PARANORMALE

La chiesa dell’Annunziata di campagna- Bitonto(Bari)

Scritto da luz09 - febbraio 26th, 2010 - 1 Commento  
Pubblicato sotto Archeologia e Storia

La chiesetta dell’Annunziata si trova al confine tra Bitonto e Palese, da quando nel 1928 un’ampia fetta di territorio (kmq 13,5) fu sottratta a Bitonto per essere annessa, insieme a Palese e Santo Spirito al capoluogo.

Essa era situata presso un importante crocevia rurale tra la Via Bitonto-Bari e la Via Modugno-Giovinazzo, nelle vicinanze, senza tuttavia farne parte, del casale di Cammarata. La chiesa in aperta campagna, circondata dagli ulivi, è raggiungibile dalla strada aeroportuale.

Il Prospetto principale della Chiesa

Secondo gli studiosi Castellano e Spera sarebbe l’antica Santa Maria de Staginisio, citata in un documento dell’agosto 1190 (CDB, Le Pergamene di San Nicola di Bari. Periodo Normanno (1075-1194) vol. V doc. n. 156, pagg. 266-268), chiesa che, invece, altri autori (Potenza, Del Vescovo LoSpalluti) ritengono andata distrutta e distinta da quella dell’Annunziata. Negli immediati paraggi sorgevano altre chiesette, oggi non più esistenti: San Andrea (di cui rimane solo il ricordo in un toponimo e nel termine confinario apposto nel 1585 nella località “Terris Scaccanae “); San Martino di Balice (distrutta nel corso del XVII secolo, il culto passò nella chiesa del Crocifisso all’imbocco di Via Balice a Bitonto) e San Giovanni “de cameris”; di queste chiese si ha notizia in un atto dell’ottobre 1141 (CDB, Le Pergamene del Duomo di Bari (952-1264) vol. I doc. 46, pagg. 87-88); San Benedetto, a ridosso di una zona boschiva citata in un atto del maggio 1106 conservato presso l’Archivio della Basilica di San Nicola (CDB, Le Pergamene di San Nicola di Bari. Periodo normanno (1075-1194), vol. V doc. n. 45, pag. 81); Sant’Angelo in Camerata, situata lungo la sponda sud di Lama Balice, era ricavata in una grotta naturale e sulle pareti interne vi erano affreschi del XIII secolo, è citata in due documenti rispettivamente del 1093 e del 1148.

La Pianta della Chiesa

La chiesa dell’Annunziata, risalente al periodo romanico, viene citata nel 1488 nel Libro Rosso dell’Università di Bitonto assieme alla chiesa rupestre di San Angelo in Camerata. Essa fu rifatta completamente nell’alzato intorno al 1585, anno in cui furono realizzate le monumentali edicole confinarie (dette Titoli) tra Bari e Bitonto. Un ulteriore rifacimento risale al 1805 per munificenza di Michelangelo Maffei appartenente a una notevole famiglia bitontina, amministratore della città e cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano di Malta. Una lapide reca l’iscrizione:

AEDEM HAC VIRGINI DICATAM

JOSEPH MAFFEUS EQ. HIEROSOL APPOSITO JURIS PATRONATO SIGNO

FAMILIAE SUAE RESTITUIT

A. D. MDCCCV.

Pur essendo sfigurata, sia in elevazione che nelle coperture, la chiesa conserva il quadrato di base riconducibile ad un tipo probabilmente antico. L’abside, ad est, secondo la simbologia liturgica è inclusa nel perimetro murario e, nello stato originario, doveva essere affiancata da due nicchie alla maniera greca. Dell’aspetto originario rimangono il navicete, coperto da una volta a botte e la solida struttura di tufo carparo a conci squadrati nelle parti superiori. Della caditoia centrale rimangono solo i beccatelli in corrispondenza della monofora sull’ingresso. L’edificio è preceduto da un corpo quadrangolare a fornici cinquecentesco, edicola votiva e tipico rifugio per i contadini. Sul portale architravato, in asse, si trova una monofora strombata all’esterno sormontata da due mensole (resti di una caditoia) e campaniletto a vela di epoca settecentesca. L’ampia volta a botte risulta essere ottocentesca.

Affreschi presenti all'interno

All’interno sulle pareti, sotto strati di scialbo, è emerso un ampio e interessante corredo decorativo dal punto di vista demologico, preziosa testimonianza di devozionale cultura popolare. Diversi quadri votivi indicano committenze di Modugno e Bitonto (al margine del dipinto di San Giuseppe si legge che esso venne commissionato nel 1586 da Isabella de Agrestis nobile di Bitonto). Freschi e tempere sono collocati dalla pietà popolare senza alcun criterio iconografico, vi troviamo: la Natività, San Michele Arcangelo, l’Adorazione della Croce, San Giuseppe. Di una certa importanza demologica è il ciclo del Giudizio Universale che occupa il retrospetto e la parete sinistra vicino al vano porta tompagnato. Il tutto è circondato da una fascia ornamentale di chiaro stampo rinascimentale. Nel Giudizio Universale possiamo osservare il Seno di Abramo, la barca di Caronte, la Risurrezione dei Morti, la Pesa delle Anime e il Giudizio Finale (Cristo in Gloria con la Vergine, gli Angeli e diversi Santi popolari in Puglia). Opera di pittori locali (il dipinto più antico è il ciclo del Giudizio Universale, gli altri sono dei secoli XVI – XVIII. Si legge il nome di un maestro Ruggiero Bruno), la decorazione, sia sul piano formale che quello cromatico, è conducibile al manierismo tardo rinascimentale con intense reminiscenze del Medioevo che sono positive testimonianze di culto.

Affreschi presenti all'interno

L'altare

Nell’interno, la chiesa è pavimentata in pietra “a chianche” di semplicità contadina. Dietro l’altare settecentesco, ove oggi è posto un piccolo crocifisso, nell’apposito spazio a forma rettangolare, si trovava un pluteo, con un antico quadro in rilievo su pietra raffigurante la Madonna con il Bambino, trafugato da ignoti negli scorsi anni, circondato da un affresco dell’Annunciazione. Un locale attiguo alla chiesa, in passato adibito a stalla, mostra il carattere rurale dell’insediamento.

A non molta distanza dalla chiesa, sul ciglio della strada per Bitonto, si trova una piccola edicola votiva con la data del 1875.

Prospetto della Chiesa
Particolare del Campanile
Affreschi presenti all'interno
Affreschi presenti all'interno

Nell’interno, la chiesa è pavimentata in pietra “a chianche” di semplicità contadina. Dietro l’altare settecentesco, ove oggi è posto un piccolo crocifisso, nell’apposito spazio a forma rettangolare, si trovava un pluteo, con un antico quadro in rilievo su pietra raffigurante la Madonna con il Bambino, trafugato da ignoti negli scorsi anni, circondato da un affresco dell’Annunciazione. Un locale attiguo alla chiesa, in passato adibito a stalla, mostra il carattere rurale dell’insediamento.

A non molta distanza dalla chiesa, sul ciglio della strada per Bitonto, si trova una piccola edicola votiva con la data del 1875.

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La scienza e la fine del mondo

Scritto da Lawrence M.F. Sudbury - febbraio 17th, 2010 - 0 Commenti  

La scienza, in particolare la fisica, ha lungamente investigato sulla possibilità teoriche della fine dell’universo, con un approccio completamente differente rispetto a quello delle religioni, un approccio quasi per definizione “oggettivo”, che, comunque, per molto tempo, ha potuto fornire unicamente risposte molto vaghe e, certamente, ancora ammantate di un certo grado di soggettività quasi magistica.

Solo dal 1916, le possibilità di una esplorazione realmente scientifica del destino dell’esistente sono state rese possibili dalla scoperta da parte di Albert Einstein della “Teoria Generale della Relatività”, che può essere utilizzata per una descrizione su larga scala del nostro universo.  

Dal momento che l’equazione della “Relatività Generale” si presta a numerose possibili soluzioni, ciascuna implicante una diversa possibilità escatologica, sin dal 1922 Alexander Friedman propose un certo numero di varianti possibili per la “fine dei tempi”, molte delle quali partivano dall’idea che il tutto fosse stato generato dalla esplosione di un singolo nucleo coeso. Solo nel 1931, anche a partire dalle prove derivate dalle osservazioni di Edwin Hubble sulle stelle variabili cefeidi di galassie lontane, Georges-Henri Lemaître sviluppò una teoria completa su tale esplosione, da quel momento in poi definita “Big Bang”.

Nel 1948, però, Fred Hoyle sviluppò una sua teoria “continua”, secondo la quale l’universo si espande in continuazione, pur rimanendo statisticamente immutato grazie alla incessante produzione di nuova materia.

Queste due teorie continuarono a contrapporsi fino al 1965, quando la scoperta da parte di Arno Penzias e Robert Wilson dello sfondo di radiazioni cosmiche a micro-onde non fece pendere decisamente l’ago della bilancia verso l’ipotesi del “Big Bang” (che forniva per le radiazioni una spiegazione impossibile alla “teoria continua”)[1].

Di fatto, quando Einstein aveva formulato l’equazione generale della relatività, egli, come tutti i suoi contemporanei, credeva in un universo statico ma, quando si rese conto che tale equazione poteva facilmente essere risolta pensando ad un universo in espansione e con la possibilità, in un lontano futuro, di ricontrarsi, decise di aggiungere ai suoi calcoli quella che definì “costante cosmologica”, essenzialmente una densità di energia costante, non toccata da alcuna possibilità di espansione o contrazione, il cui ruolo fosse quello di controbilanciare l’effetto gravitazionale sull’universo cosicché esso rimanesse essenzialmente statico, cosa che, dopo le scoperte di Hubble, egli stesso definirà “la più grande cantonata della mia vita”[2].

All’interno della Teoria Generale, in relazione a destino dell’universo, un parametro di estrema importanza è quello Omega (Ω) relativo alla densità, definito come “densità media dell’universo, diviso per un valore critico di tale densità”: a seconda che Ωsia = 1, <1 o >1 si avranno, infatti, tre geometrie dell’universo completamente diverse, rispettivamente chiamate dell’universo piatto, dell’universo aperto e dell’universo chiuso, e, qualora il contenuto primario dell’universo fosse materia inerte, tali differenti assetti condurrebbero a destini completamente diversi. Da qui, la necessità, per gli scienziati di determinare il valore di Ω per comprendere se il cosmo sia in accelerazione e decelerazione.

A partire dal 1998, comunque, l’osservazione delle supernove ha portato ad ipotizzare la presenza di una “energia oscura”, una forza repulsiva, la cui densità sarebbe variabile a seconda dell’accelerazione espansiva dell’universo e a calcolare che, al momento, sette miliardi e mezzo di anni dopo il Big Bang, si stia vivendo una fase espansiva universale coerente con la teoria dell’universo aperto.

Ma, di fatto, quali sarebbero gli scenari possibili all’interno delle tre geometrie legate ad Ω?

Se l’universo fosse chiuso, esso apparirebbe, in qualche modo, come la superficie di una sfera, senza linee gravitazionali parallele, ma con tutte le linee che si intersecherebbero in un punto, dando forma ad un cosmo che, a grandi linee, potremmo definire ellittico. Se così fosse e venisse a mancare l’effetto repulsivo della “energia oscura”, la gravità porterebbe ad un possibile blocco dell’espansione  e all’inizio di una progressiva contrazione il cui esito sarebbe il collasso dell’universo in un punto (il cosiddetto “Big Crunch”, opposto al “Big Bang”), ma, qualora la quantità di “energia oscura” fosse sufficiente, l’espansione potrebbe proseguire in eterno anche in una configurazione di Ω > 1.

Nel caso di un “Big Crunch” dovuto alla contrazione estrema della materia, il risultato finale non è conoscibile ma si può ipotizzare l’unione di tutto l’esistente e dello spazio-tempo in un solo nucleo  senza dimensione. Tenendo conto dell’ipotesi diffusa che un “Big Cruch” sia stato alla base del “Big Bang”, potremmo, conseguentemente, ipotizzare una specie di universo oscillante tra contrazione ed espansione, sebbene ciò contraddirebbe il II Principio della Termodinamica, dal momento che le fasi oscillatorie produrrebbero entropia e causerebbero la cosiddetta “morte del calore”, di cui si parlerà in seguito, cosa che, conseguentemente, disvalora l’intero modello chiuso.

Se l’universo fosse aperto, esso risulterebbe curvato negativamente come la superficie di una sella, con le linee gravitazionali che, pur non essendo mai equidistanti, non si incontrerebbero mai e con una forma geometrica di tipo iperbolico. Un universo di questo tipo, pur in mancanza di “forza oscura”, si espanderebbe per sempre, con la forza di gravità che, al massimo, potrebbe decelerare tal espansione, mentre in presenza di “forza oscura” tale espansione accelererebbe progressivamente.

All’interno di questo modello, il destino ultimo dell’universo, nel caso l’accelerazione causata dall’energia oscura diventasse così forte da coprire gli effetti gravitazionali e elettromagnetici e da indebolire le forze aggregative, potrebbe presentarsi come la morte del calore, il “Grande Gelo” o il “Grande Strappo”.

Nello scenario del “Grande Gelo”, la continua espansione porterebbe ad una dispersione del calore tale da portare ad un universo troppo freddo per la sopravvivenza di qualsiasi elemento e, appare, all’oggi, essere la teoria più diffusa all’interno della comunità scientifica.

Correlato a tale scenario, vi è quello della “morte del calore”, tale per cui l’universo, arrivando ad un livello estremo di entropia, possibile solo alla minima temperatura, avrebbe la materia distribuita in modo tanto regolare da eliminare ogni gradiente, necessario per qualunque processo informativo, inclusa la vita.

Ponendo una sempre maggiore densità della “energia oscura”, avremmo, invece, una sempre maggior accelerazione, un aumento indefinite della costante di Hubble e, quindi, il “Grande Strappo”, con tutti gli elementi materiali dell’universo, a partire dalle galassie per giungere fino alla più infinitesimale molecola, che si disintegrerebbero in particelle elementari libere che si respingerebbero e in radiazioni.

Infine, nel caso in cui Ω=1, vivremmo in un universo piatto come un piano euclideo, con le linee di forza continuamente parallele e sempre alla stessa distanza tra loro. In assenza di “energia oscura” un tale universo si espanderebbe per sempre ad una velocità progressivamente sempre inferiore ma a ritmo costante, mentre, in presenza della “energia oscura” il ritmo espansivo, pur leggermente frenato dalla gravità, continuerebbe a crescere: in entrambi i casi, il destino dell’universo piatto sarebbe il medesimo dell’universo aperto[3].

Dal 2005, esiste una ulteriore teoria sulla “fine dell’universo”, basata sulla possibilità che esso possa essere progressivamente occupato dal condensato di Bose-Einstein e dalla quasi-particola fermionica, probabilmente risultando in una implosione, ma tale teoria non sembra avere raggiunto un consenso scientifico significativo[4].

Ciò che conta per il nostro assunto è che in qualunque dei quadri  delineati, i tempi di realizzazione per le condizioni di distruzione universale sono enormi: basti pensare che la possibilità del “Grande Gelo”, come detto la teoria finale più plausibile e più “prossima”, è stimata come realizzabile in non meno di 31.7 miliardi di anni[5].

Certo, sussistono molte altre possibilità per una eventuale “fine del mondo” su un piano molto meno “universale”: si va dalla possibilità che quando il sole diventerà un “gigante rosso” possa attirare la terra nella sua orbita (evento probabile, ma stimato intorno ai 7.6 miliardi di anni), alla collisione con un meteorite (l’ultimo caso, non distruttivo per la Terra, di collisione con un meteorite di diametro superiore ai 10 km è avvenuto 65 milioni di anni fa e si stima che il nostro pianeta impatti con un meteorite di diametro superiore ad 1 km. ogni 500.000 anni), mentre molto meno scientifiche appaiono le ipotesi disegnate da alcuni futurologi e riguardanti estinzioni per pandemie, spostamenti subitanei e violenti dell’asse terrestre, cambiamenti climatici irreversibili e letali per l’umanità o guerre globali, le cui possibilità, pur non essendo nulle, rientrano in un quadro di valutazione soggettiva e non quantificabile[6].

