PROFEZIE

 

La scienza e la fine del mondo

Scritto da Lawrence M.F. Sudbury - febbraio 17th, 2010 - 0 Commenti  

La scienza, in particolare la fisica, ha lungamente investigato sulla possibilità teoriche della fine dell’universo, con un approccio completamente differente rispetto a quello delle religioni, un approccio quasi per definizione “oggettivo”, che, comunque, per molto tempo, ha potuto fornire unicamente risposte molto vaghe e, certamente, ancora ammantate di un certo grado di soggettività quasi magistica.

Solo dal 1916, le possibilità di una esplorazione realmente scientifica del destino dell’esistente sono state rese possibili dalla scoperta da parte di Albert Einstein della “Teoria Generale della Relatività”, che può essere utilizzata per una descrizione su larga scala del nostro universo.  

Dal momento che l’equazione della “Relatività Generale” si presta a numerose possibili soluzioni, ciascuna implicante una diversa possibilità escatologica, sin dal 1922 Alexander Friedman propose un certo numero di varianti possibili per la “fine dei tempi”, molte delle quali partivano dall’idea che il tutto fosse stato generato dalla esplosione di un singolo nucleo coeso. Solo nel 1931, anche a partire dalle prove derivate dalle osservazioni di Edwin Hubble sulle stelle variabili cefeidi di galassie lontane, Georges-Henri Lemaître sviluppò una teoria completa su tale esplosione, da quel momento in poi definita “Big Bang”.

Nel 1948, però, Fred Hoyle sviluppò una sua teoria “continua”, secondo la quale l’universo si espande in continuazione, pur rimanendo statisticamente immutato grazie alla incessante produzione di nuova materia.

Queste due teorie continuarono a contrapporsi fino al 1965, quando la scoperta da parte di Arno Penzias e Robert Wilson dello sfondo di radiazioni cosmiche a micro-onde non fece pendere decisamente l’ago della bilancia verso l’ipotesi del “Big Bang” (che forniva per le radiazioni una spiegazione impossibile alla “teoria continua”)[1].

Di fatto, quando Einstein aveva formulato l’equazione generale della relatività, egli, come tutti i suoi contemporanei, credeva in un universo statico ma, quando si rese conto che tale equazione poteva facilmente essere risolta pensando ad un universo in espansione e con la possibilità, in un lontano futuro, di ricontrarsi, decise di aggiungere ai suoi calcoli quella che definì “costante cosmologica”, essenzialmente una densità di energia costante, non toccata da alcuna possibilità di espansione o contrazione, il cui ruolo fosse quello di controbilanciare l’effetto gravitazionale sull’universo cosicché esso rimanesse essenzialmente statico, cosa che, dopo le scoperte di Hubble, egli stesso definirà “la più grande cantonata della mia vita”[2].

All’interno della Teoria Generale, in relazione a destino dell’universo, un parametro di estrema importanza è quello Omega (Ω) relativo alla densità, definito come “densità media dell’universo, diviso per un valore critico di tale densità”: a seconda che Ωsia = 1, <1 o >1 si avranno, infatti, tre geometrie dell’universo completamente diverse, rispettivamente chiamate dell’universo piatto, dell’universo aperto e dell’universo chiuso, e, qualora il contenuto primario dell’universo fosse materia inerte, tali differenti assetti condurrebbero a destini completamente diversi. Da qui, la necessità, per gli scienziati di determinare il valore di Ω per comprendere se il cosmo sia in accelerazione e decelerazione.

A partire dal 1998, comunque, l’osservazione delle supernove ha portato ad ipotizzare la presenza di una “energia oscura”, una forza repulsiva, la cui densità sarebbe variabile a seconda dell’accelerazione espansiva dell’universo e a calcolare che, al momento, sette miliardi e mezzo di anni dopo il Big Bang, si stia vivendo una fase espansiva universale coerente con la teoria dell’universo aperto.

Ma, di fatto, quali sarebbero gli scenari possibili all’interno delle tre geometrie legate ad Ω?

Se l’universo fosse chiuso, esso apparirebbe, in qualche modo, come la superficie di una sfera, senza linee gravitazionali parallele, ma con tutte le linee che si intersecherebbero in un punto, dando forma ad un cosmo che, a grandi linee, potremmo definire ellittico. Se così fosse e venisse a mancare l’effetto repulsivo della “energia oscura”, la gravità porterebbe ad un possibile blocco dell’espansione  e all’inizio di una progressiva contrazione il cui esito sarebbe il collasso dell’universo in un punto (il cosiddetto “Big Crunch”, opposto al “Big Bang”), ma, qualora la quantità di “energia oscura” fosse sufficiente, l’espansione potrebbe proseguire in eterno anche in una configurazione di Ω > 1.

Nel caso di un “Big Crunch” dovuto alla contrazione estrema della materia, il risultato finale non è conoscibile ma si può ipotizzare l’unione di tutto l’esistente e dello spazio-tempo in un solo nucleo  senza dimensione. Tenendo conto dell’ipotesi diffusa che un “Big Cruch” sia stato alla base del “Big Bang”, potremmo, conseguentemente, ipotizzare una specie di universo oscillante tra contrazione ed espansione, sebbene ciò contraddirebbe il II Principio della Termodinamica, dal momento che le fasi oscillatorie produrrebbero entropia e causerebbero la cosiddetta “morte del calore”, di cui si parlerà in seguito, cosa che, conseguentemente, disvalora l’intero modello chiuso.

Se l’universo fosse aperto, esso risulterebbe curvato negativamente come la superficie di una sella, con le linee gravitazionali che, pur non essendo mai equidistanti, non si incontrerebbero mai e con una forma geometrica di tipo iperbolico. Un universo di questo tipo, pur in mancanza di “forza oscura”, si espanderebbe per sempre, con la forza di gravità che, al massimo, potrebbe decelerare tal espansione, mentre in presenza di “forza oscura” tale espansione accelererebbe progressivamente.

All’interno di questo modello, il destino ultimo dell’universo, nel caso l’accelerazione causata dall’energia oscura diventasse così forte da coprire gli effetti gravitazionali e elettromagnetici e da indebolire le forze aggregative, potrebbe presentarsi come la morte del calore, il “Grande Gelo” o il “Grande Strappo”.

Nello scenario del “Grande Gelo”, la continua espansione porterebbe ad una dispersione del calore tale da portare ad un universo troppo freddo per la sopravvivenza di qualsiasi elemento e, appare, all’oggi, essere la teoria più diffusa all’interno della comunità scientifica.

Correlato a tale scenario, vi è quello della “morte del calore”, tale per cui l’universo, arrivando ad un livello estremo di entropia, possibile solo alla minima temperatura, avrebbe la materia distribuita in modo tanto regolare da eliminare ogni gradiente, necessario per qualunque processo informativo, inclusa la vita.

Ponendo una sempre maggiore densità della “energia oscura”, avremmo, invece, una sempre maggior accelerazione, un aumento indefinite della costante di Hubble e, quindi, il “Grande Strappo”, con tutti gli elementi materiali dell’universo, a partire dalle galassie per giungere fino alla più infinitesimale molecola, che si disintegrerebbero in particelle elementari libere che si respingerebbero e in radiazioni.

Infine, nel caso in cui Ω=1, vivremmo in un universo piatto come un piano euclideo, con le linee di forza continuamente parallele e sempre alla stessa distanza tra loro. In assenza di “energia oscura” un tale universo si espanderebbe per sempre ad una velocità progressivamente sempre inferiore ma a ritmo costante, mentre, in presenza della “energia oscura” il ritmo espansivo, pur leggermente frenato dalla gravità, continuerebbe a crescere: in entrambi i casi, il destino dell’universo piatto sarebbe il medesimo dell’universo aperto[3].

Dal 2005, esiste una ulteriore teoria sulla “fine dell’universo”, basata sulla possibilità che esso possa essere progressivamente occupato dal condensato di Bose-Einstein e dalla quasi-particola fermionica, probabilmente risultando in una implosione, ma tale teoria non sembra avere raggiunto un consenso scientifico significativo[4].

Ciò che conta per il nostro assunto è che in qualunque dei quadri  delineati, i tempi di realizzazione per le condizioni di distruzione universale sono enormi: basti pensare che la possibilità del “Grande Gelo”, come detto la teoria finale più plausibile e più “prossima”, è stimata come realizzabile in non meno di 31.7 miliardi di anni[5].

Certo, sussistono molte altre possibilità per una eventuale “fine del mondo” su un piano molto meno “universale”: si va dalla possibilità che quando il sole diventerà un “gigante rosso” possa attirare la terra nella sua orbita (evento probabile, ma stimato intorno ai 7.6 miliardi di anni), alla collisione con un meteorite (l’ultimo caso, non distruttivo per la Terra, di collisione con un meteorite di diametro superiore ai 10 km è avvenuto 65 milioni di anni fa e si stima che il nostro pianeta impatti con un meteorite di diametro superiore ad 1 km. ogni 500.000 anni), mentre molto meno scientifiche appaiono le ipotesi disegnate da alcuni futurologi e riguardanti estinzioni per pandemie, spostamenti subitanei e violenti dell’asse terrestre, cambiamenti climatici irreversibili e letali per l’umanità o guerre globali, le cui possibilità, pur non essendo nulle, rientrano in un quadro di valutazione soggettiva e non quantificabile[6].

