MISTERI










Italiani scomparsi a Los Roques in Venezuela
Il 4 Gennaio un aereo bimotore della compagnia Transaven, ha perso il contatto con la torre di controllo attorno alle 9.15 (ora locale), subito dopo aver segnalato problemi a bordo. Fra le persone a bordo, oltre agli otto italiani, c’erano un cittadino statunitense e 3 venezuelani.
Gli otto italiani dispersi sono una famiglia di Ponzano Veneto in provincia di Treviso (padre, madre e due bambine di 6 e 8 anni), due donne bolognesi e una coppia di Roma in viaggio di nozze.
Ormai soprannominato l’arcipelago del terrore, l’arcipelago di Los Roques l’anno scorso fu teatro dell’omicidio di Elena Vecoli,

la 34enne fiorentina uccisa dopo essere stata aggredita nella posada ‘La Lagunita’, dove si trovava in luna di miele con il marito Riccardo Prescendi, rimasto ferito nell’agguato.
Nonostante esistano moltissimi dubbi sull’accaduto, al momento il Governo Italiano non ha ancora predisposto quanto necessario per far luce su questo oscuro episodio, un atto dovuto ma che sembra non sfiori minimamente il pensiero di chi dovrebbe cercare la verità.
Nella breve comunicazione via radio, il pilota lamentava problemi ad entrambi i motori ed annunciava il tentativo di un ammaraggio. Da quel momento dei passeggeri non si è saputo più nulla.
Sull’accaduto ci sono moltissimi dubbi, principalmente la mancanza dei corpi e del relitto dell’aereo, si pensa con sempre più insistenza ad un sequestro di persona, possibilità non troppo recondita considerando la zona nella quale sono scomparsi i nostri connazionali.
Un altro strano episodio stranissimo, è stato il ritrovamento del corpo di uno dei piloti quasi nudo, allora è lecito chiedersi come fosse finito lì solo lui e in che condizioni c’è arrivato, intanto questo rimane uno dei misteri irrisolti più strani degli ultimi anni.

 

 

La complessità del corpo umano
L'aura
Le persone dotate di poteri medianici "vedono" in ciascun essere vivente un'aura che circonda il corpo, una sorta di energia vitale. Uno dei primi a farne cenno nei suoi scritti fu il medico Paracelso, che descrisse questo campo energetico come una sfera infuocata. Nel XVIII secolo il medico austriaco Franz Anton Mesmer introdusse il concetto di "magnetismo animale": un lieve fluido che congiunge uomo, Terra e corpi celesti, ma attivo anche tra uomo e uomo. Mesmer riteneva che le malattie scaturissero dalla distribuzione non omogenea di questo fluido all'interno del corpo umano.

Nel XX secolo il medico londinese Walter Kilmer ha inventato uno schermo per osservare la luce ultravioletta. Grazie a questo strumento è riuscito a scorgere attorno al corpo umano un'emanazione, da cui sosteneva di poter rilevare la presenza di malattie dell'organismo, basandosi semplicemente sulle caratteristiche della luce diffusa. Nel 1939 il russo Semjon Davidovic Kirlian presentò un procedimento di stampa fotografica, noto ora con il nome di "fotografia Kirlian", che consente di analizzare l'aura degli esseri viventi, evidenziandone l'effetto "corona" nell'aria.
Interpretare l'aura
Chi è in grado di riconoscere l'aura degli altri esseri umani sostiene che questa assuma una forma ovale e si propaghi generalmente per circa 30-45 cm attorno al corpo: nelle persone molto estroverse sarebbe decisamente più estesa, nei moribondi generalmente debole e ridotta a una linea sottile attorno al corpo. Attraverso lo studio dei colori dell'aura sarebbe inoltre possibile comprendere stati d'animo ed emozioni: il rosso rappresenta la rabbia e la forza vitale, il verde la compassione e il benessere, il blu la spiritualità e la passione, l'indaco la bontà e l'intuito.
I corpi sottili
Gli studiosi di esoterismo e i cosiddetti medium, coloro cioè che si ritengono in grado di stabilire contatti extrasensoriali, parlano generalmente di tre corpi sottili principali, contrapposti al corpo fisico:
1) Il corpo eterico, responsabile della diffusione dei processi fisici dell'organismo: una sorta di barometro del benessere personale. Esistono guaritori che riescono a diagnosticare eventuali patologie osservando esclusivamente il corpo eterico, che con la morte scompare.
2) Il corpo astrale, che serve a elaborare i sentimenti. Comprende tutti i desideri, le emozioni e i pensieri nascosti nella mente umana. Questo corpo sottile è il "veicolo" dei voli astrali. Dopo la morte lascia il corpo fisico e si trasferisce nel mondo astrale, ma può allontanarsi spontaneamente dal corpo anche in caso di incidenti gravi, coma o uso di sostanze stupefacenti. Si tratta di quella parte dell'uomo che nelle esperienze di pre-morte vaga nel mondo astrale assorbendo avvenimenti ed impressioni.
3) Il corpo mentale, che comprende tutti i pensieri, compresi quelli extrasensoriali e intuitivi. Il corpo mentale viene per lo più suddiviso in due livelli: la mente superiore, che si nutre dello spirito universale (esperienze spirituali, intuizione, verità superiori), e la mente inferiore, legata al mondo terreno e materiale, inteso senza alcuna connotazione negativa.
Molti popoli credono che questi tre corpi immateriali rivestano un ruolo importante, sia in relazione alla vita nell'Aldilà che alle pratiche occulte nella vita terrena. I corpi sottili elevano l'uomo dalla sfera puramente fisica e gli consentono di esercitare la magia. Se l'uomo non si limitasse a considerarsi una mera somma di funzioni corporali, potrebbe riuscire a liberare quelle forze che gli permetterebbero di andare oltre la normalità quotidiana.

 

Viaggi astrali e magia astrale
La magia astrale sfrutta i corpi sottili dell'uomo con diverse finalità, prima tra tutte quella di far viaggiare il corpo astrale e di generare proiezioni astrali.
Secondo alcuni testi, al termine di ogni sogno il corpo astrale esce dalla testa e parte inconsciamente per un viaggio astrale, durante il quale può visitare luoghi nel mondo reale senza essere visto. Sembra che negli Stati Uniti e in Russia siano stati fatti alcuni tentativi per formare viaggiatori astrali a scopo di spionaggio.
Negli anni Settanta furono molte le indiscrezioni in merito, ma non si seppe mai nulla di certo.
Le proiezioni astrali sono molto simili ai viaggi astrali, ma sono avulse dallo spazio e dal tempo, per consentire di osservare il futuro oppure il passato.
I viaggi astrali
La magia astrale è finalizzata al compimento di viaggi realizzati solo mediante la forza e il potere del corpo astrale. Sembra che in passato alcuni maghi fossero addirittura in grado di ferire un nemico esclusivamente con la forza della mente, senza essere presenti fisicamente. Molti maghi tentano di intraprendere viaggi astrali, spesso aiutandosi con droghe o con l'auto-ipnosi. Anche gli sciamani attuano spesso questa pratica, raggiungendo uno stato di trance che li porta sempre a una perdita di coscienza, che non è ecluso possa provocare danni psichici. Secondo la magia astrale, il cosiddetto "cordone argenteo" serve a mantenere collegati corpo fisico e corpo astrale quando quest'ultimo si allontana. Anche le esperienze di pre-morte (al confine tra la vita e la morte) sono una sorta di viaggio astrale.
Il sabba: rapporti con il diavolo?
La parola strega deriva dal greco strix, l'uccello notturno al quale si attribuivano poteri malefici. Nel XIII secolo si diffuse sempre di più la teoria secondo cui streghe e stregoni stringessero patti con il demonio, sigillando la propria sottomissione con un bacio sui piedi. Agli inquisitori incaricati di processare le streghe venivano anche presentati, in qualità di prove, presunti contratti firmati sia dall'imputata sia dal diavolo in persona. Molti sostenevano, inoltre, che il diavolo avesse rapporti sessuali con le streghe e che apparisse loro in luoghi precisi con sembianze animali. Pare che durante il sabba le streghe si preparassero all'incontro frizionandosi con unguenti magici a base di stramonio, belladonna, ovolo malefico e mandragola, dagli effetti allucinogeni. Quindi partivano per un viaggio astrale e volavano sulle loro scope fino al segretissimo monte dove si scatenavano in danze sfrenate e pratiche sessuali. Secondo molti ricercatori le streghe non sono altro che il risultato di credenze popolari pre-cristiane, basate sullo sciamanismo e su determinati culti dei morti. Nella concezione germanica, i tratti negativi della magia malefica si uniscono ai tratti positivi della magia benefica.
 
