GLI DEI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ade-Plutone: l’invisibile
di Manuela Caregnato



IL MITO
Ade è il grande sovrano del mondo sotterraneo, o regno degli inferi, e presso i romani divenne Plutone.
Il significato del suo nome in greco è “l’invisibile”, in romano “il ricco”.
Altri nomi con cui fu identificato erano “il buon consigliere”, “il rinomato”, “l’ospitale”, “colui che chiude le porte” o il “detestabile”. Sin dal nome colpisce la sua natura ctonia e la valenza positiva e negativa al contempo. Egli è il Dio della ricchezza, dell’oro e della fecondità. Ma la sua ricchezza è invisibile, e il suo carattere si presenta ambivalente, sacro e distruttivo contemporaneamente.
Figlio di Crono (Saturno) e Rea, egli appartiene alla prima generazione di Dei dell’Olimpo, e i suoi fratelli sono Zeus (Giove) e Poseidone (Nettuno), le sue sorelle Demetra, Estia ed Era.
Appena nato fu inghiottito dal padre, che temendo di essere destituito da un figlio, come predettogli da una profezia, era solito ingoiarli alla nascita, ad eccezione di Zeus che fu salvato con uno stratagemma dalla madre.
Fu infatti Zeus che, con l’aiuto di Meti (dea della saggezza), una volta cresciuto liberò i suoi fratelli e dopo una lunga battaglia mandò il patriarca Crono in esilio.
A quel punto i tre fratelli (alle Dee non spettavano regni, conformemente alla cultura greca patriarcale) si spartirono l’universo e a Poseidone toccò il regno dei mari, a Zeus la terra e il cielo, mentre ad Ade toccò il regno sotterraneo, dove vivevano le ombre dei morti ed alcuni personaggi immortali ivi confinati da Zeus.
I miti che lo vedono protagonista sono ben pochi, giacché trascorre tutto il tempo nel suo regno, abitato da entità che somigliano a ombre, immagini per lo più evanescenti, lontana eco di ciò che furono da vivi.
Quando esce dalle viscere della terra, indossa un elmetto che lo rende invisibile, dono dei Ciclopi.
Solo due sono le volte in cui uscì, secondo il mito: la prima perché era ferito e chiese aiuto, la seconda per rapire Persefone.
E’ senza dubbio il meno conosciuto tra gli Dei, il più misterioso, ed anche l’unico a dare il nome al suo stesso regno.
“Egli è il gemello oscuro, ma altrettanto potente, dell’onnipotente padre celeste (Zeus), ma gode di uno status superiore, tant’è che la sua legge ed il suo giudizio sono immutabili, mentre la legge di Zeus può essere contraddetta. Virtualmente non si intitolavano templi o altari ad Ade.
Si riconosceva semplicemente che la morte è ovunque entro la vita stessa, ed ogni cosa vivente ha nel proprio corpo mortale il proprio altare ed il proprio ineluttabile seme di morte, nato contemporaneamente alla vita fisica.
Ade non può essere visto dagli esseri umani del mondo dei Superi, poiché porta un elmo che lo rende invisibile. E’ lui il legame segreto, il destino segreto, il mondo interno a ciò che ci è dato.
Noi non possiamo percepire Ade, ma egli è in ogni luogo e ogni momento, intrinseco al nascere di ogni pensiero, di ogni sentimento, di ogni ispirazione, di ogni rapporto interpersonale o atto creativo, quale atto finale di essi, preordinato e inevitabile”
(1).
Sotto il profilo iconografico veniva solitamente rappresentato come un uomo maturo, con la barba, spesso seduto su un trono e dotato di una patera (2) e di uno scettro, con il cane a tre teste protettore degli Inferi, Cerbero. A volte si trovava anche un serpente ai suoi piedi. Indossa molto spesso un elmo, oppure un velo che gli copre il volto e gli occhi.


IL REGNO DELL'ADE


Non esiste un'unica versione sulla struttura dell'Ade, la quale cambia in base all'autore e all'epoca storica.
A partire da Omero, i vari poeti inserirono nuovi particolari, anche in contraddizione: ad esempio, nell'Odissea tutti i morti subiscono la stessa sorte, mentre nell'Eneide c'è la distinzione tra Tartaro ed Elisio (una specie di inferno e paradiso)(3).
Ciò che accomuna le varie versioni è che l'Ade è un luogo tenebroso situato all'interno della terra (4).
Va detto che il regno dell’Ade, così come ci viene descritto, corrisponde ad una visione della realtà già fortemente intaccata dal patriarcato, come risulta evidente nell’intera mitologia greca, dove i ruoli di potere più importanti spettano solo a divinità maschili.
L’inferno pre-patriarcale in realtà era un santuario uterino, una specie di caverna di rinascita, e veniva indicato con la parola norvegese Hellir ( da cui deriva hell in inglese).
Dunque il mondo sotterraneo era in origine un regno materno.
In particolare vi è un mito molto antico, di origine sumerica, dal quale probabilmente Omero stesso prese spunto, che ci aiuta a meglio comprendere ed ampliare il significato di Ade: esso è il mito di Ereshkigal il cui nome significa “signora del grande luogo sotterraneo”.
Il mito racconta di un viaggio compiuto da Inanna, per raggiungere la sorella oscura Ereshkigal all’interno del suo regno, e starle vicina nel momento di lutto per la morte del marito. Nel suo viaggio di discesa Inanna dovette passare 7 porte sorvegliate da altrettanti guardiani, e a mano a mano spogliarsi fino a rimanere nuda, di fronte alla sorella. Poiché di fronte alla verità si è nudi.
Dopo tre giorni di sofferenza, Inanna potette riprendere il suo cammino verso il mondo luminoso, portando con sé tutti i doni che aveva acquisito, di gran lunga superiori a quanto aveva lasciato.
C’è qualcosa di matriarcale ed ancestrale in questo mito e nei suoi rituali.
Ereshkigal aveva molti guardiani e schiavi, tutti maschi, ed un visir di nome Namtar, che significa destino, e tutti erano esecutori dei suoi ordini, suoi servitori.
Se per il patriarcato la morte è una violazione della vita, qualcosa da temere e a cui opporsi, per la coscienza matriarcale essa rappresenta solo il naturale continuum della vita, l’inevitabile e giusta trasformazione dell’energia. Infatti Ereshkigal dopo aver affrontato il suo lutto, onorandolo, scoprì di essere incinta.
Fu dunque con l’avvento del patriarcato e delle religioni patriarcali che l’Ade andò assumendo un carattere progressivamente più nefasto, fino a diventare un luogo di male dove regna satana.
Ciò dipende solo da una totale identificazione con Zeus e gli dei del cielo, che pone il mondo sotterraneo ad un livello inferiore, e quindi lo descrive quale luogo spaventoso anziché fonte di ricchezza(5).
Il regno dell’Ade della mitologia greca e romana, per quanto intaccato dal patriarcato, risente ancora molto della visione matriarcale, ed infatti pur nella sua qualità di sovrano del regno oscuro, Ade non ha nulla a che vedere con Satana e con l’inferno cristiano.
La morte infatti è il continuum della vita e Ade/Plutone, per quanto severo ed inflessibile, e come tale molto temuto, non è un dio del male, né ha in odio l’umanità.

LA DISCESA E L'INCOSCIO PSICOLOGICO
In termini psicologici il dominio di Plutone è l’inconscio.
L’ego è il fulcro della coscienza, ciò di cui siamo consapevoli e in cui ci identifichiamo.
Oltre il livello della consapevolezza dell’Ego vi è però l’inconscio, costituito da tutte le qualità ed elementi del nostro essere con cui non siamo ancora entrati in contatto, o non abbiamo integrato.
L’inconscio è il serbatoio dei complessi emotivi e degli impulsi primitivi soffocati, e le ombre hanno a che fare con tutto quanto è stato rimosso dalla cultura e dall’educazione, dal Super-Io.
Ma l’inconscio è anche lo scrigno delle potenzialità non sviluppate, e come tale contiene i nostri tesori nascosti.
Da qui la duplice valenza di Ade-Plutone, il cui nome significa invisibile ma anche ricchezza e potere e come tale veniva rappresentato con una cornucopia, simbolo dell’abbondanza della natura.
Nella vita come nella mitologia non è semplice accedere a questo regno.
Alcuni possono scendervi e farne ritorno, altri possono accompagnare le anime e fare da guida, altri ancora vi abitano o ci vivono periodicamente.
Per conoscerlo indubbiamente occorre effettuare una discesa, che può comportare molto dolore, ma questa è l’unica possibilità per entrare in contatto con le immense ricchezze che ivi si celano, segregate oltre i confini della razionalità.
E poiché la vita tende verso la completezza, Plutone asseconda questo impulso a rompere i limiti e gli attaccamenti dell’ego, per costringerci a riconoscere le parti di noi che sono escluse dalla coscienza.
Sappiamo bene come per diventare integri si ha bisogno anche del mondo sotterraneo, e in nome di questa completezza, Plutone ci obbliga a confrontarci con tutto ciò che si cela in noi e in particolare con i nostri potenziali inutilizzati, oppure con i nostri fantasmi rimossi(6).

PLUTONE SECONDO L'ASTROLOGIA
Talmente piccolo da far ritenere agli astronomi che non meritasse neppure lo status di pianeta(7), Plutone è anche il più lontano dal Sole (sennò come potrebbe essere il Dio delle ombre?).
Al contrario l’astrologia non ha ne fa certo una questione di massa o di peso.
Plutone è l’ultimo tra i pianeti dello zodiaco, la sua scoperta è contemporanea a quella dell’atomo (1930), e analogamente all’atomo, il suo potenziale è immenso.
Impiega circa 248 anni per compiere la sua orbita, sostando circa 20 anni in ogni segno e questo ci dà l’idea di quanto incisivi possano essere i suoi passaggi, vista la lentezza con cui si muove. Per questo fa parte dei pianeti trans-personali, quelli che determinano i grandi movimenti di massa.
Sia sul piano individuale che collettivo, esso è il grande principio di trasformazione.
Abbiamo visto come sul piano psicologico possa essere paragonato all’inconscio, la scatola nera dove sono celati i nostri più profondi misteri. Su un piano spirituale autorevoli astrologi della portata di Liz Greene non esitano a definirlo il “Sé superiore”, quella parte di noi che sa da dove veniamo e dove siamo diretti, quella parte di noi che è nascosta ed è in contatto con la Verità, la scintilla divina che c’è in noi.
Indubbiamente la sua energia ha molto a che fare con il concetto di “intento”, ovvero le nostre motivazioni profonde, ciò da cui dipende l’intero progetto della nostra esistenza.
Infatti quando Plutone non dialoga armoniosamente con il Sole o i pianeti personali (mercurio venere marte) all’interno della mappa astrale, si verifica come una dissociazione tra i propositi dell’Io e quelli del Sé, un senso di estraneità e di incapacità a sentire una vera motivazione nella vita, nelle proprie scelte, nel proprio agire.
A quel punto transiti e progressioni avranno proprio lo scopo di riconnettere l’Io al Sé, spesso attraverso processi di profonda trasformazione il cui unico obbiettivo sarà rendere l’individuo più autentico.
Plutone ha molto a che fare con quella cosa che chiamiamo “destino”, e come tale vi è un’impossibilità da parte dell’uomo a controllare questo potente dio, il quale ci ricorda la nostra natura divina ma al contempo gli unici peccati che punisce sono quelli legati all’”hybris”(8), ovvero l’orgoglio divino, rammentando a noi esseri umani che siamo tutti divini, ma nessuno è onnipotente.


IL GIUDIZIO
Nel Tartaro le anime dei malvagi sono condannate a patire un immutabile tormento per l’eternità, ma si tratta di qualcosa di completamente diverso dall’inferno cristiano.
Il tormento del tartaro infatti è raffigurato con immagini di desideri frustrati, non torture.
Nell’inferno dantesco troviamo peccatori medievali (adulteri, usurai, bestemmiatori, ecc), riflesso dell’ossessione medievale nei confronti della peccaminosità della vita e della sessualità.
Nel Tartaro i peccati di questo tipo non sono considerati tali. L’unico vero peccato di cui si viene puniti è l’hybris . Le figure mitiche che si trovano nel tartaro sono uomini e donne che si sono spinti oltre il limite, trasgredendo la legge naturale, hanno insultato Moira (9) e sfidato gli dei (hanno concupito con una dea, si sono burlati di una divinità, o hanno asserito di essere più potenti degli de)i.
Plutone infatti non è interessato a imporre la sua legge sul comportamento civile degli uomini, egli non è un patriarca (quale invece è Saturno) e non incarna una morale.
Casomai lui è un matriarca, e come tale punisce solo chi vuole sovrapporsi alla legge divina, che è la legge di natura.
Nel tartaro troviamo Sisifo, che tradì i segreti di Zeus e per punizione spinge un macigno su un monte per poi vederlo rotolare giù eternamente. Tantalo che ricerca acqua e frutta per l’eternità vedendosela negata perché ha insultato gli dei facendosene beffe. Issione ha tentato di sedurre Era e così spinge una ruota irta di serpenti. Queste sono immagini di una frustrazione, di un’umiliazione che non ha mai fine, che punisce la boria (10).
Dunque Plutone non si interessa di punire gli uomini per i peccati legati ai loro istinti (egli stesso è uno stupratore!), né per i peccati contro altri uomini.
Plutone punisce l’hybris, la mancanza di rispetto nei confronti del divino, e in particolare punisce un solo tipo di tradimento: quello a sé stessi, alla propria vera essenza.
Questo è il peccato che Plutone non perdona, e i suoi transiti saranno tanto più dolorosi e travolgenti, quanto più l’uomo è lontano da sé stesso, dal suo vero Sè.

I TRANSITI
I transiti di Plutone corrispondo spesso ad una crisi che ci mette dolorosamente in contatto con una realtà che prima stentavamo a prendere in considerazione.
La nostra natura più autentica e profonda è illimitata ed infinita, anche se ignota alla maggior parte degli individui. Quanto più si è portati a legare il proprio senso dell’identità ad elementi esterni (una carriera, un affetto, uno status), tanto più il transito di Plutone andrà a minare le nostre finte certezze, per favorire nuove e più ampie possibilità di identificazione. In qualche modo si rende necessaria
una morte dell’ego, di una parte di noi, che spesso coincide con l’immagine che conosciamo, su cui fondiamo il nostro senso di identità.
Ecco, in questo caso Plutone chiede la rinuncia agli attaccamenti negativi, quelli che impediscono all’Io di diventare veramente sé stesso.
Il mezzo più evidente usato da Plutone è la crisi di trasformazione, nella quale qualcosa deve andare perduto, deve morire in noi per fare spazio a nuovi semi che emergono, potenziali che probabilmente non potrebbero uscire, sommersi da scorie che impediscono a questi semi di germinare.
Dunque la crisi, come insegna lo Scorpione (domicilio primo di Plutone) è funzionale a far si che un vecchio io muoia per liberare un nuovo io, come accade nel mito della Fenice, che di volta in volta brucia nel fuoco da lei stessa provocato per poi rinascere dalle sue stesse ceneri e volare via nel cielo.
Quanto più l’individuo è in contatto con la sua interiorità tantomeno faticoso sarà il processo di spogliazione del superfluo.
Al contrario quanto più forte sarà la resistenza al cambiamento, tanto più il passaggio di Plutone sarà necessariamente faticoso.
In certi casi sarà necessario che Esso irrompa nella vita dell’individuo sconvolgendola completamente, come accadde a Persefone.

