dee ‘maledette’, come la sua abitudine di aggredire i neonati.

Rangda ha un aspetto terrificante, I grandi occhi rotondi sporgenti, I grossi seni pendenti, la lingua rossa che sporge dalla bocca, lunga fin quasi alle ginocchia.
Ha la bocca irta di denti e zanne ricurve, le unghie ad artiglio e lunghi capelli grigi scompigliati.

Da notare che nella cultura balinese il cielo è divino, mentre il mare è demoniaco, come accade nella migliore tradizione patriarcale, Rangda è con ogni probabilità l’erede di una pre-hindu Dea del mare , trasformata in demone con l’iter che più volte nel corso della storia è accaduto nel passaggio alle culture patriarcali.

KWAN YIN

Un'immagine di Kwan Yin
Altre immagini alla pagina Immagini di Kwan Yin


Madre della Guarigione
Madre della misericordia, madre della compassione e della guarigione, onorificenze, queste, che delineano le caratteristiche dell'amatissima dea cinese Kuan Yin.

Il mito
Narra la leggenda che Kuan Yin era la figlia di un uomo ricco e crudele che ambiva per lei a un matrimonio di interesse, volto ad aumentare il loro prestigio sociale. Nella speranza di raggiungere l'illuminazione spirituale, la dolce Kuan Yin ha disobbedito al padre, trovando rifugio in un tempio, dove fin dall'inizio si è fatta apprezzare per il suo atteggiamento gentile e caritatevole.
Nondimeno, tale è stata l'ira di suo padre a causa del gesto da lei compiuto, che l'uomo l'ha fatta uccidere. In virtù delle buone azioni compiute durante la sua breve vita, a Kuan Yin si sono dischiuse le porte del Paradiso dove l'avrebbe attesa un'estasi eterna.

Ma mentre si accingeva a varcare i cancelli del Cielo, Kuan Yin ha udito un grido elevarsi dal di sotto. Era il grido di una persona che soffriva sulla terra, il grido dì qualcuno bisognoso del suo aiuto. In quel preciso istante, essa ha giurato di non abbandonare il mondo degli uomini fintanto che tutti, nessuno escluso, fossero stati ancora in preda a tormento e dolore. In seguito a questa promessa, Kuan Yin è stata trasformata in una dea.

Oggi la dea Kuan Yin è oggetto di grande culto, in quan
to le viene attribuita la facoltà di guarire coloro che soffrono nel corpo e nello spirito, proteggendo altresì madri e figli ridotti alla disperazione, e addirittura i marinai sorpresi dalla burrasca.

Il culto
Troppo spesso la vita ci porta a essere sopraffatti da problematiche più o meno complesse. Il dolore ci avvolge in una morsa soffocante - e ci sembra di non poter fare più nulla. Per chiunque sia afflitto, dall'angoscia o dalla malattia, la dea Kuan Yin, in virtù della sua bontà e misericordia, costituisce un valido punto di riferimento.

Numerose sono le famiglie cinesi che tengono una statuetta di Kuan Yin in un angolo tranquillo della casa; non di rado queste statuette raffigurano la dea avvolta in un manto bianco, seduta su di un trono composto da un fiore di loto, mentre stringe fra le braccia un bambino piccolo. Fiori, frutta o incenso vengono deposti in segno di offerta al cospetto di questi templi domestici.

E' diffusa la credenza secondo cui il fatto di pronunciare il nome di Kuan Yin sortisca il magico effetto di aiutare chi soffre a ricevere conforto. Altri scelgono di recarsi in pellegrinaggio presso il tempio della dea, situato sul monte Miao Feng Shan; sonagli e altri oggetti rumorosi vengono agitati durante le preghiere, allo scopo di attirare la sua attenzione.

Rito per Kuan Yin: Invocare la guarigione
L'idea di recarsi in pellegrinaggio da Kuan Yin è decisamente valida, in quanto evidenzia come la natura, qui impersonata da Kuan Yin in tutta la sua misericordia, ci offre il risanamento delle nostre disgrazie con il suo abbraccio generoso e avvolgente.