Resta il fatto che, fermandoci al dato oggettivo, le possibilità escatologiche sono talmente remote da risultare, come osservato, possibili in milioni se non miliardi di anni.

Eppure, l’umanità da sempre ha paura, o meglio, ha la paura e la speranza che l’eschaton avvenga in tempi brevi, che ristabilisca lo stato edenico o che, almeno, distrugga il “regno dell’iniquità” per portare quella giustizia retributiva da sempre sognata e mai realizzata.

Perché? Perché ancora oggi, con tutte le certezze scientifiche che abbiamo acquisito, parole come Armageddon, Parousia, Messia Salvatore, Giudizio Universale compaiono quotidianamente nei nostri sistemi culturali e non sono relegate alla semplice categoria delle superstizioni magistiche?

La risposta, molto probabilmente, può essere condensata in una semplice parola: speranza.

Noi, come esseri umani, qualunque sia la nostra condizione, abbiamo bisogno di sperare, di credere in un futuro migliore del presente, di sviluppare l’idea dell’esistenza di una giustizia divina retributiva e, da qui, il passo verso il “sogno della palingenesi” è davvero breve.

 

Profezie

Scritto da Lawrence M.F. Sudbury - gennaio 21st, 2010 - 0 Commenti  

Da una analisi anche solo sommaria della storia delle religioni, risulta piuttosto evidente che pressoché ogni sistema escatologico abbia avuto forti influenze politiche che, spesso, ne hanno determinato le coordinate essenziali.

E’, d’altra parte, altrettanto vero che la sovrastruttura politica si inserisce su un substrato dato da un bisogno universale e profondamente umano di “regolazione” dell’esistente attraverso meccanismi retributivi e di ritorno ad una palingenesi purificatrice, così come ad un tentativo di controllo del futuro che, per quanto assolutamente irrazionale, fa parte della necessità di costruzione di punti fermi e di eliminazione dell’incertezza (e, conseguentemente, dell’ansia) che alberga in qualunque essere pensante.

Probabilmente, è proprio su questa base che, lungo tutto il corso della storia, spesso sia a discapito delle interpretazioni ufficiali, sia in netta divaricazione con i “testi sacri” delle singole religioni (i quali, nella maggior parte dei casi, non solo non prevedono, ma,  addirittura, in qualche modo  vietano di fare previsioni escatologiche[1]), le profezie relative ad un eschaton a breve, medio o lungo termine si sono continuamente susseguite, talora in modo imbarazzante e quasi ridicolo, ma sempre come spie di un impulso senza tempo a cercare risposte ad una delle grandi domande dell’esistenza: dove stiamo andando.

Senza pretesa di una quasi impossibile esaustività, possiamo provare, di seguito, a tracciare un quadro delle grandi profezie della fine dei tempi degli ultimi duemila anni.

In ambito ebraico, già nel 44, come riportato da Giuseppe Flavio[2], Teuda, dichiaratosi (e non era certo il primo), Messia, portò 400 uomini a digiunare nel deserto, in attesa dell’“Ora Imminente”, ma la folla venne dispersa dall’esercito di Roma e il finto profeta venne decapitato

Non fu che l’inizio di una lunga serie di profezie millenariste che, ovviamente, trovavano terreno fertile nello stato in cui il giogo imperiale teneva il Popolo d’Israele e nelle sue miserie post-diasporaiche e a cui non si sottrassero alcuni dai maggiori rabbini nel corso dei primi secoli dell’era cristiana: così Ben Zakkai predisse l’eschaton messianico per l’80 circa; Joshua il Galileo, suo contemporaneo, vedeva l’avvento del Messia entro tre generazioni, all’incirca nel 130; Rabbi Dosa, a fine II secolo, su basi torahiche[3], considerava tale evento possibile entro 400 anni; Rabbi Judah ha-Nasi, nello stesso periodo, calcolava la nuova era come databile 365 anni dopo la distruzione del Tempio mentre Rabbi Hanina, circa un secolo dopo, insegnava che gli anni sarebbero stati 400 da tale evento[4].

Certamente, i padri della Chiesa delle origini non furono da meno nel “calcolare” l’epoca della Parousia: Ippolito, ad esempio, sulla base del calcolo che “5.500 anni separavano Adamo da Gesù e che il mondo sarebbe dovuto durare 6.000 anni poiché Dio aveva creato tutto in sei giorni per riposarsi il settimo”, dà, nel 234, ancora due secoli di vita all’umanità[5];  Lattanzio, nel III secolo, data infallibilmente il ritorno di Cristo al 500, mentre Ticone, nel IV secolo, lo anticipa al 381[6].

L’alto medioevo è, poi, con la sua attenzione ai simbolismi e la sua paura dell’anno mille, tutto un fiorire di predizioni apocalittiche: Aniano[7] e Adso da Montier-en-Der[8] pensano al giudizio finale nel 950, tra il 965 e il 996 centinaia di cronache[9] riportano ondate di terrore legate ad eventi naturali[10] o politici[11]che, secondo il pensiero del tempo, altro non sono che “annunci apocalittici” e il “Millennio” viene ovunque predicato come “il tempo ultimo per la conversione” (e sarebbe impossibile riportare tutti i manoscritti che ce lo raccontano[12]). Anche dopo il passaggio della data fatidica, la ricerca di “segni” non cessa affatto e ogni evento incomprensibile (e, per le scarse conoscenze scientifiche del tempo, essi erano numerosi) viene letto come un possibile “annuncio”: da nuvole a forma di drago[13] a una folgore particolarmente violenta[14], da una carestia terribile[15] a una pioggia rossastra[16], ogni “portento” riaccende nuove paure e, con esse, nuove cacce ai “nemici di Cristo” in vista della palingenesi (dalla cacciata degli Ebrei in varie città[17], alle numerose e cruente campagne antiereticali[18]).

Anche il basso medioevo è costellato da profezie millenariste di varia natura. Forse la più famosa è quella del monaco calabrese Gioacchino da Fiore che, nella domenica di Pasqua del 1183, dopo una visione mistica, iniziò a predicare il giudizio universale e l’inizio dell’“Età dello Spirito” per il 1260[19], ma non si devono dimenticare documenti anonimi come Il Libro dei Cento Capitoli (che, intorno al 1260, afferma che, dì lì a breve, Federico II risorgerà e condurrà l’ultima crociata, quella della Parousia) o la Lettera di Toledo che, a fine XII secolo, ammonisce che entro tre mesi il mondo sarà cancellato e solo pochi eletti saranno risparmiati[20], che mantengono vive e pressanti le attese palingenetiche del popolo.

Dal canto loro, gli “eretici” e le varie Congregazioni protestanti che si stanno sviluppando, spesso non nascondono le loro credenze millenariste: i Taboriti fissano il “limite” al 1420[21], Thomas Müntzer al 1526[22], gli Anabattisti al 1533[23] e Jan Mattijs al 1534[24], normalmente in relazione alla realizzazione di una conversione di massa a partire dal loro credo.

 Non si deve assolutamente pensare che con i Lumi la tendenza profetica sia cessata, anzi, parrebbe quasi essersi acuita, coinvolgendo anche personaggi assolutamente insospettabili quali Newton, che, in una nota ad una sua ricerca sulla legge di gravità scrive “Cristo sta venendo![25], ma è tra ‘800 e ‘900 che si assiste ad una incredibile proliferazione di “profeti” della fine imminente. Ciò che più sconvolge è , nella prima metà del XIX secolo, che tali “profeti” vanno da ciarlatani spiritualisti quali Mary Bateman e Joanna Southcott (che, rispettivamente nel 1809 e nel 1814, ottennero una certa risonanza giornalistica annunciando un eschaton imminente[26]), a grandi uomini di Chiesa come John Wesley, fondatore del Metodismo, che, basandosi sull’Apocalisse[27], scrisse che Cristo sarebbe dovuto ritornare nel 1836[28], a  capi settari quali William Miller, creatore del Millerismo, che calcolò la fine dei tempi tra 1843 e 1844, raccogliendo intorno a sé numerosi seguaci[29], a molti altri ancora, incluso quel Charles Piazzi Smyth, ex astronomo reale scozzese che, con il suo Our Inheritance in the Great Pyramid, contribuì, intorno al 1860, alla nascita della piramidologia e che, sulle misure delle grandi piramidi, ritenne di poter fissare la data della fine nel 1960[30].