IN CONTATTO CON CHI NON C'E' PIU'
Negromante, dal latino medioevale necromantem, indica colui che pratica l'antica arte divinatoria fondata sull'evocazione degli spiriti dei morti allo scopo di consultarli sul futuro. Il termine "negromanzia", o "necromanzia", deriva dal greco necroz ("morto") e manteia ("divinazione"). Alla base della negromanzia vi è la credenza nella sopravvivenza dell'anima e nella possibilità che i morti possano apparire e interferire in modo benevolo o malevolo nella vita di coloro che sono rimasti. Questa pratica era già ampiamente in uso presso i Babilonesi, come si legge nell'”Epopea di Gilgamesh”, era vietata ma praticata presso gli Ebrei, e per esempio è citata nella Bibbia a proposito di Saul e della strega di Endor, presso i Greci (basti penasare a quanto racconta Omero nell'Odissea) e presso i Romani, che secondo alcuni studiosi evocavano i morti in caverne vicino a laghi e fiumi. Per comunicare con gli spiriti dei defunti e consultarli, nel mondo antico si ricorreva all'uso di statue e feticci e all'intervento di veggenti e negromanti. Gli Egiziani, per esempio, utilizzavano delle statue per la comunicazione tra vivi e defunti. I Greci chiamavano daimon lo spirito del defunto. Nel Medioevo si assisté a un progressivo cambiamento del concetto di negromanzia: da divinazione con l'ausilio dei morti, grazie alle riflessioni di Agostino, Isidoro di Siviglia e Graziano (nel suo Decretum), il termine passò a indicare la "magia nera" intesa come insieme di rituali volti al male. Anche la descrizione del negromante risentì di questa mutazione, e da quel periodo in avanti venne descritto come persona torva, vestita di scuro, vagante tra le tombe alla ricerca di orridi ingredienti per le sue pratiche malefiche: ossa, mani di morto, parti del corpo di animali notturni come upupe e pipistrelli, sangue, ecc. Ma non tutto ciò che riguardava l'evocazione fu considerato negativo: la magia fu distinta in bianca, o teurgia, mirante a evocare gli spiriti buoni (angeli, santi ecc.) e nera, per richiamare spiriti cattivi, poi imprigionati dal mago in oggetti vari e asserviti ai suoi scopi.

TRIANGOLO DELLE BERMUDA
Il 5 dicembre del 1945 cinque Avengers, aerei bombardieri, si alzavano in volo dalla base di Fort Lauderdale, in Florida, per un normale giro di perlustrazione e controllo sull'Atlantico. La flotta 19 era comandata dal responsabile Charles Taylor. Gli altri quattro piloti erano reclute in allenamento.
Si accingevano a compiere quello che in gergo è detto "volo di routine", ossia un'attività del tutto sicura, utile soprattutto a far maturare qualche ora di volo in più senza istruttore al fianco.
Attorno alle 2,15 gli aerei si trovavano già in pieno oceano, seguendo la rotta standard, il tempo era caldo e il cielo limpido.