Il RATTO DI PERSEFONE


ratto di proserpina-valerio castello

Kore è la fanciulla spensierata che gioca in un prato con altre dee vergini, nell’abbraccio protettivo della madre. Come tale rappresenta la fase esteriore della vita, l’inconsapevolezza.
Afrodite, Dea dell’amore molto attenta agli squilibri, la trova troppo ingenua ed innocente per essere vera, e per questo decide di darle una lezione. Ordina ad Eros di colpire Plutone con una sua freccia e così questi si innamora di Kore e la rapisce, mentre lei sta cogliendo un narciso, fiore del mondo sotterraneo.
Appare evidente come fu proprio il desiderio verginale di Kore a provocare la reazione di Afrodite e quindi lo stupro di Plutone (11) .
Egli la trascina in un mondo fatto di passione, sesso e intense emozioni e lì ne fa la sua sposa.
Da quel momento la fanciulla non è più Kore, ma Persefone - “colei che ama l’oscurità”.
Liberatasi dal dominio materno, è diventata una donna con una sua individualità.
Ebbene, se in qualche modo rifiutiamo di assumere la nostra natura fino in fondo, può accadere come a Kore, che Plutone irrompa nella nostra vita con una modalità violenta.
La sua intrusione nel conscio assomiglia ad uno stupro e noi come Persefone non possiamo opporre resistenza. Vi è un senso di invasione, di penetrazione violenta, quanto necessaria per l’evoluzione dell’uomo.
Nel corso di un transito di Plutone, è possibile vivere la sensazione di sentirsi travolti da qualcosa che è completamente fuori dal controllo. Ma proprio come Persefone, possiamo scoprire finalmente chi siamo e cosa si nasconde dentro di noi, e dopo la crisi rinascere a persone nuove e più complete (12).
Plutone è fondamentalmente un’energia equilibrante
: se siamo eccessivamente identificati con il principio maschile o animus (autorevolezza affermazione di sé), esso può toglierci il potere.
Se siamo eccessivamente identificati con l’aspetto femminile, l’anima (sentimenti emozioni e relazioni affettive), Plutone può privarci di un legame, per farci scoprire la nostra vera natura. Se abbiamo sviluppato un orgoglio eccessivo, Plutone si interesserà di ridimensionarci. Se invece abbiamo incorporato troppa moralità, per effetto di un’educazione, potremmo scontrarci con modelli e opportunità completamente diversi.
Plutone è il grande vendicatore della legge di natura. Esso ci ricorda che ogni essere vivente ha un suo livello e limiti ben precisi. Se ci spingiamo oltre, Plutone attrarrà su noi le Erinni, magari attraverso una malattia che ci obblighi ad ascoltare i nostri limiti (13).

LO SCRIGNO DEI TESORI:
Abbiamo visto come Plutone si incarichi di renderci più autentici, di portarci in contatto con le nostre parti nascoste, con l’inconscio.
E l’inconscio non solo è il serbatoio dei complessi emotivi e degli impulsi primitivi soffocati, ma è anche e soprattutto lo scrigno delle potenzialità non sviluppate.
Poiché Plutone era il dio dei tesori nascosti, un viaggio in ciò che si cela dentro di noi rivelerà ricchezze segrete, di alcune delle quali non avremmo mai conosciuto l’esistenza (14). Tra questi riconosciamo in particolare:
Il potere
Il potere è un grande simbolo plutoniano, qualcosa che ha a che fare con un grande potenziale.
Il potere è un concetto molto distorto dalla morale cattolica e specialmente per una donna è molto difficile incarnare il potere, poiché è un’energia in sé stessa molto maschile. Tuttavia Plutone ci parla di un potere, e la sua posizione nel tema natale indicherà se e quanto siamo in grado di usare questo potere. Plutone chiede sempre di fare una scelta e nel fare ciò ci chiede fino a dove siamo disposti ad arrivare. La linea di demarcazione è tra il potere e l’abuso di potere. La scelta spetta all’individuo.
L'istinto creativo
L’altro grande simbolo di Plutone è la creatività, qualcosa che ci appartiene nel profondo, ma che spesso è completamente repressa, insieme a tutti gli altri istinti.
Durante i transiti di Plutone veniamo testati anche rispetto il nostro potenziale creativo, e l’utilizzo che ne facciamo. Il potenziale creativo non ha molto a che fare con il costruire qualcosa, come verrebbe spontaneo pensare. Esso ha più a che fare con l’intento, la motivazione profonda che ci muove nella vita. Tantopiù la morale blocca la nostra parte istintiva, tantomeno questo potenziale creativo avrà modo di esprimersi. Ecco che plutone si incaricherà di sprigionare questa energia, rendendola manifesta

 

A Dioniso



Ultimo tra gli dei
Venisti ai mortali
E così grande
Che antichi
Segreti racconti
Dicono ricevesti
Le chiavi del Regno

A te che sei tutto
E di tutto l’estremo contrario
Non è facile
Levare il canto
Per i molti tuoi doni
E gli insondabili abissi
Tra cui ti nascondi

In te
e solo in te
si confondono
regni lontani
quando dei
animali
e piante
e per ultimo l’uomo
si intrecciano
inestricabili
tra le onde dei tuoi capelli danzanti
al ritmo dei tuoi devoti
e dei suoni
che da sempre
abitano
il vasto universo

Certo,
compagno tu sei dei mortali
antico
quando ignari,
ancora, del fuoco
divisero la preda
esultando e,
strappate le membra,
ne divorano carni
ancora viventi

ed in cerchio danzando
levarono alte
le voci isolate
che prime
si unirono
in un unico canto

Sei tu che l’ebbrezza
del comune sentire
concedi ai viventi
che in cuore ti onorano
per il dono del vino lucente
che levando lo spirito
dalle strette di affanni infiniti
mette le ali alle dolci
ingannevoli attese

Perché implacabile
la tua vendetta
cade
sulla mente
oscurata dalla folle ambizione
di non celebrare
le tue danze notturne
e la perdita del senno
che solo varco ai mortali
è dato per accedere
agli dei
nascosti ben oltre
gli angusti pensieri
della luce del giorno

Tu che radici
hai profonde
nella oscura
nell’umida terra
tu parimenti
nell’alto del cielo
scagli le gemme
dei fruttiferi rami
e col canto ispirato
di poeti
che del tuo sangue
si nutrono
scandisci il duro cammino
perché si sciolga
in amabile danza

Tu della vita
ci conduci ai confini
dove la nera soglia
delle tue grandi pupille
ci invita
con riso dolente
ad inoltrarci
in oscuri sentieri
che non hanno ritorno
se la dolce promessa
del tuo eterno rinascere
non ci accompagna
più amica

Hermes - Mercurio: il fanciullo divino dell’Olimpo e dello Zodiaco.
di Manuela Caregnato



Hermes (che i romani chiamarono Mercurio) è il giovane dio greco messaggero degli dei, da cui prende il nome (e tutto il simbolismo) il pianeta Mercurio.
Protettore dei mercanti, del commercio, degli atleti ed anche dei ladri, il mito ci racconta di una figura divina molto diversa dalle altre, e decisamente più divertente.
Numerosi sono i racconti dove spiccano l’arguzia ed il notevole senso dell’umorismo di Hermes, qualità che lo resero particolarmente amato anche dallo stesso padre, Zeus. In altri racconti risulta una figura secondaria, ma al contempo cruciale nei momenti più importanti.

Astrologicamente, Mercurio rappresenta le facoltà intellettive, la curiosità di conoscenza, la comunicazione e il suo regno è la mente, il pensiero.
È la funzione intellettiva, che ha a che fare con la razionalità ed in sé stessa è essenzialmente amorale.
Da ciò derivano l'astuzia, il calcolo, l'opportunismo, ma anche il senso dell'umorismo, ed un distacco dalle cose e dai sentimenti che favorisce lo spirito critico.

Le sue sedi all'interno dello zodiaco sono nel segno dei Gemelli, della Vergine e dello Scorpione (dove è esaltato).
In esse leggiamo i vari passaggi che cogliamo nel mito, dalla superficialità dell'aria, alla capacità di sintesi della terra, alla profondità dell'acqua.


Di seguito riportiamo i racconti più importanti, ed i collegamenti ai relativi simboli astrologici.

Le caratteristiche


Occhi vispi e curiosi, il dio nasce già fanciullo e tale rimane, poiché Mercurio ha a che vedere con la freschezza, l’incoscienza, la giocosità e tutte le caratteristiche, più o meno buone, di quella fase della vita che chiamiamo giovinezza.
Egli indossa sandali alati, un cappello a falda larga (che può renderlo invisibile) e una verga d'oro con serpenti intrecciati (con cui può addormentare o risvegliare gli umani).
E' dunque una specie di folletto, dotato di poteri un po' magici.

La nascita

La sua nascita è frutto di uno dei tanti amori extraconiugali del prolifico Dio degli Dei, che innamoratosi della ninfa Maia, le fece numerose visite notturne, come narra il quarto inno omerico …
" lui, il rapido messaggero degli dei, nato da Maia,
che in amore si diede a Zeus, la ninfa dalle trecce stupende.
Era onesta e stava lontana dalla compagnia degli dei,
abitava in grotta ombrosa, dove spesso di notte
il Cronide veniva a trovare la ninfa dalle trecce stupende,
mentre Era s'abbandonava al dolce sonno"

L’invenzione della lira

E’ al mondo solo da poche ore e subito dà prova della sua vivacità e inquietudine: la madre lo lascia dentro la culla ed esce, e lui si alza immediatamente e comincia a guardarsi intorno, dando subito prova della tipica curiosità mercuriale.
Esce e la prima cosa che incontra è una tartaruga, con cui subito inizia a dialogare, e a chiedere di tutto (dove vai, perché vai così piano, perché ti porti la casa appresso, ecc.). Poi la uccide e con il guscio ne fa una cassa armonica, la copre di pelle di bue, aggiunge due bracci fatti con corna d'ariete, tende su tutto delle corde fatte di budella di pecore ed ecco inventata la lira, probabilmente il primo strumento musicale.
Hermes è curioso, comunicativo, sa subito trarre profitto dalle situazioni, ma come risulta evidente dal racconto, l’etica non è il suo forte, e neppure la sensibilità.
Infatti Mercurio è un pianeta d’aria, e come tale si incarica di comunicare, di interagire, stabilire contatti, ma non di “sentire”, qualità che appartiene all’elemento acqua.

Il furto delle mucche di Apollo
Con l’inquietudine che lo caratterizza, Hermes fa una passeggiata e arriva su un altopiano sotto il quale c’è una radura dove pascolano le mucche di suo fratello Apollo. Subito gli viene in mente di giocargli uno scherzetto: fascia tutti gli zoccoli delle mucche, le fa camminare all’indietro e le chiude in una grotta cancellandone tutte le impronte con le frasche. Si chiude nella grotta anche lui e inizia a ridere pensando alla faccia di Apollo quando si sarebbe accorto.
Non contento, gli viene in mente di fare uno scherzo a tutti gli dei, e così ruba il cinto magico di Afrodite e la folgore di Zeus e poi divertito osserva gli Dei che litigano tra loro.
Quindi ritorna a casa, la porta si è chiusa ma lui si trasforma in fluido (la capacità di trasformazione, il principio di alchimia mercuriale) ed entra infilandosi nella culla,
come un bambino innocente.
Ma la vigile mamma subodora l'imbroglio e gli predice un sacco di botte da parte di Apollo. Lui, sgranando gli occhi, finge di non sapere nulla.
Intanto Apollo, accortosi della sparizione della mandria, ma fuorviato dal trucco di Hermes, si arrovella per venire a capo dell'enigma, finché non viene messo sulla traccia giusta da un vecchio contadino che ha visto passare il piccolo Hermes con le bestie. Apollo si precipita alla grotta di Maia, ma Hermes ha nascosto tanto bene i capi di bestiame che Apollo non riesce a produrre le prove del reato. Infine Apollo, esasperato dalla sceneggiata del fratello, strappa Hermes dalla culla e lo porta sull'Olimpo, dove al cospetto di Zeus rinnova furente le sue accuse contro il neonato fanciullo che insiste a protestarsi innocente.
La scena ha del comico e infatti Zeus sbotta in una sonora risata, ma impone a quel piccolo manigoldo di restituire ad Apollo la mandria. Siccome davanti all'onnipotente Zeus non si può mentire, Hermes porta Apollo al nascondiglio dei buoi, ma astutamente fa come per caso intravedere la cetra ad Apollo, il quale ne rimane talmente entusiasta che in cambio di essa lascia ad Hermes la mandria. Anzi, va ancora più in là, e gli promette eterna amicizia. Prima però, per precauzione, gli fa promettere con un solenne giuramento che mai più gli avrebbe rubato qualcosa di suo. Con Hermes non si sa mai, meglio andare sul sicuro!
In questo divertente racconto mitologico si colgono numerosi simboli e funzioni del pianeta: Hermes prima di tutto non si lascia sfuggire le occasioni, le coglie al volo, con una rapidità sorprendente, ed ha una notevole capacità di negoziazione, come dimostra lo scambio con Apollo.
Appare evidente come la destrezza mercuriale, il furto, non è qualcosa che nasce da una reale progettazione, ma da uno sfruttamento dell’occasione, specie se non c’è dietro una grande struttura etica.
Leggiamo poi la funzione dell’adattamento, perché nel mitologico furto agli dei c’è la metafora di prendere qualcosa da ognuno di loro, che è una capacità tipicamente mercuriale: l’adattarsi alle circostanze.
Anche la bugia, specie quella legata la divertimento, non tanto alla falsità (che è più plutoniana) è una cosa tipicamente mercuriale.
Il prendere in giro, prendersi gioco, degli altri, di sé stessi e un po’ anche della vita. La capacità di sdrammatizzare, quella cosa che tante volte aiuta a risolvere i problemi, semplicemente osservandoli da un’altra angolatura, da una prospettiva più distaccata, per scoprire che si può prendersi un po’ meno sul serio, si può persino ridere di noi, e giocare, come fanno i bambini, per i quali tutta la vita è gioco.

Dio degli oratori
Per volgere un'occasione a proprio profitto, occorre spesso avere una facile parlantina. Perciò, Hermes è anche il patrono degli araldi, imbonitori e oratori e aiuta sotto questo profilo mercanti e innamorati, magari non sempre sinceri!
È Hermes che a Pandora "infuse in petto l'eloquio brillante, le menzogne e gli astuti discorsi, giusta il volere di Zeus dal cupo fragore e infine le diede voce l'Araldo divino" (Esiodo, Le opere e i giorni, 77 e ss.).
Hermes ha anche qualcosa di magico: possiede la cappa che lo rende invisibile, la bacchetta magica che addormenta o risveglia gli uomini, nonché i calzari alati.
Egli giunge come uno spirito: improvvisamente è presente. "È entrato Hermes" si soleva dire quando in una riunione calava un improvviso silenzio.
In considerazione delle sue qualità magiche da un lato e della sua destrezza dall'altro, si finì per ascrivere ad Hermes l'invenzione dell'alfabeto, dei pesi e delle misure.
Non c'è dubbio che una delle più importanti funzioni mercuriali è la comunicazione, dunque l'oratoria, ma anche la scrittura, il linguaggio ed ogni forma di comunicazione verbale e non, senza trascurare il gusto per il pettegolezzo!

Dio della soglia
Accade in seguito che Zeus si rende conto che non può seguire tutti i suoi regni e tutte le diatribe tra gli dei, e così decide di concedere ad Hermes la possibilità di spaziare tra i vari suoi regni. Per questo egli diventa re dei confini, che lui è l’unico a poter superare. Allo stesso modo diventa Dio della soglia e signore di tutte quelle fasi della vita in cui siamo ad un passaggio, per esempio da bambino ad adulto, come se si fosse su un ponte.
A Hermes erano dedicate lungo le vie e sui crocicchi le Erme, colonne quadrangolari portanti in cima la sua testa. In origine si trattava di mucchi di sassi, ai quali ogni viandante ne aggiungeva uno; la colonna al centro era in principio un simbolo fallico, ma piuttosto come segno di potenza che di fecondità (per quanto Hermes s'interessasse ad amori e amanti, non lo faceva sotto l'aspetto puramente sessuale, ma per combinare i casi).
Ma quei mucchi di sassi avevano anche uno scopo pratico: indicavano la giusta via e indicare la via è un altro dei compiti di Hermes.
È Hermes che accompagna Priamo attraverso le linee greche quando questi si reca da Achille per implorarne la restituzione della salma di Ettore.
È lui che dà utili informazioni ad Ulisse, quando questi si precipita da Circe per vendicare i compagni.
È nuovamente lui che porta Era, Atena e Afrodite da Paride affinché aggiudichi il pomo alla più bella.
Va detto che Hermes era anche un estimatore del bel sesso; infatti quando Efesto intrappolò Afrodite ed Ares dopo averli colti in frangrante, esponendoli alla pubblica gonia, tutti gli dei e le dee (specialmente Era!) si dimostrarono indignati di fronte al divino tradimento, mentre Hermes fu l’unico che, indicando Ares disse: Beato lui, quanto vorrei essere al suo posto! Si racconta che Afrodite, apprezzando questo complimento, si sia poi concessa ad Hermes e ne sarebbe nato l'Ermafrodito.
Nel divino incarico di indicatore delle vie e di messaggero cogliamo la funzione mercuriale di comunicatore. Mercurio infatti mette in comunicazione con l'altro da sè, ma fa da ponte anche tra l'Io ed altre istanze quali il Super-Io e l'inconscio. Allo stesso modo mette in comunicazione la nostra funzione razionale con quella intuitiva e creativa.