Se vi dovesse capitare ancora di sentirvi sopraffatti dall'ansia, trascorrete un po' di tempo fra gli spazi aperti della natura. Scegliete un luogo piacevole e rasserenante; se abitate in una grande città, vi basterà compiere un breve tragitto in treno per raggiungere una piccola oasi alberata. Portate qualche frutto o qualche fiore da offrire a Kuan Yi n.

Una volta giurai a destinazione, concedetevi un po' di tempo per passeggiare. L'atto di camminare è associato al tempo che scorre: il tempo passerà e anche i vostri problemi passeranno, per quanto sembri difficile crederlo.

Non appena avrete trovato un angolo silenzioso dove è poco probabile che vi si possa arrecare disturbo, sedetevi e confidate a Kuan Yin ciò che più vi opprime. Spiegate ad alta voce che cosa vi angoscia e perché. Lei capirà, in virtù del suo spirito caritatevole. Non abbiate fretta. Non dimenticate che il semplice gesto consistente nel pronunciare il nome di Kuan Yin ad alta voce infonderà pace anche nell'animo più tormentato.

Quando avete finito, lasciate la vostra offerta alla dea - e ringraziate Kuan Yin per l'aíuto concessovi.

RADHA
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Divinità di Radha - tempio ISKCON - Vancouver


Radha - Radharani è la figura femminile associata a Krishna.

"I suoi occhi superano in bellezza la linea attraente degli ochi dell'uccello cakori. Colui che guarda il viso di radharani disprezza senza esitazione il fascino della luna. La carnagione di Radharani supera la finezza dell'oro più puro..."

Nella letteratura tradizionale vaishnava (il ramo dell'induismo in cuisi venera la figura di Krishna), Krishna viene paragonato al sole, e Radha alla luce del sole. Entrambi esistono sontemporaneamente, ma uno deriva dall'altro. Nello stesso tempo, è un errore credere che uno sia prioritario rispetto all'altro, perché non appena appare il sole, appare la sua luce.
Cosa ancora più importante, il sole non ha alcun significato senza i suoi raggi, il suo calore e la sua luce. E calore e luce non potrebbero esistere senza il sole.
Così, il sole e la sua luce co-esistono, ciascuno di importanza uguale all'esistenza dell'altro. Si può dire che essi siano simultaneamente una cosa sola e due cose diverse.
Allo stesso modo, la relazione fra Radha e Krishna è quella di inconcepibile identità nella differenza. Sono, in essenza, una singola entità (Dio/Dea) che si manifesta come due distinti individui allo scopo dello scambio interpersonale.
Si dice che "il Signore Krishna affascina tutto il mondo, ma Shri Radha affascina persino Lui. Quindi Ella è la suprema Dea. Shri Radha è il pieno potere [in particolare Radha è il potere del piacere, considerato il supremo potere], mentre Krishna è colui che ha pieno potere.... Radha e Krishna sono uno, benché abbiano preso due forme differenti per godere della loro relazione.

Per accrescere il piacere della relazione con Krishna, Radha si espande nelle innumerevoli gopi (pastorelle) che attorniano Krishna nei suoi lila (divertimenti) nel paese di Vrindavana.

 

SARASWATI
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Dea Indiana della Conoscenza e delle arti creative.
È generalmente raffigurata con la vina (strumento musicale), il mala (rosario), il fiore di loto.
Il suo animale sacro è il cigno, su cui vola.