Resta il fatto che, fermandoci al dato oggettivo, le possibilità escatologiche sono talmente remote da risultare, come osservato, possibili in milioni se non miliardi di anni.

Eppure, l’umanità da sempre ha paura, o meglio, ha la paura e la speranza che l’eschaton avvenga in tempi brevi, che ristabilisca lo stato edenico o che, almeno, distrugga il “regno dell’iniquità” per portare quella giustizia retributiva da sempre sognata e mai realizzata.

Perché? Perché ancora oggi, con tutte le certezze scientifiche che abbiamo acquisito, parole come Armageddon, Parousia, Messia Salvatore, Giudizio Universale compaiono quotidianamente nei nostri sistemi culturali e non sono relegate alla semplice categoria delle superstizioni magistiche?

La risposta, molto probabilmente, può essere condensata in una semplice parola: speranza.

Noi, come esseri umani, qualunque sia la nostra condizione, abbiamo bisogno di sperare, di credere in un futuro migliore del presente, di sviluppare l’idea dell’esistenza di una giustizia divina retributiva e, da qui, il passo verso il “sogno della palingenesi” è davvero breve.

 

La “Tomba di Cristo”

 

 

 

 

 

Gli ultimi anni ci hanno abituato a rivelazioni epocali, a incredibili scoperte in grado di rivoluzionare il corso della nostra storia o a modificare le nostre credenze. Lo scorso febbraio una nuova bomba è esplosa nel mondo dell’archeologia lanciando i propri dardi infuocati nel già tormentato campo dell’archeologia biblica e della religione. Un mix di fanta-archeologia, unita ad abili tecniche pubblicitarie, hanno fatto gridare a quella che da molti è stata considerata la “scoperta archeologica più importante della storia: il ritrovamento della tomba di Gesù e della Santa Famiglia“. Quale credibilità si può dare ad una affermazione tanto eccezionale. I vangeli quanto le trascrizioni giunte fin dal più remoto passato della nostra religione e della storia ci avevano infatti abituato a conoscere un corso degli eventi diverso da quello recentemente sbandierato a livello mondiale da giornalisti, documentaristi e studiosi. Cristo era asceso al cielo dopo tre giorni dalla sua morte e la Santa Famiglia, intesa come una discendenza terrena del Messia, erano considerate il frutto di speculazioni e distorsioni di una ricerca biblica fuori da ogni canone e rigore scientifico. Dan Brown ci aveva parimenti introdotto, attraverso le pagine del suo celebre romanzo Il Codice da Vinci, a nuove ipotesi interpretative affascinanti, in alcuni casi plausibili ma comunque poste sotto la forma di un romanzo che di storico ha dimostrato aver ben poco.

Autore di questa nuova ri-scoperta è stato il regista di “Titanic” James Cameron , vincitore di ben 11 premi Oscar e, negli ultimi anni, prestatosi al mondo della ricerca storica e archeologica come documentarista attento e scrupoloso. Il suo The Lost Tomb of Jesus” (La tomba perduta di Gesù), documentario prodotto in esclusiva per Discovery Channel, ha letteralmente imposto a milioni di spettatori la prima presunta prova storica di una sopravvivenza terrena, e di una discendenza reale, di Gesù. Ben presto però ad affondare le convinzioni del regista non è stata la montagna di ghiaccio del Titanic ma il parere di molti e autorevoli archeologi mediorientali e occidentali, come Amos Kloner e padre Michele Piccirillo, che hanno letteralmente dimostrato l’invalidità storico-metodologica, nonché ricostruttiva, delle tesi sostenute da Cameron mentre non sembra parimenti rientrare nel panorama dell’archeologia-patacca, come è stata da molti definita, la scoperta di un seme di dattero germogliato dopo ben 2000 anni e ritrovato durante alcuni recenti scavi condotti presso la fortezza di Masada.

La storia del “ritrovamento” avvenuto lo scorso Febbraio non è infatti di questi giorni ma risale a ben 27 anni fa quando durante i lavori di costruzione di alcuni palazzi a Talpiot, sobborgo di Gerusalemme a pochi chilometri dal Santo Sepolcro, fu rinvenuta da alcuni operai una grotta di 2000 anni contenente 10 urne funebri. Nel documentario di Cameron, co-firmato dal documentarista Simcha Jacobovici, si sostiene che la grotta avrebbe ospitato gli ossari di Gesù di Nazareth, della Vergine Maria e di Maria di Magdala, detta la Maddalena, oltre quelle di un certo Giuda, il figlio che secondo molte correnti di pensiero e di ricerca moderne sarebbe nato da un legame fra Gesù e Maria Maddalena. Vera o no che sia la tesi di Cameron il destino del sito sembra aver trovato maggior gloria delle tesi riportate in auge dal suo moderno scopritore. Secondo il Jerusalem Post, una commissione di indagine voluta dall’Autorità delle Antichità israeliane e dal comune di Gerusalemme vorrebbe, a breve, aprire il sito al turismo di massa e consacrarlo quindi indirettamente come nuovo luogo di interesse storico della nazione di Israele.

Il forte scetticismo dimostrato da molti archeologi pesa però sempre di più e inesorabilmente sulle reali basi storiche all’origine di questa scoperta.

Tra i primi detrattori troviamo Amos Kloner lo studioso che nel 1980 guidò i lavori nella cripta. In numerose interviste rilasciate ai maggiori network mondiali Kloner ha ritenuto poco plausibile “che Gesù e i suoi avessero una tomba di famiglia. Erano della Galilea, senza legami a Gerusalemme, mentre la tomba di Talpiot apparteneva a una famiglia della classe media del primo secolo dopo Cristo“. Per Kloner i nomi riportati sulle urne trovate a Talpiot, estremamente comuni nella Palestina di 2000 anni fa, sono stati trovati in molte altre tombe rinvenute nei decenni passati in numerosi siti archeologici, etichettando quindi la tesi sviluppata nel documentario come “una assurdità“.

Padre Michele Piccirillo, dal 1973 alla guida degli scavi francescani in Terra santa e direttore dell’istituto di archeologia di Amman, ha liquidato con la frase “… un chiaro esempio di mala-archeologia” il ritrovamento tardivo della presunta tomba di Gesù e della sua famiglia. “Siamo davanti a un errato uso della archeologia – dichiara – che dalle nostre parti ma anche altrove, impera per far colpo magari a sfondo turistico, o se vogliamo, per alimentare delle cattiverie contro la Chiesa. Non c’è nulla di scientifico in questo ritrovamento“.
Anche Padre Piccirillo commenta che i nomi rinvenuti sulle urne trovate a Talpiot erano molto comuni 2000 anni fa e sono stati trovati anche in altri cimiteri. Secondo Piccirillo, archeologo tra i più stimati in tutto il Medio Oriente, è alquanto “
fantasioso pensare di trovare tombe a Gerusalemme appartenenti a persone provenienti dalla Galilea“. “Ogni anno – conclude – siamo di fronte a qualche ritrovamento “importante”: prima la tomba di Haifa, poi quella di Giacomo, adesso quella di Gesù. Il fatto è che quando arrivano notizie di questo tenore dalla Terra Santa vengono subito gonfiate dai giornali. Ma sono solo cose commerciali senza nessun fondamento scientifico“. Vorremmo aggiungere alle parole di Padre Piccirillo la scoperta, avvenuta negli ultimi mesi del 2006, della presunta grotta da cui secondo la tradizione Giovanni Battista avrebbe impartito i propri insegnamenti.

Non sempre però la “mala-archeologia” partorisce mostri informi privi di continuità storica e di realtà oggettiva. Ricordiamo proprio come, attraverso le pagine di ARCHEOMISTERI, lo scorso anno avessimo pubblicato a nostra firma un lungo studio su la dinastia dei Desposini, parenti collaterali del Cristo sopravvissuti alle persecuzioni romane, e protrattasi per i successivi quattro secoli. A tale riguardo storici come Eusebio di Cesarea ci forniscono notizie quantomeno dettagliate a riguardo, ricordandoci anche come una delegazione composta da almeno trenta Desposini fosse giunta a Roma al soglio di Papa Silvestro per reclamare il primato della Chiesa di Gerusalemme su quella di paolino-romana. La realtà storica di questa dinastia “collaterale”, pur se taciuta e non pubblicizzata, ci viene confermata dai documenti storici e dagli stessi scritti dei padri della Chiesa.

 

Per quanto riguarda invece le vicende del regista di “Titanic” James Cameron, questi ha difeso strenuamente il suo controverso documentario, principalmente in una conferenza stampa indetta a New York lo scorso febbraio dove sono stati portati e “svelati” due degli ossari al centro delle polemiche.

«Sono un cineasta, non un archeologo», ha sottolineato Cameron che ha detto di essersi inizialmente avvicinato alla materia «da profano, e di essersi convertito: non ho trovato niente che contraddicesse l’ipotesi iniziale». Purtroppo però la sua formazione da cineasta e non da archeologo ha pregiudicato a detta di molti quel rigore metodologico fondamentale per una produzione di questo tipo. «Chi ci critica non ha visto il film, non ha letto il libro che lo accompagna», ha detto il giornalista investigativo canadese Simcha Jacobovici, che ha collaborato al progetto e che è stato inseguito dalle polemiche dopo la conferenza stampa di New York. «Ogni cristiano sa che Gesù è il figlio di Dio e che è morto e risorto il giorno di Pasqua», ha invece affermato Joseph Zwilling portavoce dell’Arcidiocesi di New York, «… nessun presunto test del Dna o un film di Hollywood cambieranno questo fatto».

“La tomba perduta di Gesù” è stato proiettato lo scorso 4 marzo sul canale televisivo inglese Discovery Channel e, nei 59 minuti della pellicola, si è teso a riesaminare i resti archeologici riportati alla luce nel 1980 e sottoposti, in seguito, a una serie di analisi tra cui test del Dna di materiali umani rinvenuti negli ossari. Il documentario racconta inoltre gli studi effettuati da un’equipe di scienziati, archeologi, esperti di statistica e di genetica, su la contraddittoria decina di ossari rinvenuti durante i lavori di costruzione del complesso condominiale a Talpiot.
Secondo Jacobovici, le analisi statistiche hanno stimato che le probabilità che quelle ossa non siano appartenute a Giuseppe, Maria, Gesù, Maria Maddalena e ad un figlio di Gesù, sono inferiori ad una su cento. Dalle prove del Dna, poi, è emerso che tra i resti attribuiti a Gesù e quelli attribuiti alla Maddalena non vi erano legami di sangue, rafforzando l’ipotesi che i due sarcofagi appartenessero a una coppia di coniugi. Poco dopo la loro scoperta, hanno ricordato Cameron e Jacobovici alla loro conferenza stampa newyorchese, «le ossa furono nuovamente sepolte in un luogo consacrato, come vuole la tradizione ebraica». Ma i progressi della scienza genetica – ha aggiunto Jacobovici – permettono oggi di realizzare analisi del Dna anche partendo da minuscoli residui, dalle polveri lasciate da quelle ossa.

Le ultime informazioni emerse lo scorso Aprile da studiosi come Amos Kloner tenderebbero a confermare l’ipotesi della strategia mediatico-pubblicitaria; “…vogliono soltanto ricavarne dei soldi” è stato il suo ultimo secco commento. Aspri anche i commenti degli esponenti religiosi e della comunità scientifica da molte parte del globo. “Le prove storiche, religiose e archeologiche dimostrano che il luogo dove il Cristo fu deposto è presso la Chiesa della Resurrezione“, ha detto Attallah Hana, prete Greco Ortodosso di Gerusalemme. Anche Stephen Pfann, studioso della Bibbia presso l’università di Terra Santa a Gerusalemme e studioso intervistato nel documentario, preferisce non dare troppo peso alla scoperta. “Non credo che i Cristiani ci cadranno“, ha detto, aggiungendo di non essere neppure sicuro che il nome di Gesù sia stato letto correttamente sull’incisione: “Più probabilmente si tratta del nome Hanun“.

L’intrigante dibattito non sembra ancora aver cessato la propria corsa, ulteriori aggiornamenti si susseguiranno nei prossimi mesi, a seguito anche di ulteriori prove che lo stesso Cameron afferma di non aver ancora pubblicizzato. Il mondo scientifico osserva e prepara le proprie armi, ovviamente testi e documenti in un paese purtroppo ancora martoriato da una guerra disastrosa, per comprovare definitivamente la sola natura mediatica del materiale prodotto. “Ai posteri l’ardua sentenza”, affermava Manzoni tra le pagine del suo più bel romanzo. Solo il futuro, e nuove scoperte, potranno aiutarci a comprendere un filone che sembra ogni giorno riservarci sempre nuove sorprese.

Presentazione del libro “Upui. L’arte della strega”

 

 

Alcuni pensieri sparsi.

Personalmente ho avuto la possibilità di conoscere l’arte di Upui attraverso i primi numeri di “Athame” (il bollettino del Circolo dei Trivi), nel 2002 circa, quando pubblicò diversi articoli sulla sua stregoneria istintiva e diversi disegni.
Inoltre, essendo iscritta ad alcune mailing-list a cui era iscritto anche Nicolò, leggevo i sogni che inviava ai vari gruppi e guardavo con interesse gli schemi che ne scaturivano, pensando, all’epoca, che fosse una donna..il dubbio mi è rimasto a lungo perché i suoi scritti erano ambigui dal punto di vista della sua vera identità.
Comunque, quando recentemente, nel 2006, mi ha contattata per proporsi come collaboratore di Labrys, sapevo già chi fosse dal punto di vista artistico e magico e avevo letto diverse cose nel suo sito, riguardo la sua storia, i ricordi su Gualina, gli schemi di pratica disegnati su carta e le incisioni su rame e nel frattempo avevo intuito quale fosse la realtà circa il suo essere uomo con ricordi di donna.

Reputo il percorso spirituale di Upui e la sua arte originali per diversi motivi. Intanto perché il nostro autore proviene da un percorso cattolico, voleva addirittura entrare in seminario, e – proprio dopo una particolare attività per il Gris di Torino, oltre che nel CUN, il centro ufologico nazionale – è arrivato al sentiero della Dea. In più perché la sua arte unisce il fascino dei grimori rinascimentali allo stile più fumettistico – e lo dico in senso positivo – un tipo di comunicazione più contemporanea, simpatica ed ironica.

Quando nel 2007 con Andrea Armati abbiamo potuto conoscere e incontrare direttamente Nicolò, ci siamo convinti a maggior ragione di quanto fosse importante scrivere riguardo la sua arte, anche per l’originalità dell’autore, per il suo credere profondamente in ciò che vede e sente nei suoi rituali (per quanto non pretenda di essere creduto per forza), quindi per il suo misticismo e anche per la sua fiducia in noi, nonostante ci conoscessimo relativamente da poco.

Personalmente mi sento di parlare di Upui come di un artista-medium in quanto egli stesso dice che è la sua “non mano” (ovvero quello della strega Gualina) a creare gli schemi sotto la guida degli spiriti amici e della Dea. Egli è, a mio parere, un tramite dell’ispirazione Divina o, per lo meno, di quello che per Upui è il Divino.

Quella di Nicolò, quindi, non è arte in senso stretto ma arte esoterica. Upui non è del tutto consapevole quando crea, questa è la sua caratteristica principale. E’ come se durante i rituali entrasse in trance e avesse visioni di riti e celebrazioni con la Dea (che egli si vede attuare come donna) e gli Spiriti grazie ai quali comprende delle “leggi” esoteriche e magiche che poi riporta nelle sue opere (disegni e incisioni su rame). Quindi la cosa importante è far capire come l’arte possa diventare veicolo del mondo dello spirito e del contatto tra l’uomo e il Divino.