Guida delle anime
Hermes è però anche colui che accompagna le anime dei morti all'Ade, meritandosi per questo l'epiteto di Psicopompo ("accompagnatore, guida delle anime").
Anche in questo caso la sua funzione è doppia: riaccompagna quei pochi che hanno avuto il permesso di ritornare alla luce, come Persefone o Euridice.
Per la sua dimestichezza con gli Inferi è chiamato anche Ctonio.
Di fatto egli è l’unico cui è concesso di scendere nel regno di Ade, per portare la parola di Zeus e riportare le impressioni, poiché Zeus legiferava ma non conosceva le reazioni a ciò. Per cui attraverso Hermes, Zeus acquisisce molta più saggezza, perché integra alle sue capacità anche la visione del dettaglio mercuriale.
Si crea dunque questo scambio tra i due mondi che rappresenta la vera funzione mercuriale di interazione tra le diverse nostre parti.
La sua funzione di accompagnatore nel regno degli inferi, insieme a Persefone, ne racchiude il simbolismo di psicopompo, ossia colui che ti accompagna nel profondo per trovare ciò che in superficie non si trova.

I suoi figli
Dal momento che Hermes era uno sfruttatore delle occasioni propizie, non deve meravigliare il fatto che generò numerosi figli senza mai contrarre matrimonio. In genere i suoi figli gli somigliano: Autolico è un ladro e spergiuro matricolato, che per di più rende invisibile quanto tocca (ma, forse, non è che un'allusione alle sue mani lunghe); Mirtillo per una notte d'amore è pronto a tradire il suo padrone; Echione fa l'araldo degli Argonauti. Altri figli di un certo rilievo sono Eudoro e Dafni.
Dall'incontro con Afrodite nacque invece l'Ermafrodito.
l mito di Ermafrodito propone la fusione degli opposti, tema tanto caro al mercuriale segno dei Gemelli.

Conclusioni
Appare evidente dai racconti mitologici che lo riguardano, che Hermes ha un che di estraneo alla cerchia degli dei olimpici.
Come dice Omero si alzò al mattino, appena nato e subito costruì la lira con il guscio di una tartaruga. La stessa sera rubò i buoi del divino fratello Apollo.
Egli è il Briccone divino, cui sono concesse cose che a nessun altro verrebbero perdonate. Infatti gli altri Dei, Apollo compreso, lo considerano una simpatica canaglia e non lo puniscono, riconoscendo in lui più la voglia di scherzare che quella di fare danni.
Mercurio è maestro nella capacità d'improvvisare, e di adattarsi all'ambiente circostante secondo la legge del vantaggio egocentrico, come i bambini.
Nella sua prima sede, Gemelli, lo vediamo infatti incarnare in toto il simbolismo del Puer, il piccolo che non cresce, dotato di ali con cui si muove bene nell’aria ma quando scende a terra è claudicante. E' un fanciullo versatile, vivace, molto astuto, dotato di grande capacità di pensiero e di apprendimento rapidissimo, ma la mancanza di terra rende difficile l'impatto con la realtà, che è sempre deludente. La mente del Mercurio in Gemelli infatti è rapida, acuta, sempre in movimento, ma ha difficoltà nel trattenere le cose, nell’elaborazione e nella memorizzazione.
In Vergine invece è proprio questo che acquisisce, poichè è costretto a scendere a terra.
Qui le sue potenzialità vengono raffinate, è costretto ad approfondire, a far funzionare le cose insieme, come vuole la Vergine. Se in Gemelli nulla può essere trattenuto, qui non si butta niente e mercurio diventa selettivo al massimo, discriminante ed anzi addirittura deve imparare a lasciare andare ciò che non serve davvero. Qui nella sua sede in vergine acquisisce l’importantissima funzione di mettere insieme la mente con il corpo per farli funzionare entrambe, in armonia.
E' qui che acquisisce il Caduceo mercuriale, ossia la verga sacra attorno a cui sono avvolti due serpenti, che ha il potere di addormentare o risvegliare i mortali.
Il Caduceo è l'emblema dell'equilibrio tra istinto e ragione. E' qui che assume le sue qualità di intermediario e realizza il compito di messaggero tra gli dei e gli uomini.
Qui l'intelligenza si fa logica e il Puer assume le qualità di saggezza del Senex (Saturno), da cui acquisisce consapevolezza e capacità di approfondimento.
Il terzo passaggio di Mercurio è in Scorpione, dove il pianeta si trova in esaltazione. Ed è qui che fa il grande salto di qualità: dopo aver unito il sopra con il sotto, inizia a prendere in considerazione che queste cose non sono separate.
Qui incontra Ade (Plutone), e scende nelle profondità per poi risalire, assumendo la funzione di psicopompo, ossia colui che coglie i contenuti dell'inconscio profondo per
portarli a galla, a livello di coscienza, affinchè possano essere elaborati.
Il Mercurio in Scorpione infatti è un investigatore che scava per scoprire la verità, senza mai fermarsi alla superficie delle apparenze.
Qui perde alcune caratteristiche che prima aveva, tra cui la capacità di comunicare all’esterno, ed è più attratto dalla comunicazione interiore.
Diventa uno stratega, un giocatore di scacchi che tende a indagare nell’altro senza voler essere scoperto.
Acquisisce anche una memoria infallibile, purtroppo sintonizzata soprattutto sui dolori, che non riesce a dimenticare, tantomeno a perdonare.
Queste sono le tre sedi principali di Mercurio: Gemelli, Vergine e Scorpione. Al di là di esse, a seconda del segno in cui si troverà, e della sua posizione all'interno del tema oroscopico, questo pianeta ci informerà sul modo in cui la persona esprime le sue funzioni intellettive, sul suo grado di adattabilità, sulla qualità della sua comunicazione sia interiore che rivolta all'esterno, mentre gli aspetti con gli altri pianeti metteranno in luce eventuali capacità o blocchi che rendono più o meno agevoli le importanti funzioni di questo pianeta che è al servizio del Sole, ovvero dell'Io.

 

LUGH




L'antico nome Lugus sembra significhi “lucentezza, illuminazione”, e, sebbene ciò sembra ricollegarsi puramente alla stagione del raccolto (Lughnasad è la festa dedicata a Lugh, agli inizi di agosto, con il raccolto del grano), è connesso anche a tutte le capacità della mente umana.
Lugh è legato all'intelligenza, a come essa porti alla supremazia della mente sui problemi.
Mentre Brigit, la Musa, procura l'energia pura necessaria per lo sforzo creativo, Lugh, l'artista perfetto, sa come forgiare tale energia.
Lugh è esperto in tutte le arti, dalla poesia alla metallurgia, dall'arte della guerra alla musica.
Molti luoghi dedicati a Lugh nell'Europa centrale e occidentale testimoniano l'importanza del dio tra i Celti (diversi luoghi venivano chiamati Lugudunon, “il forte di Lugus”, cioè Lugh) come fra gli irlandesi.
Lugh era la divinità più diffusa nelle Gallie, testimoni ne sono le 27 città in Europa che da lui prendono il nome, le oltre 500 iscrizioni votive e più di 350 monumenti a lui dedicati; cifre che non hanno riscontro in nessuna altra divinità. Fra gli esempi troviamo: Lione e Loden in Francia, Liegnitz in Polonia, Leiden in Olanda, Lugos in Spagna e Lucca in Italia

I miti
Dovevano esistere diverse variazioni locali della storia di Lugh, che purtroppo sono state dimenticate (nonostante ciò alcuni frammenti di tali storie sembrano essere sopravvissuti attraverso altri personaggi, come nel caso della storia di “Jack il Calderaio” della Cornovaglia). La nascita di Lugh avviene in un periodo di tensioni e pericoli. Il dio è figlio di Cian, figlio di Dian Cécht, e di Eithne, figlia dell'invincibile campione Balor, colui il cui occhio inceneriva tutto ciò su cui si posava. Lugh rappresenta la possibile riconciliazione tra Danai e Fomori (tra saggezza e forze del caos). Poiché la sua esistenza è un pericolo per Balor (secondo una profezia sarebbe stato ucciso dal nipote), appena nato viene nascosto e, come Mabon, svanisce dalla terra ed è ospitato da Manannàn Mac Lir, custode delle profondità marine, dove apprende l'arte della poesia.

Secondo la tradizione irlandese, egli è figlio di Arianrhod, la Dea Bianca, e di Gwyddyon, suo fratello.
La madre irata per questa nascita non gradita getta tre geasa (divieti) sul bambino il quale non poteva:
- avere un nome finchè non gli lo avesse dato lei stessa;
- impugnare le armi finchè non fosse stata lei a dargliele;
- avere una donna umana;
tre divieti atti a escludere la sua stessa esistenza.
Il padre Gwyddyon si prende a cuore le sorti del figlio/nipote, quindi decide di aiutarlo; per fargli avere il nome si trasforma in un ciabattino e obbliga con l’inganno Arianrhod ad andare in spiaggia a provare delle scarpe, ma lì vi era anche il giovane Lugh ancora senza nome, il quale vedendo uno scricciolo appoggiarsi sull’albero della nave, scagliò una freccia che andò ad inserirsi tra osso e tendine.
La madre stupita da tanta bravura esclamò:
“Il Leone ( Lleu ) ha la mano ferma (Llaw Gyffes )”, che rimarrà il suo nome.
Per ovviare al secondo geis, di fondamentale importanza per un celta, Gwyddyon utilizzando le sue arti magiche fece credere ad Arianrhod che il suo castello fosse sotto assedio, presa dal panico chiamò a sè i presenti dandogli le armi per la difesa; si presentò a lei anche il giovane L.L.G., così camuffato da non essere riconosciuto e ricevere anch’esso le armi.
Per infrangere il terzo divieto non serviva un consenso della madre, quindi Gwyddyon con l’aiuto di un altro zio del ragazzo, Math, crearono mediante la magia una donna, la più bella che si fosse mai vista, nata da una serie di fiori, il suo nome è Blodeuwedd.

Come figlio di Cian e di Eithne, una volta cresciuto, Lugh reclama il suo posto a Tara, tra i Tuatha Dé Danann. Come membro dei Danai, partecipa alle lotte contro i Fomori e alla fine distrugge l'occhio del nonno Balor. I Fomori non sono più invincibili e il raccolto è al sicuro.
La vicenda è la seguente: Balor re dei Fomori, radunò un grande esercito per invadere l’Irlanda, i tuata de Danann, consci del pericolo imminente erano radunati a Tara per festeggiare il ritorno al trono del re Nuada (che per diverse vicende aveva dovuto cedere ad altri il suo posto), ordinando al portinaio di non far entrare nessuno che non fosse eccellente in almeno un’arte.
Si presenta alla porta Lugh chiedendo di entrare; alla domanda del portinaio sul quale sia l’arte che domina egli rispose falegname; ma la risposta fu negativa in quanto vi era già un altro falegname.
Lugh non si arrese e provò con fabbro, ma l’esito fu uguale; il giochino andò avanti e Lugh enunciò di essere un uomo forte, un arpista, un poeta, un eroe, un mago, un dottore, uno studioso di storia, un coppiere e un maniscalco; alla fine manda a chiedere al povero portinaio se vi fosse in sala qualcuno che possedesse tutte queste qualità.
Lugh venne fatto entrare e fu messo alla prova per stabilire se fosse vero che possedeva tutte queste qualità; per dimostrarlo avrebbe dovuto superare tre prove, una per ogni manifestazione dell’Awen, ovvero Skiant ( conoscenza e saggezza), Nertz (forza e potere), Karantez (amore e produttività), manifestazioni che si esprimono nella società, sia umana che divina, come Druidi, guerrieri e artigiani.
Come prima prova avrebbe dovuto giocare a fidchell, una sorta di gioco degli scacchi il cui nome significa “ la saggezza del legno”, prova in cui sconfisse lo stesso Nuada, superando così la prova relativa a Skiant/saggezza;
per la seconda prova riguardante Nertz/forza se la dovette vedere direttamente con Ogma, il campione dei Danann, il quale scagliò una grossa pietra al di fuori della fortezza, ma Lugh la riprese rimettendola apposto;
per la terza prova si cimentò nell’arte dell’arpista, cimentandosi in tutte e tre le arie della tradizione Bardica; sonno, tristezza e gioia, riuscendo il primo giorno a far addormentare tutti i presenti, il secondo a farli piangere ed il terzo a farli ridere gaiamente; superando così le tre prove venne dimostrato che egli era contemporaneamente un Re, un guerriero ed un druido.
Nuada stesso gli lasciò il trono in modo da guidare la battaglia contro i Fomori, vietandogli però di parteciparvi in quanto era troppo importante e non si poteva permettere che potesse perire.
Fu così che venne circondato da nove guardiani, ma ovviamente fu tutto inutile, utilizzando la magia si tramutò nel proprio auriga eludendo così la sorveglianza e gettandosi nella mischia, dove iniziò a girare intorno al nemico saltellando su un piede solo, con un occhio chiuso ed uno aperto intonando incantesimi.
Il combattimento terminò con la vittoria dei Danann quando Lugh compì l’ultima impresa; colpì con la fionda Balor uccidendolo, esattamente ciò che la profezia aveva predetto al capo dei Fomori e per la quale tentò di uccidere il Luminoso alla nascita.

Come Odino nella mitologia norrena, Lugh possedeva dei corvi profetici secondo le fonti più antiche. E di Odino condivide molte delle carattersitiche
I Romani lo associarono a Mercurio (ciò si ritrova nel De bello gallico di Cesare) e ad Apollo-Febo.


L'archetipo maschile
Lugh, dio del sole, della luce e del cielo trasmette del maschile la dimensione strutturalmente verticale Lugh, Law è l'uccello rapace, corvo o aquila, che si alza in volo verso il cielo.
Lugh è anche l'eroe salvatore, colui che porta il lieto fine.

Della dimensione verticale del maschile, Lugh incarna il collegamento fra forze del caos - dell'ombra - e forze dell'ordine - della luce. Egli è infatti per metà appartenente ai Fomori, i quali rappresentano le forze del caos, il disordine o come forze oscure, spesso rappresentati come demoni; ma per l’altra metà è un de Danann, popolo giunto dal nord esperto nella magia, popolo di druidi saggi ed esperti nell’arte.
Il suo movimento, la spinta del maschile, è verso l'alto, verso il sole, verso l'altezza, l'ideale. La forza del fuoco alchemico, quando l'ombra, la nigredo, si fa sfavillante rubedo.

La ricerca della luce, così caratteristica dell'eroe nel suo salire verso l'alto, lo obbliga però al confronto con il rischio del volo: il trascurare troppo - o troppo presto - l'ombra, l'oscuro che viene dalla terra.
Quando Lugh riesce a superare la maledizione della madre che lo condanna a non avere sposa - che peraltro è la tipica maledizione materna: impedire al figlio di avere relazione con un 'vera' donna - e ottiene Blodeuwedd grazie all'aiuto dello zio. ella è però l'amante del signore delle tenebre. E a quest'ultimo ella rivela il momento in cui Lugh è vulnerabile, quand'egli è per così dire impigliato troppo vicino alla terra, i capelli catturati da un ramo di quercia. Tale momento corrisponde al momento di incontro con l'ombra del principio solare, cioé al solstizio d'inverno, quando il sole, più vicino alla terra, perde la sua forza.
Lugh-Llew viene quindi ferito, all'inguine, dal dio delle tenebre. La ferita archetipica del maschile, che richiama la castrazione. La ferita al luogo da dove l'energia del maschile proviene.
Llew però non cade a terra, dal momento che la quercia lo tiene sollevato per i capelli; lancia un altissimo grido e lo zio accorre, trasformandolo nell'aquila che sale nel cielo, dove la sua guarigione avviene lungo un sentiero che diverrà per questo la via lattea.

Al maschile, nel luogo del pericolo, nel momento della ferita, è necessaria una forza maschile. E due sono i maschili che salvano Llew: la quercia, la vecchia quercia, l'albero che incarna forza, potere, regalità e potenza nel collegamento fra la terra e il cielo, che gli impedisce di cadere del tutto, che gli garantisce la sopravvivenza, e la guida magico-guaritiva dello zio, il maschile che lo rende capace di alzarsi in volo per poi guarire.
Quel volo che è distacco, condizione talvolta necessaria al maschile per guarire, possibilità di una vista più ampia, dello sguardo che riconosce dall'alto le trame, ed èinsieme spinta vitale, espressione del fuoco creativo e innalzante che appartiene alla sua essenza di luce.
Ed è il suo grido altissimo a permettergli di accedere a ciò. Quando il maschile si permette il grido, allora accede alla sua forza.

Il superamento dei divieti materni porta Lugh ad incarnare i tre aspetti costitutivi dell'identità maschile: il nome, le armi e la donna. In tutti e tre gli ambiti è il maschile la risorsa per lui, l'aiuto di cui ha bisogno per conquistare se stesso. Ma è la donna, la relazione col femminile, il luogo dove si scontra con il pericolo più alto, con la ferita più profonda.