Saraswati: Fiume divino, guarigione e fertilità
Sarasvati ha le sue origini nel RigVeda, il più antico dei quattro Veda, composto fra il 1300 e il 1000 a.C. nell’India del nord-ovest.
In questa raccolta di inni è associata con un fiume particolare, il mitico Sarasvati, che da allora è scomparso ma che compare qui come il capo di tutti i fiumi (recentemente gli studiosi hanno accertato che effettivamente dal monte Kailas sgorgava il Sarasvati, un fiume descritto come ‘enorme’ intorno al quale si sviluppò la civiltà vedica e che dopo un'eccezionale periodo di siccità durato per 300 anni - dal 2200 al 1900 a.C.- si disseccò completamente nelle sabbie desertiche del Thar).
Il fiume è chiamato spesso Grande Dea, e non è un fiume ordinario: proviene dal cielo e fluisce giù sulla terra, benedicendo e dando fertilità. In un inno si dice che pervade i tre regni della terra, dell’atmosfera e del cielo.
È associato con la fertilità e richieste vengono fatte a Sarasvati per ottenere ricchezza, cibo, immortalità e figli. Saraswati è vista dunque alle sue origini come la Grande Madre.
La religione vedica era essenzialmente la religione di una popolazione nomade in cui il centro di culto non era un tempio fisso ma l’altare del fuoco, che poteva essere costruito dove la gente si muoveva. La venerazione del fiume Sarasvati è significativa perché mostra una popolazione nomade che comincia a fermarsi. Un fiume era di massima importanza per fornire l'acqua per bere, per far crescere i raccolti e pulire e non è sorprendente che Sarasvati sia stata vista come Dea della nutrizione e della fertilità.
Sarasvati è inoltre fin dai tempi più antichi una dea che aiuta alla nascita, invocata per una gravidanza e una nascita sicure.

Saraswati e la guarigione
Così come era una dea del parto, era anche uno dei guaritori divini insieme con le acque, i Rudra e gli Asvini.
Le acque hanno un posto centrale nel pensiero vedico. Nella cosmologia vedica la terra è un disco che galleggia sull'oceano e anche lo spazio ha le qualità di un oceano composte di due, tre o quattro mari. L'acqua circonda il sole ed i sette fiumi vedici scorrono dal cielo. Le acque sono viste come la sostanza originale nel Brahman e un erudito, Coomaraswamy, le ha descritte come la sede dell’ambrosia, la fonte di vita universale e la madre delle madri.

Le acque allora, come Sarasvati stessa, sono nutrimento e guarigione. Sono viste come portatrici della forza vitale, forniscono il cibo e sono in grado di portare via la malattia. Questa capacità di pulire è non soltanto fisica ma anche spirituale.

Saraswati e il Soma, la bevanda sacra
Anche se il Sarasvati non è identificato così precisamente come fiume nei testi successivi, la Dea continua ad essere associata con l’acqua, non soltanto con le nubi e la pioggia che può manifestare, ma anche con acqua in generale e la bevanda sacra Soma che pervade tutta la creazione.

Saraswati e la parola sacra
Anche se Sarasvati è soprattutto una Dea del più grande di tutti i fiumi (e quindi di nutrimento, fertilità, pulizia, ricchezza e prosperità), è anche descritta come colei che ispira le canzoni, le poesie, il pensiero e la consapevolezza della verità.
Questo è il seme del suo ruolo successivo come Dea dell’apprendimento, dell’ispirazione e dell’eloquenza.