Per chi mi chiedesse in cosa consista l’originalità della pratica di Nicolò, risponderò che a mio parere consiste nell’essere molto spontanea e istintiva e nel non appoggiarsi a cose già preconfezionate da altri e quindi di essere veramente originale. In nessun libro di Wicca o di altre forme di stregoneria contemporanea si trovano tali e simili schemi. Il nostro autore segue solo le proprie visioni. Tanto è vero che la stessa simbologia che appare nelle sue opere è molto eclettica: vi sono sia alcuni simboli usati convenzionalmente da movimenti neopagani come la Wicca sia simboli personali di Upui. Non solo. Il nostro autore utilizza anche una serie di alfabeti differenti per raccontare nei suoi schemi ciò che ha visto e sentito: Tebano, Isiaco (non solo in modo tradizionale ma anche in chiave) oltre a caratteri relativi e quindi personali.

A questo punto ci si potrà chiedere in cosa consista, invece, l’originalità del libro. Dal mio punto di vista, consiste nell’aver cercato di fondere testo ed immagini, in modo tale da farli dialogare per esaltare l’opera di Nicolò. Ci è parso che in ambito esoterico non vi fosse nulla di simile, almeno qui in Italia: l’opera che ne è risultata è a metà via tra un saggio e un libro d’arte illustrato che cerca di sviscerare l’opera di Upui sia a livello di contenuto sia a livello visivo. Un libro che, anche per chi non fosse del “settore”, sarà piacevole anche solo sfogliare.

Ma come si compone il libro? L’opera inizia con una biografia dell’autore, il quale ha cominciato il proprio percorso passando dalla sua originale intenzione di entrare in seminario e quindi dal gruppo di ricerca sulle sette, il Gris di Torino, al suo interesse per i movimenti dischisti e del CUN (Centro Ufologico Nazionale) di Torino fino a giungere alla scoperta degli amici spiriti, ai ricordi su una possibile vita passata come la strega Gualina Stabiosa e al rapporto con la Dea. Successivamente, appare un riassunto dei primi ricordi riguardanti Gualina (ricordi tutt’ora in corso, tanto è vero che l’autore sta ancora cercando di ricostruire alcuni fatti non chiariti prima), una sezione dedicata alle simbologie ricorrenti nelle opere grafiche e l’appendice in cui appaiono ulteriori ricordi recenti riguardanti un personaggio un po’ negativo che ha avuto a che fare con Gualina, tale Marcherio, i sogni e le visioni dell’autore e le interviste che gli abbiamo fatto per dare forma al libro.

Spero che questi brevi spunti possano suscitare curiosità nel lettore, tanto da voler entrare nel favoloso mondo della Strega Upui.

Villa di Faragola

Scritto da luz09 - gennaio 30th, 2010 - 0 Commenti  
Pubblicato sotto Archeologia e Storia

Ricostruzione 3d della villaC’è chi l’ha definita la Piazza Armerina di Puglia; infatti la residenza tardo antica in corso di scavo in località FARAGOLA,nel territorio di Ascoli Satriano (Fg).

Anche se l’area finora indagata,circa 1550 metri quadri,è solo parte di un complesso molto più vasto e articolato,la villa di Faragola,databile fra IV e VI sec.d.C.,si presenta già come uno dei più significativi esempi di residenze rurali tardo antiche nell’Italia meridionale.

Le ricerche stanno ricostruendo una lunga vicenda,a partire dalle fasi insediative che precedettero la villa,prima della conquista romana della Daunia avvenuta tra fine IV e II sec.a.C. : per l’età daunia nella stessa area è presente un abitato rurale,al momento attestato solo da una piccola porzione di mosaico a ciottoli databile al IV-III sec.a.C.

Alquanto limitati sono,finora,anche i dati per l’età tardo repubblicana e per la prima e media età imperiale,alla quale risale la prima e media età imperiale,alla quale risale la prima fase della villa di Faragola,come documentano alcune strutture murarie in opus incertum riutilizzate come fondazione di muri della residenza nella sua straordinaria fase tardo antica.

Il sito di Faragola ha una collocazione per più versi strategica,rispondente ai precetti degli agronomi romani Catone, Varrone e Columella,relativi alla scelta del luogo ideale per la costruzione di una villa : l’edificio è posto su un pianoro alle ultime propaggini collinari che delimitano la fertile valle del Carapelle,a soli cinque chilometri da Asculum ,del cui territorio questa proprietà faceva parte,e a nove da Herdonia.

La villa era dunque vicina a due importanti centri urbani,nei cui mercati potevano essere venduti i prodotti freschi e acquistati i generi necessari alla vita dell’azienda agricola.

La Cenatio oggiMa ciò che rendeva l’area di Faragola particolarmente adatta all’insediamento era l’ampia disponibilità d’acqua,garantita da molte sorgenti e dal fiume.

Infine,la villa non era isolata,ma sorgeva lungo un’importante arteria,che,oltre a dare sicurezza,garantiva facili collegamenti: la via Aurelia Aeclanensis o Herdonitana , strada che assunse particolare rilievo proprio in età tardo antica,realizzata con funzioni di “bretella” per collegare Aeclanum , cioè le zone interne appenniniche,attraversate dalla via Appia,alla via Traiana, intercettata a Herdonia.

Due sono i poli principali del complesso finora individuati:un ampio e articolato balneum (terma ) e una lussuosa cenatio (sala da pranzo) estiva.

La circostanza non sorprende poiché è nota l’importanza assunta dalle terme e dalle sale per banchetto nelle residenze rurali tardo antiche,a conferma della centralità attribuita dalle aristocrazie sia alla cura del corpo sia ai piaceri della tavola,e in generale agli spazi e alle pratiche della vita sociale e della convivialità.
Al momento,invece, non è stato individuato il quartiere produttivo,s si esclude una fornace per laterizi databile al IV secolo,parte di un più esteso settore artigianale.
La terma comprende un ampio salone,gli ambienti tiepidi (tepidaria) e caldi ( caldaria ) ,oltre a una serie di vasche.

Alcuni vani presentano una pregevole pavimentazione a mosaico con motivi geometrici. L’ambiente di maggiori dimensioni,probabilmente utilizzato come palestra,per massaggi e altre attività termali,si caratterizza per un mosaico articolato in quattro pannelli quadrati ( emblemata ), mentre una cornice a foglie d’edera,cui sono unite grandi foglie cuoriformi campite in rosa,segna il margine esterno del pavimento.

La parte meridionale dell’ambiente è occupata da un lungo pannello con motivo a stuoia e anche il vano di accesso alle terme conserva una decorazione musiva geometrica policroma.

Cenaio ieri ( proposta ricostruttiva)Oltre a una serie di vani di servizio,particolare rilievo aveva nel complesso termale un ambiente (frigidarium),pavimentato con grandi lastre di marmo,che consentiva l’accesso a vasche di diverse dimensioni,tra cui si distingue una vera a e propria piscina (natatio) .

Soprattutto,è la cenatio , la sala da pranzo,a fornire le indicazioni più chiare sul progetto architettonico,decorativo e ideologico che sta alla base dell’intervento edilizio promosso in età tardo antica dal dominus, il padrone,di sicuro un personaggio colto,oltre che dotato di cospicue risorse finanziarie,perfettamente integrato nelle forme di vita e nelle manifestazioni tipiche della classe aristocratica cui apparteneva.

Il grande vano a pianta rettangolare,dotato di tre ingressi,si presentava come un padiglione,una sorta di “gazebo” in giardino, provvisto di copertura ma con i lati lunghi aperti.

In una prima fase,tra fine IV e inizi V secolo,il pavimento era costituito da un mosaico policromo con decorazione geometrica del tutto simile ai pavimenti della terma ed p verosimile che già allora l’ambiente svolgesse funzione di sala da pranzo,probabilmente con la tradizionale sistemazione a triclinio.

Nel corso del V secolo,il dominus ritenne di dare alla cenatio una sistemazione più lussuosa e monumentale,oltre che fortemente innovativa.

Le trasformazioni riguardano principalmente il pavimento e la realizzazione di un tipo particolare di divano per banchetto (stibadium)  in muratura,provvisto di una fontana.

Il pavimento,sovrapposto al precedente mosaico,fu realizzato con lastre di marmo prevalentemente di reimpiego di vario tipo e colore,sistemate in moda da creare tre diversi livelli pavimentali.

Particolare rilievo,per la posizione enfatica e il pregio dei materiali impiegati,avevano tre tappeti in opus sectile,originariamente montati forse su pareti e poi inseriti come emblemata  nella pavimentazione marmorea lungo l’asse centrale del vano.

L’elemento di maggior spicco della cenatio era costituito dal raro stibadium,il divano in muratura per il banchetto,collocato i posizione dominante e in maniera enfatica sull’asse principale dell’ambiente. Di forma grosso modo semicircolare,aveva lo spazio centrale occupato da una piccola vasca.

Stibadium oggi e ieriIl rivestimento della struttura era particolarmente accurato: le parti meno visibili(la vaschetta e il muro semicircolare esterno) erano foderate da lastre di marmo bianco,mentre la facciata presentava una ricercata decorazione nella quale si integravano sapientemente opus sectile marmoreo,mosaico ed elementi scultorei figurati.

È possibile ricostruire la presenza di tre pannelli centrali,uno in porfido e due in serpentino,delimitati da una cornice a dentelli triangolari,e ai lati due pannelli rettangolari nei quali erano iscritti rombi delimitati da cornici in cipollino e decorati da lastrine lapidee con motivo a onde con tessere musive a foglia d’oro.

Il lato destro,meglio conservato,presenta al centro un tondo di marmo bianco scolpito a bassorilievo,inquadrato da due cornici di tessere musive di pasta vitrea con foglia d’oro e di dentelli triangolari,con la raffigurazione di una danzatrice davanti a un’ara sulla quale è poggiata una cista con avvolto un serpente.

Un secondo frammento,rinvenuto negli strati di crollo,conserva un volto femminile con il caratteristico copricapo di canne : si tratta di un oscillum del I sec. d.C., reimpiegato nella decorazione della fronte dello stibadium,a testimonianza della stretta connessione tra il mondo conviviale e i temi dionisiaci.

In questa scelta,infatti,va sottolineato non solo il significato legato al reimpiego dell’oscillum, nel quadro di un generalizzato fenomeno di riuso di manufatti più antichi ben attestato nella villa,ma anche,e soprattutto,la scelta di temi legati al patrimonio iconografico pagano,di chiara ispirazione dionisiaca,tipico degli ambienti conviviali ancora in età tardo antica.

È un fenomeno ricorrente e ,anche se in alcuni casi è possibile che questa scelta sia da interpretare come un segno di appartenenza religiosa alternativa al cristianesimo,risulta più diffusa la prassi di utilizzare tali simboli,nel quadro di una forte persistenza di immagini convenzionali,quali sinonimi di convivialità,ospitalità,felicità della vita terrena.

Non è chiaro se al di sopra della vasca posta al centro del divano in muratura fosse sistemata una mensa di marmo,oppure se,come descrive Plinio nel caso dello stibadium  della sua villa in Lazio,nella vaschetta piena d’acqua galleggiassero “piatti”con le diverse portate.

È molto probabile che,sulla fronte dello stibadium,dalla vaschetta l’acqua fuoriuscisse a “cascata”,in modo da defluire nella parte centrale della sala da pranzo,ribassata rispetto ai corridoi laterali. Un velo d’acqua doveva quindi “ricoprire” i marmi del pavimento e i tappeti in opus sectile,offrendo uno straordinario effetto scenografico,in particolare grazie al gioco di riflessi che enfatizzava la cromia dei marmi e della paste vitree.

La presenza d’acqua nell’ambiente,inoltre,contribuiva a garantire una piacevole frescura durante i banchetti estivi. Questa trovata trasformata lo stibadium quasi un ninfeo,molto simile ad esempio al ninfeo imperiale di Punta Epitaffio a Baia.

Qui l’insieme degli elementi architettonici e decorativi manifesta la volontà di collegare l’interno al contesto esterno,”sfondando” le pareti e aprendo lo spazio della sala da pranzo al paesaggio circostante.

lato destro
lato destro

Si conferma così la tendenza all’”uso architettonico” dell’acqua in tali strutture per banchetto,secondo un carattere aulico riscontrabile già in case e ville romane più antiche,come nella celebre descrizione dello stibadium della villa di Plinio o nel monumentale stibadium in muratura del Canopo di villa Adriana a Tivoli,in particolare nel giardino – cenatio ,il cosiddetto “ninfeo – stadio”,il cui settore meridionale,terminante con una gradinata a emiciclo e una elaborato gioco d’acqua,somiglia molto alla cenatio di Faragola.
Nella sala da pranzo,lo stibadium è in posizione enfatica,sopraelevato e in asse con l’accesso,offriva una visione frontale e simmetrica. I percorsi reali e visivi costituivano,uno degli aspetti più curati nell’edilizia residenziale,in particolare per le sale di ricevimento e per quelle da pranzo. Il banchetto era sentito come una sorta di spettacolo,non solo per l’esibizione di musici,attori,mimi e intrattenitori vari,ma perché la sala da pranzo era vissuta quasi come uno spazio teatrale nel quale il dominus, come ogni ospite,nel rispetto di precise convenzioni sociali,recitava una parte in modo da ostentare il proprio status nei confronti di amici e clienti.

Cos’è l’Ipnosi?