 

PAN: il Dio della natura selvaggia
di Mauro Melon

Il dio Pan è una divinità ellenica, parte uomo e parte capra, che il mito vuole figlio di Zeus e della ninfa Callisto, mentre un’altra versione lo vuole figlio di Penelope e di tutti i suoi pretendenti, con cui avrebbe avuto rapporti durante l’attesa del marito. s
Secondo Omero, infine, la versione più accreditata: nato dall’unione di Hermes e della ninfa Driope, ninfa della quercia; la madre lo abbandonò subito dopo la nascita poiché il suo aspetto era talmente brutto che ne rimase terrorizzata; Hermes allora lo raccolse e, dopo averlo avvolto in una pelle di lepre, lo portò sull’Olimpo per far divertire gli dei, causando così l’ilarità di Dionisio, che lo accolse nel suo seguito.

È raffigurato con gambe e corna caprine, con zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, con due corna in fronte, il naso schiacciato, il volto ornato da una barba caprina e dotato di un’espressione terribile, a dispetto della quale Pan è un dio gioviale e generoso, sempre pronto ad aiutare quanti chiedono il suo aiuto.

Dio solitario, non risiede sull’Olimpo ma vive specialmente nei boschi e con la sua voce spaventosa incute in chi ode una grande paura, che da Pan prende appunto il nome di timor panico.
Racconta Plutarco che sotto il regno di Tiberio, un vascello romano si trovò a passare nei paraggi di un’isola del mar Egeo, quando il vento cessò improvvisamente e nel silenzio si udì una voce gridare: "Il Grande Pan è morto". A quella notizia da ogni parte dell’isola scoppiarono pianti, gemiti e singhiozzi di cui non si seppe mai la provenienza.
Pausania scrive che i Galli, saccheggiando la Grecia, videro nel tempio di Delfo la statua del dio Pan, e ne furono talmente spaventati che fuggirono.
Un altro tratto caratteristico di Pan è che non sopportava di essere disturbato durante il suo riposo pomeridiano, e se ciò accadeva emetteva urla terrificanti che scatenavano appunto il timor panico.

Il nome Pan sembra derivare dal greco "paein" (pascolare): in Grecia la sua provenienza era l’Arcadia, dove possedeva le greggi che pascolava, pur essendo un dio vagabondo senza una dimora specifica; pertanto è il dio dei campi, delle selve e dei pascoli (specialmente nell’ora meridiana), e più in generale della pastorizia ma presiede anche alla sessualità, che in lui ha una connotazione nettamente maggiore che presso gli altri dèi: sempre a caccia di ninfe, ma amava tranquillamente anche uomini, come il pastore Dafni cui insegnò a suonare il flauto; i racconti che lo legano alle ninfe ed alle loro eventuali trasformazioni per sfuggirgli sono molteplici, il più famoso riguarda la Ninfa Siringa.



James Hillman, lo psicologo americano, sostiene che Pan è l’inventore della sessualità non procreativa, e gli attribuisce il ruolo di dio della masturbazione: nel libro "Saggio su Pan" Hillman traccia un contrasto netto tra la figura di Pan e la figura di Cristo.
Un altro significato di “pan” è “tutto”, letteralmente perché secondo il mito greco Pan era lo spirito di tutte le creature naturali, e questa accezione lo lega alla foresta, all’abisso, al profondo, quindi anche alle grotte, alle cime dei monti ed alle balze montane; è in definitiva il dio dell’origine della vita e della vita stessa, secondo le teorie degli stoici che ne fecero l’incarnazione della vita universale.
Il suo legame con la terra ed i campi lo lega anche alla luna ed alle forze della grande Madre; in un mito riportato da Virgilio nelle Georgiche viene raccontato come riuscì a sedurre Selene.
Pan veniva spesso identificato dai latini con Faunus e Silvanus, dèi delle foreste e degli animali selvatici.

Il flauto di Pan



Il mito narra del suo amore per diverse ninfe:
Eco, Eufemie, Pitis; tuttavia il suo amore più celebre fu per la Naiade Siringa: Pan se ne innamorò, ma lei lo eludeva scappando, arrivata sulle sponde del fiume Ladone si gettò in acqua, pregando di essere trasformata perché il dio non la potesse riconoscere; Siringa diventò una canna, che in mezzo ad altre in una palude era indistinguibile. Il vento sibilava attraverso il canneto, e Pan fu incantato da quel suono, pertanto tagliò una canna in setto –o nove- pezzi di lunghezze diverse che unì tra loro con cera e spago, a formare quello strumento che tutt’oggi si chiama Flauto di Pan o Siringa.

La lotta contro Tifone
Un altro ruolo importante di Pan fu la sua partecipazione alla lotta degli Olimpi contro Tifone, un mostro generato da Gea e Tartaro, dotato di ali, cento teste, occhi terrificanti e voci spaventose che uscivano da cento bocche e con la parte inferiore del corpo avvolta in due gigantesche spirali serpentiformi; Tifone entrò in competizione con Zeus per il dominio del mondo, e gli déi nel vederlo fuggirono terrorizzati in Egitto, dove si nascosero assumendo le forme più svariate: Zeus divenne un ariete, Era una vacca bianca, Afrodite si trasformò in un pesce, Ares in un cinghiale, Apollo in un corvo, Artemide in un gatto, Hermes in un ibis (l’animale di Toth, il suo corrispondente egizio), e Dioniso in una capra.
Pan trasformò solo la sua metà inferiore nella coda di un pesce e si nascose in un fiume.
L’unica che non si nascose fu Atena, che denigrando gli altri dèi convinse Zeus a dar battaglia a Tifone. Zeus ebbe inizialmente la
peggio: Tifone lo avvolse con le sue spire e gli recise i tendini di mani e piedi, e lo rinchiuse in una grotta della Cilicia. Pan spaventò il mostro con un tremendo urlo, ed Ermes gli sottrasse i tendini di Zeus che, recuperate le forze, si lanciò su un carro trainato da cavalli alati contro Tifone, bersagliandolo di fulmini e riuscì ad ucciderlo in Sicilia, seppellendolo sotto l’Etna. Da allora il vulcano rivomita periodicamente i fulmini che avevano colpito il drago. Zeus premiò Pan trasformando il suo aspetto ibrido di pesce e di capra in una costellazione, il Capricorno. In questo mito troviamo un altro elemento interessante: la fuga panica come reazione protettiva; protezione per sé stessi, certo, ma sempre un’azione che permette poi di portare aiuto a chi di protezione ha ancora bisogno. L’aspetto protettivo della natura in Pan si rivela oltre che nel suo ruolo pastorale anche nella sua posizione nel seguito di Dioniso, dove Pan porta lo scudo del dio nella marcia verso l’India.

Le forze naturali



Miti e tradizioni legati a Pan possono essere tra quelli che hanno dato origini alla stregoneria, giacché il dio è connesso con la fertilità dei campi, i cui rituali potevano essere anche orgiastici, oltre che essere connesso con la Luna e la Grande Madre.
Pan rappresenta la Natura in toto, nel bene e nel male, senza nessuna connotazione di stampo manicheistico; è in definitiva una forza grezza della natura, un essere neutrale che può originare creazione come distruzione, al pari di molte altre divinità primordiali come l’indiana Kali Ma, ad esempio.
È interessante notare che la fonte omerica ci dice che appena nato fu avvolto dal padre Hermes in una pelle di lepre e portato sull’Olimpo, dove Dioniso lo accoglie con gioia:
la lepre è un animale sacro ad Afrodite, ad Eros, alla Luna e facente parte del mondo dionisiaco:
l’avvolgere Pan con una sua pelle significa che egli stesso era pienamente parte di questo universo; la paternità di Hermes, e la sua protezione (è lui che lo avvolge nella pelle), danno alle azioni di Pan la connotazione di azioni ermetiche, simboliche, dai messaggi nascosti insomma; la reazione di Dioniso quando le vede testimonia la grande simpatia tra questi due dèi: con essi forma una sorta di triade ideale.
Il collegamento con la Luna diventa evidente nel mito della seduzione di Selene: seduzione che operò con l’inganno (tratto caratteriale tipico di Hermes), poiché la dea lo rifiutava. Pan usò un trucco, e nascose il suo ispido pelo caprino sotto un velo candido, oppure sotto il vello di un agnello; così mascherato la dea non lo riconobbe, ed acconsentì a salirgli in groppa, e il dio poté finalmente possederla: sembra un chiaro riferimento i riti orgiastici ed ai Sabba pagani celebrati a Beltane.
Sempre in tema di rito orgiastico, si narra che Pan si accoppiasse con le Menadi (probabilmente con tutte), le quali erano le sacerdotesse del Dio, cosa che ci riconduce a quanto appena detto:
Pan è quindi il Dio-Capro delle streghe, la personificazione di ciò che è completamente naturale, di quell’istinto che è l’urgere della natura, e ben si abbina con Dioniso che impersona il potere della forza produttiva della Natura.

Il bimbo abbandonato
C’è un altro aspetto di Pan su cui può essere interessante soffermarsi: la solitudine; fin dall’inizio, da quando venne abbandonato dalla madre, Pan è solo. Hermes lo porta in cielo, ma lo presenta come una cosa buffa, e gli chiede di non far sapere troppo in giro che è suo figlio:
solo Dioniso, anche lui è stato privato della madre –addirittura fin da prima della nascita- ed esule ramingo, lo prende realmente a benvolere:
in questo contesto le connotazioni di fertilità e lascivia passano in secondo per dare rilievo ad un destino che pur dando occasione a Pan di avere innumerevoli accoppiamenti con altrettante donne non gli consente mai di formare una coppia; Pan avrà sempre una natura solitaria, rimarrà sempre un bambino abbandonato.

La morte di Pan
Ma perché in epoca cristiana all’immagine di un dio benevolo e generoso è stata progressivamente sovrapposta quella di un demone, della quintessenza del principio del Male?
Pan è l’unico dio che morì, secondo Plutarco: una morte purtroppo inevitabile, sospinta dall’avanzare del cristianesimo e di fronte al rifiuto della sessualità e degli istinti, anche se diversi commentatori di Plutarco sono concordi nell’affermare che Pan non sia morto ma che giaccia soltanto addormentato, ovvero rimosso. E quando l’umano perde la connessione personale con la natura e l’istinto personificati, l’immagine di Pan muore per lasciare spazio all’immagine del Diavolo.
L’operazione compiuta dal cristianesimo fu quella di evocare dalle ceneri di Pan il Diavolo, che nella cultura cristiana è l’avversario dell’uomo e della creazione (quindi anche della natura stessa); tuttavia Pan non è morto, ma dorme dentro di noi: può risvegliarsi se si recupera la connessione personale con la natura e con l’istinto.

 

CRONO-SATURNO: il Signore del tempo, del karma e del libero arbitrio
di Manuela Caregnato


IL MITO


Crono è un dio titano, figlio di Urano (primo tra gli dei del pantheon greco) e di Gea.
Saturno è il nome che assunse nel passaggio dalla fase greca alla fase romana.
La mitologia narra che Urano, dio del cielo, ogni notte si univa alla sua sposa Gea, la Terra, fecondandola.
Urano però non accettava i suoi figli e li nascondeva in grotte e caverne impedendo loro di vedere la luce.
Gea, molto addolorata da tale comportamento, non tollerava più di vedere i suoi figli ricacciati nel suo interiore pietroso. Così decise di vendicarsi e ne parlò con i suoi stessi figli.
Il più giovane tra questi, Crono, promise che avrebbe punito il padre. Fu così che una notte, quando Urano si avvicinò a Gea per unirsi in un amplesso, Crono uscì dal nascondiglio e lo evirò con la falce donatagli dalla madre. Dal sangue caduto a terra nacquero le Erinni, i Giganti e le Ninfe, che dettero inizio ad una stirpe umana.
Dal membro reciso e gettato nel mare nacque invece Afrodite.
Fu così che Crono divenne il nuovo signore del cielo (1), si sposò alla sorella Rea, una divinità della terra come la madre, e dalla loro unione nacque la prima generazione degli dei dell’Olimpo: Estia, Demetra, Era, Ade, Poseidone e in ultimo Zeus.
Un giorno però un oracolo gli predisse che avrebbe subito la stessa sorte del padre, da lui detronizzato.
Crono per paura che ciò si avverasse decise allora di ingoiare tutti i suoi figli, divorandoli.
Ma Rea,prima di partorire Zeus, chiese aiuto ai genitori Urano e Gea per salvare questo figlio, e ricevette un suggerimento.
Avvolse una pietra con delle fasce e la diede a Crono lasciandogli credere che al suo interno vi fosse il neonato Zeus. Crono lo divorò ignaro, e così Zeus fu salvo.
Quando poi Zeus crebbe, riuscì a far risputare al padre tutti i figli che aveva trangugiato, e insieme a loro gli mosse guerra. Dopo dieci anni Zeus, aiutato dai fratelli, dai Giganti e dagli Ecatonchiri, vinse; quindi Crono e tutti i suoi fratelli Titani che lo avevano aiutato nella guerra furono incatenati nel Tartaro, mentre Zeus prese il posto del padre. Dopo una sofferenza durata tre generazioni, Zeus fu il figlio che interruppe lo schema e anziché uccidere o ferire il padre, si limitò ad allontanarlo.
Crono trascorse un lungo periodo di isolamento e di dolore, al termine del quale, secondo un' antichissima tradizione orfica, padre e figlio si riconciliarono e Crono pose la sua sede nell'Isola dei Beati.
Qui si trasformò in un re buono, dedito alla prosperità del suo regno, un dio dell’agricoltura che governava con saggezza ed equilibrio.
Per la tradizione latina Crono, dopo essere stato cacciato dal cielo da Zeus, trovò asilo presso il re Giano (2) e qui diede leggi alle genti, giustizia e pace. Ebbe la sua dimora in Campidoglio e c'era un tempio in cui la statua di Saturno era addirittura impastoiata nelle catene perché i Romani non volevano che lasciasse mai Roma, oppure perché si ricordava così il periodo in cui Zeus lo aveva imprigionato. Il suo regno coincise con la cosiddetta età dell’oro.
Dal suo nome l'Italia fu detta Saturnia Tellus e la gente d'Italia Saturnia Gens; feste in suo onore, i Saturnali (3), venivano celebrate dal 17 al 24 dicembre di ogni anno.
Durante questo periodo a Roma perfino gli schiavi venivano lasciati liberi e si eleggeva una specie di re carnevalesco: il saturnalicius princeps.
Tutto questo testimonia come il passaggio dalla grecia all’antica roma fu soprattutto di tipo culturale, in quanto se il Crono greco figura come un dio del tempo, dei cieli e della terra, il Saturno romano è prevalentemente un dio dell’agricoltura.


IL PIANETA

Saturno è il secondo pianeta per grandezza dopo Giove ed il sesto per distanza dal Sole, e prende il nome dall’omonima divinità greco-romana.
La sua massa è pari a 95 volte quella della Terra ed è particolarmente noto grazie allo spettacolare sistema di anelli luminosi che lo circonda.
La sua orbita di rivoluzione intorno al Sole è di 29,5 anni, quindi questo è il tempo che impiega per ritornare sui suoi gradi, dopo aver compiuto un ciclo che lo porta a sostare due anni e mezzo in ogni segno. E' l'ultimo dei pianeti utilizzati dall'astrologia antica, e quindi visibile ad occhio nudo.




ASPETTI PSICOLOGICI


Come emerge dalla narrazione, tre sono le fasi che caratterizzano il mito di Crono-Saturno.
In un primo tempo Crono è il figlio rifiutato dal padre, cui la madre chiede di porre fine al suo dramma.
Dunque vi è un padre tirannico (1) ed una madre inadeguata, poiché chiede al più piccolo dei suoi figli di assumersi un carico che non spetterebbe certo a lui. E qui troviamo il tema dell’infanzia derubata, della precoce responsabilità che spesso viene addossata ai bambini con forti valori saturno (o capricorno), che spesso da piccoli sembrano già “ometti” o “donnine”, come se non potessero essere accettati per ciò che sono, ma solo per ciò che fanno e sono in grado di dimostrare.
Dunque una volta salito in trono, Crono può solo perpetuare lo schema paterno. Anch’egli non è un buon padre in quanto divora i propri figli (che sotto il profilo psicologico significa che impedisce loro di crescere, di essere sé stessi, di realizzarsi) e teme tantissimo di essere a sua volta sconfitto da uno di essi.
Cosa che puntualmente accade e qui inizia la seconda parte del mito, dove Crono viene cacciato e mandato in esilio.
Il deserto è un tema profondamente saturniano, come la solitudine e l’espiazione.
Qui Crono ripercorre il suo passato, si rende conto degli errori commessi e alla fine di questa fase lo incontriamo completamente cambiato.
Questo passaggio può essere molto doloroso, ma oltremodo necessario affinchè quella ferita legata alle deprivazioni subite nell’infanzia e nella prima fase della vita del “saturniano” possa finalmente sanguinare per poi dare spazio ad un processo di guarigione.
Dopo questo periodo che coincide con l’esilio nel deserto del Tartaro (l’incontro con l’inconscio personale e le proprie ombre) inizia la terza fase del mito, la più pacifica.
L’età migliore di Saturno infatti è dopo i sessant’anni (che coincide con il terzo ciclo del pianeta), e per questa ragione viene definito “il grande vecchio”.
A questo punto, dopo aver lottato una vita intera per raggiungere i suoi traguardi, può rilassarsi e godersi i privilegi della sua posizione, avvalorati dalla tanta saggezza accumulata grazie alle esperienze di un vita non facile.
Può persino permettersi di essere tollerante e comprensivo nei confronti dei giovani, e di mettere a disposizione i suoi talenti diventando un punto di riferimento per gli altri, e può donare alla collettività qualcosa di ciò che ha acquisito, come vuole il progetto del sole in Capricorno/decima casa, la casa dell’autorealizzazione.
Dei tre cicli il primo si definisce del passato. Il ciclo centrale è il ciclo del presente. Il terzo ciclo, quello del futuro, riguarda invece la vecchiaia con i suoi doni.
Il grande insegnamento di Saturno è che l’esperienza è un grande valore, ed è ciò che permette che l’autorità a mano a mano diminuisca con il passare degli anni, lasciando il posto alla saggezza.