Da fiume divino come è diventata una dea della cultura?
Alcuni commentatori hanno suggerito che la transizione sia avvenuta a causa dei rituali sacri vedici che avevano luogo sulle rive del fiume Sarasvati - la parola sacra è una componente vitale di questi rituali. In effetti sembra che le acque siano state identificate con la parola sacra così come con la guarigione. Ciò che dà corpo e nutre la parola sacra, così come la porta alla nascita, sono le acque.
I fiumi nella religione induista rappresentano l'idea della traversata da un luogo di ignoranza ad uno di conoscenza. Il fiume è il luogo della transizione in cui il cercatore, nella sua ricerca spiritosa, è purificato dalle acque, muore al suo vecchio io e rinasce. Anche se questo linguaggio figurato non è usato espressamente in relazione a Sarasvati, è implicito nella sua associazione successiva con la saggezza e l’elevazione spirituale.
Aurobindo traduce Sarasvati con " lo scorrere, il movimento fluente " (altri lo traducono semplicemente come 'il fluire '), un nome in grado di quindi descrivere non soltanto un fiume ma anche un discorso e un''ispirazione.
La radice sanscrita ha una gamma di significati che vanno dallo scorrere come un flusso, al suonare in generale, vibrare ad alta voce, comunicare o parlare, gridare con gioia, elogiare, glorificare, o adorare - dimostrando precisamente l'associazione delle idee che sono collegate a Sarasvati.
Anche nella lingua italiana, il discorso,l’eloquenza e l'ispirazione sono descritte spesso metaforicamente in termini di acqua. Possiamo essere 'fluenti 'in una lingua straniera o fare un discorso 'fluente ', a volte l'ispirazione 'fluisce ', a volte no... Si parla anche di ‘sete’ di conoscenza.
Per l’epoca dei testi del 900 AC Saraswati viene identificata con Vac, la dea della parola .
Ella domina su ogni cosa, sostiene gli dei e trasporta la divina bevanda della visione e dell'immortalità (il Soma). Attraverso Lei vengono effettuati i rituali che aprono il mondo degli dei. È lei che permette agli esseri umani di percepire, sentirsi, respirare - persino mangiare. In altre parole è Saraswati che li rende vivi. Dà ad esseri umani la saggezza e la comprensione del mondo visionario e poetico dei grandi saggi , i rishi . Ad un livello più mondano, è il mezzo da cui gli amici possono riconoscere la loro amicizia, così la gente simile può trovarsi e condividere la propria comprensione del mondo.

saraswati   saraswati   saraswati   saraswati   saraswati

La creatività del suono
Saraswati è descritta come la mucca celeste che sostiene sia gli dei che gli uomini.
Nei miti della creazione, si dice che Prajapati diventa feconda unendo la sua mente ed il suo discorso. Un'altra versione suggerisce che la mente di Prajapati crea la parola che ha il desiderio di generare e moltiplicare ed estendersi. La combinazione della mente, o del pensiero e del discorso è una miscela potente e creativa. L’importanza delle parole si trova anche nella credenza che il mantra di una divinità è uguale alla divinità stessa. Molti testi indù successivi trasmettono l'idea che il mondo è stato generato e viene regolato attraverso il suono.
Si dice che la sillaba Om contenga l’intero processo della creazione.
Nell’induismo successivo, Sarasvati è associata con il dio Brahma e quindi ancora con la creazione. Brahma decide di generare il mondo ed entra nella meditazione che permette al suo corpo di dividersi in due parti, il maschio e la femmina. La sua metà femminile è Saraswati e insieme generano Manu, che procede nella creazione del mondo.
Inoltre è associata con Krishna che si divide nel maschio e nella femmina, nel Purusha e nel Prakriti , nello spirito e nella materia, per dare inizio alla creazione. La parte femminile ha cinque sakti o energie dinamiche e Sarasvati è la sakti la cui energia specifica pervade la realtà con la comprensione, la conoscenza e l’insegnamento.
Ci sono molti epiteti di Sarasvati che sottolineano il suo collegamento con la parola, come: Vagadevi , 'dea della parola ', Jihvagravasini, 'dimora nella parte anteriore della lingua 'e Kavijihvagravasini , 'colei che abita sulle lingue dei poeti '. Altri epiteti inoltre la identificano con l’energia del pensiero da cui nasce la parola come: Smrtisakti , 'la base della memoria ', Jnanasakti , 'la base della conoscenza ', Buddhisaktisvarupini , 'di cui la forma è la base dell'intelletto ', Kalpanasakti , 'che forma le idee 'e Pratibha , 'colei che è intelligenza '.

Saraswati, dea della cultura
Il pensiero umano, la memoria e l'intelligenza creativa hanno creato la cultura e così Saravati è divenuta la dea della cultura. Lei è anche l'ispirazione nelle arti, e viene invocata spesso dai poeti, ma è anche connessa con la musica, la danza e la scienza. Saraswati viene descritta solitamente con una vina o un flauto e un libro sacro.