Il panorama di inizio ‘900 è quasi completamente occupato dalla figura di Charles Russel, un ex milleriano che, come ogni suo predecessore profetico, viene “illuminato da Dio” e, nel 1881, fonda la “Watchtower Bible and Tract Society”, più nota come “Movimento dei Testinoni di Jehova”: nel 1914, la pubblicazione del Movimento, Watchtower[31], sulla base di complessi calcoli che riprendono la tradizione ghematriaca e li applicano al Libro di Daniele[32] proclama l’Armageddon per quello stesso anno. Ovviamente nulla accadde, ma ciò non scoraggiò minimamente i leader del gruppo che, in seguito, con sempre nuovi calcoli, ri-profetizzarono la fine del mondo nel  1918, 1920, 1925, 1941, 1975 e 1994![33]

 Con qualche eccezione (dalla nascita del movimento fine-millenarista chiamato “La Gente di Dio” nella Russia rivoluzionaria del 1917, al successo mondiale del testo The Lord is Coming, del neozelandese Franklin Ferguson, che nel 1920 arrivò alla ventitreesima edizione[34]), a parte i Testimoni di Jehova, le aspettative apocalittiche appaiono mitigarsi nell’arco di tempo tra I Guerra Mondiale e II Dopoguerra, forse a causa delle vicende storiche che riportano le speculazioni su un piano di rischio di distruzione ben più concreto e quotidiano. Di fatto, comunque, a partire dagli anni ’70-‘80 si assiste ad un vero e proprio “rinascimento millenarista”, che fa chiaramente da controcanto alle istanze libertarie che si sviluppano in occidente in quel periodo. Solo per citare gli esempi più eclatanti, possiamo ricordare la nascita dei “Bambini di Dio”, creati dal “profeta” Moses David (“al secolo” David Berg) intorno all’idea che una cometa avrebbe distrutto gli Stati Uniti intorno al 1975 (evidentemente poi cambiando idea quando, nel 1979, predisse la battaglia dell’Armageddon conto le forze comuniste nel 1986 ed il ritorno di Cristo nel 1993[35]), la diffusione del messaggio escatologico della “Chiesa di Cristo della Vera Luce” sulla fine dei tempi a inizio anni ’70 (con relativi suicidi di massa di adepti[36]), la predizione da parte di Bill Maupine e della “The Lighthouse Gospel Tract Foundation” di una Parousia il 28 giugno 1981 (sulla base di calcoli sulle profezie cristiane e sui movimenti di Giove, calcoli evidentemente errati, visto che la fondazione fu costretta a rivedere la “data finale” al 14 maggio 1988[37]), il peculiare allineamento astronomico dei nove pianeti nel 1982 che fece gridare alla fine del mondo non solo gruppi come quelli del “Tara Centers” (che arrivò ad acquistare pagine sui maggiori quotidiani americani per annunciare il ritorno di cristo per il 24-25 aprile)[38], ma anche stimati scienziati della NASA quali John Gribbin e Stephen Plagemann che, già dal 1974, sostennero che tale particolare configurazione celeste (detta “Effetto Jupiter”) avrebbe portato, con i suoi campi magnetici, ad un eschaton galattico[39], e la convinzione di Bhagwan Shree Rajneesh, Guru del movimento Rajneesh, che, nel 1983, predisse una serie di catastrofi (eruzioni, terremoti, inondazioni) che tra 1984 e 1999 avrebbero distrutto le maggiori città del mondo e l’umanità.

La fine degli anni ’80, poi, vide la enorme diffusione dei vari movimenti New Age, fermi assertori della prossima palingenesi attraverso lo sviluppo di una nuova era di pace e prosperità. Dopo una prima mancata apocalisse fissata da molti autori per la notte tra il 16 e il 17 agosto 1987 (la notte della cosiddetta “Convergenza Armonica”)[40], fu il 1988 l’anno su cui si appuntarono gli sguardi di numerosi “futurologi apocalittici”. Così, il ponderoso Hidden Prophecies in the Psalms[41] di J.R. Church vende migliaia di copie annunciando la Parusia su basi biblico-filologiche, Colin Deal sale agli onori della cronaca con il bestseller, scritto qualche anno prima, Christ Returns by 1988[42] in cui, tra l’altro, si fornisce il numero di telefono di un pastore presbiteriano a cui rivolgersi per ottenere (ovviamente a pagamento) una sorta di “manuale dell’eschaton” dal titolo Handbook of the End Time ed Edgar C. Whisenant ottiene un successo planetario con il suo  88 Reasons Why the Rapture Will Be in 1988[43], che sarà seguito, l’anno seguente, da 89 Reasons why the Rapture is in 1989[44], che, per ovvie ragioni, non bissò neppure minimamente tale successo.

Gli anni ’90 vedono una vera e propria escalation nella nascita di gruppi millenaristi, le cui fedi, purtroppo, portano spesso più che al ridicolo sui loro fondatori, a tragedie di vaste proporzioni (come, d’altra parte, era già accaduto nel 1978 quando 912 seguaci della setta del “Tempio del Popolo” del Rev. Jim Jones si erano suicidati in vista dell’eschaton[45]). Nel 1991, Louis Farrakhan, leader della “Nation of Islam”, proclama che la I Guerra del Golfo sarà la “guerra dell’Armageddon” e oltre 200 mussulmani americani corrono in difesa della loro religione: molti di loro verranno poi reclutati nelle fila di Al Qaeda[46]. Sempre nel 1991, Menachem Schneerson, un rabbino di origine russa, afferma che il Messia arriverà il 9 settembre di quell’anno e oltre 300 famiglie vendono tutto quello che anno e si trasferiscono nel deserto del Negev in attesa dell’evento[47]. Nel 1992, David Koresh (al secolo Vernon Wayne Howell), “messia” del gruppo Avventista dei “Davidiani”, cambia il nome della sua comune da “Mt. Carmel” a “Ranch Apocalypse”, convinto com’è che la fine del mondo (fissata per il 1995) avrà inizio da lì, ma, accusato di attività sovversive, circonvenzione d’incapace e stupro di minorenni, viene circondato da forze federali statunitensi e, dopo 51 giorni di assedio, ordina ai suoi adepti di dar fuoco alla fattoria, provocando 76 morti[48]. Nello stesso anno, la setta coreana della “Mission For The Coming Days” e il “Movimento Hyoo-go” americano annunciano la fine per l’ottobre di quell’anno, con il risultato, rispettivamente, di 50 e 36 suicidi[49].

Continua, nel frattempo, la pubblicazione di testi che, tra riferimenti scritturali, calcoli astronomici e stravaganze numerologiche, proclamano fini imminenti: si va da 1994 the Year of Destiny[50] di F. M. Riley a Are You Ready?[51] di Harold Camping, a The Return of Jupiter: End of the World in the Light of the Bible[52] di Kenneth Wong e molti altri, tutti di successo e tutti, immancabilmente, smentiti dai fatti.

Né si può parlare di un fenomeno unicamente “occidentale” e in particolare americano. Nel 1997, dopo aver analizzato una serie impressionante di profezie (da quelle di Nostradamus a quelle di alcuni santi ortodossi), lo scienziato siberiano Vladimir Sobolyovhas della Rerikh Academy, annunciò che entro un paio d’anni l’asse terrestre sarebbe scivolata di almeno 30° , con cataclismi enormi (in particolare l’“innondazione dell’Armageddon”), che sarebbero terminanti solo con l’intervento di alcuni alieni nascosti nella IV dimensione[53](una tesi, questa degli “alieni-salvatori”, cara a molte sette religiose, dai “Cavalieri Sacerdotali della Sicurezza Nazionale” ai “Raeliani”[54]); sempre in quell’anno, il gruppo shintoista radicale giapponese “Aum Shinri Kyo” proclama la fine dei tempi entro pochi mesi (e, in seguito, i suoi 3000 membri verranno accusati di produrre gas nervino per accelerare l’evento)[55]e i membri del gruppo ebraico eterodosso “Temple Mount and Land of Israel Faithful Movement” tentano di salire sul Monte del Tempio per essere “portati via” da esseri di altri mondi prima del Giudizio Universale, ma vengono bloccati dalla polizia israeliana dopo duri scontri (20 ottobre 1997)[56]; nel 1998, infine, la setta taiwanese buddhista guidata da Heng-ming Chen annuncia la fine dei tempi per il 31 marzo e invita tutti i suoi adepti nel mondo a sintonizzarsi sul canale televisivo 18, da cui Dio avrebbe trasmesso il suo proclama finale[57]. Con ogni probabilità ciò non accadde perché Dio si rifiutò di comparire sul canale 18 statunitense, di proprietà del “Playboy Network”…

L’ultima grande ondata apocalittica ha avuto luogo in occasione dell’arrivo del III millenio, per lo più sulla base dell’idea di un “mille e non più mille”, che, curiosamente, ha messo d’accordo “profeti” di diverse religioni nel ritenere l’eschaton assolutamente imminente e nel portare alcuni fanatici a compiere azioni disperate. Così, Jacob Yisrael, ex kibbuzim ora a capo della setta ultrareligiosa “House of Yahweh”, ritiene il 2000 l’anno in cui il Tempio verrà ricostruito e, con 3000 seguaci, viene fermato poco prima di occupare la Spianata della Moschea di Gerusalemme; il “Sukyo Mahikari”, un’ala oltranzista e para-nazista della setta “Aum Shinrikyo” (famigerata per il suo attacco con gas sarin nella metropolitana di Tokyo) diffonde pamphlet che inneggiano ad una “apocalisse di sangue” e compie numerosi atti di anti-semitismo prima di venire bloccata dalla polizia; in Oklahoma, un gruppo fondamentalista para-militare guidato dall’ex pastore menonita Robert Millar, proclama il “Millenio” e si asserraglia nella cittadella fortificata di Elohim City per difendersi da una presunta “guerra venuta dall’Asia”, prima di essere sciolto (con l’arresto di un centinaio di suoi appartenenti): dalle perquisizioni che seguono, emerge che Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklahoma City, era in contatto continuo con il “pastore” Millar[58]. Si tratta certamente di casi estremi, ma essi formano solo la punta dell’iceberg di un movimento imponente: la lista dei gruppi cristiani che hanno annunciato la fine dei tempi per il 2000, citando passi biblici, menzionando l’allineamento planetario del maggio di quell’anno, credendo nell’inizio di una III Guerra Mondiale provocata dall’Islam, vedendo addirittura nel “millenium bug” il segno dell’Anticristo[59] è talmente lunga che, da sola, potrebbe riempire interi volumi.