Scritto da Nicola S. - dicembre 7th, 2009 - 0 Commenti  
Pubblicato sotto ipnosi

Nonostante un secolo di ricerca accademica sull’argomento, che ha prodotto una gran quantità di materiale sperimentale, non c’è ancora consenso riguardo alla natura dell’ipnosi.
Per comprendere cos’è realmente l’ipnosi, occorre innanzitutto chiarire cosa non è: nell’immaginario popolare, infatti, l’ipnosi è una diabolica forma di manipolazione psicologica e controllo mentale, capace di trasformare le malcapitate “vittime” in dei burattini alla mercé dell’ipnotista. Niente di più incorretto.
Al contrario, un soggetto in Ipnosi (o per così dire “in stato di trance”), nonostante la scarsa reattività col mondo esterno (dovuta alla focalizzazione verso l’interno), si trova in una condizione di estrema ricettività mentale (capacità di accettare ed elaborare i concetti ad un livello più profondo, con maggiore efficacia). La “ricezione” è però tutt’altro che passiva: la mente del soggetto, si troverà costantemente nella condizione di dover “scegliere” se accettare o scartare, in base al suo pensiero più profondo (inconscio, sistema di credenze, codice etico, etc.) quanto gli viene suggerito.
Suggerire (o “suggestionare”) un soggetto a compiere una qualunque azione contraria al suo volere, alla sua etica, si tradurrà nella totale negazione della messa in opera della stessa.
Non è infatti possibile, ad esempio, indurre alcun individuo mentalmente sano a compiere un omicidio attraverso l’ipnosi (a patto che non sia capace di farlo anche in condizione “normale”).
Orne ed Evans (1965) hanno condotto uno studio per scoprire se potevano far compiere a soggetti ipnotizzati azioni antisociali, come lanciare un barattolo pieno di acido nella faccia di un assistente ricercatore (per questioni di sicurezza il barattolo non conteneva effettivamente acido, ma i soggetti dell’esperimento non lo sapevano).
Crearono due gruppi di 6 soggetti: uno con individui altamente ipnotizzabili ed in stato di trance, ed un gruppo di controllo con soggetti scarsamente ipnotizzabili a cui era stato chiesto di “fingere d’essere in ipnosi”. Evidenziarono che, 5 soggetti altamente ipnotizzabili lanciarono “l’acido”, ma che lo fecero anche tutti i 6 soggetti poco ipnotizzabili, non in trance, a cui era chiesto semplicemente di “fingere d’essere in ipnosi”.
Questo esperimento dimostra che non c’è niente nell’ipnosi che possa portare le persone a compiere azioni antisociali, ma piuttosto qualcosa riguardo la situazione sociale in cui l’esperimento è stato condotto. La logica dell’esperimento è che se puoi portare delle persone a compiere atti antisociali senza ipnosi, allora non c’è bisogno di usare l’ipnosi per spiegare ciò che stanno facendo (basti pensare al famoso esperimento sull’autorità di Stanley Milgram, 1963).
Altra convinzione diffusa, è che l’ipnosi possa essere in qualche modo simile al sonno. Per questa stessa ragione, il fenomeno è stato chiamato Ipnosi derivandolo da “Hypnos”, Dio greco del sonno; ciò nonostante le ricerche hanno dimostrato come ipnosi e sonno differiscano ampiamente. Gli studi sull’attività cerebrale hanno mostrato che nonostante esistano degli schemi caratteristici d’attività mentale associati con il sonno, questo non vale per l’ipnosi. Per un osservatore l’ipnosi può apparire simile al sonno (dato che viene comunemente suggerito il rilassamento come parte della routine ipnotica), ma i soggetti ipnotizzati sono in uno stato molto più simile allo stato di veglia (ad es. l’ipnosi è stata indotta sperimentalmente in persone che pedalavano su delle cyclette (Devos, 1999), la cosiddetta “ipnosi in allerta attiva”).
E’ lecito chiedersi: l’ipnosi è pericolosa? No, l’ipnosi non è pericolosa (anzi, è un’esperienza estremamente piacevole e positiva), anche se, ovviamente può portare ad effetti imprevisti o negativi se praticata da persone non competenti (Lynn, Myer e Mackillop, 2000).
E’ altrettanto bene segnalare che non è possibile restare “intrappolato” in stato di trance. Se l’ipnotista “non sveglia” un soggetto sotto ipnosi, quest’ultimo si sveglierà spontaneamente nel giro di poco tempo (al massimo entro qualche ora). In alternativa ad un risveglio diretto, un soggetto in trance che non viene svegliato si “addormenta” in un comune sonno fisiologico, per poi risvegliarsi in stato normale di veglia.
La totale disinformazione e carenza d’informazione su cosa sia effettivamente l’ipnosi, abbraccia persone di ogni estrazione sociale e cultura. Come esempio dimostrativo, basti pensare che solo una piccola percentuale di Medici e Psicologi, infatti, possiede un opportuno bagaglio di conoscenze sul fenomeno. Questa enorme lacuna è una diretta conseguenza di alcuni aspetti sociali, culturali e storici. Per citare le più importanti:
- L’immaginario trasmessoci dal Mondo Fantastico (romanzi, film, fumetti, etc.) è essenzialmente errato (fantastico per definizione), ma che raggiunge una vastissima audience. A questi elementi, bisogna aggiungere il caso degli Ipnotizzatori Da Palcoscenico che, operando nell’intrattenimento, hanno tutto l’interesse nell’alimentare l’idea che si tratti di qualcosa di “magico” o “soprannaturale” e s’impegnano a produrre fenomeni e reazioni particolarmente clamorose.
- Equivoci e Fraintendimenti: ad esempio, molte truffe e rapine sono state spiegate chiamando in causa l’Ipnosi, fino alla genesi del termine specifico “ipnorapine”. Queste, in realtà, sono nella maggior parte dei casi una sapiente combinazione di confusione, distrazione, rapidità d’azione e sangue freddo, che lasciano la vittima in uno stato di shock dovuto non tanto alla pratica stessa di cui è stato oggetto, quanto piuttosto alla incapacità di comprendere quanto abbia vissuto (e per questa ragione viene chiamata in causa l’ipnosi).
- L’ostilità storica da parte dell’Ambiente Scientifico: l’incapacità di comprendere la sua natura Scientifica s’è tradotta, nei primi dell’800 in una ferma posizione d’ostilità della scienza ufficiale nei confronti del fenomeno. In quegli anni l’Ipnosi è stata oggetto di una vera e propria caccia alle streghe: i medici ritenuti “colpevoli” di praticarla, venivano sistematicamente allontanati e sollevati dai loro incarichi. Molti medici, per evitare di macchiarsi d’Eresia, furono costretti a praticarla segretamente. E’ anche grazie a questi coraggiosi (Charcot, Janet, Bernheim, Freud, etc) che finalmente, nella prima metà del ‘900, l’ambiente scientifico ufficiale accetta l’ipnosi nella pratica medica (seppure con molte riserve).

Le Statue Hindu che bevono il Latte

Scritto da Nicola S. - dicembre 4th, 2009 - 0 Commenti  
Pubblicato sotto Esoterismo, Parapsicologia

Il 21 Settembre del 1995, hanno cominciato a girare diversi resoconti, provenienti da Nuova Delhi, riguardo statue Hindu bevitrici di latte.
I fedeli offrivano cucchiaiate della sostanza come dono sacro, e le sculture sacre di Lord Shiva e Ganesha le stavano, di fatto, consumando. Si sono formate lunghe code intorno ai templi e le autorità locali hanno dovuto aumentare l’approvvigionamento di latte della città di 100.000 litri per via della scarsità del prodotto.
Gli scettici hanno immediatamente suggerito si trattasse di un caso di allucinazione di massa, o che era la natura porosa delle statue a creare il fenomeno. Altri hanno detto che il latte era semplicemente fatto traboccare, ma che il terreno intorno alle statue non aveva la quantità di latte che era stato offerto.
Certamente, in molti non avevano dubbi che si trattasse di un vero miracolo, e come le communità indiane ebbero saputo del fenomeno, altri resoconti analoghi emersero in giro per il mondo.
Il giorno successivo, fedeli Hindu erano in piedi in lunghe file fuori dai templi di Londra, ansiosi di offrire latte alle statue. Anila Premji era una donna che aveva aspettato fino alla notte, presso il tempio Vishwa di Southall (Londra Ovest), per offrire una cucchiiata alla figura di marmo di Nandi, un toro cavalcato da Shiva. “Ho tenuto il cucchiaio vicino alla bocca ed il latte è scomparso”, ha dichiarato.
Nel principale tempio Swaminarayan di Londra la situazione era così caotica che le autorità rifiutavano l’ingresso alle persone con i propri cartoni di latte.
In Canada, Germania e negli Stati Uniti, i miracoli continuavano. I fedeli Hindu del Tempio Hindu Chatsworth in California hanno anch’essi segnalato il latte accettato dai loro idoli. Le storie sono state raccolte da diverse agenzie di informazione, come Reuters, CNN, BBC e molti dei principali quotidiani mondiali. Nonostante le spiegazioni scientifiche date dagli scettici, i religiosi devoti dicono che è stato un segno di Dio. Anche quei fedeli Hindu che non hanno testimoniato gli eventi presso i templi hanno dichiarato di sentire un senso di rassicurazione per un potere onnipotente che li proteggeva. Forse questo è il punto. Non importa quali spiegazioni pratiche vengono avanzate, talvolta una risorgente fede nella presenza divina è di grande conforto per quelli che vogliono credere.

 

Il Fenomeno Esp, la Telepatia

Scritto da anonimo - novembre 30th, 2009 - 1 Commento  
Pubblicato sotto Parapsicologia

Definizione Telepatia

La parola “Telepatia”, in base all’etimologia greca (da tèle=lontano, e pàthos=sofferenza, sentimento), indicherebbe “ciò che si prova , che si esperimenta, che si sente, da lontano, quindi anche un’impressione, un sentimento, un turbamento, “a distanza”.

La lettura del pensiero è un fenomeno telepatico che si annovera fra i fenomeni ESP, cioè puramente mentali, e quindi la capacità di leggere la mente è un’abilità perfettamente naturale e normale. Qualcuno ha definito l’uomo la più completa ricetrasmittente che esista sulla terra: la mente infatti è in grado di ricevere e inviare messaggi superando la dimensione spazio-tempo, ha la capacità di comunicare mediante il pensiero e non con la parola, senza passare attraverso i sensi noti, senza la mediazione del ragionamento e, naturalmente, senza ricorrere ad altri mezzi di comunicazione. Un pensiero può essere captato nell’istante stesso in cui viene emesso e il primo passo per sviluppare questa capacità è senza dubbio il potenziamento di quelle capacità di cui siamo consapevoli, come la volontà, l’attenzione, la memoria. Spesso non ci accorgiamo che abbiamo captato il pensiero del nostro interlocutore, perché non siamo esercitati a osservare ciò che accade dentro e fuori di noi, quindi dobbiamo allenarci a percepire. Così come si riesce a leggere la mente si può allo stesso modo fare trasmissione del pensiero, esso arriva per via ESP, non ha caratteristiche particolari che lo distingue da altri pensieri formulati dal cervello: a volte tuttavia si ha la sensazione che qualcuno ci stia pensando o chiamando, molto spesso si manifesta attraverso una sensazione auditiva, una voce interiore più o meno forte.

Questo nei casi di telepatia spontanea. Un mezzo a disposizione di tutti, indistintamente utilissimo nel contatto anche fra operatore e cliente, dando ottimi risultati soprattutto nelle malattie psicosomatiche, negli esaurimenti nervosi e nelle depressioni psichiche, perché l’operatore avrà la possibilità di entrare veramente nell’altro e conseguentemente trasmettere pensieri reattivi, utili al miglioramento dello stato mentale che ha prodotto la malattia. Ad esempio l’esclusiva di Damus negli spettacoli di magia e nei suoi seminari gli è data anche da questa capacità che lui stesso ha potenziato perché ne ha riconosciuto la grande importanza. Questa capacità è in rapporto con l’emisfero celebrale destro, che presiede all’intuizione quindi, pur essendo una facoltà che tutti possono sviluppare con esercitazioni, contestualmente è anche in stretto contatto con la nostra evoluzione.

Purtroppo c’e anche da dire che la conoscenza profonda della psiche ed i fenomeni ad essa connessi non fanno parte della cultura, non solo non sappiamo riconoscerli, ma addirittura spesso li neghiamo. Molte persone temono infatti tutto ciò che non fa parte del loro mondo abituale e quindi lo respingono anche se ne sono protagonisti…..temiamo il mondo del magico e dell’incredibile. Eppure questo fa parte del nostro bagaglio interiore, rappresenta non un passo indietro rispetto alla nostra conoscenza, ma un gradino superiore nella strada dell’evoluzione. La maggior parte delle volte questo fenomeno si produce in maniera spontanea e spesso il messaggio telepatico non viene neppure recepito a livello cosciente. L’uomo è ancora un universo inesplorato di cui conosciamo a malapena alcune zone come il funzionamento parziale del corpo e della mente, è protagonista di un’infinità di avvenimenti apparentemente casuali, di episodi che accadono contemporaneamente quasi a segnalare qualcosa di segreto.

Purtroppo spesso anche quando viviamo fenomenologie telepatiche, tendiamo a razionalizzare l’immagine che riceviamo, la filtriamo e modifichiamo secondo la nostra mentalità e il raziocinio, operando in questo modo una distorsione. Il fenomeno telepatico può avvenire in stato di veglia come in stato di sonno o di trance, oppure in ipnosi; può verificarsi spontaneamente oppure essere prodotto in forma sperimentale. Ovviamente il messaggio telepatico deve essere controllato per verificare se ciò che si crede di aver percepito corrisponda a verità. Fra tutti i campi di applicazione della telepatia il più affascinante e misterioso è la magia, infatti la vera magia si basa sulla capacità di un soggetto di trasmettere e ricevere messaggi telepatici con tutte le influenze che derivano da tale contatto. La magia che noi oggi conosciamo è una degenerazione e soprattutto una copia dell’originale. Si esercita in modo rituale caricandola suggestivamente,una magia di tipo imitativo e chi non si rende conto della reale potenza del pensiero, chiaramente, non può ottenere dei risultati.

Passando ad un altro ramo dove la telepatia trova applicazione ossia quello della terapia possiamo dire che se un operatore è veramente telepatico, e soprattutto se è abituato a utilizzare la propria facoltà senza timore, il suo pensiero attivo e positivo può entrare in contatto con il pensiero negativo del consultante, o di chiunque altro possa essere in contatto con lui. Naturalmente per poter ricevere messaggi telepatici e fare lettura del pensiero, non occorre fare sforzi, anzi è necessario il vuoto mentale, proprio come si è imparato per la concentrazione, cacciando ogni pensiero estraneo, occorre essere nello stato di attenzione passiva: la mente è indirizzata a ricevere i pensieri senza fare però nessuno sforzo. In questo modo il cervello entra in uno stato alfa, cioè nelle condizioni ideali in cui si devono trovare il ricevente e il trasmittente. Quello che è stato detto fino a questo momento parlando di telepatia e lettura del pensiero già nel passato lo avete fatto, ad esempio ricordate le occasioni in cui voi e un’altra persona a fianco a voi avete detto contemporaneamente la stessa cosa.

Questo accade spesso fra individui che sono sposati da molto tempo e, sebbene non sia esatto parlare in questi casi di percezione extrasensoriale, ci troviamo comunque di fronte ad una situazione di lettura del pensiero. Per poter leggere la mente un punto importante dal quale partire ed esercitarsi è quello di influenzare la mente dell’altra persona. A tal proposito provate a fare un esperimento che è anche un modo di esercitarsi: sedetevi confortevolmente in una stanza calma e pacifica e distendetevi completamente, fate in modo di eliminare qualsiasi intervento esterno disturbante, se è possibile staccate il telefono, cercate di arrivare ad una condizione di “assenza di pensieri”. Rispetto al vostro passato e quindi ai ricordi che possono affiorare proprio nel momento in cui vi state rilassando profondamente, mettetevi in una condizione esterna e vale a dire di spettatore perché questo vi riserverà da un coinvolgimento emozionale che potrebbe disturbarvi e conseguentemente influire sulla riuscita dell’esercizio e della trasmissione del pensiero.

Una volta fatto ciò, concentratevi su qualcuno che conoscete bene e pensate intensamente che volete mettervi in contatto con lui mentalmente. Rimanete concentrati sulla persona fissatela nella vostra mente e speditegli un messaggio costante che lo porti a mettersi in contatto con voi: Ad esempio: “Daniele ora verresti..Desidero comunicare con te. Vieni ti prego devo comunicare con te. Vieni non appena puoi. Sai dove trovarmi ecc ecc”. Naturalmente la prima volta potrebbe non riuscirvi perché come si è detto prima per la riuscita di queste fenomenologia è di fondamentale importanza potenziare le capacità che solitamente utilizziamo, quali: concentrazione, capacità di isolarsi completamente e svuotare la mente affinché le onde trasmissive che emette la nostra mente siano ben definite e chiare. Tanto più la qualità del messaggio è alta tanto più le possibilità che il fenomeno telepatico si risolvi con successo aumenta. Oltre alla telepatia come comunicazione fra due persone senza l’utilizzo della parola esiste anche la comunicazione telepatica dei sentimenti.

Non appena una passione si accende, tutte le risorse interiori sembrano accrescersi, e un’impulsività inconsueta anima al contempo l’organismo, la volontà e l’immaginazione; si ha l’impressione di uscire da un lungo torpore e di iniziare a vivere veramente, nella pienezza del proprio essere. In effetti, il pensiero è notevolmente più attivo del solito, un flusso di vibrazioni psichiche rompe gli argini scatenandosi impetuosamente, si mette in moto un irradiazione energetica tendente a raggiungere e a colpire il destinatario della passione, per risvegliare in lui le medesime disposizioni d’animo che hanno azionato il dinamismo emozionale. Dall’altra parte del filo immaginario o reale che sia la disponibilità del ricevente può essere perturbata da disparati fattori: dissonanze di fondo tra i due caratteri, una forte inclinazione per un’altra persona, uno stato di apatia e di stanchezza mentale, una serie di preoccupazioni di ordine personale e familiare. In questi casi l’influenza spontanea del pensiero che solitamente si innesca in questa condizione non basta; bisogna far ricorso all’influenza, condensata in modo da aumentare notevolmente il potenziale suggestivo e quindi è necessario sviluppare e affinare capacità del tipo: visualizzazione, concentrazione, immaginazione,volontà, capacità di suscitare uno stato di frenetica esaltazione e per conseguenza una vigorosa spinta emissiva; sia l’unica che l’altra sono gli ingredienti inscindibili della telepsichia. Aumentare il potenziale suggestivo non vuol dire pensare continuamente per tutto il giorno a quella persona in modo vago e superficiale, avendone solo l’immagine.