Alle 3,45 la torre di controllo riceve un messaggio da Taylor: «Siamo in emergenza.
Crediamo di esserci persi. Non si vede più terra... ripeto... non riusciamo più a scorgere la terra».
«Qual’ è la vostra posizione?»
«Non siamo certi della posizione. Non sappiamo dove ci troviamo. Ripeto, ci siamo persi».
«Puntate verso ovest», suggeriscono dalla torre.
«Non sappiamo quale sia la direzione ovest. Tutto sembra fuori posto... strano. Non siamo più sicuri di niente. Persino l'oceano non sembra quello che dovrebbe essere».
Alla torre di controllo cresce lo sconcerto. Quand'anche una tempesta magnetica avesse messo fuori uso gli strumenti, i piloti avrebbero comunque potuto orientarsi osservando il Sole basso nel cielo a occidente. A questo punto il contatto radio peggiora e i messaggi si riducono a brevi frasi. Tra gli altri, si registra la conversazione spasmodica fra due piloti. Uno grida che tutta la sua strumentazione di bordo è andata in tilt. Alle 4 in punto Taylor decide di passare il comando a un altro pilota. Ma anche lui alle 4,25 dichiara: «Non sappiamo dove ci troviamo».
La situazione, frattanto, si fa drammatica. Se gli aerei non dovessero rientrare o toccare terra entro le successive quattro ore, la mancanza di carburante li costringerebbe ad ammarare. Alle 6,27 parte una missione di soccorso. In volo si alza un gigantesco Martin Mariner, con a bordo un equipaggio di tredici persone. L'aereo si mette sulle tracce degli Avengers, seguendo l'ultima rotta segnalata. Dopo ventitré minuti il cielo verso oriente viene improvvisamente illuminato da un lampo color arancio brillante. Da quel momento dei velivoli, Mariner compreso, non si ha più alcuna notizia. Sono come svaniti nel nulla. Proprio come è accaduto a navi e altri aerei in quella stessa area, poi tristemente nota come "Triangolo del diavolo" o "Triangolo delle Bermuda". Quello che accadde agli aerei scomparsi non riteniamo sia un mistero. Nel corso del pomeriggio il tempo si era fatto brutto e le navi in mare avevano segnalato «forti venti e mare in tempesta». La squadriglia 19 e il Mariner, finito il carburante, erano stati costretti a scendere in mare inabissandosi. Il vero mistero, dunque, era un altro: perché era accaduto? Perché i piloti avevano perso la tramontana e ogni elementare senso di orientamento? Anche se la strumentazione di bordo aveva smesso di funzionare e anche se la visibilità era scesa a poche decine di metri, persino un pilota alle prime armi si sarebbe portato al di sopra dello strato di nubi procedendo con piena tranquillità. Ma ciò che suona ancora più strano è il fatto che un simile evento avrebbe dovuto mettere sul chi vive le autorità militari, avvertendo che qualcosa di veramente pericoloso incombeva su quella striscia di mare fra la Florida e le Bahamas, una folta catena di isole a poco meno di 100 km dalla costa. Invece non avvenne nulla, non squillò nessun campanello d'allarme. Venne proposta la solita soluzione: l'incidente era stato provocato dalla somma di alcuni elementi negativi: cattivo tempo, interferenze elettriche nelle bussole di riferimento, inesperienza dei piloti, il fatto che il loro comandante, Charles Taylor, era stato soltanto da poco assegnato alla base e non conosceva i luoghi. Spiegazioni analoghe saranno poi utilizzate nei vent'anni a venire per spiegare alcune tragedie simili: la scomparsa nel 1947 di una superfortezza volante, quella di un Tudor IV nel gennaio del 1948, di un DC3 nel dicembre dello stesso anno, un altro Tudor IV nei 1949, un Globeinaster nel 1950, uno York inglese da trasporto nel 1952, un Super Constellation della Marina nel 1954, un altro Martin nel 1956, un aereo cisterna dell'Air Force nel 1962, due Stratotankers nel 1963, un magazzino volante nel 1965, un cargo civile nel 1966, un altro cargo nel 1967 e un altro ancora nel 1973... per un numero di dispersi superiore alle 200 unità. Cosa abbastanza singolare, il primo a rendersi conto della straordinarietà di tutti questi fatti messi insieme non fu un militare, ma un giornalista, Vincent Gaddis. Nel febbraio del 1964 il suo articolo intitolato “Morte nel Triangolo delle Bermuda” compare sulle pagine della rivista «Argosy», battezzando il mistero col nome che oggi è a tutti ben noto. Un anno dopo, in un libro completamente dedicato al problema, dal titolo “Triangolo maledetto e altri misteri del mare”, Gaddis riprende il pezzo inserendolo nel capitolo “Il Triangolo della morte”. Viene elencato un gran numero di navi che sono scomparse in questa fascia di oceano, a partire dalla Rosalie, svanita nel nulla nel 1840, per arrivare allo yacht Connemara IV nel 1956. Nella chiusa del capitolo, Gaddis entra a pie pari nel regno della fantascienza e si butta sulla speculazione di un «continuom spazio-temporale che avvolge il nostro mondo, compenetrandolo completamente», suggerendo che forse le navi e gli aerei sono spariti penetrando in una sorta di buco cosmico che introduce alla quarta dimensione. Qualche tempo dopo la pubblicazione del libro, Gaddis riceve una lettera da parte di un certo Gerald Hawkes, il quale gli racconta una sua esperienza nel Triangolo delle Bermuda consumatasi nell'aprile del 1952. Durante un volo dall'aeroporto attuale Kennedy, a Gran Bermuda, all'improvviso l'aereo era precipitato per oltre 60 m. Non si era trattato di un vuoto d'aria, bensì l'impressione era stata quella di scendere come a bordo di un ascensore. Poi il piccolo aereo aveva ripreso quota. «Era stato come se un gigante si fosse divertito ad afferrare l'aereo e a farlo scendere e salire come un giocattolo” mentre le ali sembravano sbattere, proprio come quelle di un uccello. Il capitano, visibilmente sconcertato, aveva rivelato ai passeggeri di non riuscire più a scorgere Gran Bermuda e che l'operatore radio stava da qualche momento tentando inutilmente di mettersi in contatto sia con la Florida che con Gran Bermuda. Finalmente, dopo un'ora, il velivolo era entrato in comunicazione con una nave che, fungendo da punto di riferimento, l'aveva guidato fino a destinazione. Scesi dall'aereo, tutti avevano potuto notare la limpidezza del cielo notturno, una splendida serata senza vento. La lettera di Hawkes finiva con una osservazione affascinante: «Forse l'aereo era stato inghiottito in un luogo dove tempo e spazio non esistevano». Ora, sappiamo tutti che l'ingresso di un aereo in un vuoto d'aria, con un repentino mutamento delle condizioni della pressione, può provocare una improvvisa precipitazione per mancanza di sostegno e che violente turbolenze d'aria inducono nelle ali fenomeni vibrazionali così forti da dare l'impressione che sbattano come quelle di un uccello; ma ciò che in questo caso più di ogni altro fatto resta un mistero è il totale blackout radio. E’ la stessa singolare anomalia che stupisce coloro che si avvicinano allo studio degli UFO, i cosiddetti dischi volanti, a proposito dei quali sono state proposte infinite ipotesi sin dal loro apparire, vale a dire da quando nel giugno del 1947 il pilota civile Kenneth Arnold affermò di aver osservato nove '"piatti volanti" mentre si trovava in quota sul Monte Rainier, nello stato di Washington. Alcuni ufologi sostengono che la superficie della Terra non è uniforme come pare, bensì punteggiata da strani "vortici", mulinelli energetici, dove gravità e magnetismo planetario sono inspiegabilmente meno consistenti. Si tratterebbe, in definitiva, di una specie di finestre, punti di luoghi particolari del pianeta, che ipotetici extraterrestri potrebbero sfruttare come zone di prelievo per esemplari di esseri umani destinati allo studio sistematico sul loro lontano pianeta di provenienza... Per Ivan T. Sanderson, amico di Gaddis e noto studioso di fenomeni stravaganti, questa ipotesi è davvero un po' troppo spinta nel regno della fantasia. Da buon scienziato rigoroso, Sanderson ha affrontato il problema disegnando una cartina del mondo su cui evidenziare le aree teatro di scomparse inspiegabili. Ha così scoperto, per esempio, l'esistenza di un altro "Triangolo del diavolo" a sud dell'isola giapponese di Honshu, dove navi e aerei spariscono con regolarità. Dall'altro capo del mondo, un giornalista locale lo ha informato in merito a una strana esperienza personale da lui vissuta durante un volo verso Guani, nell'oceano Pacifico. Con il suo vecchio aereo da diporto era riuscito a coprire in un'ora e in totale assenza di venti un numero di chilometri pari quasi al doppio di quelli consentiti mediamente e, guarda caso, stava proprio sorvolando un'area "pericolosa" nella quale da anni si registravano sparizioni improvvise. Riportando queste zone critiche sulla carta del mondo, Sanderson si è accorto che presentano una superficie a losanga e che queste losanghe sembrano abbracciare il pianeta secondo una configurazione chiara, disposta su due strisce ad anello, rispettivamente collocate a 30° nord e 40° sud rispetto alla linea equatoriale. In questa fascia Sanderson ha contato almeno 72 zone singolari. Il vulcanologo George Rome sostiene che i fenomeni tellurici scaturiscono tutti a un preciso livello al di sotto della crosta terrestre, mentre la direzione e il verso della loro attività sarebbe determinata da movimenti di rotazione registrati attorno al nucleo centrale del pianeta. Ebbene, la collocazione grafica di questi nuclei sismici operata da Rouse, corrisponde in modo pressoché perfetto alle losanghe individuate da Sanderson. Forte di questa annotazione e come sempre animato da uno spirito indagatore prettamente scientifico, Sanderson è così giunto alla conclusione che giustificare le enigmatiche sparizioni con ipotesi fantasiose non funziona, nel momento in cui le discontinuità della superficie terrestre messe in risalto dalla ricerca sua e da quella di Rouse - i mulinelli energetici di cui si è detto - potrebbero benissimo costituire una causa prima scientificamente accettabile. La teoria proposta da Sanderson è comparsa in un suo libro del 1970 intitolalo “UFO: visitatori dal cosmo”. Tre anni dopo è toccato alla giornalista Adi-Kent Thomas Jeffrey raccogliere in un lungo elenco, pubblicato da una piccola casa editrice della Pennsylvania, tutta la casistica collegata al Triangolo delle Bermuda. Ma, purtroppo per lei, la giovane