I CICLI DI SATURNO:


Astrologicamente i cicli di Saturno scandiscono le tappe più importanti nella vita dell’uomo, quei passaggi cruciali in cui si è fatalmente spinti a conquistare una maggior autonomia e a svincolarsi dai legami famigliari.
Per questa ragione il pianeta si merita la definizione di "Grande Signore del Tempo":
All’età di 7 anni esso si trova per la prima volta quadrato a sé stesso ed infatti questa età coincide con la chiusura di una prima fase dell’infanzia, per andare incontro ad un periodo molto più impegnativo per il bambino, che corrisponde con l’inserimento nel mondo scolastico, l’incontro con le prime regole sociali.
Tra i 14 e 15 anni Saturno è per la prima volta opposto a sé stesso, e questo segna l’inizio dell’adolescenza, un periodo contrastato, che sempre si accompagna ad una trasformazione, una crisi di identità ed una spinta alla ribellione.
A 21 anni è nuovamente quadrato a sé stesso e questo coincide con il primo ingresso nel mondo adulto, nuove responsabilità, nuove prospettive.
A 29-30 anni si verifica il “primo ritorno di Saturno”, e si chiude quindi il primo ciclo.
L’esigenza di autonomia e di autorealizzazione qui si fa pressante, come pure per molti il bisogno di fondare una propria “ dinastia”, o di avere una carriera significativa. Non è raro in questa fase affrontare vere e proprie crisi esistenziali.
Il secondo ciclo si concluderà a 59 anni, con il “secondo ritorno di Saturno”, e l’andamento di questo delicato passaggio dipenderà in larga misura da come si è “lavorato” durante l’intero ciclo, e da come è stata affrontata la crisi che di solito si presenta intorno ai 45 anni, con la seconda opposizione si saturno a sé stesso.
Questa è un tempo che segna l’ingresso nella fase più “matura” della vita, o terzo ciclo di saturno, la cosiddetta età dell’oro, dove se tutto è andato bene, si dovrebbe poter godere dei risultati di una vita di impegno e di lavoro.
Per coloro che faticano ad accettare il naturale passare del tempo, oppure non hanno sufficientemente onorato questo Dio, questo passaggio può essere molto faticoso, perché Saturno porta a galla fondamentalmente ciò che è irrisolto. Tutto dipende dai singoli individui, ma per quanto riguarda Saturno, questa è la vera età del raccolto, dove è possibile rinascere ad una nuova vita, con tutta la ricchezza che deriva dall’esperienza.


LA SUA FUNZIONE

Non c'è dubbio che Saturno non è un pianeta "easy". A lui non spetta la funzione di nutrire (a ciò provvede la luna), nè di corroborare (per quello c'è già Giove), tantomeno di farci sognare (Nettuno).
La funzione di Saturno nel tema natale è quella di dare una struttura all’io, sul piano fisico, psicologico e morale.
Non per niente le parti del corpo cui è posto in relazione sono le ossa, i processi di calcificazione e la spina dorsale, senza la quale non potremmo assumere la posizione eretta.
Analogamente Saturno si incarica di creare quelle solide basi da cui è possibile elevarsi nel viaggio verso la propria indipendenza, autonomia ed autorealizzazione.
Questo è il pianeta che contribuisce anche a forgiare il cosiddetto sistema morale personale, in modo tale che, dopo aver interiorizzato il concetto di autorità, ognuno sia chiamato a finalmente assumersi la piena responsabilità delle proprie scelte e del proprio agire, secondo coscienza.
Il suo glifo è la rappresentazione di una falce che sovrasta la croce della materia, la stessa falce con cui evirò il padre Urano. Ciò pone l’accento sui concetti di perdita e separazione, che gli valgono ben la nomea di “grande potatore” dello zodiaco. Ma non va dimenticato che Saturno elimina solo ciò che non è più necessario all’evoluzione e alla crescita dell’individuo, proprio come le potature eliminano i rami secchi di una pianta.
La Santagostini così lo definisce “forza di costruzione dell’essere umano mediante la rinuncia a ciò che è divenuto insufficiente e fissazione dell’essenziale necessario”.


LE SUE SEDI

Le sue sedi sono Capricorno, dove ha il domicilio primario, e Acquario dove ha il domicilio secondario.
Entrambe i segni ospitano Saturno ed Urano insieme, anche se il loro ordine di priorità è invertito.
Questo ci suggerisce che per quanto diversi, questi due pianeti possono e devono funzionare insieme, in quanto non è possibile raggiungere la libertà di cui Acquario si fa promotore, se prima non si è introiettata una solida struttura. Viceversa non è possibile raggiungere una piena autonomia e autorealizzazione (che sono i progetti del sole in Capricorno) se prima non si sono tagliati i ponti con il passato e con tutte le dipendenze, come vuole Urano.


IL LIBERO ARBITRIO

In molti testi di astrologia tradizionale Saturno ci viene descritto come un pianeta cosiddetto “malefico”, mentre fortunatamente l’astrologia in chiave psicologica ha saputo riconoscergli significati e funzioni ben più nobili.
Non c’è dubbio che con qualsiasi pianeta personale esso venga in contatto, si farà sentire in termini di freddezza, carenza, distacco, frustrazione e rinuncia.
Le caratteristiche di cui è portatore sono infatti autocontrollo, prudenza, parsimonia, razionalità, paura, blocco delle emozioni ed anche i suoi lati più piacevoli hanno in sè una pesantezza poichè fanno riferimento a concetti quali l’autodisciplina, il senso del dovere, e il "cavarsela da soli"..
"La sua posizione per segno e casa indica quei settori della vita nei quali l’individuo tende a sentirsi limitato nella sua libertà di esprimersi, tende ad essere frustrato o a dover affrontare delle difficoltà", citano la maggior parte dei testi.
"Saturno è legato alle grandi prove, a quelle circostanze che spesso non risultano dipendere da debolezze o colpe del soggetto in esame, ma che inspiegabilmente si
verificano",
e questo ha fruttato al pianeta l'appellativo di “signore del Karma” (4).
Va però sottolineato che le esperienze di frustrazione che si sperimentano con Saturno sembrano essere necessarie per il loro ruolo “educativo”, in termini di crescita personale.
“.. il fatto fondamentale rimane che gli esseri umani non conseguono il libero arbitrio se non attraverso la scoperta di sé stessi e non conseguono questa scoperta finchè le cose non diventano così dolorose da non lasciar altra scelta che crescere”. (5)
In altre parole l’essere umano può guadagnarsi la libertà solo se prima è disposto a conoscere sé stesso, e pare non esserci nulla al mondo che stimoli a questa esplorazione interiore più di quanto lo faccia la frustrazione, di cui Saturno è grande conduttore.
In questo senso Saturno è il grande pianeta dell’autorealizzazione, che passo dopo passo struttura l’uomo affinchè possa realizzarsi e conquistare la libertà profonda.
Spesso le lezioni possono essere faticose, sicuramente molto impegnative, a volte Saturno opera attraverso malattie, lutti, o perdite di vario tipo.
Ma se si riesce a leggere la lezione evolutiva, il messaggio cifrato che queste esperienze vogliono insegnarci, ci renderemo conto che ad esse sono legati i più importanti momenti della nostra maturazione, crescita personale e raggiungimento di traguardi prima inimmaginabili, in termini della nostra auto-individuazione.
L’uomo fa ancora molta fatica ad accettare la responsabilità del proprio destino, ossia il vero concetto di libero arbitrio.
Eppure la libertà è qualcosa che possiamo apprezzare solo se abbiamo prima introiettato una vera struttura, una solidità ed un senso morale, che solo Saturno con le sue "prove" può donarci.

IL GUARDIANO DELLA SOGLIA

Sotto il profilo psicologico Saturno rappresenta quello che gli psicanalisti chiamano super-io, l’istanza preposta a vigilare il territorio dell’io, facendo da filtro e da confine. Infatti Saturno insieme a Giove si trova dopo i pianeti personali (mercurio, venere e marte) e rappresenta un ponte verso i pianeti trans-personali (urano, nettuno, plutone), detti anche trans-saturniani.
La sua funzione in questo senso è quella di guardiano della soglia, e il mito che lo rappresenta in questa valenza è Giano-Bifronte, il dio bicefalo con due volti, che simboleggia la possibilità di vigilare al di qua e al di là della soglia.
Tra le funzioni del super-io vi è quella di "guardiano" dell'io, allo scopo di permetterne il miglior sviluppo.
Dunque in condizioni esterne inaccettabili, il super-io tenderà a iper-proteggere l'io che si sta formando, e per fare ciò creerà una maschera esterna, una sorta di scudo che ha lo scopo di permettere la sopravvivenza psichica dell’individuo. Questo è un fenomeno molto frequente nelle persone cosiddette saturniane (o con forti valori capricorno). Essi tendono a costruire a difesa di sé stessi un’iper-struttura, e quanto più la situazione è pesante e deprivante, tanto più questa corazza si farà forte, e sarà accompagnata da un bisogno pressante di adeguarsi alle aspettative esterne, pur di essere accettati.
La difesa consisterà nel negare di avere bisogni, pur di non sentire il dolore che deriva dall'essere rifiutati per ciò che si è.
Naturalmente chi farà le spese di tutto questo sarà l’individualità stessa ed il “vero io”, nonchè l'emotività.
Il dramma dell’adeguamento spesso coincide con l’intero primo ciclo di Saturno.
Nel secondo ciclo, laddove è possibile, esattamente come Crono va in esilio nel tartaro, l'individuo dovrebbe smantellare la corazza iper-razionale e l'iperstruttura difensiva, per prendere contatto, per quanto dolorosamente, con la propria interiorità.
A questo punto Saturno, e con esso il super-io, dovrebbe iniziare a funzionare nel modo giusto, ovvero quale “istanza intrapsichica che contribuisce a interiorizzare un codice di comportamento basato su valori morali e sull’introiezione del concetto di autorità”(6). Il passo successivo a quel punto sarà l'autorealizzazione, tanto cara
ai saturniani e ai capricorni, che piano piano li accompagnerà verso la cosiddetta età dell'oro, il periodo più bello, soddisfacente e fecondo della loro lunga vita.
Saturno è il signore del Capricorno e la sua stagione è l'inverno, quando uno strato di gelo riveste il seme apparentemente privo di vita, con il solo scopo di proteggerlo ed aiutarlo a superare la durezza della stagione, in attesa che giunga la primavera e risvegli la vita che era solo sopita.

Testo di Manuela Caregnato
Inserito nel sito www.ilcerchiodellaluna.it nel Gennaio 2009


Per entrare in sintonia con le energie di Saturno, e del progetto del Sole in Capricorno (indipendenza, autonomia e autorealizzazione), acquista la meditazione in Capricorno, tappa del percorso del Sentiero della Luna, che segno dopo segno ci porta ad esplorare la totalità dello zodiaco e della nostra natura di esseri umani.


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Note e approfondimenti
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(1) Crono e il patriarcato
Nella mitologia greca gli dei padri hanno caratteristiche simili alle divinità di tutte le culture patriarcali : potenti divinità maschili dominatrici, essi sono la versione sovrumana di tutti quegli uomini, o quei sistemi di potere, dove si fa uso (e più spesso abuso) di un’autorità, e Crono in particolare nella prima parte del suo mito non fa eccezione.
Gli dei patriarcali infatti sono maschi autoritari che vivono in cielo o sulla vetta delle montagne, quindi lontani dalla realtà e al di sopra di essa. Esigono obbedienza assoluta e solitamente la loro supremazia viene conquistata sconfiggendo i rivali. Solitamente mancano di vero spirito paterno (urano rifiutava i suoi figli; Crono li divorava) e temono di essere spodestati da un figlio, cosa che inevitabilmente accade.
Per contro le madri sono deboli e sottomesse, incapaci di proteggere i loro figli, cosa che genererà nei figli un senso di tradimento e un risentimento verso tutte le figure femminili che incontreranno.
Un esempio di cultura dallo stampo profondamente patriarcale è la giudaico-cristiana, da cui nacquero tutte le religioni monoteiste e patriarcali, che a mano a mano soppiantarono il matriarcato ed il culto divino al femminile, sostituendolo progressivamente con divinità maschili, patriarcali e autoritarie di cui la mitologia greca rappresenta il primo passaggio. Nell’Olimpo infatti sono presenti anche divinità femminili, anche molto potenti, tuttavia dopo che Zeus ebbe cacciato il padre Crono in esilio, si spartì il mondo con i fratelli maschi, (Zeus si prese il cielo e la terra, Poseidone il regno dei mari, e Ade il regno dei morti) mentre alle femmine non toccò alcun regno.

(2) Giano Bifronte

Dio bicefalo cui si attribuisce la capacità di guardare al passato con un volto e al futuro con l'altro volto. Secondo una versione del mito sarebbe stato il primo dio di Roma, dove giunse per mare dalla Tessaglia. Definito anche Janus Pater, padre di tutti gli uomini, della Natura e dell'Universo, fu essenzialmente il dio dell'apertura e dell'inizio, con caratteristiche simili a quelle della divinità solare che apre il cammino alla luce accompagnando l'attività umana nel corso della giornata.
Il suo nome stesso evoca la porta, in latino ianua, e januarius è il mese che apre l'anno e dà inizio alle stagioni, e il primo giorno di gennaio veniva dedicato alla festa del dio. Presiedendo alle porte, aveva la chiave e il bastone; sorvegliava tutto ciò che stava all'interno della città o della casa, non perdendo però di vista quello che accadeva all'esterno, e per questo era rappresentato con due facce.
La prima preghiera nell'intraprendere qualsiasi impresa o attività era sempre rivolta a Giano, che proteggeva anche il concepimento e la nascita, principio della vita individuale.
Il tempio a lui dedicato a Roma doveva rimanere aperto in occasione di imprese belliche, ma solennemente sbarrato in tempo di pace, e le cerimonie che avevano luogo per la chiusura delle porte del tempio tendevano ad esaltare il ruolo di custode della pace del dio Giano, perché solo in una situazione di tranquillità la vita quotidiana può dar luogo ad esordi positivi e creativi. (tratto da http://www.sullacrestadellonda.it/mitologia/giano.htm)

(3) “I Saturnali” - A cura di Marie Ange Guisolain

Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno (dal libro Calendario di Alfredo Cattabiani)