Aurobindo vede Saraswati come l'ispirazione che viene dalla Verità-Coscienza; Ella tramite l'azione costante dell'ispirazione riporta alla coscienza la verità nei nostri pensieri.
La conoscenza umana e la relativa espressione ed esposizione nel discorso erano venerati come sacri. Con la conoscenza l’umanità poteva portare l'ordine nel caos e interagire con le forze supernaturalli dell'universo; il rituale e il relativo uso della parola negli inni e nelle invocazioni era un sostegno dell'ordine cosmico. Il suono ispirato sotto forma di preghiera, invocazione e inno, era il motore del rituale.

Saraswati, la transcendenza e la purezza
Il colore bianco, il cigno e il loto sono associati tipicamente con Saraswati. Il tema qui è quello della purezza, il candore e la transcendenza. Luminosa come la luna, la cui purezza è splendente ed interamente virtuosa e sprituale, a differenza di altre dee indù che sono identificate con la fertilità e la sessualità, Sarasvati dà alla luce le opere d'arte anzichè i bambini e nei miti su di lei, la sua funzione sessuale non è evidenziata.
Come abbiamo detto prima considerando il simbolismo del fiume nella religione indù, a lei sono associate la transcendenza, con l'idea del movimento dall’ignoranza verso la conoscenza, la rinascita. Si è evoluta dalla funzione di purificazione e di pulizia come acqua, fino ad essere lei stessa l’incarnazione della purezza. Il loto è un simbolo della transcendenza, che emerge dalle acque fangose intatto nella sua bellezza; Il cigno è un simbolo della trascendenza e della perfezione in tutto il pensiero indù e, come nota Kinsley, il volo di Sarasvati sopra il mondo a cavallo di un cigno, descrive il mondo della creazione artistica che ha permesso agli esseri umani di oltrepassare le limitazioni del mondo fisico e di generare la bellezza e la perfezione.

Le tre dee
Saraswati a volte compare in un gruppo di tre dee. È associata con Ila e Mahi o Bharati

Altre volte compare nel gruppo delle dee che formano Gayatri (il mantra Gayatri, il più noto dei mantra indù): Gayatri (la Padrona del nostro Prana), Savitri (il Principio vitale.) e Saraswati (la rappresentazione della nostra parola, del linguaggio).

E ancora nella triade lunare Durga, Lakshmi e Saraswati. Durga rappresenta il combattimento (la Vergine Guerriera), Laksmi rappresenta l’abbondanza (la Madre Terra) e Sarasvati rappresenta la saggezza (l’Antica che tutto conosce)