E, una volta superata anche questa “data fatidica” (con paure che, sulla base, per altro assolutamente razionale, della non esistenza di un “anno 0”, sono perdurate fino a tutto il 2001), il gioco delle “predizioni millenariste” non appare essersi ancora concluso: praticamente ogni anno successivo ha avuto i suoi “profeti” ad indicarlo, per una ragione o per l’altra, come l’ultimo dell’umanità e, recentemente, l’attenzione sembra essersi appuntata particolarmente sul 2012, l’anno indicato da alcune “interpretabili” profezie precolombiane come l’ultimo del ciclo cosmico[60].

Cosa pensare di questa sterminata schiera di profezie escatologiche che si sono susseguite non corso dei secoli? Siamo forse di fronte ad una sorta di psicosi collettiva? La risposta a questa domanda è, come spesso succede, duplice. Indubbiamente, infatti, quando ci troviamo di fronte a proclami e azioni che dimostrano tratti, talora molto avanzati, di isteria, di desiderio thanatico, di auto ed etero distruttività, rientriamo certamente nel quadro di una patologia[61], ma, di base, non possiamo liquidare semplicisticamente il desiderio inconscio di milioni di persone di conoscere cosa accadrà in futuro, di sperare in una palingenesi, di credere nell’esistenza di una giustizia retributiva che un giorno si concretizzerà come il frutto di un disturbo coscienziale.

La frequenza con cui le profezie millenariste si sono susseguite nel corso della storia, ci parla di un elemento profondamente radicato nell’animo umano, ma ci dice anche molto di più. Se, infatti, osserviamo, come fatto fino a questo momento, i punti di maggior ripetitività dei fenomeni profetici, risulta chiaro che essi corrispondono sempre a momenti di particolare drammaticità sociale per i gruppi da cui i profeti provengono, siano essi gruppi etnici (con lo pseudo-mesianismo ebraico), religiosi (con le predizioni della Parusia proto cristiane) o, semplicemente, gruppi emarginati (o auto-emarginati) da un sistema di pensiero dominante.

Ecco, dunque, che l’annuncio dell’eschaton non risulta mai unicamente il grido di dolore dell’animo umano che cerca nell’“oltre” ciò che non trova nell’esistente, ma anche il grido di una denuncia sociale e politica contro una condizione vissuta come avversa[62].

 


[1] Si pensi, in tal senso anche solo ai ben conosciuti passi evangelici: “Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa” (Mt.24:43) e “Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta” (2Pt.3:10)

[2] Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, XVIII

[3] Gen. 15:13

[4] A.Abrahamovitz, Prophecies of the Messiah, Columbus Press, 1994, pp. 118-146 passim

[5] Y. Rubinsky, I. Wiseman, A History of the End of the World, Morrow 1982, pp. 79-82

[6] L. Martin, Date Setters, in “Guardian of Truth”, 15 Sett. 1994, pp. 36 ss.

[7] In P. Blanc (a cura di),”Nouvelle Prose sur le Dernier Jour, Composée avec chant noté, vers l’An Mille…”, Mémoires de la Société Archéologique de Montpellier, 2 (1850)

[8] A. da Montier-en-Der, Trattato sull’Anticristo, in C. Carozzi, La fin des temps: Terreurs et prophéties au Moyen Age, Stock 1982, pp.186-94

[9] Anonimo, Gesta Episcoporum Leodensium, MGH SS IX, p.202; AA.VV., Annales de Saint Florent de Saumur, Sigebert of Gembloux, Chronicon universale c.1114, PL 160 c.194,  Thietmar IV, 19; An. Quedl. ad an. 993, MGH SS III, 69 et Annales Augustani, ibid. p.124; AA.VV., Annales Quedlinburgenses, MGH SS, III p.94; Abbo of Fleury, Apologeticus ad Hugonem et Rodbertum Reges Francorum, London, BM 10972, f.22v; PL 139 c.471-2, solo per citarne alcuni.

[10] Ad esempio il passaggio della cometa di Halley. Vd. P. Moore and J. Mason, The Return of Halley’s Comet,  Cambridge University Press, 1984, p.46 e passim

[11] Come la fine della dinastia carolingia. Vd. E. H. Kantorowicz, King’s Two Bodies: A Study in Mediaeval Political Theology, Princeton University Press 1957, passim

[12] Va, comunque, ricordato che, di per sé, la paura dell’anno 1000  e la conseguente predicaziona apocalittica è propria unicamente delle aree con forte presenza monastica, dal momento che, in realtà, le nozioni cornologiche del popolo erano molto scarse e ben pochi membri del contado si rendevano conto di essere nell’anno chilliastico, tanto che, in relazione a quella che, secondo la storiografia ottocentesca, doveva essere una ossessione diffusa, le fonti che ne trattano risultano, per quanto numerose, ancora molto poche per pensare ad una psicosi globale. Vd. A.Stomper, The Fear for Year 1000, Ambrose Press, 1997, pp. 21 ss.

[13] AA.VV., Chronicon Sci. Petri Vivi, p.107 n.7

[14] Anonimo, Gesta episcoporum Cameracensium, 1.114; MGH SS 7.451

[15] AA.VV., Annales Leodinienses and Laubienses, MGH SS IV, p.18

[16] Anonimo, Annales Quedlinbourgenses ad an. 1009, MGH SS 3.80, p.4

[17] Ad esempio da Maintz nel 1014. Vd. Annales Quedlinburgenses, MGH SS, III p.82-3

[18] Particolarmente feroci in Italia, Gallia, Ungheria e Grecia, come si evince dal manoscritto di  Gerard of Csanád, Deliberatio Supra Hymnum Trium Puerorum, IV, ll.447-75

[19]  E.E. Dubruck, B.I. Gusick, Death and Dying in the Middle Ages, Peter Lang Publishing  1999, pp. 311 ss.

[20] P. Boyer, When Time Shall Be No More: Prophecy Belief in Modern American Culture, The Belknap Press of Harvard University 1992, p. 53-55

[21] Ivi

[22] A.Renfield, Millenarism and Rebellion between Middle Ages and Renaissance, LeDuc University Press 1997, pp. 92 ss.

[23]  L.Martin, Citato

[24] G.K. Waite, David Joris and Dutch Anabaptism 1524-1543, Wilfrid Laurier University Press 1990, pp.62-63

[25] Riportato da L.Martin, Citato

[26] Ivi

[27] Apoc. 12:14

[28] A. M. Morris, Prophecies Unveiled or Prophecy: A Divine System, Kessinger Publishing Co. 2003, p. 361

[29] B. J. Oropeza, 99 Reasons Why No One Knows When Christ Will Return,  IVP publishing 1994, pp.79-81

[30] H.A. Bruck, The Peripatetic Astronomer, The Life of Charles Piazzi Smyth, Taylor & Francis 1988, pp. 141 ss.

[31] Edito anche il Italia con il nome di “Torre di Guardia”

[32] In particolare al capitolo XIV

[33] S.Peters, Judging Jehova Witnesses, University Press of Kansas 2000, passim

[34] A.Croyger, XX Century Will Be the End: Millanarian Expectations in the Last Century, Armwell Press 2002, pp. 38 e 46

[35] D. Davis, The Children of God: The Inside Story By the Daughter of the Founder, Moses David Berg, Marshall Pickering 1985, passim

[36] A.Allen, Pathological Eschatology, AlphaPress 2001, p.176

[37] G. DeMar, The Debate Over Christian Reconstruction, Dominion Press 1988, pp. 146 ss.

[38] H.O’Brien, Apocalypse Now: False Prophets in the Age of  Technology, Admiral Press 2001, pp. 83-84

[39] “Newsweek”, 16 settembre 1974, p.41

[40] K.J. Lau, New Age Capitalism: Making Money East of Eden, University of Pennsylvania Press 2000, pp.96-97

[41] J.R. Church, Hidden Prophecies in the Psalms: I Will Open My Dark Saying Upon The Harp – Psalm 49:4, Prophecy Publications 1986, passim

[42] C.H. Deal, Christ Returns by 1988: 101 Reasons Why, Colin H. Deal Publisher 1981, passim

[43] E.C.Whisenant, 88 reasons Why The Rapture Will Be in 1988: The Feast of Trumpets (Rosh Hash-Ana) September, 11-12-13, World Bible Society 1988, passim

[44] E.C.Whisenant, 89 reasons Why The Rapture Will Be in 1989. The Final Shout: Rapture Report 1989, World Bible Society 1988, passim

[45] A tal proposito vd. J. Jr. Reston, Our Father Who Art in Hell: The Life and Death of Jim Jones, IUniverse 2001, passim

[46] R.Singh, The Farrakhan Phenomenon: Race, Reaction, and the Paranoid Style in American Politics, Georgetown University Press 1997, pp. 310 ss.