... Ma perché i Saturnali cadevano proprio a dicembre e non alla fine di febbraio, poco prima della primavera, che anticamente, a Roma, era il Capodanno ?
… l'antico anno romano era composto non di dodici ma di dieci mesi, come testimoniava il nome dell'ultimo, december, eco di un arcaico calendario. I due mesi mancanti erano un periodo di "passaggio", conducevano alla luce del "nuovo anno", simbolicamente analoga al "passaggio delle acque": rinnovamento del cosmo che riattualizzava quello mitico. Successivamente, con la leggendaria riforma calendariale di Numa, che aggiunse due mesi, gennaio e febbraio, l’anno romuleo, questo periodo di passaggio-rinnovamento fu situato prima del solsitizio invernale, quando il sole attraversa una morte apparente per rinascere "nuovo", ovvero per risalire nel cielo.
Per questo motivo Saturno era slegato e riappariva nella sua funzione di rifondatore del cosmo. “Lo "scioglimento" del dio sta semplicemente a significare secondo le leggi della magia simpatica lo scatenamento della sua forza benefica, ma nel contempo ambigua, come tutto ciò che è anteriore all'inizio nel tempo sacro che la sua festa ogni anno riammette nella comunità"...(Renato del Ponte, Dei e miti italici, Genova 1985, p. 120, nor. 150).
I Saturnali cominciavano poco prima del solstizio invernale e in epoca imperiale duravano fino al 23 dicembre. Il primo giorno in ogni comunità veniva nominato il rex Saturnaliorum, che regnava per una settimana fra banchetti, danze, giochi d'azzardo, mentre ci si scambiavano doni e i ruoli sociali s'invertivano, sicché gli schiavi potevano burlarsi del padrone e farsi servire a tavola. Si diceva che la libertà concessa agli schiavi e l'allegro caos fossero il memoriale dell'età dell'oro. In quell'occasione la statua di Saturno, che durante il resto dell'anno era legata con una fascia di lana nel suo tempio, ai piedi del Campidoglio, veniva sciolta a simboleggiare il ritorno, sia pur breve, di quell'epoca mitica.
"In merito all'origine dei Saturnali" diceva Pretestato, uno dei personaggi dell'omonimo libro di Macrobio, "il diritto divino non mi permette di rivelare nozioni connesse alla segreta essenza della divinità; posso esporre soltanto la versione mista ad elementi mitici o divulgata dai fisici. Quanto alle origini occulte e promananti dalla fonte della pura verità, non si possono illustrare nemmeno durante le cerimonie sacre; anche qualora si giunga a conoscerle, è obbligo tenerle ben nascoste dentro di sé". (Macrobio, I Saturnali, I, 7, 18)
Secondo Renato Del Ponte, i Satunarli invitavano a un cammino spirituale di purificazione, di ritorno alle origini "Soltanto coloro che riusciranno a recuperare dentro di sé il senso delle condizioni "anteriori all'inizio" potranno "tornare alle origini" cioé riottenere lo stato di perfezione naturale che era proprio dell'umanità primordiale. E' questo l'insegnamento del mito e della solennità di Saturno" (Renato del Ponte, op.cit. p. 206. Cfr. A. Cattabiani, Calendario, cit. pp.58-67)
Ma, rinnovato l'anno, Saturno è nuovamente legato e il suo sostituto, il rex Saturnalorium, simbolicamente ucciso, perché l'età dell'oro non è restaurabile se non alla fine dell'attuale ciclo cosmico, quando il misterioso dio riapparirà per condurre l'umanità verso il nuovo.
In questa luce si situa l'usanza romana di permettere il gioco d'azzardo solo durante i Saturnali. In un manoscritto d’epoca carolingia è conservata l'esatta riproduzione di un antico calendario romano del 354 (Cfr. J. Strzygowski, Die Calendarbilder vom Jahre 354, in “Jahrbuch des kaiserlich, deutschen archaologischen Instituts”) in cui il dio Saturno è raffigurato mente incede con il capo rivolto a sinistra, i piedi che formano quasi un angolo retto e il falcetto nella mano destra, attributo, si diceva in epoca imperiale, di Kronos, l'eviratore del padre Urano, oppure simbolo dell'arte dell'agricoltura, da lui introdotta nel Lazio (Macrobio Teodosio, I Saturnali, I, 7, 24 e I, 8,9-10).
Nello stesso manoscritto è riprodotto, in corrispondenza del mese di dicembre, un ometto con i piedi ad angolo retto, un cappottino di pelliccia e stivali alti, che tiene in mano una fiaccola-bastone a caratterizzare la stagione rigida e buia. Accanto a lui un tavolino rotondo con tre gambe a zampe di leone, su cui stanno un dado e un bussolotto.
L'epigramma annesso dice:
Auree monete procuri Dicembre alla festa di Saturno.
Ora ti è consentito, schiavo, di giocare con il padrone.
(Aurea nunc revocat Saturna festa December / nunc tibi cum domino ludere verna licet).
Come osserva Margarethe Riemschneider, il gioco d'azzardo era un atto rituale in stretta connessione con il dio, e soltanto a poco a poco, dopo modifiche e aggiunte, fu introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento (M. Riemschneider, Saturnalia, I, in “Conoscenza religiosa”, nr. 4, 1981, p. 359. Cfr. anche, per l'interpretazione dei Saturnali, la seconda parte del saggio della Riemschneider, in idem, n. 1-2, 1982).
”Ci è noto il gioco d'azzardo tanto nel culto quanto nel mito; un tempo però era una prerogativa degli dei o del re, loro rappresentante in terra. Nell'epos indiano sono gli dei Shiva e Parvati che giocano fra loro, e il loro gioco rappresenta e segna gli eventi del mondo. Ma anche presso i Germani vi è una totale consapevolezza del carattere rituale del gioco. Tacito (Germania, 24) si meraviglia nel constatare che i Germani, buoni bevitori, giocavano solo da sobri, ritenendo il gioco "una questione seria, e potremmo dire fortemente radicata nel culto". La fortuna del giocatore non è legata, per loro, al capriccio della sorte, ma è piuttosto l'espressione del volere degli dei. Il gioco dei dadi è una forma di gioco semplificata e non più conosciuta nel suo significato rituale, almeno dai Romani. Il più antico oracolo di culto è il gioco da tavolo in cui le pedine si muovono secondo le indicazioni del dado. Quasi tutti gli antichi giochi di questo tipo imitano, nella loro struttura, un sistema cosmologico. Distinguono cielo e terra o inferi.” (M. Riemschneider, Saturnalia, I, cit., p 360).

A sua volta Jean de Vries commenta: “Il lancio dei dati diviene quindi un mezzo per cercare la propria collocazione in questo sistema: è un importante mezzo divinatorio”. (In <Germanisch Romanische Monatsschrift>, 24, 1938).

D'altronde, la falce di Saturno che i Romani, identificando ormai il loro dio con Kronos, interpretavano secondo il mito greco, era in realtà analoga al lituus, il bastone ricurvo, il più famoso segno di vaticinio e poi di regalità (Sul lituus romano, cfr. Cicerone, De divinazione, I, 17, 30. Sul rapporto tra falce e bastone ricurvo, cfr. M. Riemschneider, Saturnalia, I, cit, pp. 389-96).
E se si considera che la Fortuna romana è espressione di una volontà divina e non del capriccio del caso, si intuisce la stretta connessione tra Saturno e il gioco d'azzardo.
Saturno è dunque l'autore occulto del grande gioco nell'attuale ciclo cosmico e regola l'ordine universale tramite le mosse della sua falce-bastone fino alla conclusione quando “uscito del tempio”, attraverserà nuovamente le acque. (Dello stesso avviso è Renato Del Ponte, Dei e miti italici, cit. pp 103-06).
Anche le candele e le statuette di argilla (sigillaria) che ci si scambiava durante i Saturnali, e che Macrobio interpretava come sostituti di sacrifici cruenti, erano in realtà connessi al gioco, come ci rivelano le tradizioni arcaiche, secondo Margarethe Riemschneider: “Di conseguenza l'oracolo pretende che alle feste si portino a Ade o al padre di questo, Kronos, teste e uomini, cioè pedine, che nel folklore diventano candele e statuette di argilla”. (M. Riemschneider, Saturnalia, I, cit., in cui è dimostrata questa tesi).
Sicché l'attuale gioco della tombola nei giorni natalizi è il ricordo sbiadito, come d'altronde lo era quello dei dadi nella Roma imperiale, dell'arcaico gioco-oracolo con il quale anticamente, e non solo all'ombra del Campidoglio, si cercava di capire la collocazione di ogni persona nel somo all'inizio del nuovo anno.
Al “gioco” era connessa anche la festa dei Larentalia che si celebrava il 23 dicembre, ultimo giorno dei Saturnali. Narra Plutarco che, sotto il regno di Anco, il custode del tempio di Ercole sfidò il dio a dadi: faceva da solo la parte di ambedue e pose come condizione che il vinto pagasse una cena e una meretrice. Il vincitore fu Ercole, e allora il custode chiuse nel tempio Acca Larentia, allora celebre cortigiana, insieme con una cena. Il dio venne davvero, e il mattino dopo ordinò ad Acca, per riconoscenza, di recarsi al mercato e di abbracciare il primo che le fosse venuto incontro: fu un certo Tarrutius, uomo già avanti negli anni, ma scapolo e dal patrimonio considerevole. Costui le si affezionò tanto da nominarla erede di tutti i suoi beni, che a sua volta Acca Larentia lasciò, morendo, al popolo romano. (Plutarco, Romolo, 5).
Per questo motivo Anco le fece seppellire sul Velabro, il posto più rinomato di Roma, scrive Macrobio, “e istituì in suo onore una solennità annuale: un flamine sacrificava ai Mana di lei, e la festa era sacra a Giove poiché gli antichi ritenevano che le anime provenissero da Giove e ritornassero nuovamente a lui dopo la morte” (Macrobio Teodosio, I Saturnali, I, 10, 12-15).
Il “dono” divino ad Acca Larentia veniva ricordato nei giorni consacrati a Saturno. Ebbene, la funzione di Saturno si ritrova, secondo Margarethe Riemschneider, in san Nicola o nei personaggi omologhi che distribuiscono doni in dicembre.
Che per distribuire i doni ai nostri bambini scomodiamo un incolore Babbo Natale o invece un burbero Knecht Rupprecht o San Nicola o il Pelzickel, dietro tutte queste figure sta sempre l'invernale Saturno (...) Se ancor oggi i bambini pongono davanti alla porta una scarpa, un piatto o qualche altro oggetto, affinché il santo porti loro furtivamente mele e noci, è perché esse costituiscono l'immagine infantile della buona fortuna”. (M. Riemschneider, Saturnalia, II, cit. pp 208-09).

La quale può essere simboleggiata anche dal corredo, come nella leggenda di san Nicola che alle tre ragazze senza dote lancia furtivamente, attraverso la finestra, tre palle d'oro, omologhi dei dadi con cui si gioca il destino di Acca Larentia.
Ma, si obietterà, la data dei Saturnali non coincide con la festa di san Nicola. E' vero. tuttavia vi è una coincidenza: il 6 dicembre, come si è spiegato, i giovani allievi dei seminari sceglievano fra loro l'episcopello, il burlesco interrex che sarebbe stato il protagonista della festa dei Santi Innocenti. Le coincidenze nel calendario non sono mai casuali, come non lo sono i simboli di cui è tessuta la trama dei giorni; come non lo è neppure il robone ingenuamente “regale” di Babbo Natale, che con la sua slitta tirata dalle renne pare alludere alla lunga traversata della notte artica verso il nuovo anno di luce.

 

URANO: il cielo stellato, il Dio della libertà e del rinnovamento profondo
di Manuela Caregnato

IL MITO

In principio vi era il Caos, da cui si originò Gaia, Madre Terra, come cita Esiodo nella sua Teogonia:


Gaia dall’ampio seno, solida ed eterna sede di tutte le divinità che abitano lassù, sul monte Olimpo...

Finchè un giorno, sentendosi sola, Gaia partorì il dio cielo Urano, che divenne suo compagno e amante.

…essa partorì come suo simile il cielo stellato, Urano, affinchè questi l’abbracciasse interamente e fosse solida ed eterna sede degli dei beati

Gaia dunque era la Terra mentre Urano era il cielo stellato e lo spazio infinito, Cielo e Terra che si completano l’un l’altro.
Ogni notte Urano si distendeva su Gaia e la fecondava gettando su di essa fertili gocce di pioggia. Fu così che ebbero origine le prime stirpi di divine.
Primi nacquero i dodici Titani, che si ritengono la progenie della razza umana, poi i Ciclopi e gli Ecatonchiri, creature mostruose dalle molte teste e braccia (1).  Ma Urano era deluso dai suoi figli, che non coincidevano con il suo ideale. Inoltre, timoroso di essere spodestato dalla loro forza, li rigettava, man mano che nascevano nelle viscere di Gaia.

Gaia soffriva per questo continuo rifiuto dei suoi figli da parte del padre e così decise di vendicarsi costruendo un falcetto e implorando che uno dei suoi figli castrasse il padre mettendo fine a questa storia.

“Figli miei, vostro padre è un violento; se mi ascolterete, riuscirete a vendicare ilo suo malvagio oltraggio: è stato lui per primo a usare la violenza”.
Fu il più giovane, Crono, che si assunse la responsabilità di questa azione.
Fu così che una notte, quando Urano discese come al solito su Gaia, mentre era sul punto di unirsi a lei, Crono lo evirò, gettando il membro del padre nel mare. Parte del sangue fuoriuscito dalla ferita cadde a terra dando nascita alla Furie, i cui nomi significano ira invidiosa, vendetta, e l’incessante. Dal fallo gettato nel mare si formò una spuma che diede origine ad Afrodite, Dea dell’amore.
Da qui ha inizio tutta la storia della mitologia greca, ma di Urano dopo la sua evirazione, non si trova più traccia nel mito.



Evirazione di Urano (Vasari)

Aspetti psicologici del mito

Urano, come traspare dal mito, è il cielo stellato, un dio aereo che governa la vastità dello spazio infinito.
Il suo regno è l’elemento aria, il mondo delle idee, della fantasia, degli ideali che si trovano sul piano della mente, qualcosa che ha ben poco a che fare con la materialità e la concretezza terrena.
E così padre Cielo ogni notte si distendeva su madre Terra, fecondandola, ma dal loro amore nascevano creature che lui trovava rozze, brutte e deformi, per quanto estremamente potenti, e così le ricacciava nel ventre di Gaia.
Gli ideali sono sempre perfetti, per ciò si parla di utopie, ma l’atto stesso della creazione li contamina con la pesantezza ed imperfezione della materia, e così Urano rifiutava i suoi figli perché li trovava deludenti rispetto alle sue aspettative.
Questo perchè Urano rappresenta prima di tutto la perfezione dell’ideale, il piano mentale che si contrappone al piano materiale.
Rudhyar lo definisce infatti “l’impalcatura della mente divina”, ovvero quel pensiero, o idea, che precede la creazione stessa, nonché il tramite tra la mentre personale e la mente superiore o divina.

Urano rappresenta tutto ciò che è nuovo, nel senso che prima non esisteva: infatti è il primo figlio, che diventa anche il primo marito, primo amante e primo dio nella mitologia greca.
Su un piano storico la sua nascita è riconducibile all’avvento del patriarcato che piano piano finì per soppiantare il matriarcato (prima c’era Gaia, che lo generò perché si sentiva incompleta).
Sul piano psicologico il fatto che Urano sia il primo dio, il progenitore di tutti coloro che seguirono (padre di Crono-Saturno, nonno di Zeus-Giove), ci fa pensare all’assenza di un passato e quindi di un modello precedente; Urano è veramente il nuovo che irrompe all’improvviso, come un’intuizione, o un’invenzione, che non ha radici, e non rientra in alcun schema o ruolo pre-esistente, perché si tratta di un’energia totalmente rivolta al futuro, al rinnovamento. E' l’energia del cambiamento, che stravolge tutto ciò che prima esisteva.
Per questo Urano è il dio della libertà assoluta e del rinnovamento profondo.
Dal suo sangue caduto sulla terra nascono le Furie, e questo ci parla della rabbia che nasce quando “castriamo” il potenziale di rinnovamento che Urano ci propone.
Al contempo dal suo membro gettato nel mare nasce Afrodite, una Dea di armonia, di amore, di creatività… perché la via d’uscita non è la lotta, ma l’armonia, la possibilità di comunicare ciò che è nuovo, con tatto e diplomazia, come vuole la sede di Venere, Bilancia.


Il pianeta

Anche sotto il profilo astronomico, Urano è un pianeta che come vedremo è strettamente connesso al concetto di “nuovo”.
Fu scoperto il 13 marzo 1781 da William Herschel (un musicista!), e la sua scoperta giunse del tutto inaspettata in quanto i pianeti fino ad allora conosciuti (fino a Saturno) erano visibili ad occhio nudo, e per molti millenni nessuno sospettò che ne esistessero altri.
Dunque Urano fu il primo ad essere scoperto tramite telescopio, e da quel momento in poi nessuno ebbe più certezze circa il numero reale di pianeti del nostro sistema solare.
Esso è il settimo pianeta del sistema solare in ordine di distanza dal Sole, il terzo per diametro e il quarto per massa. Gli astronomi lo definiscono, insieme a Nettuno, un pianeta della categoria dei “giganti ghiacciati”, per l’abbondante presenza di ghiacci (acqua, ammoniaca e metano) e rocce che lo costituiscono, e anche questo induce a un collegamento con gli elementi psicologici che caratterizzano il pianeta in astrologia: una natura fredda, distaccata dalle passioni e dalle emozioni, come è la razionalità pura e la tutta la sfera del mentale.
Un’altra caratteristica che lo rende “insolito” è l’orientamento del suo asse di rotazione: Urano ruota nel verso opposto rispetto a quello di tutti gli altri pianeti del sistema solare (eccetto Venere), come un vero “bastian contrario” cosmico, e il suo asse di rotazione, al contrario degli altri, non è perpendicolare ( o quasi) al sole, ma quasi parallelo, ovvero nella sua rotazione mantiene uno dei suoi poli praticamente inclinato verso il Sole, e questo fa di lui un corpo celeste “strano”, proprio come l’energia che manifesta sulla terra!
La sua orbita è di 84 anni, in quanto questo è il tempo che impiega per girare intorno al sole, con un ciclo di 7 anni per ogni segno zodiacale. Vedremo in seguito quanto il suo ciclo ed in particolare il numero 7 sia strettamente connesso al concetto di rinnovamento, cambiamento e auto-individuazione.
Anche sul piano storico, poiché nulla accade a caso ed il microcosmo è solo un riflesso del macrocosmo,
l’avvento di Urano, la scoperta, si colloca in una fase storica che “sincronicamente” è anch’essa foriera di importanti cambiamenti che segnano una rottura con il passato. La sua scoperta infatti coincide e si pone a cavallo tra due grandi rivoluzioni, la rivoluzione americana e la rivoluzione francese, due momenti di grandissimo rinnovamento sociale, politico ed economico nella storia dell’umanità.