cronista non ha avuto fortuna nella scelta del tempo, poiché pochi mesi dopo usciva il grande successo di un altro noto autore. Parliamo di Charles Berlitz, pronipote del fondatore della celeberrima scuola di lingue, il quale pubblicava per i tipi di una grande casa editrice come la Doubleday, un rapporto dettagliato e al tempo stesso avvincente di ciò che era accaduto e stava accadendo nel famigerato Triangolo della morte. Il successo fu pieno e completo e in un attimo il libro era balzato in vetta a tutte le classifiche di vendita. Erano passati vent'anni dalla scomparsa della squadriglia 19 e dieci da quando Vincent Gaddis aveva inventato la formula "Triangolo delle Bermuda". Berlitz è stato però il primo autore a riuscire ad imporre il fenomeno all'attenzione del mondo. Uno dei molteplici motivi del successo lo si deve al fatto che Berlitz non ha esitato a lanciarsi in speculazioni fantasiose che hanno come protagonisti alieni, vuoti temporali, UFO, carri degli dèi e altro ancora. Fra le ipotesi più straordinarie, Berlitz mette in pista anche quella legata al pioniere della ufologia, il professor Morris K. Jessup, morto in circostanze per lo meno misteriose, dopo aver approfondito troppo un argomento tabù, conosciuto agli addetti al lavori come "Esperimento Filadelfia". Si tratta di un esperimento scientifico che si mormora abbia avuto luogo nel 1943 a Filadelfia, nel corso di alcuni test attivati dalla Marina militare americana al fine di mettere a punto un dispositivo in grado di circondare una nave con un potente campo magnetico. Stando ai testimoni sentiti da Jessup, ad un certo momento una strana luce verdastra aveva investito la nave, i cui contorni si erano fatti via via incerti e tremolanti, poi la grande massa era sparita, ma solo per ricomparire nel porto di Norfolk, in Virginia, a oltre 450 km di distanza. Molti componenti l'equipaggio morirono; altri impazzirono. Stando a quanto affermava Jessup, non appena si era gettato anima e corpo in questa ricerca, era stato contattato da agenti della Marina militare, i quali gli avevano proposto di investigare con loro su progetti analoghi, ma lui aveva rifiutato. Nel 1959 Morris venne trovato morto nell'abitacolo della sua automobile, ucciso dai gas di scarico. Secondo Berlitz, il professore era stato indulto al silenzio, per non correre il rischio che spifferasse tutto ciò che già era venuto a conoscere sull'Esperimento Filadelfia. Ma, vi chiederete, che cosa c'entra tutto questo con il tema del Triangolo delle Bermude? Semplice: nell'esperimento si tentava di realizzare un vortice magnetico del tutto simile a quelli ipotizzati da Sanderson, un mulinello in grado di far compiere all'oggetto (in questo caso una nave) un salto spazio-temporale e tele trasportarlo a centinaia di chilometri di distanza. In modo alquanto strano, questa immaginazione teorica ebbe il potere di mandare gli scettici su tutte le furie. Come in un'esplosione improvvisa, incominciarono a uscire libri, articoli e programmi televisivi animati dall'unico scopo di smontare il caso Bermuda. In tutti, la strategia adottata era quella del buon senso comune, quella stessa messa in atto sin dal 1945 dalle autorità militari e politiche: le sparizioni misteriose erano dovute, molto semplicemente, a cause naturali e, in modo particolare, a tempeste improvvise. Di certo non si può negare che per alcuni eventi questa sia davvero la soluzione migliore; ma se solo ci prendiamo la briga di dare una scorsa agli elenchi di navi e aerei spariti nel nulla, considerando che nella maggior parte dei casi non si è ritrovato il corpo delle vittime e neppure un rottame, ebbene, a questo punto, mettersi in sospetto è il minimo che una mente razionale deve fare. Ci chiediamo: ma non esiste un'ipotesi capace di conciliare il necessario buon senso comune con qualche guizzo intuitivo in grado di rendere ragione di tutta questa allarmante fenomenologia? Chi potrebbe aiutarci meglio di coloro che, chissà come e perché, sono riusciti a sfuggire alla maledizione del Triangolo? Proviamo. Nel novembre del 1964 il pilota di un volo charter, Chuck Wakely, stava facendo ritorno da Nassau a Miami, in Florida, volando a una quota di circa 2500 m. Ad un tratto aveva notato un globo luminoso danzare attorno alle ali, ma non ci aveva fatto caso, ritenendolo un abbaglio. Di colpo, il globo si era fatto sempre più grosso e la sua ingombrante presenza aveva mandato in tilt l'apparecchiatura automatica di bordo, tanto da costringerlo a ricorrere ai comandi manuali. Poi il globo era diventato così brillante da abbagliarlo. Per fortuna, la luminosità si era quasi subito affievolita e la funzionalità degli strumenti di pilotaggio si era riattivata. In un chiaro pomeriggio del 1966 il capitano Don Henry stava tranquillamente guidando il suo rimorchiatore da Puerto Rico a Fort Lauderdale, quando era stato chiamato sul ponte dalla voce concitata di un marinaio. La bussola di bordo era come impazzita e ruotava al contrario. D'un tratto era scesa una strana penombra e l'orizzonte era scomparso. «Sembrava che l'acqua fosse ovunque, in tutte le direzioni». La corrente elettrica era venuta meno, anche se il generatore aveva continuato a funzionare. Quello di emergenza era bloccato. Il rimorchiatore venne inghiottito da una coltre di nebbia, spessa e scura. Dopo qualche momento di terrore, i motori avevano ripreso da soli a funzionare e l'imbarcazione si era ritrovata miracolosamente fuori da quella atmosfera irreale e minacciosa. La spessa nebbia era concentrata in un unico banco, dove anche il mare era più agitato. Tutto attorno a questa "isola'' il clima era buono e le acque calmissime. Per quel che ne sapeva, il capitano Henry testimoniò che la bussola impazzita si comportava come quando gli capitava di risalire il fiume San Lorenzo a Kingston, dove i massicci depositi ferrosi alteravano completamente il comportamento dell'ago magnetico. Come sappiamo, il nostro pianeta (anche se nessuno è in grado di dire perché) è un gigantesco magnete, con le linee di forza che lo percorrono secondo traiettorie imprevedibili ma certe. Sono queste le vie che uccelli e animali percorrono quando l'istinto li spinge a '"tornare a casa"; sono sempre queste le energie che sollecitano la bacchetta del rabdomante a flettersi e vibrare. Ma esistono luoghi sulla Terra dove anche gli uccelli migratori sono sconcertati e perdono l'orientamento, perché succede qualcosa di anomalo, come, per esempio, la creazione dei misteriosi mulinelli o vortici energetici magnetici di cui si è detto. Nel 1930 in un trafiletto comparso sul «Marine Observer» si segnalava la presenza di una forte alterazione magnetica nei pressi del vulcano Tambura, a Sumbawa, a causa della quale le bussole di bordo impazzivano impedendo ai naviganti di seguire le rotte prestabilite. Nel 1932 il capitano Scutt della Australia, nelle vicinanze di Freemantle, ebbe modo di constatare uno sconvolgimento magnetico tanto forte da alterare di 12° la linea di rotta della nave. Ma il collezionista principe di queste notizie è il ricercatore William Corliss, autore di due libri interessanti. Dobbiamo proprio a Corliss lo spunto per la ricerca che ci ha condotto al caso del dottor Laurier di Ottawa, il quale mentre nel 1974 stava monitorando gli spostamenti delle grandi banchise ghiacciate del nord del Canada, si era imbattuto in una zona di anomalia magnetica lunga la bellezza di 60 km, fenomeno che egli valutò scaturire da qualche misteriosa energia posta circa 25 km sotto la superficie. Secondo Laurier questo genere di eventi nasce dallo scontro sotto la crosta di placche tettoniche che collidono: quelle stesse manifestazioni geologiche che provocano i terremoti. Il nodo centrale che emerge da tutto quanto si è fin qui detto, è che in realtà il nostro pianeta non si comporta affatto come una normale calamità, caratterizzata da un campo simmetrico e preciso, ma la sua superficie è come costellala da "buchi", vuoti e anomalie. Come già si è detto, gli scienziati non hanno ancora capito come mai la Terra possegga un campo magnetico, anche se è prevalente l'ipotesi che ciò sia dovuto al suo nucleo centrale magmatico ferroso. Questo continuo movimento produce scivolamenti e slittamenti nel campo magnetico planetario e fenomeni di esplosione di attività magnetica, in tutto comparabile a quella, ben più gigantesca, tipica del Sole. Se queste attività sono in qualche modo da collegarsi alle zone di tensione della crosta terrestre e quindi ai terremoti, diventa plausibile immaginare abbiano collocazioni preferenziali, proprio come accade per le aree sismiche. Ma quali effetti potrebbe generare un "terremoto" di improvvisa attività magnetica? Per esempio, un comportamento anomalo della bussola; perché sarebbe come se dal centro della Terra risalisse una meteora dal potente nucleo magnetico. Turbolenze violente sulle acque del mare, perché agirebbero le stesse forze di perturbazione tipiche delle maree lunari, solo che, in questo caso, il fenomeno sarebbe del tutto irregolare, sopraggiungendo da ogni direzione. Nel vortice magnetico venutosi a creare, nuvolaglia e nebbia tenderebbero a concentrarsi, dando origine a un banco spesso e fitto, impenetrabile. Le strumentazioni elettroniche verrebbero certamente messe in crisi, se non completamente fuori uso... Questa grande quantità di dati e considerazioni spiega perché le cosiddette ipotesi semplicistiche - quelle che invocano cause naturali e etichettano il caso Bermuda come mera invenzione giornalistica - non siano soltanto superficiali, ma deleterie. Esse, infatti, scoraggiano ulteriori indagini su quello che potrebbe essere uno dei più affascinanti rebus scientifici del nostro tempo. Con i tanti satelliti artificiali che gravitano tutt'attorno alla Terra, solo volendo, oggi saremmo in grado di osservare le esplosioni di attività magnetica con la stessa puntuale precisione con cui vengono segnalati terremoti e movimenti della superficie. Potremmo valutarne intensità e frequenza al punto da poterle prevedere. Il risultato non sarebbe solo quello di dare soluzione a un pur grande mistero, ma anche di evitare che in futuro si verifichino tante altre tragedie come quella della sparizione della squadriglia 19.