Basta organizzare magari semplicemente due sedute al giorno, durante le quali oltre a fare tutto ciò che si è elencato si può visualizzare anche una situazione “reale nell’immaginazione” colorendola di tutti i particolari come suoni, emozioni, luoghi, magari immaginando di parlarle avendola di fronte e comunicandogli quello che è la nostra volontà. Elemento essenziale è la sicurezza che avete nel fatto che riuscirete ad avere successo e soprattutto la tranquillità che provando e riprovando tutti arriveranno ad avere dei risultati. La magia non è la telepatia, la lettura del pensiero o la sua trasmissione………. .magia è entrare in un mondo a noi fino a questo momento sconosciuto che è in noi, e che non avrebbe ragione di esistere se non esistessimo noi……… magiche sono le nostre potenzialità psichiche. Datevi la possibilità di scoprire e utilizzare i grandi poteri che la natura ha concesso ad ogni essere umano, e mentre questo accade voi vi renderete conto che state sviluppando e rafforzando i vostri poteri psichici e come servirvene in modo costruttivo, ecologico e immediato, stimolando e potenziando le forze che creano il successo.

In ognuno di noi esiste forse un potentissimo apparato ricetrasmittente che non siamo in grado di attivare con la volontà cosciente e che utilizza canali di trasmissione sconosciuti. Nel campo della parapsicologia, la telepatia (o biocomunicazione come viene in certi casi definita) è certamente uno dei settori più scandagliati. Casi elementari di telepatia sembrano manifestarsi fra individui uniti da rapporti di parentela o comunque da forti legami affettivi. In queste circostanze la trasmissione di messaggi collegati ad episodi di emergenza critica, sembra abbiano maggiori probabilità di veicolarsi in direzione del o dei destinatari.

Con alcuni esercizi elementari si possono affinare le potenzialità telepatiche. Si opera con il partner in una stanza attigua, cercando di trasmettere ad esempio una sequenza di colori. Disponete di una serie di cartoncini colorati in modo diverso che avrete posto su un tavolo in un certo ordine da sinistra a destra. Lo stesso si può fare con un mazzo di carte posate su un piano da sollevare una alla volta per scoprirne il seme. Molti sono gli strumenti utilizzati per esperimenti di trasmissione telepatica. Ovviamente i ruoli con il vostro collaboratore vanno alternativamente invertiti per allenare sia la capacità di “ricevere” che quella di “trasmettere”. Al contrario di quanto comunemente si possa credere, l’atteggiamento mentale dei protagonisti di un esercizio di trasmissione telepatica del pensiero, non consiste in una concentrazione esasperata, ma nel porsi in una condizione di “vuoto mentale” e induzione di onde alfa,
che si può considerare simile a quella assunta nelle pratiche di meditazione.

In realtà si tratta di una “intuizione” in alcun modo influenzata dalla volontà dei protagonisti, difficile da descrivere anche da chi l’ha vissuta personalmente. Una verifica sui progressi di un allenamento finalizzato allo sviluppo di facoltà telepatiche, si può effettuare in caso di aumento in percentuale del numero di sequenze positive di messaggi trasmessi.Nell’effige il dio elefante-bambino Ganesch della tradizione indù. Si narra che ghiotto di pasticcini se ne rimpinzò a tal punto da farsi scoppiare la pancia. La Luna colpevole di aver riso alla vista di tutto questo fu condannata dalla stessa divinità a scomparire una volta al mese. Da qui le fasi lunari.

E’ noto come diversi esperimenti di telepatia siano stati condotti nel corso delle missioni spaziali americane e sovietiche. In occasione degli sbarchi sulla luna si approfittò della circostanza che poneva i soggetti dell’esperimento di trasmissione di dati telepatici alla distanza maggiore finora consentita.
I risultati di queste prove sono stati tenuti segreti. La voci trapelate su alcune risultanze spettacolari sono del tutto inattendibili. Animali abbandonati a decine, a volte anche centinaia di chilometri da casa, hanno ritrovato miracolosamente la via del ritorno. Per la scarsa conoscenza che ancora si ha sugli apparati sensisitvi di animali domestici come i cani e i gatti, le numerose congetture e ipotesi che sono state fatte sulle facoltà che hanno consentito loro queste incredibili imprese, non hanno trovato ancora consistenza credibile. Si parla di un senso dell’orientamento altamente potenziato in grado di sfruttare anche le induzioni prodotte dal campo magnetico terrestre. Ma che c’entra il magnetismo della terra con la scelta di quel cane (l’episodio è realmente accaduto?) che in una lontanissima stazione sale proprio su quel treno che lo trasporta nella direzione giusta più velocemente di quanto possa fare zampettando sul ciglio di una strada?

Una precisazione: di quello stesso treno il suo padrone si dice non si è mai servito. Solo l’ammissione di facoltà telepatiche formidabili di cui non conosciamo l’estensione e le caratteristiche spiegherebbero questo episodio in relazione al positivo risultato ottenuto da quel cane nella scelta del treno. Aveva forse il cane memorizzato il nome della città ove viveva con il suo padrone, localizzandola anche in un territorio largamente esteso? E che gli era successo entrando in quella stazione, di aver letto nel pensiero di tutti quei viaggiatori ignari che sostavano sulle pensiline d’attesa?. Curioso pensare ad un mondo di animali che ci “osservano” e comprendono cio che li circonda in una misura superiore alla nostra.

Un pò spaventati dagli esseri umani che, senza motivi, possono essere così crudeli nei loro confronti, ma incuriositi dal vedersi donare alloggio e cibo in cambio solo di una parvenza di affetto. Ci vedono forse affannarci nella costruzione di tutte le nostre “opere dell’ingegno”, nelle nostre manifestazioni “artistiche”, con i nostri cervelli primitivi e razionali, quando il mondo anche senza conoscere il linguaggio degli umani può dare a loro gli animali tutte le risposte che cercano.

Pensate una parola di quattro lettere. Avete pensato a “cane” o “mare”? Statisticamente “cane” e “mare” sono le parole di quattro lettere a cui pensa d’istinto la maggior parte delle persone interrogate. Perché? Perché sono parole di uso comune, ricordano cose gradevoli, “scorrono” bene, eccetera eccetera. Pensate a una carta che non sia una figura. Avete detto “Tre di Picche”? Ebbene, insieme agli Assi, il Tre di Picche è la carta che ha maggiori probabilità di essere citata. Anche qui, nulla di misterioso. “Tre” è un numero “simpatico” e – se perdonate il termine poco scientifico – molto “popolare”. “Tre di Picche” poi “suona” meglio di “Tre di Quadri” o “Tre di Fiori”. Almeno così asseriscono i prestigiatori specializzati in “mentalismo” (l’arte di simulare poteri mentali) che hanno svolto accurate statistiche in proposito.

Per tutto l’800, comunque, qualsiasi manifestazione parapsicologica continuò a essere attribuita all’intervento degli spiriti; solo più tardi si ipotizzò la presenza di poteri naturali (anche se tuttora inspiegati), che con i defunti non avevano nulla a che vedere.I primi studi di carattere scientifico sui poteri ESP si svolsero a Leningrado nel 1922. L’americano J. B. Rhine dell’Università di Durham (North Carolina, USA) nel 1934 pubblicò un trattato rigorosamente scientifico intitolato Extra Sensory Perception, che rese celebre la sigla ESP e interessò il mondo accademico. Rhine catalogò le manifestazioni ESP in quattro filoni principali. La Telepatia è la capacità di leggere il pensiero e di trasmettere o ricevere veri e propri “messaggi” mentali; la Chiaroveggenza, nota presso gli antichi come “seconda vista”, permette di vedere con gli occhi della mente cose o avvenimenti distanti, a volte migliaia di chilometri; la Precognizione è l’abilità di predire fatti che si svolgeranno nel prossimo o lontano futuro; la Psicocinesi o Telecinesi, infine, è la capacità di spostare oggetti con la sola forza del pensiero.

Alla sfera dell’ESP appartengono altri poteri, come la psicometria, ovvero la capacità di “leggere” la storia di un oggetto mediante il semplice contatto con esso, e l’OOBE (acronimo di Out of Body Experience, “Esperienza extracorporea”), cioè la possibilità di “vivere esperienze e sensazioni in un luogo diverso da quello in cui si trova il proprio corpo fisico”, cioè, in parole povere, di “viaggiare” al di fuori del proprio corpo, un po’come si fa in sogno, ma con la precisa coscienza di ciò che sta accadendo. Il corpo astrale si muove simultaneamente in due dimensioni: quella fisica vera e propria (infatti vede i luoghi che sta attraversando, sente gli odori eccetera) e quella “eterea”, dove tempo e spazio assumono valori diversi da quelli cui siamo abituati.

La microvisione è un particolare fenomeno ESP che permette di penetrare nel mondo dell’infinitamente piccolo. Nel 1895 Annie Besaint in collaborazione con Charles W. Leadcott, intraprese una serie di esperimenti durati oltre quarant’anni: la Besaint e Leadcott “videro” addirittura il mondo degli atomi. La più inquietante di queste scoperte è, senza dubbio, quella di “atomi di forma identica ma composti in modo diverso”, che i due ricercatori attribuivano a una sorta di allucinazione. Invece, cinque anni prima dei fisici atomici, la Besaint e Leadcott si erano imbattuti negli isotopi di alcuni elementi, ovvero atomi costituiti da un identico numero di protoni e un diverso numero di neutroni, dotati di proprietà chimiche identiche a quelle dell’originale, ma di proprietà fisiche differenti.

Gli Espers o Scanners (termini che designano i possessori di fenomeni ESP) sono divisi a loro volta in tre categorie: Espers accidentali (i loro poteri si manifestano solo in particolari circostanze, per poi sparire magari per sempre) Espers abituali, che possiedono sempre poteri ESP, ma non sono in grado di controllarli e, infine, gli Espers veri e propri, capaci di utilizzare a comando le loro facoltà. In più, sempre secondo Rhine, tutti indistintamente possediamo una piccola dose di ESP. Una conferma? Provate a osservare insistentemente qualcuno che vi volge le spalle. Vedrete che dopo un pò si sentirà a disagio e si volterà verso di voi. E’ come se avesse sentito “il peso” del vostro sguardo, un peso che, dal punto di vista strettamente fisico, non ha alcuna ragione di esistere.

Un’inchiesta del New York Times del 29 Gennaio 1980 afferma che il 45% degli scienziati in attività negli Stati Uniti considera “molto probabile” l’esistenza dei poteri extrasensoriali; il 9% è fermamente convinta della loro effettiva realtà, mentre il restante 46% non vi crede assolutamente. I militari fanno evidentemente parte del 9% di “convinti”. Nel 1972 e nel 1975, infatti, la Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti avrebbe compilato (in questo tipo di resoconti il condizionale è d’obbligo) due dossier sulla possibilità di realizzare azioni di spionaggio e propaganda ottenute per mezzo della telepatia, e di mettere fuori uso le armi dei nemici con la psicocinesi. Nel 1986, la CIA si sarebbe servita dei poteri mentali di Uri Geller per indurre Gorbaciov ad accettare le tesi americane sul disarmo in Europa.

Esiste anche un rapporto della DIA secondo il quale i sovietici avevano già sviluppato numerosi sistemi di “puntamento telepatico” e ventisei importanti armi, tra cui “macchine per modificare il tempo atmosferico, per diffondere perturbazioni mentali”, addirittura “per creare terremoti”. Si dice che lo stesso Lenin abbia sostenuto la “Commissione speciale per lo studio della suggestione mentale”. “L’intelligenza umana” – avrebbe scritto – “ha già dominato molte forze della natura, e ne deve dominare altrettante, e più sconosciute”. Negli anni ‘70, di contro, un altro studioso di parapsicologia, Valerj Petiukov, venne arrestato per aver cercato di consegnare un articolo sulle ricerche ESP a un giornalista americano, con l’accusa di aver tentato di far uscire dal paese “Documenti coperti dal segreto militare e politico”.

 

 

 

Psicocinesi

Scritto da anonimo - novembre 21st, 2009 - 1 Commento  
Pubblicato sotto Parapsicologia

I fenomeni paranormali si suddividono, secondo la loro classificazione, in psi-cognitivi e psi-cinetici (psicocinetici o PK). Questi ultimi si dividono a loro volta in due gruppi principali: la macro-PK e la micro-PK (psicocinesi macroscopica e psicocinesi microscopica).

Nel suo insieme, la psicocinesi è la supposta capacità della mente di agire in qualche modo sulla materia o su processi di vario genere (ad esempio sollevare o spostare un oggetto, influenzare a distanza un processo fisico, chimico o biologico, etc.). Essa è probabilmente vecchia quanto il mondo o meglio, quanto l’uomo. Infatti è noto che l’uomo primitivo ha sempre cercato di modificare il corso degli eventi ricorrendo a persone particolari che erano in grado di manipolare le forze occulte mediante riti o formule magiche. Parliamo dei maghi, degli stregoni, degli sciamani, dei medium. Ancora oggi la figura del mago non è affatto scomparsa e sembra incarnare ancora il desiderio dell’umanità di potere trascendere i propri limiti esistenziali. Nella nostra civiltà lo stregone primitivo ha assunto nuove sembianze ed una di queste è il medium delle sedute spiritiche.

Macro-PK

Come tutti sanno i medium sono solitamente suddivisi in medium ad effetti fisici e in medium ad effetti psichici, anche se spesso uno stesso medium può dar luogo ad entrambi i tipi di effetti. I fenomeni fisici dei medium rientrano nella macro-PK, di cui si è accennato all’inizio. In quel che dirò parlerò di sedute medianiche e di sedute spiritiche senza fare eccessiva distinzione tra le due, anche se delle differenze sostanziali esistono. Quel che ci interessa è che in entrambi i tipi di sedute possono manifestarsi più o meno gli stessi fenomeni fisici. Essendo tutta la problematica della medianità e dello spiritismo ancora sub-iudice, ne parlerò senza garantire però che tutti i fenomeni fisici di una seduta siano effettivamente reali e scontati.

In una classica seduta spiritica il medium, per potere esercitare i propri compiti, deve entrare in un particolare ed ancora poco definito stato di coscienza detto trance e del quale più o meno tutti avete sentito parlare. Quali sono i fenomeni di tipo fisico che un medium può produrre nel corso di una seduta? Il repertorio è molto vasto e per forza di cose mi dovrò limitare ai principali. Il primo fenomeno che mi viene in mente è la levitazione che consiste nel sollevamento in aria, senza l’intervento diretto di nessuno dei presenti, sia del tavolino della seduta, sia di altri oggetti e, infine, si sente dire o si legge dello stesso medium. Altri portentosi fenomeni riportati nel corso di queste sedute sono gli apporti e gli asporti, ossia la comparsa di oggetti di varia natura nella stanza della seduta provenienti da altri luoghi o, viceversa, la scomparsa di oggetti presenti nella stanza che vengono poi ritrovati altrove. Se ad esempio vengono ritrovati in una stanza adiacente, occorre pensare che abbiano attraversato la parete di separazione smaterializzandosi e rimaterializzandosi.

Altri fenomeni di tipo medianico sono i raps e la voce diretta.

I raps

Sono dei rumori, in genere secchi e chiari, che sembrano prodursi alle pareti, nei mobili, nel tavolino della seduta, o in punti indefiniti della stanza. Sembrano, in certi casi, possedere una qualche forma di intelligenza essendo spesso prodotti a richiesta.