[47] T. Tomasella, Deceivers and False Prophets Among Us, AuthorHouse 2005, pp.263 ss.

[48] A.A. Hibbert, Before the Flames: Story of David Koresh and the Davidian Seventh-Day Adventists, Seaburn Publishing 1996, passim

[49] T. Tomasella, Citato, pp.274 ss.

[50] F.M.Riley, 1994 the Year of Destiny, Marling Press 1993, passim

[51] H.Camping, Are You Ready?, Vantage Press 1993, passim

[52] K.Wong, The Return of Jupiter: End of the World in the Light of the Bible, Dorrance Publishing Co. 1996, passim

[53] C.Colson, J.S. Bell Jr., Lies That Go Unchallenged in Popular Culture, Tyndale House Publishers 2005, pp. 311-318

[54] In proposito vd. C.Rockhill, Savers from the Stars, Abelson 2007, passim

[55] T.LaHaye, Babylon Rising: The Edge of Darkness, Bantam 2008, pp. 88-91

[56] C.Rockhill, Citato, pp. 263-264

[57] Ivi, p.277

[58] C. Catherwood, J. DiVanna, The Merchants of Fear: Why They Want Us to be Afraid, The Lyons Press 2008, pp. 85-103 passim

[59] Ivi, passim

[60] J. Oropeza, Citato, pp. 207 ss.

[61] R. Martin, The Last Things: Death, Judgment, Hell, Heaven, Ignatius Press 1998, pp.111 ss.

[62] H. Schwarz, Eschatology, Wm. B. Eerdmans Publishing Company 2001, p.14

 

 

Ciò che resta di Atlantide

Scritto da Leonella Cardarelli - dicembre 12th, 2009 - 0 Commenti  
Per molti la storia o l’esistenza del continente Atlantide, prima del diluvio universale, è pura fantasia… eppure se ne parla molto e numerose testimonianze ci arrivano da studiosi ed intellettuali.

Secondo Corrado Federici “alla base di lontane leggende c’è sempre un nucleo di verità simbolica e spirituale”.
Ciò vuol dire che dietro ad ogni nostra forma di pensiero, dietro ogni nostro modo di dire si nasconde qualcosa che è andato perduto. Purtroppo più un evento è cronologicamente lontano e non collocabile in uno spazio temporale ben definito… più viene visto come una leggenda, una fiaba o una favola. Il mito non è fantasia ma un racconto simbolico che contiene una verità.
Per la conoscenza esoterica il mito di Atlantide rappresenta il passaggio verso la nostra razza, la razza aria.
Esamineremo insieme le testimonianze e i resti archeologici attribuiti a questa civiltà antichissima e poi sarà il lettore a decidere se credere o meno all’esistenza del continente perduto.

Atlantide è il continente che, secondo molti studiosi di storia antica, è esistito prima del diluvio universale.
Si sostiene che gli abitanti di Atlantide erano dei giganti e che l’atmosfera in cui vivevano era un’atmosfera acquosa, non a caso in lingua maya la sillaba “ATL” vuol dire acqua, forza dell’acqua. Da qui deriva il termine greco “atlas”, che significa instancabile, da cui la parola “atleta”.
Atlas era il re della Mauritania e si credeva fosse il figlio di Giove. È rappresentato come una divinità che sostiene il globo e questa immagine esiste nell’America precolombiana.
In quasi tutte le culture vi è la credenza che il mondo sia iniziato con un diluvio, che è quello che noi conosciamo come diluvio universale.
Troviamo tracce del diluvio non solo nella Genesi ma anche nel Codice Boturini, nel Popol Vuh (raccolta di miti e leggende maya), ne “Le stanze di Dzyan” (libro trovato in Tibet; descrive tutte le ere dell’uomo nelle diverse umanità), nel Codice Dresda.
Gli Aztechi sostenevano di essere originari di Aztlan, una terra sconosciuta. Di etimologia azteca, in lingua nahuatl Aztlan significa proprio “gente di Aztlán”.
Secondo alcuni studiosi il termine Aztlán deriverebbe dalle parole nahuatl “aztatl”, che significa “airone” (o uccello dalle piume bianche) e “tlan(tli)”, che significa “posto del”: Aztlán vorrebbe quindi dire “posto degli aironi”. Secondo un’altra teoria, deriverebbe dal nome del dio Atlas e significherebbe “vicino all’acqua”. In Messico esiste inoltre un’area chiamata Chichen Itza che significa salvati dalle acque.
Oggi esistono molte teorie sull’ubicazione di Atlantide: Mediterraneo, America, Canarie, Mar del Nord. Come mai?
Perché Atlantide era tutto, solo nell’ultimo periodo era rimasto, di esso, un’isola, perciò leggiamo che Atlantide era un’isola. Invero Atlantide era tutto un intero continente ma nell’ultimo periodo della sua esistenza era solo un’isola poiché aveva già subito molte devastazioni.
Negli anni ‘80 del XIX secolo Augustus Le Plongeon, studioso francese, sostenne di essere in grado di decifrare i testi degli antichi maya in cui vi erano riferimenti al continente Mu (Mu o Lemuria è il continente che sarebbe esistito prima di Atlantide), inghiottito da violente eruzioni vulcaniche. Pochi credettero a Le Plongeon, anche se molti studiosi credono che Mu sia effettivamente esistita. Uno di essi è William Niven, secondo il quale i sacerdoti di Mu avevano inviato emissari nella Mesoamerica per insegnare e tramandare una conoscenza segreta e preparare un luogo di rifugio in caso di catastrofe. Questo luogo è, con molta probabilità, quello che in molte popolazioni è noto come luogo sotterraneo: Agharti, identificato altresì come Shangri-la. Ma di questo parleremo dopo…
Se pochi credettero all’esistenza di Mu, per Atlantide fu diverso, forse perché ne parlano anche noti intellettuali, in primis Platone. Platone fa riferimento ad Atlantide (o Poseidonia) nei suoi dialoghi “Timeo” e “Crizia”.
Nel “Timeo” Platone scrive che suo zio Crizia narra di Atlantide. Crizia racconta che Solone, grande legislatore e suo antenato, aveva visitato l’Egitto nell”800 a.C. e notò che gli Egizi erano eccessivamente evoluti per quel periodo. Così indusse un gruppo di sacerdoti di Sais a parlare del loro passato ed uno di essi asserì che la Terra aveva subito molte catastrofi dovute agli elementi naturali (fuoco, acqua, terra, aria) e che proprio nel 9.600 a.C. vi fu una grande catastrofe dovuta all’acqua. Il sacerdote disse inoltre a Solone che al di là delle colonne d’Ercole esisteva un’isola: Atlantide, grande quanto la Libia e l’Asia messe insieme e che in quel periodo – 9.600 a.C. – Atene già esisteva (il sacerdote intendeva per Libia una zona grande quanto tutto il Nordafrica e per Asia una zona vasta quanto il Medio Oriente).
Platone nel “Crizia” continua il suo racconto su Atlantide affermando che fu fondata dal dio del mare Poseidone; scrive che col passare del tempo l’essenza divina degli Atlantidei svanì per lasciare il posto ad una componente sempre più umana e Atlantide sparì in un giorno e una notte.
Oltre a Platone menzionarono Atlantide altri intellettuali come il filosofo neoplatonico Proco; quesi sosteneva che Cantore si era recato in Egitto e lì aveva visto delle colonne con su scritta la leggenda di Atlantide. Anche Aristotele e Plutarco parlano di isole e continenti perduti.
Ma cosa resta oggi di Atlantide?