 

JOHN TITOR
Qualche anno fa su Internet, e precisamente Il 2 novembre 2000, qualcuno, usando l’appellativo di “Timetravel_0” ed in seguito il nome di John Titor, inizia a scrivere messaggi in vari forum di Internet dedicati ai viaggi nel tempo e dichiara di essere un viaggiatore nel tempo proveniente dal 2036. Egli dichiara di essere un soldato e di lavorare per un progetto governativo: pur essendoci ben altri sette viaggiatori temporali, per questa missione è stato scelto proprio lui, per il legame di parentela che lo lega al nonno, ingegnere dell'IBM: è stato infatti inviato nel 1975 per incontrare e recuperare dal nonno un computer trasportabile IBM 5100, che a suo dire contiene
importanti funzioni che gli permettono di svolgere un'operazione vitale per il mondo del 2036 e cioè di effettuare conversioni fra i vecchi sistemi IBM e UNIX e permettere così all'epoca di Titor (2036 circa) di sopravvivere al collasso dei sistemi UNIX previsto per l’anno 2038.
Le nascoste proprietà della macchina risiederebbero, per Titor, nella capacità di tradurre i linguaggi UNIX, APL e BASIC tra loro. Dopo aver recuperato il computer, Titor sta facendo sosta nell'anno 2000 (anno appunto in cui inizia a lasciare messaggi in internet) per far visita alla propria famiglia e a se stesso da bambino e per vedere di persona gli effetti del Millenium Bug.
Nei suoi molti messaggi, Titor dichiara di non voler convincere nessuno dell'autenticità della propria storia ma risponde in modo esauriente alle domande nei forum e fornisce dettagli tecnici e anche alcune immagini della sua "macchina del tempo": un modello C204, che verrà fabbricato nel 2034, pesante circa 250 chili. Le discussioni che sostenne, le risposte alle domande che gli furono poste, fecero cambiare idea a molti, i quali finirono per credere a quanto l’uomo affermava.
Il 24 marzo 2001, John Titor annuncia il proprio ritorno nel 2036 e da allora non si è più fatto sentire.
Ovviamente, tra le domande più ricorrenti formulate a Titor durante le sue conversazioni, ci sono quelle riguardanti fatti od avvenimenti recenti che, ovviamente, un uomo del futuro non può non conoscere: chi vincerà il campionato di calcio, quante sono state le vittime dell’incidente aereo di ieri, quale sarà l’andamento della borsa per i prossimi mesi, ecc. Titor, però, ha sempre evitato di rispondere a domande come queste, giustificandosi affermando di non ricordarsi con questa frase “nessuno di voi è in grado di ricordare che tempo abbia fatto il 26 aprile 1974, come nessuno di voi ricorderebbe quante persone precisamente siano morte, per esempio, nella tal strage, ecc.”. Al contrario, Titor rispose molto volentieri alle domande riguardanti il futuro del mondo. Ed il futuro che prospetta non è affatto dei più rosei, e si concluderà in una guerra nucleare globale molto breve ma devastante nel 2015.
In America, il presidente del 2005 (che Titor non indica nel nome), cercherà di essere il nuovo Lincoln, cercando di tenere uniti gli stati, ma le loro polizie negheranno alcuni punti della Carta dei Diritti. Nel 2009 si insedierà un nuovo presidente, che, però, non cercherà di fare nulla per rimediare alla situazione di crisi. Nel resto del mondo, andranno acutizzandosi i problemi in Medio Oriente, soprattutto a causa dell’instabilità occidentale: Israele sarà attaccato dai paesi islamici (il riferimento è da intendere nel senso di attacchi kamikaze); a sua volta, Israele, supportato militarmente dai paesi occidentali, risponderà all’offensiva. La guerra, dice Titor, sarà condotta utilizzando armi nucleari e di distruzione di massa. In Estremo Oriente, invece, la Cina, sfruttando l’instabilità politica mondiale, “annetterà forzatamente” Corea, Taiwan e Giappone. La situazione collasserà definitivamente nel 2015, quando la Russia, per “rimettere in ordine le cose”, bombarderà Europa (in risposta allo schierarsi di un massiccio esercito europeo in Germania), Australia, Cina e Stati Uniti: sarà questa la Terza Guerra Mondiale, che causerà 3 miliardi di morti. Titor non dice precisamente quando il bombardamento avrà inizio, tuttavia si lascia sfuggire la data del 12 marzo 2015, ore 3.45, ora di Washington.
Le radiazioni e alcuni effetti degli impulsi elettromagnetici generati dalle armi nucleari renderanno inutilizzabili taluni macchinari: per questo, nel 2036 ci sarà ancora chi userà macchine da scrivere, biciclette e vecchie stufe a legna. Il lavoro manuale sarà molto praticato, essendo venute meno le grandi distribuzioni e la possibilità di commerciare al di fuori della propria realtà territoriale. La maggior parte dei territori colpiti dalle bombe sarà radioattiva, per cui sarà necessario, per esempio, depurare l’acqua prima di berla. A tutti sarà richiesto un addestramento militare ed una buona conoscenza delle armi da fuoco: questo per l’autodifesa e la sopravvivenza.
Diverranno più rapidi i trasporti, soprattutto via binario, migliorerà la tecnologia applicata alla medicina, l’AIDS sarà sconfitta, gli studi sul cancro avanzeranno ma si diffonderà maggiormente la Sindrome della Mucca Pazza e la manipolazione genetica e riprenderanno i viaggi spaziali. Sarà permessa la manipolazione spermatica e delle cellule-uovo, poiché sarà molto difficile procreare.
La storia di John Titor, l’uomo del futuro, come spesso accade per argomenti come questi, affascina molto sia perché fa un certo effetto parlare con qualcuno proveniente dal futuro di cose ancora da venire, sia perché le implicazioni scientifiche hanno un sapore fantascientifico e fanno sognare. Comunque sia, che quest’uomo sia un folle od un reale viaggiatore temporale, i suoi interventi hanno spaccato in due gruppi tutti coloro che si sono imbattuti nei suoi scritti, “credenti” e “non credenti”: vediamo il perché.
- L'analisi dei messaggi di Titor produce risultati ambigui. Le immagini della sua "macchina del tempo" sono pessime e il "manuale" sembra veramente dilettantesco (specialmente se si considera che è stampato nel 2030 e passa), eppure Titor ha dimostrato una notevole padronanza della terminologia della fisica avanzata e dell'informatica.
- Titor ha previsto erroneamente che vi sarebbe stata una guerra civile in USA dal 2004 al 2015 e che l'edizione finale delle Olimpiadi sarebbe stata nel 2004 (mentre le Olimpiadi Invernali del 2006 si sono tenute); ma si è coperto le spalle "spiegando" che esistono molti mondi paralleli al nostro e che in ciascuno di questi mondi gli eventi sono leggermente differenti; lui proverrebbe in realtà da uno di questi mondi e avrebbe raccontato la cronologia di quel mondo, che può essere divergente rispetto alla nostra.
Tuttavia, a favore di Titor giocano alcuni elementi assai rilevanti:
- Un aspetto interessante della sua storia però, è appunto la questione dell'IBM 5100: infatti le funzioni non documentate descritte da John Titor esistono realmente ed erano effettivamente segrete all'epoca della commercializzazione di questo modello di computer. IBM tenne segreta quest'emulazione perché temeva che la concorrenza ne approfittasse, dato che permetteva ai programmatori di accedere alle funzioni dei mastodontici computer IBM degli anni Sessanta.
- John Titor, abbiamo visto, ha descritto, in maniera piuttosto dettagliata, le scoperte che saranno compiute dal CERN e le applicazioni che da queste deriveranno. Alla fine del 2001, dunque a circa un anno di distanza dalle affermazioni di Titor, come lui stesso ha preannunciato il CERN ha confermato ufficialmente la possibilità di creare artificialmente mini buchi neri;
- tra le sue “profezie”, Titor ha parlato dell’Iraq, affermando come Saddam Hussein non possedesse alcuna arma di distruzione di massa e di come, nonostante questo, una guerra venisse scatenata con lo scopo ufficiale di rimuovere tali armi;
- Titor ha presentato una notevole conoscenza di alcuni importanti campi della fisica, esponendo con parecchia proprietà e sicurezza argomenti assai complessi: se quest’uomo fosse un impostore, gli andrebbero comunque fatti i complimenti per la sua preparazione.