Simbolismi di Urano

Urano è il principio di innovazione e differenziazione, e in quanto tale si presenta come una forza dinamica che, a seconda di quali pianeti “tocca”, può dare genio creativo, intuitivo potente (mercurio), originalità nei gusti (venere) o capacità di cogliere le occasioni al volo (ancora mercurio, o marte o sole).
Individualismo, originalita’, cambiamento imprevisto, progresso sono alcuni dei suoi simboli.
Questo è il pianeta che rappresenta il futuro, la tecnologia moderna, le invenzioni, l’ispirazione, l’energia elettrica, l'informatica e tutta la tecnologia legata ad Internet hanno uno marcatura fortemente uraniana (per la velocità con cui le informazioni viaggiano, e la libertà con cui tutti possono accedere alle informazioni).
Anatomicamente, trattandosi di un pianeta d’aria, presiede il sistema nervoso.
A livello individuale rappresenta ciò che è fuori dall’ordinario, il cambiamento che irrompe nella propria vita sotto forma di eventi o persone particolari.
A livello collettivo esso viene definito lo spirito dei tempi, e trattandosi di un pianeta generazionale concorre con gli altri pianeti lenti a determinare la differenza tra una generazione ed un’altra.
La sua prima sede è l’Acquario, il segno della fratellanza universale, della nuova Era, del risveglio della coscienza di appartenere ad un'unica grande famiglia: quella umana. La seconda sede è Capricorno.
Urano è quell'energia che ci spinge a riconoscere ciò che ci unisce, andando al di là di ciò che ci separa.


Il primo pianeta del collettivo


Come abbiamo visto, Urano fu il primo tra i cosiddetti “pianeti moderni” ad essere scoperto.
Saturno (ultimo tra i pianeti antichi) costituisce una linea di confine, o di demarcazione tra quelli che vengono definiti i pianeti personali, che ruotano intorno al sole e sono al servizio dell ‘IO, e quelli che si definiscono i pianeti trans-personali (detti anche trans-saturniani), che si riferiscono ad un piano più ampio, alla Totalità ci cui siamo parte.
Da Urano in poi l’energia dei pianeti è più sottile, più spirituale, ed il suo campo d’azione è il collettivo, che naturalmente si esprime attraverso l’individuo stesso.
Il suo simbolo stesso sembra un’antenna parabolica che punta verso il cielo, sintonizzata su ciò che ancora non c’è, nell’intento di catturare il nuovo da quel grande contenitore che Jung definiva l’incoscio collettivo, per portarlo sulla Terra.
Si direbbe che Urano (insieme a Nettuno) rappresenti quello che Assagioli definiva l’inconscio superiore (in contrapposizione all’inconscio inferiore), ovvero quel contenitore delle infinite potenzialità psichiche e spirituali di una coscienza aperta a trascendere le limitazione dell’Io.
In chiave esoterica possiamo dire che Urano (insieme agli altri pianeti trans-saturniani, Nettuno e Plutone) agisca un po’ come " richiamo dell' Anima", nel senso che comunica, attraverso gli individui, il grande progetto divino.
Urano spinge al superamento dei nostri limiti personali e nel fare questo ci stimola ad andare oltre il piano puramente personale, per aprirci alle grandi possibilità del collettivo, o addirittura universale.
In effetti la sua energia trova sbocco solo se prendiamo in considerazione una realtà più vasta della nostra, per questo è il pianeta che governa l’Acquario e il Capricorno, due segni che si trovano nell’ultimo quadrante dello zodiaco, quello in cui siamo chiamati ad assumerci delle responsabilità anche nei confronti degli altri, per restituire qualcosa del nostro patrimonio personale anche al collettivo. Il fatto che Urano si trovi in Acquario e in Capricorno, e che condividano gli stessi governatori (Urano e Saturno) ma in ordine invertito, ci fa capire senza ombra di dubbio che la libertà ha un prezzo: l’autoindividuazione e la capacità di stare in piedi sulle proprie gambe. Diversamente è follia.

 

L’autoindividuazione

Tutta l’astrologia in chiave psicologica riconosce in Urano il grande principio di auto-individuazione.
Ciò dipende dal fatto che questo pianeta, attraverso i suoi passaggi (transiti) o in base alla posizione in cui si colloca nel tema natale individuale, spinge l’individuo a diventare sé stesso, a liberarsi dai condizionamenti del passato (della famiglia, del nucleo sociale, del retaggio culturale) per andare verso la propria profonda natura.
Non c’è dubbio che una forte presenza di Urano nel tema, sia che tocchi i luminari o i pianeti personali, indica sempre una forte spinta alla ricerca del significato profondo della parola “libertà”.
Urano spinge a ribellarsi e a cambiare, ci stimola a pensare con la nostra testa e a rifiutare le imposizioni, ci spinge a disobbedire alle regole che ci imprigionano e a dismettere gli abiti che ci sono stati cuciti addosso dagli altri. Naturalmente Urano può svolgere bene il suo lavoro solo se dentro di noi ci sono solide basi , ovvero se abbiamo incorporato i principi di Saturno, cioè il fatto che il vivere sociale prevede delle regole, una serie di diritti ed altrettanti doveri che creano un equilibrio tra le parti.
Quando non c’è questa accettazione di fondo, allora Urano è costretto a ripiegare su una forma di ribellione sterile, una stravaganza che è solo ostentazione, un’anarchia che è solo rifiuto di impegnarsi o gusto per la polemica fine a sé stessa.
Al contrario il vero stimolo di Urano è all'apertura, prima di tutto mentale, al permettersi la possibilità di camminare su strade mai percorse prima, a non subire le regole acriticamente ma a dare un vero senso alla vita, rendendola dinamica, interessata a ciò che è nuovo e diverso, rapportandosi agli altri in base a valori che superano quelli individuali.
Ruperti così lo descrive: "Urano apre le porte all’inconscio collettivo. E’ la strada a quella che Jung ha chiamato individuazione, ovvero quella metamorfosi che permette alla persona di prendere coscienza che non è il suo io che governa dall’alto la sua personalità”.
La sua funzione dunque è indispensabile per non rimanere prigionieri di una vita che può anche soffocarci, infatti il suo scopo è proprio quello di metterci in contatto con la possibilità di una realizzazione più elevata.
Esso è stato definito lo spirito dei tempi, ovvero colui che porta nelle generazioni il vento del rinnovamento.
Poi dipende da noi se subire il cambiamento che lui sempre propone come una disgrazia o come un’opportunità.

I suoi cicli:

Abbiamo visto come la sua orbita sia di 84 anni, ciò significa che nella vita di un uomo sempre più spesso accade che Urano possa compiere l’intero suo giro per ricongiungersi a sé stesso.
Esso cambia segno ogni 7 anni, proponendoci lungo il corso dell’intera vita la strada del rinnovamento personale e sociale.
Non è a caso che ogni sette anni il corpo umano cambi le sue cellule, e tutti i capelli, mentre si parla di crisi del settimo anno nelle relazioni.
Ogni sette anni Urano ci introduce alla possibilità di un rinnovamento e lo fa spesso in collaborazione con gli altri pianeti.
A 14 anni è sestile a sé stesso e ci confrontiamo con la pubertà, a 21 anni vi è la prima quadratura e a 28 il primo trigono crescente ( che coincide con il ritorno di Saturno) e tutti sappiamo quanto queste due età rappresentino un momento di importante trasformazione prima di tutto sul piano psicologico, dove l’individuo sente una spinta “a trovare sé stesso”, eventualmente ribellandosi alle aspettative della famiglia, se queste non coincidono con il proprio progetto di vita. A 35 anni vi è il seguente importante passaggio uraniano, che spesso coincide con qualche traguardo sul piano del lavoro e dell'autonomia. A 42 anni Urano è opposto a sé stesso e questa è un’altra età cruciale, spesso caratterizzata da una crisi la cui intensità dipende solo da quanto siamo in realtà lontani dalla nostra vera natura, da quanto ci siamo lasciati condizionare adeguandoci a qualcosa che non sentivamo veramente nostro. Molte persone decidono di cambiare strada spesso reinventandosi, quando Urano è opposto a sé stesso.
49 anni è un altro importante momento, il cui esito dipende da come sono andati i precedenti passaggi. Se questi sono stati affrontati positivamente, ci può essere qui una fase di ulteriore apertura, addirittura di successo. Oppure ancora una volta ci può essere il bisogno di operare una rivoluzione, in tutti i casi ci sarà un ri-orientamento psicologico. Tra i 56 e i 63 anni, se tutto è andato bene, ci può essere una terza nascita, sotto il piano della saggezza e della capacità di trasmettere qualcosa di ciò che si è imparato anche agli altri. Per qualche fortunato (sempre di meno!) questo può coincidere con la fine della fase produttiva nel mondo del lavoro, il pensionamento, e quindi una nuova gestione del tempo, tutta all’insegna della libertà. 70, 77 e 84 anni, quando Urano ritorna sui suoi passi concludendo il suo ciclo (e non a caso questa è l'età media dell'essere umano), segnano nuove ed ulteriori possibilità, per coloro che sono così fortunati da poterle cogliere, o addirittura andare oltre il primo ciclo di Urano, e sentire sempre più all’interno di sé stessi cosa vuol dire essere liberi davvero e non dover più rispondere a nessuno e a niente che non collimi precisamente con la propria volontà più profonda


La dialettica Urano-Saturno e i nostri tempi

Indubbiamente Saturno rappresenta tutto ciò contro cui Urano combatte e va da sè che chi è fortemente identificato con Saturno tema molto la proposta di Urano!
Eppure i due Dei, come già detto, si trovano insieme sia in capricorno che in acquario e questo significa che sono nati per lavorare insieme, giacchè non è possibile elevarsi verso l’alto se prima non si hanno buone basi : un albero può sviluppare buone e rigogliose fronde solo se ha anche buone e profonde radici, altrimenti rimane un fuscello esposto alle intemperie.
Diciamo che la lotta tra Urano e Saturno esprime in pieno l'eterno conflitto tra stabilità e cambiamento, tra ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, tra il passato e il futuro.
Per chi ama la confortevole routine, la cosiddetta normalità dove tutto è sotto controllo e nulla cambia mai, i passaggi di Urano possono essere faticosi, a volte anche distruttivi.
Talvolta stravolgono lo status quo e l’individuo può scegliere di “aspettare che passi”, per tornare a riprendere la sua esistenza di prima.
Il problema è che con il passaggio di Urano nulla rimane uguale a prima e anche la routine non risulterà più così confortevole, perché ci sarà sempre quella parte rifiutata che genererà frustrazione, e la sensazione di aver sofferto per niente, e tutto questo potrebbe avere il sapore amaro di una "sconfitta spirituale".
Urano non chiede di buttare all’aria tutta la propria vita, chiede solo di cambiare ciò che non serve più, dando a sè stessi il permesso di uscire dai binari del quotidiano, per abbracciare una visione più dilatata, superando quindi tutto ciò che ci limita.
Per altro Urano viene anche definito il liberatore, colui che apre le porte ai suoi nobili fratelli Nettuno e Plutone, i cui doni in termini di ricchezza sono ancor più grandi di quelli dello stesso Urano.
Ho citato la dialettica tra questi due pianeti perché è quando stiamo vivendo in questa fase storica, anche sul piano collettivo. Per buona parte del 2009 Saturno in vergine si è trovato all’opposizione di Urano in pesci; questa configurazione è ancora attiva e andiamo verso una fase ancor più complicata, dove all’opposizione Urano-Saturno si aggiungerà la quadratura di Plutone, verso l'estate 2010.
Anzi per dirla tutta intorno il 7 di Agosto andrà formandosi una configurazione astrale molto particolare, che viene definita “la grande croce cosmica”.




Tutto questo ci obbliga ad affrontare alcune questioni che sono evidentemente ancora in sospeso: è giunta finalmente l’ora di effettuare i cambiamenti che Urano chiede da tempo? Oppure l’umanità intende rimanere arroccata su Saturno, i vecchi poteri, i vecchi privilegi, il vecchio modo di far politica, il vecchio sistema sociale, ma anche la vecchia attitudine ad aspettare sempre che qualcun’altro agisca al posto nostro, che pensi al posto nostro e decida ciò che va bene per noi, perché lo dice la televisione.
A noi la scelta.
Urano e l’Acquario ci ricordano che un gruppo si forma di tante identità ognuna delle quali è chiamata ad assumersi una sua responsabilità nel cambiamento, a dare un contributo personale e ad esprimere la sua unicità, tirando fuori finalmente la propria Luce, perché altrimenti non si tratta di un gruppo ma di un gregge.
La tensione sarà fortissima e probabilmente accadranno cose che non è possibile evitare, ma l’astrologia, madre di tutte le scienze, ci insegna che solo gli aspetti disarmonici sono in grado di produrre i cambiamenti più profondi, quindi benediciamo questa grande croce cosmica e … prepariamoci a cavalcare il vento caldo del cambiamento!

 

ZEUS-GIOVE: il Dio del cielo - il grande benefico
di Manuela Caregnato

sEra il signore del cielo, il dio della pioggia, colui che chiamava a raccolta le nuvole, che brandiva il terribile fumine. Il suo potere era più grande di quello di tutte le altre divinità messe insieme. E non di meno non era né onnipotente né onnisciente.” (1)

Zeus, Giove per i romani, è il grande e potente dio degli dei, colui al quale la mitologia greca assegna forse il ruolo più importante all’interno dell’Olimpo.
Capo supremo delle divinità greche, egli è il Dio dei fulmini, ma anche delle piogge, ciò di cui ha bisogno ogni cosa che cresce.
Il suo nome greco ha un significato molto simile al termine “vivere” (dzeu), mentre per i romani Jupiter significa padre della luce. Per gli ebrei Zeus è Tsedek,
che significa “il giusto”.
Da queste tre definizioni è possibile dedurre come Zeus fosse innanzitutto considerato fonte di vita, sorgente di tutte le energie e centro di irradiazione della luce nonché principio di equità
(2).
Era lui che conferiva potere ai sovrani, salvaguardandone anche diritti e giustizia.
Tra i suoi appellativi ricordiamo “colui che addensa le nuvole”, “colui che manda i venti propizi”, e “Padre degli Dei e degli Uomini”.
A livello iconografico viene raffigurato come un uomo possente, con una folta barba e un aspetto severo, seduto su un trono con un fulmine in mano. A testimonianza di ciò ancora oggi, quando si viola una proibizione patriarcale, si usa dire “che Dio mi fulmini”.
La statua di Fidia, in oro e avorio, che lo rappresenta assiso sul trono, è considerata una delle sette meraviglie del mondo antico
(3).
I suoi simboli, con cui viene spesso rappresentato, sono l’aquila e il fulmine.