I LUOGHI DEL MISTERO E IL PIANETA TERRA
Il testo “Gli eredi di Atlantide” scritto da Colin Wilson e Rand Flem Ath è molto illuminante dal punto di vista dei luoghi misteriosi collegati e collegabili ad Atlantide. Gli autori di questo testo sostengono che siti sacri misteriosi come le piramidi egiziane, cinesi e sudamericane non sono stati costruiti dagli indigeni per motivi locali, ma sono tutti collegati ad una civiltà antidiluviana, cioè Atlantide.
Oggi, con la libertà culturale, chiunque può facilmente scoprire che in tutta la storia che ci è stata raccontata… qualcosa non quadra. Manca qualche “pezzo”…
I luoghi misteriosi più noti sono l’Egitto, l’America e l’Isola di Pasqua. Esistono anche molte popolazioni antiche che avevano conoscenze straordinariamente precise per il tempo in cui sono vissute: i Maya, gli Incas, gli Egiziani, i Templari e gli Indù.
Ebbene, questi luoghi e queste popolazioni sono ricollegate al mito di Atlantide e alla sua popolazione evolutissima.
Colin Wilson e Rand Flem Ath sono fautori della teoria di Charles Hapgood (1904-1982) secondo il quale Atlantide era collegata nell’attuale Antartide. L’Antartide oggi è coperta dai ghiacci ma se accettiamo l’idea che la crosta terrestre è mobile dobbiamo pensare che prima della catastrofe con cui è nata la nostra civiltà, l’attuale Antartide si trovava più a nord e non era un ambiente freddo né ghiacciato. Oggi è accettata la teoria che le masse polari non siano ancorate ad uno strato di materiale solido ma ad una mistura lubrificante come un dentifricio.
Hapgood fu un grande ricercatore e dedicò tutto se stesso allo studio di Atlantide e della conformazione terrestre. Ebbe persino l’appoggio di Einstein ma comunque poco credito a suo tempo, anche da parte dei geologi.
Einstein appoggiò Hapgood nella sua teoria sullo slittamento della crosta terrestre e lo incoraggiò nella stesura di “Earth’s shifting crust”. In quest’opera Hapgood sostiene che la crosta terrestre può scivolare sotto il peso delle calotte polari portando alla deriva interi continenti.
Nel 1952 Hapgood dimostrò con l’aiuto di Einstein che il globo un tempo era coperto dai ghiacci e questa teoria è oggi universalmente accettata: nell’era precambriana o archeozoica (800 milioni di anni fa) tutto il globo era coperto dai ghiacci e l’era glaciale durò per altri 300 milioni di anni.
Per chiarezza espositiva precisiamo che il globo ha conosciuto una serie di ere glaciali e la causa è tuttora ignota ma vi sono valide ipotesi.
Colin Wilson e Rand Flem Ath hanno congetturato che se le ere glaciali si sono succedute ad intervalli regolari ciò può essere derivato dal fatto che il sistema solare possa attraversare una nuvola di polvere cosmica. Altri studiosi avevano pensato a qualcosa di simile, cioè che le ere glaciali fossero causate da polveri vulcaniche presenti nell’atmosfera terrestre.
James Croll, invece, dà una spiegazione più accettata al fenomeno: egli sostiene che le ere glaciali dipendono dall’inclinazione dell’asse terrestre (il succedersi delle stagioni dipende dall’inclinazione dell’asse terrestre). L’inclinazione dell’asse è oggi di 23,4° ma c’è stato un lievissimo spostamento recente a causa dello tsunami del 2004.
Il testo più rivoluzionario di Hapgood fu “Maps of the ancient sea kings” in cui l’autore tende a dimostrare che la civiltà è molto più antica di ciò che si crede. Non a caso oggi anche nei libri di storia si tende ad anticipare sempre di più l’inizio della civiltà poiché sempre più prove palesano che la civiltà è antichissima. Ad esempio negli anni ‘60 del XX secolo si riteneva che Gerico (la prima città murata) risalisse al 6.500 a.C. invece oggi la si fa risalire ad almeno duemila anni prima.
Il fattore più rilevante è caratterizzato dai resti archeologici: se accettiamo l’idea che la crosta terrestre si muove, si spiega perché in Siberia siano stati ritrovati resti di mammut con fiori tra le narici. Per essere presenti in Siberia fiori e mammut la Siberia non poteva essere ghiacciata.
Einstein era convinto, dai dati geologici di Hapgood, che la crosta terrestre potesse fratturarsi e slittare, ma dubitava che la calotta polare avesse fatto parte del fenomeno, come di contro sosteneva Hapgood. Dubitava altresì che la massa di ghiaccio potesse cagionare lo slittamento della crosta.
È tuttora complesso capire come era formata la Terra prima del diluvio, forse nessuno potrà mai dirlo con certezza; più passa il tempo però, più si comincia ad accettare l’idea che noi non siamo stati i primi ad abitarla.

L’EGITTO
Tra i luoghi più misteriosi al mondo abbiamo l’Egitto con la Sfinge e le piramidi. Nella biblioteca di Alessandria erano conservati documenti su antiche civiltà e alcuni di essi sono stati salvati. La conoscenza egiziana derivava sicuramente dalla conoscenza atlantidea.
La grande piramide di Cheope (Khufu) fu costruita verso il 2.500 a.C. Il grammatico greco Agatarchide di Cnido scoprì tramite antiche tradizioni che analizzando attentamente i lati della piramide si evince che gli Egizi sapevano perfettamente che la Terra è sferica.
Anche Rand Flem Ath sostiene che la grande piramide di Cheope sia frutto di una profonda conoscenza matematica e geografica perché i quattro lati della piramide sono esattamente allineati con i quattro punti cardinali.
Come si spiega che nel 2.500 a.C., un’epoca considerata quasi primitiva, un popolo avesse già compreso una cosa del genere?
Probabilmente fu grazie alle eclissi o perché essi avevano notato che le navi si allontanano all’orizzonte… ma sono solo ipotesi.
Il sito della grande piramide (di Cheope) è a 30° nord dall’equatore e dal polo, cioè a un terzo della distanza tra l’equatore e il polo. Ciò vuol dire che gli Egizi non solo sapevano che la terra fosse sferica ma conoscevano anche la lunghezza dell’equatore e la sua distanza dai poli.
La grande piramide rappresenta la metà della Terra, dall’equatore al polo nord. Nel 2.500 a.C. questo popolo possedeva una cognizione mondiale della geografia.
Robert Bauval, ingegnere belga ed autore di “The Orion mystery”, rimase colpito dalla singolare posizione delle tre piramidi: non si spiegava per quale ragione la piramide di Micherino fosse più piccola e perché non fosse allineata alle altre due. In fondo anche Micherino era un importante faraone…
Una notte Bauval vide le tre stelle della cintura di Orione e realizzò che le tre piramidi riflettono in terra la disposizione delle tre stelle della cintura di Orione.
Bauval era a conoscenza del fatto che gli Egizi consideravano la loro terra un riflesso del cielo. Queste piramidi però non erano proprio un riflesso esatto poiché le costellazioni si spostano a causa della precessione degli equinozi. Per Bauval l’ultima volta che le piramidi di Giza rispecchiarono la cintura di Orione fu nel 10.500 a.C., una data che per quel popolo doveva essere molto importante perché rappresentava l’inizio della loro storia.
Bauval sostiene che anche la Sfinge è orientata secondo la costellazione di Orione del 10.500 a.C. Orione è una importante costellazione dal punto di vista religioso e spirituale perché si sostiene che sia la patria degli dei.

LE AMERICHE
Passiamo ora ad esaminare un’altra zona misteriosa: il Sudamerica e la Mesoamerica e in particolare la popolazione maya, stanziatasi in Messico.
Il Messico è una zona colma di misteri, infatti la civiltà maya ha molte analogie con quella egizia.
Anche i Maya erano molto evoluti… anche troppo per il periodo in cui vivevano; avevano straordinarie conoscenze astronomiche ed anche loro, come gli egizi, costruivano piramidi.
Tante sono le analogie che si suppone che queste due aree (Africa e Americhe) fossero unite (e dal punto di vista geologico questa ipotesi è quasi completamente avallata) o che derivino da una popolazione comune che abbia dato loro determinate conoscenze.
In Messico, ad esempio, sono state ritrovate sia teste olmeche che figure litee di guerrieri con tratti somatici africani. Alcuni sostengono che le teste olmeche non siano africane ma cinesi.
Oltre alle teste olmeche, nell’area del Messico è stato ritrovato un bassorilievo che raffigura una coppia di elefanti: si tratta della stele B del tempio maya di Copàn (Honduras) del VII secolo d.C. Come facevano i maya a ritrarre degli elefanti se essi erano scomparsi da più di tredicimila anni?
A questo punto dobbiamo ricordare che Platone nel “Crizia” accenna alla presenza di elefanti nel continente Atlantide.
Tra i vari ritrovamenti misteriosi non possiamo non menzionare le sfere di granito, ritrovate nella giungla della Costa Rica occidentale. Si tratta di sfere di varie dimensioni, precise, lisce. La più grande pesa venti tonnellate ed ha un diametro di due metri e mezzo. Non si sa di preciso quale obiettivo avessero queste sfere. L’archeologo statunitense Samuel K. Lothrop notò che esse erano disposte in gruppi di tre come a formare dei triangoli irregolari.
Alcune sfere sono state trovate anche su montagne ed è inspiegabile come siano state portate lì. Sfere identiche ma più piccole sono state rinvenute nell’Isola di Pasqua, altro luogo misterioso di cui parleremo più avanti.
A volte le sfere erano collocate in modo da formare delle linee e il professore Ivar Zapp collegò queste linee alle ley lines. Le ley lines, dette anche linee legge o sentieri del drago sono come le vene delle terra, sono cioè dei canali in cui scorre un’energia molto forte. In queste aree della terra sono collocati siti sacri come Stonehenge, Avebury, Glastonbury e vi si verificano fenomeni come i cerchi nel grano.
Poiché gli abitanti della Costa Rica erano dei navigatori si è congetturato che queste sfere servissero come strumento per la navigazione o che raffigurassero le stelle.
Sia i Maya che gli Egizi avevano un calendario precisissimo, il più preciso era quello dei Maya, che si ferma al 2012. Questo calendario era così preciso perché derivava dalla popolazione atlantidea.
In Messico, a Teotihuacàn esiste un viale chiamato “La via dei morti”. Essa si trova a trenta km N-E da Città del Messico e non procede esattamente da nord a sud ma è inclinata a 15,5° rispetto a nord, forse per allinearla con il tramonto delle Pleiadi, costellazione – detta anche “delle sette sorelle” – importante nella mitologia mesoamericana.
David Kelley era uno studioso che si occupò a fondo della popolazione maya e notò che vi erano profonde analogie tra il calendario azteco, maya e indù. Queste analogie presupponevano contatti transpacifici tra queste popolazioni.
Kelley sosteneva che il calendario maya avesse avuto origine a Taxila, città commerciale indù. I Taxiliani erano molto avanzati scientificamente e sapevano che la terra era una sfera.
I Maya non solo conoscevano la precessione degli equinozi (e non avevano telescopi) ma anche Urano e Nettuno, migliaia di anni prima che gli scienziati occidentali li scoprissero.
John Lash ritiene di aver trovato un’antichissima prova di precessione degli equinozi in uno zodiaco inciso sul soffitto del tempio di Hator a Dendera: ciò significa che anche gli Egizi conoscevano la precessione degli equinozi anche se attualmente la si fa risalire verso il 134 a.C., attribuendo questa scoperta all’astronomo greco Ipparco.
Anche i Sumeri erano grandi astronomi. Essi sapevano quanto tempo impiega ciascun pianeta a percorrere la sua orbita, dividevano il giorno in ventiquattro ore, ciascuna di sessanta minuti ed ogni minuto in sessanta secondi.