 

 



I CERCHI SUL GRANO
I cerchi nel grano, UFO, mulinelli o burle?
Il 15 agosto 1980 il «Wiltshire Times» presentava il singolare resoconto relativo alla devastazione di un esteso appezzamento coltivato ad avena nei pressi di Westbury, nel Wiltshire, in Inghilterra. Il proprietario del campo, aveva trovato in almeno tre diverse zone del campo, vaste devastazioni in cui gli steli erano stati piegati a terra. Per inciso, tutti quei suoi terreni fronteggiavano il celeberrimo Cavallino bianco di Westbury, una gigantesca figura di cavallo scavata nel gesso bianco di una collina. Il proprietario era convinto che l'atto vandalico fosse stato compiuto da qualche

malintenzionato e non da qualche misterioso fenomeno naturale.
Le tre zone devastate, infatti, presentavano, viste dall'alto, una stessa configurazione, ossia tre grandi cerchi, pressoché perfetti, di circa 18 m di diametro. Aveva anche osservato che molto probabilmente la piegatura delle spighe doveva essere stata eseguita manualmente e non con l'ausilio di qualche macchinario, dal momento che nel resto del campo non si notava alcuna traccia. Insomma, non c'era segno che indicasse che qualcosa si era mosso lungo l'appezzamento. I cerchi erano circondati da spighe rimaste intoccate e non si scorgeva neppure un piccolo sentiero lungo il quale gli eventuali artefici avessero potuto camminare, tanto che qualcuno aveva provato a suggerire l'uso di trampoli. Un attento esame dei cerchi ottenuti con il ripiegamento delle spighe, rivelò che le tre figure erano state realizzate in tempi diversi, cosa plausibile, visto che le devastazioni, stando allo stesso proprietario, avrebbero potuto manifestarsi in un arco di tempo compreso fra maggio e luglio. I bordi dei cerchi erano perfettamente definiti e tutte le spighe all'interno risultavano piegate nella stessa direzione, seguendo un movimento rotatorio orario che faceva perno nel centro. Non c'era una sola spiga spezzata o tagliata; erano tutte soltanto abbattute, piegate. Un effetto straordinario, ottenuto da un uomo gigantesco e forte, che, collocato nel centro del cerchio, avesse fatto ruotare tutto attorno una pesante massa collegata alle sue mani da una lunga corda. La curiosità era molta. Il dottor T. M., fisico dell'atmosfera in attività, nonché membro dell’ organizzazione di ricerca per lo studio di tornadi e trombe d'aria, disse che i cerchi erano stati prodotti da mulinelli d'aria tipici del periodo estivo, fenomeni niente affatto rari in aperta campagna. Egli ammetteva però - assai onestamente - che non aveva mai assistito di persona alla creazione di un "cerchio". Da parte nostra, aggiungiamo ancora che i mulinelli sono fenomeni mossi da energie casuali, che investono un posto per alcuni secondi soltanto, e dunque dalla loro azione non si dovrebbe attendere nient'altro che disordine e non perfetti disegni geometrici. Un'altra osservazione di estremo interesse venne mossa dal direttore di una rivista su temi alternativi. Il ''punto centrale" di ciascuno dei tre cerchi era spostato di oltre un metro rispetto all'effettivo centro geometrico della figura. L'energia rotante seguiva dunque un movimento ellittico e non circolare. Questo si opponeva in modo risolutivo alla teoria dei burloni o dei vandali, dal momento che creare ellissi tanto precise sarebbe stato troppo impegnativo; ma anche l'ipotesi dei mulinelli di T.M. perdeva di credibilità. Quasi esattamente un anno dopo, il 19 agosto 1981, in un campo di orzo di Cheesefoot Head, spuntarono altri tre cerchi. Le figure erano comparse contemporaneamente e, al contrario delle tre precedenti del Wiltshire che erano sparse come a casaccio, queste erano disposte secondo una formazione precisa. Un cerchio con circa 18 m di diametro e gli altri due a fianco di quasi 8 m. Le caratteristiche generali non cambiavano: i cerchi dai bordi netti, le spighe ruotate e piegate, non spezzate, senza alcuna traccia di ipotetici intrusi introdottisi nel campo. Anche in questo caso le evidenze "bocciavano" la teoria delle cause naturali. Il professor T.M. allora, provò a proporre una variante alla sua spiegazione: il mulinello d'aria invece di mantenersi stazionario su un solo preciso punto del terreno, era come, se si poteva dire, "andato a spasso" per il campo lasciando dietro al suo passaggio i tre grandi cerchi. Questo avrebbe potuto essere provocato dalla particolare conformazione del terreno, nella fattispecie, la disposizione concava e inclinata dell'appezzamento che avrebbe favorito il "salto" del vortice d'aria. Nel 1982 i casi segnalati furono pochi e isolati, per di più scarsamente importanti e quindi incapaci di suscitare l'attenzione dei media. Quasi come se il fenomeno avesse voluto "farsi perdonare", l'anno successivo - il 1983 -incominciò subito con cinque casi, fra cui uno significativo a Bratton, nei pressi del celebre Cavallino bianco di Westbury. Non poteva certamente trattarsi di vortici naturali, perché il disegno era singolarmente perfetto, come costruito ad arte: un cerchio centrale più grande con altri quattro attorno disposti come il numero cinque sulla faccia di un dado. Un'altra formazione a cinque elementi comparve vicino a Westminster, centro che negli anni precedenti era già stato oggetto di molteplici avvistamenti ufologici. Un caso venne registrato in un grande campo a Ridgeway presso Wantage, nell'Oxfordshire. Questo genere di architettura quintuplice divenne lo schema più comune, tanto da non rappresentare più una singolarità. A questo punto l'opinione pubblica nazionale inglese incominciò a occuparsi del fenomeno con sempre maggiore intensità. Contemporaneamente, prese a imporsi la teoria che l'estate era, per antica tradizione, la stagione delle "stranezze". Per una singolare coincidenza, nella stagione calda non accadevano fatti rilevanti e quindi giornali e quotidiani, dovendo per forza ripiegare su palliativi, erano propensi a concedere molto più spazio del necessario a storie di nessuna o superficiale importanza. Il fenomeno dei cerchi nel grano si prestava splendidamente al bisogno e così, in breve, il pubblico inglese cominciò a entrare in confidenza con il fenomeno. Schiere di ufologi presero a cavalcare la tigre, pontificando in TV che il mistero poteva trovare spiegazione soltanto ricorrendo agli UFO. Gli scettici preferivano optare invece per l'ipotesi della frode burlesca. Ipotesi che sembrò essere pienamente confermata quando una seconda formazione a cinquina comparve di nuovo a Bratton. Si venne a scoprire trattarsi di una burla finanziata dal «Daily Mirror», che aveva pagato una tale famiglia affinché duplicasse il disegno. L'esperimento era riuscito accedendo al campo su dei trampoli e piegando le spighe di cereali semplicemente calpestandole in cerchio. La messa in scena era stata però smascherata dal direttore di una rivista dedicata ai fatti strani, «Fortean Times», il quale, nel corso di un sopralluogo, aveva notato l'evidente presenza di tracce umane mai riscontrate negli altri casi; senza scordare che i contorni dei cerchi risultavano imprecisi e non netti come di consuetudine. Scopo primario della frode era quello di mettere in imbarazzo il giornale concorrente, il «Daily Express», che era stato il primo a presentare ai lettori lo scoop del misterioso fenomeno. Nei due anni che seguirono il numero dei casi crebbe in modo esponenziale e anche le figurazioni si fecero sempre più complesse. Incominciarono a comparire cerchi contornati da anelli concentrici, come dei sentieri di larghezza variabile anch'essi formati dall'appiattimento delle spighe, perfettamente concentrici rispetto al cerchio centrale. Formazioni a cinque e semplici cerchi continuavano, frattanto, a spuntare qua e là. Sembrava che chi agiva, si divertisse a stuzzicare chi investigava. E così, non appena i sostenitori della teoria naturale dei mulinelli d'aria facevano notare l'andamento orario della piegatura delle spighe, ecco saltar fuori un cerchio ad andamento antiorario. Non appena qualcuno rivelò di aver scoperto l'arcano, vale a dire che i cerchi venivano ottenuti dall'alto utilizzando un elicottero, ecco spuntare un cerchio proprio sotto i fili di un traliccio dell'alta tensione. Quando un esperto di fotografie aeree, Busty Taylor, di ritorno da un servizio in cui aveva ripreso alcuni cerchi nel grano, aveva manifestato la fantasia che sarebbe stato bellissimo poter osservare una formazione a croce celtica, ecco il giorno dopo comparire un simile disegno proprio in quello stesso campo che lui aveva sorvolato. E quando la teoria naturale sembrò tornare alla carica ecco comparire - 1990 Hampshire - una formazione a sei elementi, con delle sagome dentellate del tipo a chiave uscite da tre cerchi, a configurare la sagoma di un antico pittogramma. Nello stesso anno a Chilcomb era comparso un disegno simile a una storta da laboratorio chimico: una struttura dal lungo collo con quattro rettangoli su ogni lato, una configurazione che ancora una volta metteva in croce l'ipotesi del professor T.M., che continuava, quasi contro ogni logica, a parlare di "forze atmosferiche naturali”. Rickard, intanto, contattava un numero sempre crescente di testimoni oculari, in grado di raccontare come avveniva la creazione di un cerchio. Eccone una: “all'improvviso, come d'incanto, l'erba incominciò a piegarsi davanti ai nostri occhi, secondo un andamento orario spiraliforme... in meno di mezzo minuto venne a formarsi un cerchio perfetto, mentre in sottofondo si udiva un ronzio sibilante e insistente... ad un tratto la mia attenzione venne attratta da una specie di movimento a "onda" che investiva la parte alta degli steli lungo una trattoria rettilinea... la forza agente era invisibile, ma consistente come un oggetto concreto... quando riuscimmo a raggiungere il luogo in cui si erano venuti a creare i cerchi, fummo investiti da un forte mulinello d'aria... il cane sembrava impazzito... ci fu un rumore forte e un rombo... poi, di colpo, tutto si quietò... era molto, molto strano... mentre i rumori di fondo scomparivano, il cielo si rabbuiò...”. Il ronzio sibilante potrebbe costituire una componente significativa. E’ stato infatti notato in un altro caso, quello accaduto il 16 giugno 1991, quando un grande cerchio di oltre 20 m di diametro (con un "occhio di bue" centrale) era comparso nel Devon. Mentre Lew Dilling, operatore di una radio locale, stava sintonizzandosi sulle giuste frequenze di trasmissione, aveva captato dei segnali acuti e forti, che aveva immediatamente riconosciuto, dal momento che già più di una volta gli era capitato di avvertirli proprio in occasione del manifestarsi del fenomeno dei cerchi. Ebbe a dichiarare: «il segnale era così forte che lo si poteva avvertire anche in sottofondo a Radio Mosca o La voce dell'America, notoriamente le emittenti più potenti».