La voce diretta

E’ un fenomeno oggi molto raro, se non scomparso del tutto e che consiste nella produzione di voci chiaramente articolate che risuonano nella stanza della seduta. Esse possono provenire da vari punti, più spesso dall’alto. Le voci spesso intrecciano dei dialoghi con i presenti, anche in lingue sconosciute al medium. Poiché in genere la voce diretta è di intensità molto bassa, per renderla più udibile si è ricorsi alle cosiddette trombe medianiche, imbuti di cartoncino o di alluminio che potevano levitare nell’ aria.
Nel passato i fenomeni di voce diretta sono più volte descritti. Ricordiamo solo i casi più famosi: le statue parlanti dell’antico Egitto, gli alberi parlanti dei Germani, o le voci misteriose che risuonavano negli antri delle Sibille dell’antica Grecia e di Roma.

Tra i medium più famosi specializzati nel produrre le voci dirette ricordo soltanto l’americano George Valiantine, negli anni ‘20-’30. Le sue voci potevano parlare in varie lingue, cinese antico incluso, e vari dialetti.

Il propagarsi di luci ( che possono assumere le più varie forme e grandezze; quella più frequente è la forma globulare, ma si possono vedere anche rapidi bagliori, fiammelle o globi che volteggiano), o di profumi e, fenomeno tra i più sconvolgenti (ed anche tra i più discussi), la formazione di ectoplasma o materializzazione. Si tratta di una sostanza biancastra e debolmente luminescente che esce in genere dalla bocca, dal naso o dalle orecchie del medium. Una volta uscita, può assumere varie forme: spesso quella di parti del corpo umano come mani, piedi, dita, visi e, stando ad alcuni resoconti, anche di interi corpi umani. In alcuni casi, specialmente in Francia, si sono ottenuti i cosiddetti calchi medianici. Quando ad esempio la materializzazione assume la forma di una mano, di un dito o di un piede, si chiede allo spirito o all’ectoplasma stesso di poter fare dei calchi. La parte materializzata viene affondata in paraffina fusa ottenendo così uno stampo entro il quale la parte del corpo si smaterializzava e il cui vuoto veniva poi colmata con gesso. Ricordiamo che i grandi medium del periodo d’oro dello spiritismo e della medianità (fine dello scorso secolo- inizio di questo) operavano quasi esclusivamente al buio e si ritiravano molto spesso nel cosiddetto gabinetto medianico celandosi così totalmente alla vista degli altri partecipanti. Da questo ambiente si dice siano uscite, mentre il medium era in trance, anche forme umane intere, che venivano riconosciute come materializzazioni di anime di trapassati, o presunti tali, in grado di muoversi tra i presenti e persino di conversare con loro. Questi fatti non mi hanno mai convinto troppo, ma molti sono quelli che giurano che ciò sia avvenuto sotto i loro occhi per cui lasciamo la cosa in sospeso.

Lo scopo principale delle sedute spiritiche è quello di aprire un contatto con il mondo dei trapassati, per ricevere da essi consolazione, insegnamenti e conferme. Il modo più comune per portare avanti un colloquio con queste entità dell’altro mondo è quello che avviene attraverso i colpi di un tavolino (tiptologia). Questo, alzandosi da un lato e ricadendo al suolo produce dei colpi che vengono tradotti nelle lettere dell’alfabeto formando parole. Un colpo per la A, due per la B e così via. Per accelerare il dialogo si ricorre a volte al cosiddetto piattino e al ouija sui quali si appoggiano le dita dei partecipanti. Essi si spostano su un tabellone su cui sono stampate le lettere dell’alfabeto. Siccome sia con il tavolino che con questi strumenti c’è il contatto con le dita o le mani dei partecipanti, ciò porta naturalmente alla possibilità che questi oggetti si muovano non per via psicocinetica o per azione di qualche spirito, ma perché sono mossi più o meno inconsciamente dalla forza muscolare dei partecipanti.

Questo tipo di seduta con fenomeni così stupefacenti ai nostri giorni si è rarefatto notevolmente anche se qualche medium moderno sembra in grado di produrre buona parte di questa fenomenologia.

Occorre anche dire che la presenza del gabinetto medianico entro il quale si celava il medium ed il fatto che le sedute si svolgevano quasi sempre al buio hanno sollevato una incredibile serie di critiche e di sospetti essendo queste le condizioni migliori per operare manovre fraudolente. Infatti molti medium sono stati scoperti nell’atto di fare abili trucchi di questo genere.

Osty

All’atteggiamento spiritualistico e fideistico dei primi cultori delle sedute spiritiche si venne pian piano affermando uno spirito critico sempre più di stampo scientifico seguendo il quale si cercò di verificare, anche in laboratorio, l’esistenza o meno di alcuni dei sopracitati fenomeni di tipo fisico. Un pioniere in questi studi è stato Eugene Osty che studiò le capacità psicocinetiche del noto medium Rudy Schneider nel suo laboratorio. È stata questa una sperimentazione molto precisa e sofisticata per quei tempi ed ancora oggi appare sufficientemente convincente nell’escludere che i fenomeni prodotti da Rudy Schneider fossero dovuti a trucchi. Anche se le prove si svolsero tutte al buio, l’oggetto su cui il medium doveva agire era protetto da sottili fasci luminosi infrarossi che colpivano una cellula fotoelettrica e che erano riflessi da un complicato sistema di specchi. Se il medium, o chiunque altro, avesse solo avvicinato una mano all’oggetto, avrebbe interrotto la comunicazione tra i fasci luminosi e la cellula fotoelettrica e questo avrebbe fatto scattare una macchina fotografica che, alla luce di un flash, avrebbe fotografato in piena flagranza il medium. Anche un campanello ed un galvanometro erano azionati da ogni interruzione del raggio luminoso. Il medium, oltre che agire psicocineticamente su degli oggetti bersaglio, sembrava emanare una sostanza che si avvicinava all’oggetto ed era in grado di assorbire il 30% dei raggi luminosi (di tipo infrarosso) di cui si è detto. È inutile dire che l’esperimento ebbe esito positivo.

Poltergeist

Nel 1967, la cittadina tedesca di Rosenheim fu turbata da stranissimi ed incredibili fenomeni. Nello studio di un noto avvocato ne succedevano di tutti i colori. Lampadari che iniziavano ad oscillare paurosamente, lampadine che esplodevano in serie, oggetti che volavano per le stanze, altri che cadevano inspiegabilmente al suolo, quattro telefoni che a volte squillavano contemporaneamente senza che nessuno fosse in linea o, invece, quando uno parlava al telefono la linea cadeva inspiegabilmente. Venivano registrati dal contatore un numero enorme di telefonate mai fatte con costi della bolletta stratosferici.

L’avvocato chiese l’intervento dei tecnici dell’azienda fornitrice della corrente elettrica e dei tecnici dell’azienda telefonica. Entrambi i gruppi di tecnici rilevarono comportamenti anomali degli impianti senza trovarne la ragione. Ed i fenomeni continuarono. L’avvocato presentò una denuncia contro ignoti il che spinse la polizia di Rosenheim ad intervenire con accurate indagini. Arrivò ad indagare anche il noto parapsicologo tedesco Hans Bender seguito a sua volta da noti scienziati dell’Istituto di Fisica Max Plank. Da queste ulteriori indagini risultò chiaro che questi fenomeni avvenivano solo durante l’orario di lavoro ed in particolare con l’ingresso nello studio di una certa impiegata. Bender dichiarò che si trattava di fenomeni paranormali di tipo psicocinetico. Appena si diffuse questa interpretazione, i fenomeni si intensificarono ancora di più. Tuttavia, una volta mandata in vacanza forzata l’impiegata sospettata di essere la causa di tutto questo pandemonio, i fenomeni cessarono d’incanto. L’impiegata trovò un altro impiego e nel nuovo posto di lavoro i fenomeni si manifestarono con minore intensità per finire del tutto dopo poco tempo.

In questo resoconto ci sono tutti gli elementi principali che caratterizzano i fenomeni di un classico poltergeist:

oggetti che si muovono senza che nessuno li tocchi o li influenzi in qualche modo;
comportamento anomalo di strumenti ed impianti; una persona, in genere giovane, la cui presenza è ritenuta necessaria perché si manifestino questi fenomeni;
durata limitata di detti fenomeni (di solito settimane o alcuni mesi).

Infestazione

Al poltergeist si contrappone un altro fenomeno che, oltre ad avere notevoli punti in comune, mostra anche sostanziali differenze: l’infestazione. Essa si manifesta in genere con rumori, con voci, con oggetti che si muovono o volano per l’ambiente, a volte con apparizioni di forme indefinite o la percezione di “presenze”, sino alla comparsa di complete figure fantasmatiche, etc. L’infestazione non sembra legata ad una persona particolare come avviene nel poltergeist, ma ad un luogo ben preciso: un castello, una casa antica, un cimitero, un campo di battaglia, un luogo appartato in campagna o nei boschi, ecc.. Essa, inoltre, sembra protrarsi a lungo nel tempo, in alcuni casi anche per secoli. Di rilievo è che l’infestazione manifesta la sua vasta gamma di fenomeni paranormali non in presenza di un medium, ma di gente comune. Se un sensitivo, e solo lui, percepisce qualcosa di strano in un certo luogo mentre altre persone non avvertono niente, allora ci si orienta verso una forma di psicometria o psicoscopia d’ambiente.

Apparizioni

Tra le più moderne linee di ricerca riguardo lo studio dei fenomeni psicocinetici, riporto la descrizione di una sperimentazione effettuata da D. I. Radin e J. M. Rebman presentata alla scorsa “Parapsychological Association Convention”. Una questione fondamentale non risolta circa i fenomeni di apparizione è se essi siano espressione di fantasie soggettive, semplici allucinazioni, o se invece essi riflettano qualche forma di realtà oggettiva. Se le apparizioni sono solo soggettive, esse possono essere spiegate in termini di fisiologia normale. Ma se le apparizioni coinvolgono anche qualche forma di realtà fisica indipendente, le implicazioni di questo vetusto fenomeno sono più inquietanti. In un esperimento pilota sette persone si ponevano di fronte ad uno specchio all’interno di una stanza debolmente illuminata per indurre un leggero stato alterato di coscienza. È una tecnica sviluppata dal noto ricercatore sulle esperienze perimortali, Raymond Moody, che è ampiamente trattata in un numero della rivista Luce e Ombra (N. 1, 1996). Tutte e sette riferirono di aver avuto sensazioni di presenze, percezioni di apparizioni, o anomale fluttuazioni del livello di illuminazione dell’ambiente. Nel caso le esperienze apparizionali siano riferibili ad uno stato alterato di coscienza, gli sperimentatori hanno controllato contemporaneamente le variazioni fisiche dell’ambiente e quelle fisiologiche dei partecipanti per verificare se i nuovi stati di coscienza si correlassero con le misurazioni oggettive (fattori ambientali). Le analisi hanno indicato che la fisiologia dei soggetti, controllata misurando l’EEG, l’attività elettrica della pelle, la frequenza cardiaca e la temperatura della cute, erano correlate in modo significativo con le misurazioni di tipo fisico fatte sull’ambiente (variazioni di temperatura, del campo elettrico, del campo magnetico e della radiazione ionizzante di fondo). Dai risultati ottenuti da queste rilevazioni, gli sperimentatori hanno concluso che, in opportune condizioni, l’acquisizione di un nuovo stato di coscienza coincide con variazioni non spiegabili dell’ambiente fisico.

Queste osservazioni suggeriscono pertanto una doppia possibilità per spiegare i fenomeni che si accompagnano alle apparizioni:

che certi stati alterati di coscienza possono provocare potenti ed obiettivi effetti fisici nell’ambiente circostante; o che certe fluttuazioni nell’ambiente possono determinare forti cambiamenti dello stato di coscienza. La prima interpretazione suggerisce che le apparizioni siano obbiettivamente causate da fenomeni di interazione del tipo mente-materia; la seconda interpretazione suggerisce che le apparizioni possono essere il risultato soggettivo di influenze energetiche esterne. Occorre continuare la ricerca per stabilire quale delle due possibilità sia quella reale. (The Psi Researcher, 20, Febr. 1996).

Nina Kulagina

Questa famosa sensitiva russa, da pochi anni scomparsa, ha raccolto l’interesse degli scienziati, sia russi che occidentali, per l’ampio spettro di fenomeni psicocinetici che poteva produrre con relativa facilità. Uno degli esperimenti da lei preferiti era quello di far muovere sigarette od altri oggetti, ad esempio candele, posti verticalmente, in direzione orizzontale senza farli cadere. Essa era anche in grado di scegliere quale oggetto far muovere tra un certo numero di oggetti uguali (ad esempio un fiammifero tra varie decine poste sul tavolo). Poteva far ruotare vistosamente l’ago di una bussola. Sembra che potesse anche far levitare oggetti di peso non superiore ai 30 grammi. Esistono alcuni filmati piuttosto convincenti che confermano questa sua vasta casistica psicocinetica.

Philip o psicocinesi di gruppo

Si intende con psicocinesi di gruppo la situazione per cui certi fenomeni fisici avvengono in assenza di un medium riconosciuto, per cui è lecito supporre che tra i presenti si formi una sorta di fusione o sommatoria delle singole capacità paranormali.

Con questa premessa torniamo un attimo alle sedute medianiche e consideriamo una ingegnosa e fruttuosa iniziativa da parte di un gruppo di ricerca canadese. Questa iniziativa meriterebbe di essere ripetuta da altri ricercatori. Questo gruppo, nel 1972, ebbe l’idea di creare dal nulla un fantasma che si manifestasse nelle sedute con il tavolino. A tal fine fu inventato di sana pianta una storia che riguardava un aristocratico inglese del 18° secolo di nome Philip. Furono fissate la storia e le vicende più importanti della sua vita, entrambe inventate da uno del gruppo. La storia di Philip fu studiata e riproposta più volte perché ognuno del gruppo la conoscesse alla perfezione e ne avesse una certa familiarità. Qualcuno si recò in Inghilterra a visitare i luoghi “abitati” da Philip. Alla fine quasi tutti credevano, in un certo modo, nell’esistenza effettiva di Philip. Ed ogni volta che parlavano di Philip uscivano nuovi particolari della sua vita.

Dopo questa fase preparatoria passarono alla sperimentazione vera e propria. Furono organizzate delle sedute nelle quali si invitava lo spirito di Philip ad intervenire. Ma non successe quasi nulla. Uno dei partecipanti venne a sapere che alcuni studiosi inglesi (Batcheldor, Brookes-Smith e Hunt) avevano adottato una metodica particolare che aveva permesso loro di produrre notevolissimi effetti psicocinetici durante le sedute con il tavolino. Le levitazioni erano all’ordine del giorno. La loro tecnica era di affrontare le sedute senza eccessiva concentrazione e serietà, anzi in rilassamento, magari cantando, raccontandosi barzellette, con sollecitazioni affettuose al tavolo di obbedire ai comandi.

Seguendo queste istruzioni non tardò molto che Philip si manifestasse. Il tavolino si mosse, si spostò trascinandosi per la stanza, rispose alle domande conformemente alla personalità di Philip e persino levitò. Si udirono anche numerosi raps. Quando chiedevano sue notizie, Philip raccontava, né più né meno ciò che loro si aspettavano, quello cioè che avevano inventato in precedenza. Philip sembrò sviluppare un po’ per volta una sua personalità: dimostrava gusti, preferenze e insofferenze sia per certe cose che per certi membri del gruppo. Una volta uno gli chiese scherzando di mettersi a riposare, magari a gambe in su. Subito il tavolo diede un sobbalzo e si rivoltò con le gambe all’aria, e così rimase.