ANTICHE MAPPE, TEMPLARI ED ESPLORATORI
Rand Flem Ath effettuò studi su mappe molto antiche dalle quali si evince che gli Atlantidei avrebbero tracciato una cartografia mondiale ed avrebbero avuto altresì sofisticati metodi di rilevamento.
A proposito di mappe dobbiamo ricordare la mappa più famosa legata ad Atlantide: la mappa di Piri Reis, disegnata nel 1513 e trovata in un archivio del Palazzo imperiale di Costantinopoli. La carta mostra il profilo orientale delle Americhe, quello occidentale di una parte di Europa e Africa e inoltre la costa nord del continente antartico.
Hapgood restò impressionato dall’accuratezza di questa mappa perché Ferdinando Magellano partì nel 1519 (cioè sei anni dopo la stesura della mappa) per il suo viaggio verso le Indie passando per l’America e scoprendo la parte più meridionale del continente americano. La cosa più sorprendente della mappa è la raffigurazione dell’Antartide, scoperta nel 1818. L’Antartide raffigurata nella mappa però non è come la conosciamo noi oggi ma come era prima di essere ricoperta dai ghiacci.
Piri Reis, ammiraglio turco ed ex pirata, amico di Cristoforo Colombo, asserì di aver compilato quella mappa grazie ad antichi documenti del IV secolo a.C. che si trovavano nella biblioteca di Costantinopoli. Con larga probabilità questi documenti a cui faceva riferimento Piri Reis erano a loro volta delle copie di mappe risalenti ad epoche atlantidee. Secondo alcuni, Cristoforo colombo viaggiò con questa mappa, ma non è certo. La mappa di Piri Reis si trova oggi in Turchia.
Colombo viaggiò con le idee ben chiare e viaggiò con l’impulso templare, infatti sulle sue caravelle c’era il simbolo della croce dei templari. L’ostilità verso i templari nacque verso il 1300 perché loro custodivano un segreto, un tesoro. Questo tesoro era costituito da antiche pergamene (mappe) nascoste sotto il tempio di Salomone. I templari utilizzarono queste mappe per posizionare le loro basi più importanti in siti che riflettevano la geografia del Polo dello Yukan. I templari avevano molte conoscenze, sapevano anche che la nostra religione cattolica è frutto di uno “storpiamento”. I rituali della massoneria traboccano di allusioni al fatto che le proprie origini sono nell’antico Egitto, non a caso la grande piramide è stata sempre il simbolo principale della massoneria.
Nell’Antico testamento vi sono molte analogie tra ebrei ed egiziani. Gli studiosi Lomas e Knight hanno avanzato l’assunto secondo il quale un evento storico abbia coinvolto ebrei ed egiziani molto tempo prima che Salomone costruisse il tempio.
Tra i vari ritrovamenti nell’area mediorientale abbiamo anche i famosi rotoli del Mar Morto, che sono scritture sacre non riconosciute dalla Bibbia ufficiale. Sono stati ritrovati a Qumram (Damasco) e si ritiene siano stati scritti dalla setta degli esseni.

L’ISOLA DI PASQUA
L’isola di Pasqua è così chiamata perché fu scoperta nell’Oceano Pacifico orientale il giorno di Pasqua del 1722 dall’olandese Roggeveen. È detta anche “l’isola dagli occhi nel cielo” per via delle misteriose statue gigantesche che hanno, appunto, gli occhi puntati verso il cielo.
In nessun altro luogo così piccolo esistono statue così grandi. Si tratta di statue alte dai quattro ai sei metri, alcune sono alte addirittura venti metri e sono attaccate al suolo. Sapere chi ha costruito queste statue è impossibile. È un mistero.
Gli abitanti che vivevano in quest’isola non possedevano utensili di metallo ma sapevano scrivere (è stata ritrovata una tavoletta scritta ma nessuno la sa decifrare) e praticavano il culto dei morti nelle caverne.
Oggi molti misteri vengono spiegati attribuendone causa agli alieni.
Per Graham Hancock e Rand & Rose Flem Ath, di contro, molti misteri antichi non dipendono dagli alieni ma sono i resti di antiche popolazioni evolute.

AGHARTI E IL RE DEL MONDO
Con il termine Agarthi (o Amenti) si identifica il cosiddetto regno sotterraneo. Questo regno sotterraneo avrebbe il suo centro in Tibet e sarebbe formato da una rete di gallerie naturali ed artificiali che attraversano, sotto terra, tutto il mondo.
Le gallerie attraversano i regni sotterranei di paesi come Guinea, Ghana, Nigeria, Ciad, Iraq, Iran, Afghhanistan, Mongolia, Siberia, Alaska, Canada, Brasile, Tibet. Ma chi avrebbe costruito queste gallerie, questi regni? E perché?
La funzione di Agharti, il regno sotterraneo, è quella di conservare la conoscenza e tramandarla ai posteri e alle persone più evolute e degne di riceverla. Agharti esisteva già ai tempi di Atlantide e forse anche ai tempi di Mu.
Gli abitanti della terra con larga probabilità sapevano che ci sarebbero state delle catastrofi e per non perdere la propria conoscenza crearono questi luoghi sotterranei per salvarsi.
In questo modo la conoscenza di Mu si salvò e, tramite alcuni maestri di Agharti, fu consegnata agli Atlantidei.
Lo stesso è valso per gli Atlantidei che, quando scomparvero, riuscirono tramite Agharti a tramandare a maestri illuminati la conoscenza superiore.
Agharti sarebbe abitata dai sopravvissuti di Atlantide, infatti si tratterebbe di abitanti molto più evoluti di noi. Anche i Maya e gli Aztechi (e forse anche gli Egiziani?) erano i sopravvissuti di Atlantide ma ormai si erano già involuti, non a caso gli Aztechi compivano sacrifici umani che nell’epoca atlantidea non esistevano.
Questi sopravvissuti si sarebbero rifugiati sotto terra per scampare all’involuzione del mondo e sarebbero governati da un re, detto “Il re del mondo” (identificato col nome di Manu o Melquizedeq), il quale avrebbe contatti con gli esseri più evoluti del mondo, ad esempio con il Dalai Lama.
La capitale di Agharti è Shamballah. Sovente invece di Agharti si tende ad identificare questo luogo con il nome di Shangri-la.
In “Da Atlantide a Shamballah” leggiamo che “tra le tribù nomadi della Mongolia Interna sopravvivono ancora oggi tradizioni su tunnel e mondi sotterranei (…). Una leggenda – se poi è tale – narra che le gallerie conducono a un mondo sotterraneo di origine antidiluviana in un luogo sperduto dell’Afghanistan o nelle regioni dell’Hindu Kush. È Shangri-la, dove la scienza e le arti, mai minacciati dalle guerre mondiali, si svilupparono pacificamente presso una razza di immensa cultura. Questo mondo ha persino un nome: Agharti. (…)” 
(1)
Secondo la leggenda alcuni di questi tunnel sono stati distrutti da cataclismi.
Le dottrine buddiste sostengono che Agharti è situata a una grande profondità del pianeta ed è abitata da persone miti e pacifiche. Sono governate dal re del mondo che da Shamballah è in contatto con i rappresentanti del nostro mondo.
Il dottor Raymond Bernard scrive in “The subterranean world” (1960) che nel mondo buddista la credenza nell’esistenza di un mondo sotterraneo è parte integrante della fede.
Molti conoscono e conoscevano Agarthi, ad esempio Hitler.
René Guénon in “Il re del mondo” e Julius Evola in “Rivolta contro il mondo moderno” ci ricordano le innumerevoli leggende sui regni sotterranei.
Anche Platone, nel “Crizia” e nel “Timeo”, fa riferimento a misteriose gallerie sotterranee che attraversavano Atlantide. Menziona poi “un grande sovrano che siede al centro della terra. Egli è il mediatore della religione per tutto il genere umano”.
Plinio il vecchio in “Storia naturale” accenna ad abitanti del sottosuolo che erano fuggiti sotto terra dopo la distruzione di Atlantide.
Ovidio nelle “Metamorfosi” parla di gente che vive nel sottosuolo.
La leggenda di Atlantide e quella di Agharti sono strettamente connesse.
Il tenente colonnello P. Fawcett è scomparso nell’Amazzonia nel 1925 mentre cercava città atlantidee perdute. Nessuno sa che fine abbia fatto, qualcuno narra che sia stato ucciso. È possibile invece che sia riuscito ad accedere ad Agharti, in quanto esistono dei passaggi per accedervi ma non tutti possono entrarvi.
Si sostiene che tra i pochi prescelti a visitare il regno sotterraneo vi siano stati Madame Blavatsky e Dante Alighieri.
Gli abitanti di Agharti hanno un’energia particolare, detta VRIL, cioè l’energia che nella maggior parte di noi c’è ma è assopita.
Con il termine Vril si intende precisamente un’inesauribile riserva di energie universali, alcune delle quali possono anche essere concentrate nel corpo umano, sviluppate al massimo delle loro potenzialità. Hitler voleva impossessarsi di questi poteri ed era ossessionato dall’energia Vril. Era convinto inoltre che esistesse un regno sotterraneo abitato da “superuomini”.
La cosa più interessante è che secondo alcune dicerie, vari membri della gerarchia nazista, tra cui lo stesso Hitler sarebbero fuggiti dalla pira funebre di Berlino tramite gallerie segrete raggiungendo il Sudamerica, dove alcuni di