Il gestore del pub locale, Sean Hassall, aveva intuito che fuori, nel campo vicino, stava succedendo qualcosa di strano dall'anomalo comportamento del suo cane che, come impazzito, aveva incominciato a fare a pezzi un tappeto. Il proprietario del campo, Dudley Stidson, era stato invece avvisato della comparsa del cerchio da due escursionisti. Corso nel suo campo di fieno, proprio nel mezzo, aveva trovato un cerchio enorme. Questa volta, però, a differenza delle altre, la vegetazione era bruciacchiata, come se l'impronta circolare fosse stata ottenuta sotto il peso di un grande piatto caldo. Stidson tenne a precisare che non erano visibili segni di intrusione, né impronte di eventuali trampoli. Nello stesso periodo un altro agricoltore, Peter Goodail, rinvenne un cerchio di circa 18 m di diametro in un suo campo coltivato a grano tardivo. Alcuni giorni dopo questi fatti, un docente giapponese annunciò pubblicamente di avere risolto l'arcano. Il professor Yoshihiko Ohtsuki, dell'università Waseda di Tokio, disse di aver creato in laboratorio delle palle di fuoco di "plasma elastico", uno stato estremo di aria ionizzata. Quando uno di questi globi di energia entrava in contatto con una superficie ricoperta di polvere di alluminio, i granelli impalpabili si disponevano secondo cerchi e anelli perfetti. Secondo Ohtsuki le palle di fuoco erano generate dalle condizioni atmosferiche e quando si avvicinavano al terreno possedevano l'energia sufficiente per piegare gli steli di grano nei campi. Per qualche tempo si ritenne che il mistero fosse risolto una volta per tutte. Ma si trattò di pura illusione. Infatti, incominciarono a comparire disegni diversi, non solo cerchi, ma anche rettangoli e forme simili ai denti di una chiave che fuoriuscivano dai cerchi. Ad ogni buon conto, altre erano comunque le obiezioni mosse dai critici alla ipotesi del professore nipponico. Per esempio, le palle di energia da lui invocate avevano sempre dimensioni modeste -grosso modo quelle di un pallone da calcio - e già erano più che visibili. Come avrebbe potuto, una palla tanto grande da essere in grado di configurare cerchi di oltre 20 m di diametro passare inosservata? E poi, come mai i testimoni oculari del fenomeno non facevano mai neppure un cenno alla presenza dei globi luminosi di energia? Qualcuno provò anche a inventarsi una teoria, diciamo così, agricola. L'eccesso di fertilizzante, applicato al coltivato per farlo crescere più rapidamente, avrebbe sì svolto la sua azione di maggiore spinta alla crescita, ma anche indotto le spighe abnormi a cedere sotto il loro stesso peso, piegandosi da sole. Ma ci sono almeno due obiezioni: quale ragione mai avrebbe un contadino per spruzzare una maggiore quantità di fertilizzante soltanto in una piccola parte del suo campo e, per di più, seguendo complicati disegni? E, ancora: per quale arcano motivo le spighe si piegano sempre in senso orario? In un importante simposio internazionale intitolato “L'enigma dei cerchi nel grano” tenutosi nel 1990, John Micheli ebbe a suggerire un'ipotesi interessante, attribuendo al fenomeno un preciso significato: «Intendo dire che il significato, il senso di tutto questo, sta nel modo in cui influisce sull'opinione che se ne fa la gente», per continuare, aggiungendo: «Secondo Jung il significato delle manifestazioni ufologiche è quello di sottolineare epocali mutamenti di pensiero dell'umanità; ebbene, questa funzione è stata ereditata ed è ora svolta dal fenomeno dei cerchi nel grano». Per riuscire a comprendere nel miglior modo possibile queste affermazioni, dobbiamo richiamare il concetto junghiano di "sincronicità" o, per essere più chiari, di "coincidenza significativa". Secondo questa idea, una coincidenza significativa è qualcosa che viene creato dalla mente inconscia, probabilmente con la finalità di richiamare quella conscia a una condizione di percezione più profonda. Le sincronicità strabilianti hanno, infatti, lo straordinario potere di farci immaginare che dietro alla realtà del quotidiano si nascondono invece profondi significati ancora tutti da esplorare. Alcuni scrittori volti a una visione meno ottimistica - come, per esempio, Shakespeare o Thomas Hardy - la pensavano diversamente, scorgendo in tutto questo il segno della presenza oltre la vita di una intelligenza malevola. Per Jung è l'opposto: le coincidenze significative sono il segno che la presenza è invece positiva e benevola. In uno dei suoi scritti, egli ha suggerito di intendere gli UFO come un classico esempio di quello che in psicologia viene chiamata "proiezione", che altro non sarebbe che la manifestazione visibile sul piano fisico di un vissuto della mente inconscia per il tramite dell'inconscio collettivo. In pratica, Micheli suggerisce che i cerchi nel grano svolgano questa stessa funzione. Immaginando, per esempio, che i cerchi siano davvero portatori di un ''significato", questo potrebbe giungerci da "altre intelligenze" in azione per influenzare il nostro modo di pensare. Si tratta di un'ipotesi che percorre da sempre la tematica ufologica, fin dai primi avvistamenti ufficiali avvenuti all'inizio degli anni Quaranta e divulgata su vasta scala dallo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke nella versione cinematografica del suo romanzo 2001: Odissea nello spazio (più precisamente in connessione con l'idea che intelligenze superiori abbiano contribuito in modo determinante all'evoluzione dell'intelligenza umana). La prima e logica osservazione critica sta in questo: dire che qualcuno da fuori contribuì all'evoluzione umana è contraddittorio, dal momento che il fenomeno è qualcosa di endogeno, interno: di certo, un'intelligenza superiore lo capirebbe meglio di quanto non riesca a noi. Tuttavia, è pur anche vero che l'intelligenza progredisce e si sviluppa sotto la spinta della curiosità, del senso del mistero, e che fenomeni in apparenza assurdi come quelli ufologici o i cerchi del grano hanno senz'altro l'innegabile potere di fungere da possenti stimolatori. Micheli conclude, infine, il suo pensiero citando le parole di Jung, secondo cui gli UFO sono «segni di cambiamenti decisivi che coincidono con il chiudersi di un'era». E che Jung abbia o non abbia ragione, si deve riconoscere che gli UFO hanno fortemente contribuito a plasmare la trasformazione della mentalità dell'uomo moderno nel passaggio dal miope provincialismo scientifico tipico della prima metà del XX secolo, alla mentalità più aperta verso i misteri dell'universo che ha caratterizzato la seconda parte. Alla fine, che il fenomeno dei cerchi nel grano riveli oppure no una spiegazione "naturale" potrebbe anche risultare poco importante, se il suo significato profondo sta nell'aver contribuito, proprio sul traguardo del XX secolo, ad aprire il nostro orizzonte di esseri umani su spazi più ampi di pensiero e immaginazione. All'inizio di settembre dei 1991, alcune persone che si autodichiaravano dei burloni, dissero di essere stati gli autori di alcuni fra i casi più straordinari di cerchi nel grano. Due di loro, Dave Chorley e Doug Bower, arrivarono a dichiarare che erano tredici anni che si divertivano alle spalle di tutti. Fred Day disse addirittura che era tutta la vita che lo faceva. Accettata la sfida, Chorley e Bower decisero di dare una dimostrazione della loro tecnica davanti alle telecamere e a un gruppo di esperti del fenomeno. Ma il risultato fu decisamente scadente, così come già era accaduto nel caso sponsorizzato dal «Daily Mirror» che abbiamo citato. L'opinione degli esperti è che, per quanto alcuni casi possano realmente rientrare nella categoria degli scherzi, la stragrande maggioranza dei fenomeni presenta un'impronta di genuinità, ribadita sia dalla perfezione dei disegni sia dalla mancanza di tracce di intrusione nei terreni. Va da sé, comunque, che la prova definitiva sarà fornita dalla costanza del fenomeno nel tempo. Se siamo al cospetto di scherzi e finzioni, prima o poi gli autori si stancheranno; se, viceversa, come pare accadere per gli UFO, il fenomeno darà segni di continuità, non tarderà certo a manifestarsi ancora e magari in modo massiccio.