L'OLIMPO DI ZEUS

Ultimogenito figlio di Crono e Rea , dalla cui unione nacquero tutti gli Dei di prima generazione (4), Zeus è il figlio in qualche modo predestinato a cambiare il corso degli eventi.
Il Padre, temendo l’avverarsi di una profezia secondo cui sarebbe stato destituito dal suo trono, divorava i figli maschi alla nascita ed era pronto a farlo anche con Zeus, ma la Madre, del tutto decisa a salvarlo, diede in pasto al consorte un sasso avvolto con panni mentre portava il neonato Zeus in salvo a Creta. Qui lo affidò alla cura amorevole delle ninfe Io e Adrastea mentre la ninfa- capra Amaltea lo allattò.
Sarà perché crebbe tra le donne, sarà perché fu circondato da amore e cure femminili per tutta la sua infanzia, decisamente dorata, sarà perché non conobbe il rifiuto quale vissero i suoi fratelli nel ventre di Crono (Saturno) fattostà che Zeus si trasformò in un giovane forte e sano, sicuro di sé e sufficientemente impavido da sfidare il padre.
Con l’aiuto di Meti (5) gli fece vomitare sia la pietra che i suoi fratelli Poseidone (Nettuno) e Ade (Plutone) e con il loro aiuto intraprese una lotta per destituirlo che durò ben dieci anni.
Anche i Ciclopi (6), che liberò dalle caverne dove suo nonno Urano (7) li aveva segregati, e i Giganti dalle cento mani (8) furono suoi alleati, e gli fecero dono rispettivamente di tuoni e fulmini e del potere incendiario.
Fu così che, dimostrando una capacità strategica degna di nota, Zeus ebbe la vittoria e divenne Signore supremo dell’Olimpo.
Salito al trono diede subito prova della sua magnificenza prendendo due decisioni particolarmente illuminate, grazie ancora al suggerimento di Meti (dea della saggezza e sua prima consorte):
anziché tenere tutto il potere per sé, si spartì il territorio con i fratelli, tirando a sorte, cosicchè a Poseidone toccò il regno dei mari, ad Ade il mondo sotterraneo mentre a lui rimase il dominio del cielo, che estese anche alla Terra e al monte Olimpo, dimora degli Dei.
L’altra importante e saggia decisione che prese, fu di non uccidere il padre bensì di mandarlo in esilio. Con questo pose fine alla crudele tradizione che vedeva un padre figlicida e tiranno divorare i propri figli per paura di essere a sua volta detronizzato e distrutto (così fece Crono con Urano, che evirò).
Grazie alla saggezza delle sue decisioni un nuovo concetto di giustizia divina andò a sovrapporsi al precedente; interrompendo il rito del sacrificio sanguinoso, la sacralità della vita e l’amore per la giustizia vinsero sulla crudeltà e la morte.
Giove diventa così anche il simbolo della liberazione dai sensi di colpa, di cui soffriva il padre Crono per aver evirato il genitore, e colui che dà via libera al processo di auto-individuazione.


IL PIANETA


Sotto il profilo astronomico ed astrologico, il pianeta Giove non fa che riflettere l’importanza del suo mito.
Di tutto il sistema solare esso è infatti il più grande pianeta, e dopo Venere è anche il più luminoso.
Le sue dimensioni e la sua composizione simile al Sole ne fanno una vera “stella mancata”, un gigante gassoso, "la cui immensa forza di gravità contribuisce nel bilanciare le orbite degli altri pianeti, ripulendo contemporaneamente lo spazio dai detriti vaganti, che diversamente impatterebbero con gli altri pianeti, tra cui il nostro (9)".
Trovo significativo sottolineare le sue caratteristiche fisiche, perché sono l’ulteriore prova di come tutto sia collegato nell’universo, e di quanta coerenza sia alla base dell’astrologia.
Il pianeta Giove infatti, astrologicamente parlando, corrisponde al grande principio di crescita, di espansione, di dilatazione dell’identità, e non per niente gli antichi lo definirono “il grande benefico”, o il “principio fortuna major” (venere era considerato “fortuna minor”) .
Esso irradia nello spazio un’energia che pare essere due volte e mezzo quella del Sole.
Allo stesso modo, il suo compito all’interno dello zodiaco è quello di espandere la personalità, infondendo quella fiducia che spinge al superamento dei propri limiti e quindi all’aumento della coscienza di sé.
Altrettanto interessante è il suo moto di rivoluzione, pari a dodici anni, tale per cui staziona in ogni segno per un anno intero.
La durata del suo giorno invece è molto più breve rispetto a quello della terra, infatti la sua rotazione è di 9 ore circa, e questa velocità fornisce un altro spunto di riflessione, poiché ci collega con il senso d’inquietudine, che è la spinta più forte di ogni possibile crescita.
Anche il suo campo gravitazionale merita un’osservazione: esso è circondato da uno stuolo di satelliti e da un sistema di anelli evanescenti: una vera corte lo circonda, il destino di ogni grande Re.
Analogamente anche la sua immagine astrologica è, sin dall’antichità, circondata da un alone di grande positività. Gli si attribuisce in particolare il dono dell'ottimismo, la capacità guardare al mondo con gli occhiali rosa, un ingrediente che, alla luce della legge di attrazione, può far la differenza nel corso di una vita.


GIOVE E IL FEMMINILE

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Non c’è dubbio che Giove rappresenti un principio maschile e patriarcale, riflesso della sua epoca, come dimostra il fatto che si spartì l’universo con i soli fratelli maschi.
Bisogna però riconoscere che con le donne ebbe un rapporto a dir poco privilegiato.
Prima di tutto fu salvato dalla madre e cresciuto in un’isola circondato da sole donne, come abbiamo visto sopra.
Dunque la sua infanzia fu coronata da riconoscimenti affettivi, nutrimento e grande libertà, ingredienti che come tutti sanno contribuiscono ampiamente nello sviluppo di un sano senso di sicurezza interiore e di autostima.
Ma anche da grande, ciò che lo rese impareggiabile non furono tanto le azioni di governo quanto la sua incontenibile attrazione per il mondo femminile, in conseguenza della quale diede origine a tutta la generazione successiva di dei e semidei.
Certo non viene automatico ammirare un simile dongiovanni olimpico, ma occorre riconoscere che da ogni sua “donna” egli riuscì a sviscerare qualità speciali, o spunti di miglioramento per la condizione umana, nel rispetto della sua più elevata simbologia, giacchè Giove rappresenta la crescita, su tutti i piani, come vedremo più avanti.
La mitologia di Esiodo gli riconosce sette consorti ufficiali e almeno ventitré amanti.

La sua prima moglie è Meti, dea di saggezza, la dea più giusta e ricca, che Giove ingoiò incinta, per timore di essere detronizzato da un figlio.
Così facendo Giove inglobò il principio di saggezza e conoscenza, facendolo proprio, come una voce che suggerisce da dentro.
La seconda moglie è Temi (10), consigliera del cielo e degli uomini, letteralmente “regola della natura”, principio di armonia e di equilibrio. Dal loro incontro nacquero le Moire (11), ossia le Parche e le Stagioni, che avevano facoltà di concedere all’uomo vita, tempo e morte.
Fu poi la volta di Eurinome (14), figlia di Oceano, una dea di bellezza che generò le Grazie.
In seguito fu sposo di Mnemosine (12), che presiede alla memoria della cose, e in occasione del loro matrimonio Giove creò le Muse (13), con il compito di alleviare le sofferenze degli uomini dilettandone lo spirito.
Con Demetra generò Persefone, dea dei due mondi, mentre dall’unione con Leto (15) nacquero Apollo (16) e Artemide.
Si unì anche a Nemesi, figlia della Notte, la cui “giusta ira” si rivolge a coloro che offendono le leggi e le regole.
Infine sposò Era, sua consorte ufficiale e sorella, a lui pari in rango.
Per conquistarla si traformò in uccellino tremante, che lei intenerita si ripose sul seno.
A quel punto lui svelò la sua identità e cercò di sedurla, ma potè averla solo in cambio della promessa di matrimonio.
La loro luna di miele durò trecento anni, dopo di che Giove prese a tradirla e la mitologia greca è piena di storie che narrano le sue avventure e l’ira vendicativa di Era.
Dalla loro unione nacquero Ares (17), Ebe (18) , Efesto (19) ed Ilizia (20).
Tra gli altri suoi figli, nati da relazioni extraconiugali, ricordiamo Hermes (figlio di Maia) e Dioniso (figlio di Semele).
Per conquistare le femmine di cui si invaghiva, Giove era solito inventare continui stratagemmi e nuovi travestimenti.
Per fecondare Danae (21) divenne pioggia d’oro e da lei nacque Perseo; con Leda (22) fu cigno e con Antiope (23) fu un satiro.
Pare proprio che ad interessarlo non fosse tanto la relazione in sé stessa (per altro non è famoso per le qualità amatoriali!!), quanto la conquista, le infinite potenzialità insite in ogni trasformazione, il costante senso di crescita, di fecondazione di nuovi territori.

GIOVE, IL PADRE BUONO

Anche nel suo ruolo di Padre, Giove introdusse un nuovo tipo di relazione.
Infatti sebbene sia egli figlio del patriarcato e di padre e nonno tirannici, Zeus fu il primo tra gli Dei a comportarsi in modo protettivo ed amorevole con i suoi figli.
A dimostrazione del suo grande potenziale creativo e fecondativo, ebbe figli quasi da ogni sua donna, e di ognuno di essi si prese cura con generosità, come un buon padre che sa valorizzare non solo sè stesso ma anche i frutti della sua creatività.
Narra il mito, ad esempio, che quando la madre di Dioniso morì incinta, lui si legò il feto ad una gamba portandoselo fino alla nascita. Ad Artemide diede tutto ciò che chiedeva (arco e frecce, segugi e compagne). Ad Atena diede il Logos e i suoi simboli del potere. Ricompose un litigio tra Apollo ed Hermes, che rese amici.
Si fidò di Hermes a tal punto da far di lui il messaggero degli Dei, nonché il tramite tra sè stesso ed il regno degli inferi.
Ares è l’unico figlio in qualche modo rifiutato, bersaglio del suo odio paterno, e questo è il suo lato oscuro, ma indubbiamente la sua caratteristica più evidente è quella di padre prolifico.


GIOVE NELL’OROSCOPO

Giove è il grande ottimista dello zodiaco, il grande principio di crescita, e la sua posizione nel tema di nascita ci parla del rapporto che ognuno ha con il sentimento di fiducia, di ottimismo e con la sensazione di “farcela” nella vita.
Esso rappresenta il “si” alla vita, il superamento dei limiti, il bisogno di crescere e migliorarsi.
Di lui scrive L. Morpurgo “la tradizione lega giove alla ricchezza e alla fortuna. E’ indubbio che la sua influenza sia benefica sotto questo aspetto anche perché una forte carica di ottimismo di fiducia in sè stessi e di fascino personale, quale giove suggerisce, spianano molte strade nel mondo degli affari e del denaro. L’arricchimento tuttavia può essere anche spirituale, morale e filosofico. E a volte si limita a quella profonda ricchezza interiore che è la serenità. Sarebbe più esatto dire che da Giove dipende la felicità individuale, che è uno stato d’animo, più che un dato materiale.”
Dunque Giove arricchisce sempre, e il suo arricchimento è su diversi piani, come dimostrano le sue tre sedi:
-La prima sede dove lo incontriamo è in Toro, seconda casa, dove è in esaltazione.
Qui Giove rappresenta l’oralità della fase toro/seconda casa, elemento terra.
In questa fase della vita sono in primo piano i bisogni materiali, la nutrizione, l’affetto, il radicamento.
E’ qui che prende forma l’impianto di sicurezze che ci permetterà in seguito di affrontare la vita con serenità e ottimismo, oppure con ansia.
In questa sede Giove collabora con Venere (il piacere) e X (il grande principio femminile) e la crescita che propone è sul piano fisico, materiale, emotivo.
-In Sagittario, nona casa si trova il suo domicilio.
Qui la crescita è tutta sul piano dell’identità, come vuole l’elemento fuoco.
Qui Giove collabora con Nettuno e desidera superare i suoi limiti.
E’ in questa casa, che si forma il pensiero simbolico, l’immaginazione, l’intuito, in contrapposizione alla terza casa/gemelli (il pensiero razionale).
Sagittario è il segno in cui l’uomo è chiamato a trovare la propria vocazione, a dare una direzione alla sua volontà, e Giove qui fornisce proprio la grande visione, la spinta alla crescita, il desiderio di miglioramento senza il quale nulla è possibile.
E’ qui che Giove ingloba Meti, dea di saggezza, e allarga le sue vedute ed anche la sua comprensione.
-La terza sede di Giove è in pesci/dodicesima casa, dove nuovamente incontra Nettuno nel suo domicilio.
Qui la dimensione fisica è completamente trascesa, come pure l’individualità.
Questa è l’ultima casa dello zodiaco e ultima sede di Giove. La crescita qui è di natura puramente spirituale: Giove espande la consapevolezza di essere parte di un unico grande disegno, il senso di partecipazione e di condivisione del proprio destino con il resto dell’umanità, la solidarietà, il senso spirituale della vita.
Se in nona casa era Nettuno a servire Giove, nel superamento dei propri limiti, qui è Giove che serve Nettuno, e così la fiducia si trasforma in qualcosa di più grande, si libera definitivamente dai dogmi e torna alla fonte della guarigione: la fede.
Dunque Giove ci accompagna nella nostra crescita a partire dal piano materiale, a quello psicologico fino al piano spirituale.
Tra i suoi simboli riconosciamo l’intuito, la creatività, il pensiero positivo, l’immaginazione creativa e molto ancora…. Giove è anche la vista, qualcosa che ci permette di guardare lontano, di espandere la nostra visione.
Qualsiasi sia la sua posizione nel tema di nascita, esso ci aiuterà a comprendere “quello che possiamo diventare”, ossia il nostro potenziale di crescita.
In sintesi possiamo dire che esso è il ponte che ci trasporta dall’avere all’essere, attraverso il cercare.
C’è una favoletta aborigena , di Marie Louise von Franz, che sintetizza il simbolismo più profondo di Giove, e il suo compito nel nostro tema natale:
“Tra gli aborigeni australiani esiste una bella consuetudine: quando il riso non cresce bene, le donne vanno nel campo, si accovacciano tra il riso e gli raccontano il mito della sua origine. Allora il riso comprende di nuovo perché è lì, e riprende a crescere”.

I TRANSITI DI GIOVE e il bilanciamento con Saturno:

Anche nel corso dei transiti Giove mantiene la sua funzione di “espansore”, e i suoi transiti sono sempre caratterizzati da un senso di fiducia, di benessere, di ottimismo, specie quando va a toccare i luminari.
Ma va sottolineato che tra le sue funzioni non vi è quella di selezionare (ciò spetta a Mercurio).
Quindi non essendo assolutamente selettivo, Giove espande ciò che trova e non è detto che ciò sia sempre positivo!
L'ombra di Giove ha sempre a che fare con l'esagerazione, quindi può espandere l’incapacità di vedere i propri limiti, la superbia, nonché l'ego (se si inserisce in un tema che si presta).
Se non trova altro può limitarsi ad espandere la dimensione fisica, e ho visto spesso le persone guadagnare più che altro peso, con il suo passaggio!
Come sempre il bilanciamento di Giove è Saturno per cui è molto importante che all’interno di un tema natale queste due energie siano in equilibrio.
Infatti se Giove è la fiducia, Saturno è il dubbio.
Occorre avere coscienza dei propri limiti, per poterli superare, e se Giove rappresenta quella voce interiore che ci spinge ad osare di più, è fondamentale che Saturno ci metta in contatto con la realtà, per evitare di sopravvalutare le proprie risorse.
Troppo ottimismo può essere dannoso quanto il pessimismo, mentre il buon equilibrio tra giove e saturno dà un sano ma fiducioso realismo.


I SUOI CICLI:


I cicli di Giove sono un’altra prova della sua abbondanza e generosità.
Infatti data la relativa velocità della sua orbita, numerosi sono i suoi passaggi, che ci accompagnano nel corso della vita.
Ogni ciclo infatti dura dodici anni, e come abbiamo già detto ciò significa che riprende il ciclo del sole ( di dodici mesi), amplificandolo.
Dunque ogni 12 anni Giove torna sulla sua posizione radix, per proporci in una nuova crescita.
Nei suoi primi due cicli, quindi fino a 24 anni, Giove si occupa della nostra crescita in termini di assimilazione, poiché questo è il tempo della vita in cui si incorporano prima cibo (0-12 anni), poi conoscenze e cultura (12-24 anni), tutto ciò che contribuisce a creare il nostro pensiero personale.
Dai 24 anni in poi Giove contribuisce ulteriormente alla nostra espansione, spingendoci a superare i nostri limiti, nella cosiddetta fase Sagittario, allorchè ci invita ad esplorare il mondo e ad interagire con esso. In questo modo ci aiuta a formare il cosiddetto “senso sociale”.
Questo ci accompagnerà piano piano anche verso un’espansione sul piano della coscienza, che è il preludio della terza funzione di giove: la crescita spirituale, il senso di partecipazione con qualcosa di più grande.
In questo senso Giove ha una funzione da ponte tra la dimensione dell’io cosciente e quella del sé superiore, proprio come nel mito, dove libera i suoi fratelli Ade e Nettuno (l’inconscio e il senso spirituale della vita).
La vita media umana (ottantaquattro anni) contiene ben sette cicli di giove, nei quali di volta in volta il pianeta della crescita ci propone nuove espansioni, nell’intento di unire terra e cielo, come fanno anche i suoi fulmini divini.