La creazione di uno spirito fittizio, cioè senza alcuna corrispondenza con un personaggio veramente esistito, ha una duplice importanza. Da un lato facilita l’emergenza dei fenomeni psicocinetici in quanto, mancando un medium ufficiale, vengono a cadere certi blocchi psicologici che emergono quando questi fenomeni stanno per essere prodotti. In altre parole, anche se Philip era inventato, le sedute si svolgevano con lo sforzo di ognuno di crederlo come veramente esistente. In questo modo nessuno dei partecipanti sentiva il peso della responsabilità di aver provocato questi fenomeni perché la responsabilità veniva attribuita tutta a Philip. Un altro punto di interesse di queste sedute con Philip è quello che riguarda l’origine di certi fenomeni che caratterizzano le sedute spiritiche. Essendo Philip un personaggio mai esistito, è lecito supporre che i fenomeni straordinari che eventualmente si manifestano in una seduta siano dovuti ai partecipanti anziché a spiriti di un altro mondo. Su quest’ultimo punto molti non saranno certamente d’accordo, ma è una possibilità che forse potrà essere confermata con altre prove più mirate e più approfondite.

Rhine

Seguendo la linea della più stretta metodologia scientifica è a tutti (o quasi) nota l’opera di Joseph Banks Rhine il quale studiò i fenomeni paranormali nel proprio laboratorio. Per analizzare i risultati si attenne alle più moderne e sicure tecniche di calcolo statistico. A Rhine non interessava tanto studiare i fenomeni della grande medianità, ma piuttosto mettere in evidenza quel poco di paranormalità che riteneva essere presente in tutti noi. Prese come soggetti da sperimentare in massima parte degli studenti della sua università i quali rientravano nella media come capacità paranormale. Ma conducendo con essi un numero elevatissimo di prove poté mettere in evidenza anche minime capacità paranormali e confermare così la loro reale esistenza. Mise alla prova anche alcuni soggetti che si presentarono volontariamente asserendo di possedere determinate capacità nel campo del paranormale. Facendo un numero elevatissimo di prove, anche questa minima capacità presente in tutte le persone poteva essere evidenziata e poteva essere utile per dimostrare la realtà della fenomenologia paranormale e le sue caratteristiche generali. Le prove erano di vario genere come cercare di influenzare la caduta di dadi in modo da ottenere punteggi più alti della media oppure cercare di ottenere una determinata faccia del dado più spesso delle altre (ad esempio che il 3 uscisse più volte degli altri valori). In seguito i dadi furono fatti scivolare da un piano inclinato per rendere il fenomeno sempre più indipendente dagli operatori, poi si utilizzarono complessi macchinari per evitare ogni pur minimo contatto tra i dadi e gli sperimentatori o i soggetti esaminati. Gli esperimenti di Rhine nel campo della PK durarono 9 anni e, spesso, furono coronati da entusiastici risultati.

Questo tipo di sperimentazione, detta quantitativa perché basato su un numero grandissimo di prove e di soggetti, ha il vantaggio di poter meglio valutare come certi fattori possano favorire o sfavorire la manifestazione del fenomeno paranormale. In particolare si è visto come il fenomeno possa essere condizionato dall’età e dal sesso dei soggetti, dal loro stato di salute, dalla somministrazione di farmaci e di droghe, da particolari stati di coscienza, dallo sperimentatore, dallo spazio e dal tempo, dal rapporto soggetto-bersaglio, dalla stanchezza che subentra dopo un certo numero di prove, dal fatto di credere o di non credere ai fenomeni paranormali, etc.

Micro-PK: Helmuth Schmidt

Negli anni ‘60 uno scienziato americano, Helmuth Schmidt, fece questo ragionamento: se gli esperimenti di Rhine con i dadi avevano dato molte dimostrazioni dell’esistenza di un’azione della mente sulla materia, allora questo fenomeno doveva funzionare ancor meglio sostituendo i dadi con qualcosa di meno materiale come le particelle atomiche, di peso e di dimensioni infinitamente più piccole rispetto ai dadi, o deboli flussi di energia elettrica. Schmidt costruì dapprima un’apparecchiatura collegata ad un contatore Geiger che misurava il decadimento radioattivo di una sostanza radioattiva. Il soggetto che si sottoponeva all’esperimento doveva cercare di variare il processo di emissione delle particelle radioattive, in più o in meno, il quale processo è quanto di più casuale ed imprevedibile si possa immaginare anche se statisticamente ha un comportamento perfettamente costante. Poi costruì dei generatori elettronici di numeri casuali sui quali i sensitivi dovevano applicare le loro facoltà psicocinetiche. In altre parole, delle sequenze di numeri assolutamente casuali prodotte dall’apparecchiatura elettronica dovevano essere influenzate in modo predeterminato. Ad esempio, se le sequenze di numeri erano costituite da una serie lunghissima di 0 e 1 mescolati casualmente tra loro, ma con tanti 0 quanti erano gli 1, sotto l’influenza dei soggetti ci si aspettava che dovessero essere più numerosi, ad esempio, gli 1 degli 0. Il tutto era visualizzato da nove lampadine disposte in cerchio che si accendevano in senso orario se prevalevano gli 1, in senso antiorario se prevalevano invece gli 0. Questa macchina fu chiamata flipper elettronico. Naturalmente, in mancanza di un’azione psicocinetica, le lampadine si accendevano oscillando attorno ad un punto di equilibrio dato che gli 1 e gli 0 erano numericamente uguali. È chiaro che, tanto più si riescono ad accendere le lampadine distanti dal punto di equilibrio, tanto maggiore è l’energia psicocinetica utilizzata. Ed i risultati degli esperimenti fatti con queste apparecchiature furono quasi costantemente positivi e furono confermati anche da altri noti ricercatori.

PEAR

Da alcuni anni sono in corso, presso il laboratorio di Ricerche sulle Anomalie Ingegneristiche dell’Università di Princeton (PEAR) negli Stati Uniti, studi di micro-PK per verificare l’azione della coscienza umana su complessi meccanici, elettronici, ottici, acustici e a fluidi.

In condizioni di normalità tutte queste apparecchiature producono effetti del tutto casuali, mentre in condizioni di sperimentazione psicocinetica esse mostrano comportamenti anomali attribuibili all’influenza dei soggetti che cercano di agire su di esse. In questo laboratorio sono state condotte varie migliaia di questi esperimenti con centinaia di soggetti. Gli effetti rilevati sono di solito molto piccoli ma sufficienti per dimostrare una ripetibilità ed un valore altamente significativo dal punto di vista statistico. I soggetti, se presi singolarmente, producono effetti dello stesso tipo su tutte le apparecchiature disponibili. Questi risultati sorprendenti avvengono anche a grandi distanze e sembrano incrementarsi se agiscono contemporaneamente più soggetti. Inoltre, si hanno risultati positivi anche facendo agire i soggetti ore prima o ore dopo che la macchina è messa in funzione.

Le condizioni sperimentali sono tali da poter escludere un effetto di tipo ESP. Secondo gli sperimentatori, diretti dal Prof. Robert Jahn, questi effetti di micro-PK richiedono una revisione dei nostri concetti sulla realtà ed in particolare sembrano suggerire che vi sia un rapporto molto stretto e diretto tra coscienza umana e mondo circostante. Certi principi della fisica quantistica, per questi ricercatori, sembrano essenziali nella spiegazione profonda di questi fenomeni.

Questi risultati si collegano ad alcuni fatti che da decenni turbano le menti di diversi scienziati. Alcune persone sono famose per la loro presunta capacità di provocare rotture o malfunzionamenti in varie apparecchiature, sia meccaniche, sia elettriche, sia elettroniche, al punto tale che ad esse viene impedito l’ingresso in certi laboratori. L’aneddoto più conosciuto a questo riguardo è il cosiddetto effetto Pauli, notissimo fisico teorico. A Pauli era sufficiente entrare in un qualsiasi laboratorio perché varie delicate apparecchiature andassero in tilt o si rompessero senza causa apparente e senza che lui le toccasse.

Il problema del rapporto tra uomo (coscienza) e macchina è tanto sentito in certi ambienti scientifici che ci si è chiesto se la coscienza umana possa agire sui delicatissimi ed infinitesimali processi che avvengono all’interno delle apparecchiature più sofisticate come, ad esempio, i moderni computer.

Il settore della fisica in cui questa interazione mente-materia sembra più fondato e provato è la fisica quantistica. Al suo interno sembra non potersi prescindere dal fatto che gli eventi atomici e subatomici abbiano un comportamento che risente in modo determinante della presenza e delle decisioni dello sperimentatore. Queste strane proprietà delle particelle atomiche si possono pertanto estendere ai debolissimi flussi di elettroni che scorrono nei circuiti dei moderni computer. Alcuni ricercatori hanno voluto verificare se il desiderio cosciente di agire su queste apparecchiature sia maggiormente efficace rispetto all’effetto Pauli che sembra invece del tutto inconscio.

PK su sistemi biologici

Sono stati fatti esperimenti con esito positivo con il sensitivo Matthiew Manning per cercare di modificare l’emolisi dei globuli rossi sottoposti a shock osmotico. Altri esperimenti, spesso coronati da successo, sono stati effettuati su enzimi, su lieviti, funghi e batteri, su semi di piante e su cellule in coltura.

Un’altra domanda che si sono posti gli sperimentatori è se è possibile agire su un intero organismo vivente (uomo, animale o pianta) ed anche se è possibile agire selettivamente su cellule malate all’interno di un organismo. Ad esempio, si è cercato di accelerare il processo di guarigione su lesioni cutanee provocate nei gatti o su tumori in vari animali.

Un campo d’indagine affine è lo studio dei guaritori. Per quel che si è potuto verificare, sembra non esista nessuna energia particolare o fluido che possa spiegare l’azione terapeutica dei guaritori. Le uniche alternative sono quelle che spiegano i fatti con la PK o con interpretazioni del tutto normali (suggestione, effetto placebo, guarigioni spontanee, errori diagnostici precedenti, la psico-neuro-immuno-endocrinologia, etc.)..

Oggetti che cadono dal Cielo

Scritto da anonimo - novembre 29th, 2009 - 0 Commenti  
Pubblicato sotto Parapsicologia

Nel seguente articolo sono state raccolte segnalazioni di cadute del più svariato materiale dal cielo, in quanto a credibilità, esse vanno da quelle più o meno accettabili a quelle veramente incredibili; ai margini di questo spettro di possibilità, ci sono eventi che potrebbero anche inserirsi in un’altra categoria dell’inspiegabile. Per esempio, le pietre non meteoritiche possono cadere dal cielo in seguito ad una eruzione vulcanica, o di una tromba d’aria, ma se queste cadono sempre sugli stessi tetti la cosa comincia a toccare l’immaginazione.

Le segnalazioni di cadute di oggetti dal cielo in tempi antichi sono meno numerose che in tempi più recenti, ma sono altrettanto svariate. Lo storico greco Ateneo, parla, nella sua antologia storica “I sofisti a banchetto”, scritta intorno al 200 a.C., di una pioggia di pesci durata tre giorni e di uno spettacolare diluvio di rane.

< < So anche che molto spesso sono piovuti dei pesci. A ogni modo, Fenia, nel II libro della sua opera I magistrati di Ereso, dice che una volta nel Chersoneso (il nome in greco significa semplicemente penisola, forse qui s’intendeva la penisola di Tracia, NdR.) piovvero dei pesci ininterrottamente per tre giorni; e Filarco, nel suo IV libro dice che la gente ha spesso visto piovere dei pesci, e spesso anche del grano, e che la stessa cosa è avvenuta con le rane.

In ogni caso, Eraclide Lembo, nel XXI libro della sua Storia, dice: “In Peonia e in Dardania (regione della Macedonia la prima e Serbia attuale la seconda, NdR.) , si dice che prima di ora siano piovute delle rane, e tale era il numero di quelle bestie che le case e le strade ne erano piene. All’inizio, per alcuni giorni, gli abitanti, cercando di ucciderle e rinchiudendosi nelle case, cercarono di resistere all’invasione. Ma quando si accorsero che non approdavano a nulla –trovavano tutti i loro tegami pieni di rane, e rane bollite e arrostite in mezzo a tutte le loro pietanze, e , inoltre, non potevano utilizzare l’acqua, né porre piede a terra per i mucchi di rane che erano ovunque- , infastiditi per più dall’odore delle rane morte, decisero di abbandonare il paese”. >>

Segnalazioni di piogge di pesci, di granaglie e di rane affollano anche la storia più recente. Ma la calamità delle rane in Peonia e in Dardania trova confronto solo con un’altra grande calamità, la seconda piaga d’Egitto, che riguarda, appunto, ancora le rane.

< < Dice il signore…io colpirò tutto il tuo territorio con le rane: il Nilo brulicherà di rane: esse usciranno, ti entreranno in casa, nella camera dove dormi e sul tuo letto, nella casa dei tuoi ministri e tra il tuo popolo, nei tuoi forni e nelle tue madie…e le rane uscirono e coprirono il paese d’Egitto…le raccolsero in tanti mucchi e il paese ne fu ammorbato >> (Esodo 7,27 – 8,11)

Il libro dell’Esodo parla anche di una grandine mortale, con fuoco mischiato alla grandine, come settima piaga d’Egitto (Esodo 9,18 – 34).

Ma torniamo a noi.

Storici dell’antichità, tra i quali Procopio, Marcellino e Teofanie, menzionano una pioggia di polvere nera nell’anno 472 a.C., durante la quale il cielo sembrava avvampare. L’ubicazione della caduta è incerta, ma potrebbe essere Bisanzio, l’attuale Istanbul.

Durante il regno di Carlo Magno, nell’Ottocento, cadde dal cielo un enorme blocco di ghiaccio di circa 3 metri cubi ( fonte da Camille Flammarion, “L’atmosphère”)

Un oggetto infuocato cadde nel Lago di Van, in Armenia, nel 1110, tingendo di rosso le acque. Nella prima piaga d’Egitto, le acque del Nilo si trasformarono in sangue (Esodo 7,15 – 24).

Nella seconda metà del 1600, poi, vi furono almeno quattro testimonianze di sostanze “anomale” cadute dal cielo: la prima riguarda la caduta di un meteorite proprio qui in Italia nel 1652, vicino al luogo dell’impatto fu trovata della “gelatina stellare” (“Annals of Philosophy, agosto 1826”) e sempre secondo la stessa fonte, una sostanza fibrosa simile a seta azzurra, cadde in gran quantità il 23 marzo 1665 a Naumburg in Germania a sud-est di Lipsia.

Intorno al 1687, scaglie di una sostanza fibrosa nera, alcune grandi come una tovaglia, caddero sulla neve fresca vicino alla città di Memel (Klaipeda, in Lituania) sulla costa orientale del Baltico; le scaglie erano bagnate, odoravano di alghe marce e si strappavano come carta. Una volta asciutte, perdevano il loro lezzo e alcune frammenti vennero conservati per ben 150 anni, quando, finalmente, vennero analizzate si vide che consistevano in parte di < < materia vegetale, principalmente di Conferva Crespata (un alga verde nastriforme) e di altre 29 specie di infusori (microscopici animali acquatici) >>(“Proceedings of the Royal Irish Academy, 9 dicembre 1839”).

Infine, una sostanza fetida, della consistenza del burro, cadde su grandi aree dell’Irlanda del Sud durante l’inverno e la primavera del 1696: secondo il vescovo di Clone questa < > cadeva in < >, era < >. Pare che nei campi il bestiame continuasse a pascolare tranquillamente e che la popolazione fosse convinta che quel “burro” avesse proprietà curative e la raccoglieva e conservava in barattoli e pentole (“Philosophical Transactions of the Royal Society of London”, marzo-maggio 1696).