      Da sinistra a destra:
Durga, Saraswati, Laksmi

Approccio tantrico a Saraswati e Matangi - la conoscenza e il suo lato oscuro
Secondo il Tantra, Kali, Tara, Bhairavi, Saraswati e Matangi sono collegate in molteplici dimensioni. Kali è anche Neel Saraswati, Neel Saraswati è anche Tara, Saraswati è anche Matangi e Matangi è anche Saraswati nell'aspetto oscuro di Kali.
Saraswati è adorata come Dea della saggezza, della conoscenza, della musica e dell'intelletto. Così Matangi, come Saraswati, suona la veena e governa la musica e ogni suono udibile in generale, non solo la parola. Ella è la forma manifesta del canto, il suono vibratorio, Nada, che scorre attraverso i canali sottili, Nadis, pervadendo il corpo intero e la mente. Matangi è la forma di Saraswati che si rivolge alla conoscenza interiore. E' il suo aspetto oscuro, mistico, estatico o selvaggio: perciò un loto bianco è associato a Saraswati, mentre uno di colore blu scuro a Matangi. Nella tradizione indiana il loto rappresenta la saggezza.
Sarawsati è spesso conosciuta come la divinità della conoscenza intellettuale, dell'arte e della cultura. Matangi invece governa oltre l'ordine intellettuale, in ciò che ci porta al di là dei limiti del convenzionale. Matangi è una fuori casta, come indica l'appellativo di Ucchista Chandali, colei che viola le norme sociali, mentre Saraswati rappresenta la conoscenza e la virtù degli insegnamenti sanscriti o classici che mai si distaccano dalla rettitudine. Matangi insieme alle energie trasformative di Kali dà vita a quella potenza di Saraswati che intriga la mente nella ricerca della relazione che comprenda il lato chiaro e il lato oscuro [della conoscenza]. Infatti il tempo in cui cade il Saraswati Puja segna la trasformazione della stagione buia e fredda in quella più calda e luminosa.
Saraswati è la parola quale manifestazione del pensiero, la dea dell'eloquenza e di ogni altra forma di espressione della conoscenza interiore, comprese le varie forme d'arte, la musica e la danza. In alcune tradizioni, Saraswati è collegata alla gola e alla lingua, quali organi della parola. In un testo di Kundalini Tantra, tra le sette ruote del corpo cosmico o etereo, si incontra il Vishuddhi Chakra, il chakra della gola, indicato come 'centro della purificazione'. Il termine sanscrito shuddi significa 'purificare', e in questo chakra si ha la purificazione e l'armonizzazione di tutti gli opposti. Chiamato anche 'centro del nettare e del veleno', raccoglie il nettare che scende da Bindu Visarga, per essere distillato in forma pura e in veleno. Il veleno viene eliminato e il puro nettare va a nutrire il corpo e la mente. Matangi risiede nel chakra della gola, centro della parola, la parola è la percezione udibile dell'alfabeto. I sedici petali del Vishuddhi chakra hanno una vocale dell'alfabeto sanscrito (dalla A alla Ah) in ciascun petalo. Nel pericarpo del loto vi è un cerchio bianco simile alla luna piena, che rappresenta l'elemento dell'akasha [spazio, o etere]. Dentro il disco lunare vi è un elefante bianco, anch'esso simbolo dell'akasha. Meditando sul Vishuddhi chakra, la mente diviene pura come l'akasha. L'elefante qui rappresentato è simile a Ganesha, ma con una speciale relazione con Matangi, il lato oscuro di Saraswati. Matangi risiede inoltre sulla punta della lingua, lì dove si articola la parola e dove si assaggia l'essenza delle cose. Oltre a Ida, Pingala e Sushumna vi è uno speciale nervo o canale del corpo sottile chiamato Saraswati che scorre dal Terzo Occhio alla punta della lingua, che ad essa è correlato. E' questo il flusso dell'ispirazione che dalla mente porta all'espressione della parola.
La divinità, il potere creativo viene espresso e cristallizato quando Matangi fluisce attraverso questo canale come beatitudie o Sat Cit Ananda.
La sillaba originaria di Saraswati e Matangi è la stessa: AIM. E' la sillaba seme della saggezza, della conoscenza, dell'insegnamento e la voce interiore della guida eterna. Il canto delle vocali modulato a partire dal Chakra della gola fino al Mooladhara, attraverso tutte le lettere dell'alfabeto, è come l'emergere della materia grossolana dalla pura essenza, l'akasha, lo spazio essenza della gola. L'essenza della purezza è Saraswati, consorte di Brahma, il creatore dell'universo. Perciò il Chakra della gola e bianco argento, le sue divinità sono Saraswati e Matangi, l'aspetto oscuro di Saraswati: l'essenza più profonda di ogni creatura, in tutta la manifestazione materiale dell'universo.
I segni bianchi e neri su una tela esercitano una forte attrazione sull'occhio che li osserva. Saraswati, la parte bianca, è la parola e il pensiero. Matangi, la parte scura, nel suo significato trascendente è il silenzio della natura del sé, che è la reale essenza e il potere al di là delle parole e del pensiero. Matangi è il passo successivo a Saraswati, la parola e l'arte sublimate nella trascendenza.