 

IL MISTERO DI EILEAN MORE
L’isola degli uomini scomparsi
In pieno oceano Atlantico, a poco più di 100 km dalle isole Ebridi, si trovano le Isole Flannan, note ai viaggiatori come i ''sette cacciatori".
La più grande e la più settentrionale si chiama Eilean More, nome che, per l'appunto, significa "grande isola".
Al pari della nave Mary Celeste, questo nome è diventato sinonimo di uno dei grandi misteri del mare. Questo gruppo di isole desolate, venne battezzato San Flannan, da un vescovo del XVII secolo, il quale aveva eretto una cappella su Eilean More.

I pastori delle Ebridi erano soliti trasferire le loro greggi di pecore su queste isole per via dei ricchi pascoli erbosi, ma non c'era uomo che si azzardasse a trascorrervi anche una sola notte, poiché si raccontava che quei luoghi erano infestati dagli spiriti e abitati dal "piccolo popolo". A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, con il notevole incremento delle attività inglesi lungo i muri, capitava sempre più spesso che molte navi dirette da sud o da nord sulla rotta di Clydebank, andassero a schiantarsi contro le Flannan, tanto che nel 1895 la sezione settentrionale della sovrintendenza ai fari annunciò che sull'isola di Eilean More sarebbe sorto un faro di riferimento per quella zona di mare. Prima di dare il via ai lavori passarono due anni e quando iniziarono fu impossibile rispettare i tempi progettati. Il mare in continua tempesta e la difficoltà di costruire su un picco a oltre 60 m di altezza resero l'impresa difficile; e così il faro di Eilean More venne inaugurato soltanto a dicembre del 1899. Dall'anno successivo il suo potente fascio di luce avrebbe illuminato la striscia di mare compresa fra Lewis e le Flannan. Però, undici giorni prima di Natale del 1900 il faro era già spento. Che era successo?
Il tempo era troppo brutto e minaccioso per l'ispettore della sovrintendenza, per poter raggiungere sin da subito il faro spento anche se, per precauzione, due erano i possibili accessi, contrapposti fra loro per evitare il vento prevalente, che consentivano di raggiungere la costruzione. Mentre l'uomo, si avvicinava al posto, venne preso da un senso di estrema solitudine quando, osservando da Long Roag, lo sguardo gli si era posato sul gruppo delle Flannan. Un bel mistero: era impossibile che i tre guardiani del faro di Eilean More si fossero ammalati tutti insieme contemporaneamente o che il faro fosse stato distrutto dalla violenza della tempesta.
Il giorno di santo Stefano del 1900 l'alba si presentava chiara e limpida e il mare si era finalmente placato. L’imbarcazione poteva così lasciare il porto alle prime luci. L’ispettore era così ansioso e agitato da rifiutare persine la colazione pur di puntare senza esitazione verso l'isola. Quell'enigma davvero incomprensibile lo tormentava e non vedeva l'ora di poterlo risolvere. All'isola il mare era ancora grosso e ci erano voluti ben tre tentativi prima di poter attraccare al molo orientale. Ai segnali inviati dalla nave, non si era alzata alcuna bandiera di risposta, non un segno di vita. L’ispettore fu il primo a raggiungere l'inferriata che delimitava il recinto del faro. Il cancello era chiuso. Fatto imbuto con le mani aveva chiamato a gran voce, poi si era inerpicato lungo la salita. Al faro la porta principale era sbarrata. Nessuna risposta ai suoi richiami. Nella stanza principale l'orologio a muro era fermo e le braci del camino fredde. Ai piani alti, dove c'erano le stanze da letto che egli visitò solo dopo essere stato raggiunto da due marinai, per la paura di trovare chissà quale terribile spettacolo - tutto era in ordine, a posto, i letti curati e rifatti. L'addetto anziano del faro, era solito scrivere annotazioni su una lavagnetta d'ardesia. L'ultima era datata 15 dicembre alle 9,00 del mattino, proprio il giorno in cui il faro si era misteriosamente spento. Una cosa apparve sicura: non era accaduto per la mancanza di olio. I grandi stoppini erano imbevuti e tutto era predisposto per l'accensione. Insomma, tutto era in perfetto ordine. Risultava evidente che anche il giorno della loro scomparsa i tre uomini si erano preoccupati di assolvere a ogni incombenza; peccato che giunta la sera erano spariti e sull'isola non c'era stato più nessuno per poter accendere la luce del faro. Eppure, il 15 dicembre era stata una giornata calma...
E così l’ispettore era rientrato con i regali natalizi ancora a bordo, perché sull'isola non c'era nessuno. Dopo un paio di giorni, due investigatori avevano raggiunto Eilean More, per cercare di ricostruire ciò che era accaduto. A prima vista la soluzione sembrò facile e lineare. Nell'attracco occidentale, infatti, erano evidentissimi i segni distruttivi di una tempesta. Una grande gru che sovrastava le rocce, aveva tutte le funi avvoltolate in un groviglio inestricabile. Una dozzina di metri sotto, in un crepaccio, venne trovata una grande cassa di attrezzi, scaraventata laggiù da una qualche violenta forza. Era come se un'ondata gigantesca di trenta metri e più si fosse all'improvviso abbattuta sull'isola spazzando via ogni cosa, compresi i tre uomini, ipotesi suffragata dal fatto che gli indumenti protettivi che erano soliti indossare nei sopralluoghi agli attracchi, erano spariti, insomma, l'ipotesi immediatamente intessuta dagli investigatori era piuttosto plausibile. I due uomini, resisi conto che la tempesta stava irreparabilmente danneggiando la gru, indossati i teli impermeabili, erano andati al molo, ma solo per essere investiti da un'ondata gigantesca che li aveva trascinati in mare... Ma che ne era stato del terzo uomo? Aveva forse tentato di aiutare i compagni e pure lui era stato spazzato via dalla cieca furia delle onde?
Ipotesi centrata, ragionevole. Il caso sembrava risolto, salvo saltare tutti in aria quando qualcuno fece osservare che il 15 dicembre era stata una giornata calma e con mare quieto. La tempesta era scoppiata soltanto il giorno dopo. Forse che uno dei tre guardiani si era sbagliato nell'apporre la data del 15 sulla sua lavagnetta degli appunti? Neppure questo. Infatti, rientrato a terra, il capitano della nave testimoniò che proprio quella notte era transitato, in piena calma di mare, nei pressi dell'isola e il faro già era spento.
Anche se quel giorno il mare era calmo, la cosa non escludeva comunque che uno di loro potesse essere egualmente caduto nell'oceano, cosa che spiegherebbe perché il terzo dei tre uomini non aveva indossato il telo impermeabile. Evidentemente, i due compagni avevano tentato di salvarlo, ma erano stati inghiottiti dai marosi ed erano annegati. Eppure, sul molo erano state trovate funi di aggancio e cinture di sicurezza. Possibile che uomini esperti come loro non avessero usato i mezzi di protezione?
Forse l'uomo caduto in mare era svenuto e non avrebbe potuto in alcun modo aggrapparsi a una fune di salvataggio. In questa situazione, però, uno solo si sarebbe gettato in soccorso, lasciando il terzo ben ancorato al molo... e questo che fine aveva fatto...
Un'altra teoria prevedeva l'improvvisa pazzia di uno dei tre, l'uccisione dei due compagni gettati in mare e il successivo suo suicidio. A quel punto, era tutto possibile. Gli investigatori però non trovarono una sola traccia che la potesse in qualche modo suffragare.
Ma la teoria forse più plausibile è quella che venne esposta in un libro. Nel 1947 un giornalista scozzese visitò Eilean More. Era una giornata bellissima e calma. Ad un tratto, d'improvviso, proprio mentre stava per raggiungere l'attracco occidentale, come dal nulla si era levala un'onda gigantesca che aveva sovrastato il molo, alta e terribile. Un attimo dopo tutto si era acquietato e il mare era tornato calmo, come se nulla fosse accaduto. In giornalista aveva subito pensato a qualche misterioso riflusso di marea oppure a un terremoto scatenatosi sott'acqua. Stando alla sua testimonianza, chiunque si fosse per caso trovato in quel preciso momento sul molo non avrebbe certamente potuto salvarsi davanti a tanta violenza. Dai pescatori del posto aveva poi saputo che quelle ondate improvvise e terribili comparivano periodicamente senza apparente motivo e molti erano coloro che avevano perduto la vita.
Tuttavia, anche a fronte di queste ipotesi, continua a sembrare davvero molto strano che tre uomini esperti siano stati contemporaneamente travolti in un incidente. Poiché uno di loro non indossava il telo impermeabile che era stato trovato al suo posto - molto probabilmente si trovava all'interno del faro, quando era successo il disastro; ma che cosa era capitato? E poi quand'anche avesse visto i suoi due compagni travolti dal mare, sarebbe stato così stupido da precipitarsi senza precauzioni al molo, gettandosi fra i marosi per salvarli?
Mistero. La sola cosa certa sta nel fatto che in quel calmo e quieto giorno di dicembre di fine secolo, qualcosa, qualche singolare accadimento si era verificato e i tre uomini del faro di Eilean More erano spariti, lasciandosi dietro soltanto l'alone terribile di un enigma agghiacciante.

 

TORINO UNA CITTA' MAGICA
Torino: città "magica". Sospesa tra mito a realtà, si può storicamente considerare il centro del mondo dell'occulto.
In molte delle sue piazze si racconta siano successi fatti a carattere esoterico e sono in tanti a poter raccontare di fenomeni inspiegabili e di eventi soprannaturali accaduti nei diversi angoli della città.
Ma per saperne di più bisogna tornare indietro nel tempo, al momento della sua fondazione.
Secondo alcune teorie, a dare inizio alla storia di Torino non sarebbero stati i Romani, ma addirittura Fetonte, cioè l'ignoto faraone Pheton, figlio della dea Iside, che avrebbe eretto il suo
tempio per il dio Api, il dio-Toro, proprio all'incrocio tra due fiumi, cioè la Dora e il Po.
Fiumi, questi, che hanno realmente un ruolo centrale nella vita e nei trascorsi della città e che, secondo gli esoteristi, pare ne influenzino le sorti.
Sarebbe questo suo inedito carattere egiziano, dunque, che ha fatto sì che in città si radunassero così tanti reperti dell'antico Egitto da dar vita al secondo Museo Egizio al mondo?
Torino, inoltre, sarebbe il vertice di due triangoli molto particolari: il primo, di magia bianca, la unirebbe a Praga e a Lione mentre il secondo, di magia nera, la legherebbe a Londra e a San Francisco. Geometria e geografia si uniscono, quindi, in una sorta di ragnatela esoterica. La stessa pianta romana della città prevede le quattro porte d'ingresso erette in direzione dei quattro punti cardinali e il tutto è posto in coincidenza con il 45° parallelo, che ha come riferimento l'obelisco che domina Piazza Statuto.
I luoghi del mistero
Piazza Statuto: luogo magico per eccellenza, centro "nero" della città, ha una fama piuttosto sinistra. Pare sia sorta sopra una necropoli romana, una città dei morti del passato e, come se non bastasse, è stata per centinaia d'anni il luogo dove avvenivano le esecuzioni capitali. D'altra parte Torino ha diversi centri "bianchi", fortemente positivi. La Fontana del Tritone, che si trova nei Giardini Reali a piazza Castello, è uno di questi, seguita naturalmente dal Duomo dove è custodita la Sacra Sindone. Altro luogo a forti valenze positive è la chiesa della Gran Madre, così benevola nei confronti della città che tra le statue che si trovano davanti al suo ingresso si dice ci sia la chiave per trovare il Graal. Che, naturalmente, si troverebbe proprio a Torino e che, con la Sacra Sindone, darebbe vita ad un asse positivo capace di proteggere la città. Ma non è solo sotto le stelle che si agita il mondo esoterico. Il centro cittadino, infatti, vanta una serie di gallerie sotterranee, sia naturali che artificiali. La loro vita è stata intensa fin dall'antichità ed hanno ospitato riti magici, procedimenti segreti ed altro ancora, tanto da meritarsi il nome di "grotte alchemiche".
Torino sotto e sopra
Per conoscere veramente la Torino esoterica è necessario studiarne i livelli diversi. Ci sarebbero, infatti, ben dodici ingressi alle tre grotte più importanti della città, ma di questi la metà sarebbe falsa, per confondere le idee ai non iniziati. Risalendo in superficie, invece, alcuni imponenti ed elevati edifici cittadini, come la Mole Antonelliana, la Gran Madre e gli obelischi, avrebbero il compito di diffondere l'energia proveniente da misteriose correnti terrestri, come se fossero delle grandi antenne. Insomma, è come se ogni punto vitale di Torino avesse un ruolo preciso in una complicata e misteriosa strategia esoterica. Sarà per questo, o per carpirne il senso più profondo, che alchimisti come Paracelso e Fulcanelli, i leggendari Cagliostro e Nostradamus, il filosofo Friederich Nietzsche, il medico Cesare Lombroso, l'immortale Conte di Saint Germain e il grande sensitivo Gustavo Rol scelsero di vivere proprio a Torino?
Il laser per un enigma
Talvolta unire tecnologia e fantasia può essere stimolante. Un architetto austriaco, per esempio, notando che cinque edifici sabaudi di Torino (la basilica di Superga, il castello di Rivoli e quello di Moncalieri, le palazzine di Stupinigi e Venaria) una volta collegati sulla carta formano una stella, ha proposto che su ognuno di essi venga acceso un raggio laser. Dall'incrocio dei raggi nel cielo comparirebbe un'enorme stella a cinque punte, un simbolo fortemente esoterico.