Una delle prime segnalazioni della sostanza nota come “capelli d’angelo” si trova in “The Natural History of Selborne” di Gilbert White: egli descrive che, il 21 settembre 1741, uscì nei campi prima dell’alba e trovò l’erba fittamente coperta di “ragnatele”, tanto che i suoi cani se la dovettero strofinare via dagli occhi. Poi verso le nove:

< < uno spettacolo insolito attrasse la nostra attenzione: una pioggia di ragnatele cadeva dall’alto del cielo e continuò, senza interruzione, fino al calar del giorno. Queste ragnatele non erano singoli fili fluttuanti nell’aria, ma perfette falde o stracci: alcuni larghi più di due centimetri e lunghi otto o dieci; e cadevano con una certa velocità, perché erano molto più pesanti dell’atmosfera. Ovunque si volgesse lo sguardo, si scorgeva un continuo cadere di nuovi fiocchi davanti agli occhi, che scintillavano come stelle quando riflettevano il sole. E’ difficile dire fino a dove si estendesse quella meravigliosa pioggia, ma sappiamo che raggiunse Bradley, Selborne e Alresford, tre paesi che formano una specie di triangolo, il cui lato più corto supera i 10 chilometri. >>

Qualunque cosa possano essere i capelli d’angelo (ed il termine viene dato probabilmente a diverse sostanze) vengono descritti solitamente come filamenti di ragnatela, di seta o di ovatta, bianchi lucidi e resistenti; un tratto comune a tutti è che, quando si tenta di raccoglierli per analizzarli, essi si sciolgono e scompaiono senza lasciar traccia, ciononostante vengono abitualmente spacciati per semplici ragnatele.

Una spiegazione in questo senso venne data nel “Marine Observer” dell’ottobre 1963, in risposta alla lettera inviata al giornale del capitano Pape, il quale descriveva una caduta di capelli d’angelo nel porto di Montreal e raccontava così l’episodio:

< < Tirai uno di quei fili e lo trovai piuttosto robusto ed elastico, lo tirai ancora ma non si rompeva facilmente (come avrebbe fatto per esempio un filo di ragnatela) e dopo averlo tenuto in mano per tre o quattro minuti, vidi che era scomparso, sparito nel nulla. Guardando in su si vedevano piccoli bozzoli di quella materia scendere fluttuando dal cielo, ma per quanto potemmo accertare, non c’era nulla, né in aria né al livello della strada, che potesse giustificare questo straordinario evento. >>

L’autore della risposta, D.J. Clark del museo di storia naturale di Londra, spiega il fenomeno nel modo seguente:

< < Ritengo che una specie di ragni sia responsabile del fenomeno descritto. Questi particolari ragni appartengono in genere alla famiglia delle Linyphiidae, le cui uova si schiudono in autunno. In questa stagione, nelle giornate soleggiate e calde, specialmente con cospicua rugiada mattutina, i ragni cominciano a disperdersi e a migrare per colonizzare nuove aree dove la quantità di cibo è maggiore. Il metodo usato è quello “aerostatico”: quando il sole fa evaporare la rugiada si creano correnti calde ascendenti, il ragno corre verso la cima di una pianta o di qualunque punto elevato e, alzando la parte inferiore dell’addome, emette un globulo di seta liquida. Questa seta viene come “filata” dalle correnti d’aria ed indurisce man mano che esce. Quando il filo è abbastanza lungo per sostenere il ragno, questo lascia il suo appiglio e vola nell’aria (…) Il singolo filo è molto sottile e scarsamente visibile (…) ma quando si intreccia con altri fili è molto più facile da vedere ed appare robusto ed elastico. Non so come spiegare la scomparsa dei filamenti dopo esser stati tenuti in mano. Potrebbe essere dovuta al fatto che i fili del cordone in questione non fossero intrecciati e che , manipolati, si siano staccati l’uno dall’altro, diventando impalpabili. Il filo del ragno non può sciogliersi, perché non è soggetto all’azione del calore; in realtà è meno solubile della seta. >>

I teorici della ragnatela, però, ignorano una prova negativa, che non appoggia la loro teoria: il fatto che in tutti quei metri di filamenti aerostatici non sia mai stato trovato un solo ragno. Data questa tendenza generale a voler dare delle spiegazioni, ignorando delle situazioni contraddittorie, o , dichiarandole non valide o dicendo che sono semplici coincidenze, non è sorprendente che i sostenitori della teoria dei ragni tendano a trascurare quei casi in cui la comparsa di capelli d’angelo è coincisa con la presenza di oggetti volanti non identificati. Né del resto meraviglia, per la stessa ragione, che i sostenitori della teoria UFO ignorino i casi in cui la materia è caduta (almeno secondo le segnalazioni) senza che ci fossero in vista “distributori” a forma di sigaro, disco, sfera, luce, ecc.

Una lettera del console francese M.Laine a Pernambuco, Brasile, al ”Annual Register” del 1821 segnalò la caduta, avvenuta l’ottobre dell’anno prima, di una sostanza setosa che ricoprì un’area che si estendeva per 150 km verso l’interno e quasi altrettanti verso il mare, tanto che una nave francese ne rimase tutta “inghirlandata”(sic).

Nel 1828 giunse la notizia che vari distretti della Persia erano stati ricoperti, per uno spessore di 18-20 cm, da una sostanza caduta dal cielo e che era stata divorata con avidità dal bestiame (“Nature” del 15 gennaio 1891)

Anche in Russia cadde qualcosa: nel marzo 1832 una sostanza gialla ricoprì i campi vicino a Volokolamsk. Sulle prime gli abitanti pensarono che si trattasse di neve colorata, ma poi si accorsero che la sostanza assomigliava molto al cotone. Ne fu messa sul fuoco una piccola quantità che bruciò con una fiamma azzurra, una parte vennemessa a bagno nell’acqua e divenne resinosa; posta sul fuoco, bolliva e faceva schiuma ma non bruciava. Si dice che questa resina avesse il colore dell’ambra, una consistenza gommosa e un odore < > . La precipitazione copriva un’area che andava dai 5500 ai 6000 m ² , per uno spessore di circa 5 cm (“Annual Register”, 1832)

Una sostanza forse simile cadde anche da noi, precisamente a Genova, la mattina del 14 febbraio 1870, qui si poterono fare analisi più approfondite, merito di M.G.Boccardo e del prof. Castellani dell’Istituto Tecnico di Genova, risultò che era così composta: 66% di sabbia (perlopiù silice con un po’ di creta), 15% di ossido di ferro (ruggine), 9% di carbonato di calcio, 7% di materia organica e il resto di acqua. La materia organica conteneva particelle simili a spore, granelli di amido, frammenti di diatomee (alghe le cui cellule contengono silice) e globuli blu cobalto non identificati (la segnalazione è presa da un giornale straniero, il “The journal of the Franklin Institute” del 12 luglio 1870, non ho trovato nulla sui giornali italiani, se qualcuno ne avesse notizia è pregato di segnalarlo)

A Milwaukee, a Green Bay e in altre località del Wisconsin (USA), caddero, a fine ottobre 1881, delle ragnatele robuste e molto bianche. La loro lunghezza variava da piccoli puntini a lunghissimi fili di 20 metri. Le ragnatele, talvolta tanto fitte da disturbare la vista, sembravano muoversi verso l’entroterra del lago Michigan ed estendersi verso l’alto a perdita d’occhio. A riprova di ciò che dicevo pocanzi fu notato con spirito che < < stranamente non si fa menzione in nessuno dei comunicati… della presenza di ragni in questa grande esposizione di ragnatele >> (“Scientific American”, 26 novembre 1881)

Nell’agosto 1890, nelle vicinanze di Mardin e di Diyarbakir in Turchia, un’area di circa 8 km ² venne ricoperta di piccole sfere giallognole, bianche all’interno, pare che qualcuno l’abbia pure assaggiata (che coraggio…) scoprendola commestibile e la gente del posto la raccolse e ci fede del pane, che aveva un buon sapore ed era facilmente digeribile. I botanici dichiararono che la sostanza era un lichene, forse la Lecanora esculenta (“Nature” del 15 gennaio 1891).

Sempre qualcosa di simile alla ragnatela piovve su Montgomery nell’Alabama, il 21 novembre 1898, ma la struttura era più simile all’amianto, parte della materia era in refoli e parte in fiocchi di vari centimetri di lunghezza e larghezza. La cosa più curiosa fu che la sostanza era fosforescente (“Monthly Weather Rewiew”, dicembre 1898).

Ed ora qualche oggetto caduto dal cielo veramente insolito e strano.

Il 13 agosto 1819 ad Amherst, nel Massachusetts, cadde un oggetto maleodorante, ricoperto da una specie di felpa. Venne esaminato da Rufus Graves, che tolse la peluria e scoprì, sotto di essa, una < >. Al contatto con l’aria la sostanza assunse < >; l’oggetto a quanto dicevano, era caduto producendo una vivida luce (“Annual Register”, 1821).

Era il 17 giugno 1857, quando il signor Bradley, un agricoltore di Ottawa nell’Illinois, udì un sibilo e, alzando gli occhi, vide una massa di tizzoni ardenti a forma di V precipitare al suolo, a circa 15 metri da lui, facendo fumare il terreno. I pezzi più grossi erano quasi completamente penetrati nel terreno, mentre quelli più piccoli affioravano per metà. Bradley aveva notato una piccola nube densa e scura sovrastare il giardino; il tempo era stato piovoso, ma senza tuoni né fulmini (“The American Journal of Science and Arts”, novembre 1857).

Una pioggia di zucchero candito (!!!) è stata segnalata in alcune zone della Lake County, in California, nelle notti del 2 e dell’11 settembre 1857. < > (Lyman L. Palmer, “History of Napa and Lake Counties, California”). >

La sera della Domenica della S.S. Trinità, nel 1908, il parroco di St-Etienne-lès-Remiremont, una parrocchia situata a qualche chilometro dalla catena dei Vosgi, in Francia, stava comodamente seduto in canonica intento a leggere un < >. Aveva letto appena qualche pagina sulla formazione del ghiaccio quando sentì aprirsi la porta della canonica e la signorina Marie André chiamare: < >

Con una certa riluttanza padre Gueniot si alzò per vedere di cosa si trattasse, il resto della storia continua con le sue stesse parole.

< <”Guardate”, mi disse, “qui c’è l’immagine di Nostra Signora del Tesoro, impressa sui chicchi di grandine.” “Andiamo, andiamo”, risposi, “non mi venga a raccontar frottole.” Per farla contenta, guardai distrattamente i due chicchi che teneva in mano, ma poiché non volevo vedere nulla, e per di più non avrei potuto vedere nulla senza gli occhiali, mi voltai e tornai al mio libro. Lei si fece pressante: “La prego, si metta gli occhiali.” Lo feci, e vidi molto distintamente sulla faccia anteriore dei chicchi, che erano leggermente convessi al centro sebbene i bordi fossero irregolari, il busto di una donna, con veste rialzata in fondo come un piviale. Potrei forse descriverla con maggiore precisione dicendo che era come la Vergine degli Eremiti. I contorni dell’immagine erano leggermente incisi, sembrava che fossero stati ottenuti con un punzone, ma erano molto nitidi.

Marie André mi chiese di osservare alcuni particolari della veste, ma mi rifiutai di guardare più a lungo. Mi vergognavo della mia credulità, sentendomi sicuro che la Benedetta Vergine non si sarebbe presa la briga di stampare immagini di se stessa sui chicchi di grandine. Dissi: “Ma non vede che questi chicchi devono essere caduti sugli ortaggi e devono aver ricevuto queste impressioni da essi? Portateli via, non so che farmene”. Tornai al mio libro senza preoccuparmi ulteriormente di ciò che era successo.

Ma la mia mente era turbata dalla singolarità di quei chicchi di grandine; ne raccolsi tre, per soppesarli, senza guardarli da vicino. Pesavano dai 170 ai 200 grammi, uno di essi era perfettamente sferico, come le palle con cui giocano i bambini, e aveva una crestina in rilievo tutto intorno, come se fosse stato colato in uno stampo (non sono rare le segnalazioni di chicchi di grandine con bordi a rughe o a creste, NdR). Durante la cena (ero solo) mi dissi: “Comunque questi chicchi di grandine hanno una forma insolita e l’impronta di quei due che ho esaminato era così regolare e precisa che poteva ben difficilmente essere attribuita al caso”. Ma presto mi irrigidii contro ogni tentazione di credere al paranormale, e mi vergognai di averci pensato per un momento.>>

Quando il parroco ebbe finito la sua cena, anche il temporale era passato, e il sacerdote si recò in giardino per controllare i danni subiti dal suo orto. Ebbe la lieta sorpresa di vedere che il maltempo non aveva danneggiato gli ortaggi, più tardi apprese che aveva rotto circa 1400 vetri nelle case della zona. Sembrava che il temporale avesse prodotto due tipi di chicchi, quelli con la miracolosa immagine e un tipo più grande e distruttivo, < > continua il parroco, < > La testimonianza del parroco così continua:

< >

Dopo il vespro la domenica successiva, il parroco raccolse 50 firme di persone che erano < >. < > disse, <

Il parroco concludeva osservando che, sebbene le autorità di Remiremont gli avessero negato il permesso per una solenne processione, che avrebbe dovuto svolgersi la Domenica della SS. Trinità, <

Edward Mootz, alle 17,30 del 22 luglio 1955, stava lavorando nel giardino di casa sua, in Boal Street a Cincinnati, nell’Ohio. Improvvisamente, qualche goccia di un liquido rosso e caldo gli cadde sulle braccia e sulle mani; in pochi istanti, una pioggia rossa prese a cadere tutto intorno a lui. Proveniva da una protuberanza scura che sporgeva da una nuvola, e stava irrorando un albero di pesco del suo giardino. Così raccontò:

<>

La pioggia in realtà assomigliava a sangue, appariva oleosa ed appiccicosa al tatto. La mattina seguente, Edward Mootz scoprì che il pesco era morto durante la notte insieme a tutta l’erba che lo circondava, e tutti i frutti appesi all’albero si erano avvizziti sui rami. Al momento del rovescio, nella zona non c’erano aerei e sembra improbabile che un impianto chimico o una fabbrica possano aver prodotto una nube capace di librarsi sopra un punto tanto ristretto per vari minuti. Mootz fu intervistato da rappresentanti dell’Aeronautica, che prelevarono anche campioni dell’albero, dei frutti e dell’erba, quanto possano aver scoperto non è stato reso pubblico, e la natura della pioggia mortale rimane un mistero (“Enquirer” di Cincinnati, 28 agosto 1955; “The Cincinnati Post” 3 febbraio 1975).

Monetine da un penny e da mezzo penny caddero, un giorno del 1956, intorno ai bambini che uscivano dalla scuola di Hanham, un sobborgo di Bristol, in Inghilterra (John Michell e Robert J.M. Rickard, “Phenomena: A Book of Wonders”).

“Migliaia” di banconote da 1000 franchi piovvero su Bourges nel 1957. Nessuno mai ne rivendicò la proprietà o ne denunciò la perdita (John Michell e Robert J.M. Rickard, “Phenomena: A Book of Wonders”).

Forse questa segnalazione non riguarda cadute di oggetti anomali, ma è stranissima lo stesso: un pomeriggio di novembre del 1958 piovve per due ore e mezzo sopra un’area di circa 10 metri quadrati a casa della signora R. Babington ad Alexandria in Louisiana. In quel momento il cielo era perfettamente sereno e né l’ufficio meteorologico né quello della vicina base aerea riuscirono a dare una spiegazione del fenomeno (“Alexandria Daily Town Talk”, 11 novembre 1958).

Durante l’anno 1968 un diluvio di fango, legno, vetro e cocci precipitò per ben quattro volte sulla città di Pinar del Rio, a Cuba (John Michell e Robert J.M. Rickard, “Phenomena: A Book of Wonders”).

Un certo numero di banconote per il valore di 2000 marchi scese fluttuando dal cielo sereno a Limburg (Germania Occidentale) nel gennaio 1976; i soldi “celesti” vennero raccolti da due ecclesiastici (“Bath and West Evening Chronicle” del 6 gennaio 1976).

Che dire di tutti questi fenomeni? Storie vere oppure scherzi di qualche burlone? Impossibile dirlo, l’unica soluzione è osservare il cielo e cercare di scoprire più cose possibili sulla natura ed il paranormale, sugli UFO e sulla mente umana, forse le risposte arriveranno da sole.