3º Segreto di Fatima: Interpretazione Ufficiale della Chiesa

Scritto da Nicola S. - dicembre 5th, 2009 - 0 Commenti  
Pubblicato sotto Profezie

La posizione “ufficiale” della Chiesa comunicata al mondo dall’allora Cardinale Ratzinger.

Personalmente, non sono minimamente convinto. Ma ognuno può leggere e giudicare da se “l’interpretazione ufficiale del 3º Segreto di Fatima”.

 

CONGREGAZIONE
PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

 

IL MESSAGGIO
DI FATIMA

PRESENTAZIONE

Nel passaggio dal secondo al terzo millennio il Papa Giovanni Paolo II ha deciso di rendere pubblico il testo della terza parte del « segreto di Fatima ».

Dopo gli eventi drammatici e crudeli del secolo XX°, uno dei più cruciali della storia dell’uomo, culminato con l’attentato cruento al « dolce Cristo in terra », si apre dunque un velo su di una realtà che fa storia e che la interpreta in profondità, secondo una dimensione spirituale a cui la mentalità odierna, spesso venata di razionalismo, è refrattaria.

Apparizioni e segni soprannaturali punteggiano la storia, entrano nel vivo delle vicende umane e accompagnano il cammino del mondo, sorprendendo credenti e non credenti. Queste manifestazioni, che non possono contraddire il contenuto della fede, devono convergere verso l’oggetto centrale dell’annuncio di Cristo: l’amore del Padre che suscita negli uomini la conversione e dona la grazia per abbandonarsi a Lui con devozione filiale. Tale è anche il messaggio di Fatima che, con l’accorato appello alla conversione e alla penitenza, sospinge in realtà al cuore del Vangelo.

Fatima è senza dubbio la più profetica delle apparizioni moderne. La prima e la seconda parte del « segreto » — che vengono pubblicate nell’ordine per completezza di documentazione — riguardano anzitutto la spaventosa visione dell’inferno, la devozione al Cuore Immacolato di Maria, la seconda guerra mondiale, e poi la previsione dei danni immani che la Russia, nella sua defezione dalla fede cristiana e nell’adesione al totalitarismo comunista, avrebbe recato all’umanità.

Nessuno nel 1917 avrebbe potuto immaginare tutto questo: i tre pastorinhos di Fatima vedono, ascoltano, memorizzano, e Lucia, la testimone sopravvissuta, nel momento in cui riceve il comando del Vescovo di Leiria e il permesso di Nostra Signora, mette per iscritto.

Per quanto riguarda la descrizione delle prime due parti del « segreto », peraltro già pubblicato e perciò conosciuto, è stato scelto il testo scritto da Suor Lucia nella terza memoria del 31 agosto 1941; nella quarta memoria dell’8 dicembre 1941 vi aggiunge poi qualche annotazione.

La terza parte del « segreto » fu scritta « per ordine di Sua Eccellenza il Vescovo di Leiria e della Santissima Madre… » il 3 gennaio 1944.

Esiste un solo manoscritto, che viene qui riprodotto fotostaticamente. La busta sigillata fu custodita dapprima dal Vescovo di Leiria. Per meglio tutelare il « segreto », la busta fu consegnata il 4 aprile 1957 all’Archivio Segreto del Sant’Uffizio. Suor Lucia fu avvertita di ciò dal Vescovo di Leiria.

Secondo appunti d’Archivio, d’accordo con l’Em.mo Card. Alfredo Ottaviani, il 17 agosto 1959 il Commissario del Sant’Uffizio, Padre Pierre Paul Philippe, O.P., portò a Giovanni XXIII la busta contenente la terza parte del « segreto di Fatima ». Sua Santità « dopo talune esitazioni » disse: «Aspettiamo. Pregherò. Le farò sapere ciò che ho deciso ».(1)

In realtà Papa Giovanni XXIII decise di rinviare la busta sigillata al Sant’Uffizio e di non rivelare la terza parte del « segreto ».

Paolo VI lesse il contenuto con il Sostituto Sua Ecc.za Mons. Angelo Dell’Acqua, il 27 marzo 1965, e rinviò la busta all’Archivio del Sant’Uffizio, con la decisione di non pubblicare il testo.

Giovanni Paolo II, da parte sua, ha richiesto la busta contenente la terza parte del « segreto » dopo l’attentato del 13 maggio 1981. Sua Eminenza il Card. Franjo Seper, Prefetto della Congregazione, consegnò a Sua Ecc.za Mons. Eduardo Martinez Somalo, Sostituto della Segreteria di Stato, il 18 luglio 1981, due buste: – una bianca, con il testo originale di Suor Lucia in lingua portoghese; – un’altra color arancione, con la traduzione del « segreto » in lingua italiana. L’11 agosto seguente Mons. Martinez ha restituito le due buste all’Archivio del Sant’Uffizio.(2)

Come è noto Papa Giovanni Paolo II pensò subito alla consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria e compose egli stesso una preghiera per quello che definì « Atto di affidamento » da celebrarsi nella Basilica di Santa Maria Maggiore il 7 giugno 1981, solennità di Pentecoste, giorno scelto per ricordare il 1600° anniversario del primo Concilio Costantinopolitano, e il 1550° anniversario del Concilio di Efeso. Essendo il Papa forzatamente assente venne trasmessa la sua allocuzione registrata. Riportiamo il testo che si riferisce esattamente all’atto di affidamento:

« O Madre degli uomini e dei popoli, Tu conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre che scuotono il mondo, accogli il nostro grido rivolto nello Spirito Santo direttamente al Tuo cuore ed abbraccia con l’amore della Madre e della Serva del Signore coloro che questo abbraccio più aspettano, e insieme coloro il cui affidamento Tu pure attendi in modo particolare. Prendi sotto la Tua protezione materna l’intera famiglia umana che, con affettuoso trasporto, a Te, o Madre, noi affidiamo. S’avvicini per tutti il tempo della pace e della libertà, il tempo della verità, della giustizia e della speranza ».(3)

Ma il Santo Padre, per rispondere più pienamente alle domande di « Nostra Signora » volle esplicitare durante l’Anno Santo della Redenzione l’atto di affidamento del 7 giugno 1981, ripetuto a Fatima il 13 maggio 1982. Nel ricordo del Fiat pronunciato da Maria al momento dell’Annunciazione, il 25 marzo 1984 in piazza San Pietro, in unione spirituale con tutti i Vescovi del mondo, precedentemente « convocati », il Papa affida al Cuore Immacolato di Maria gli uomini e i popoli, con accenti che rievocano le accorate parole pronunciate nel 1981:

« E perciò, o Madre degli uomini e dei popoli, Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo Cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli.

In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno.

“Sotto la Tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio”! Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova! »

Poi il Papa continua con maggiore forza e concretezza di riferimenti, quasi commentando il Messaggio di Fatima nei suoi tristi avveramenti:

« Ecco, trovandoci davanti a Te, Madre di Cristo, dinanzi al Tuo Cuore Immacolato, desideriamo, insieme con tutta la Chiesa, unirci alla consacrazione che, per amore nostro, il Figlio Tuo ha fatto di se stesso al Padre: “Per loro — egli ha detto — io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17, 19). Vogliamo unirci al nostro Redentore in questa consacrazione per il mondo e per gli uomini, la quale, nel suo Cuore divino, ha la potenza di ottenere il perdono e di procurare la riparazione.

La potenza di questa consacrazionedura per tutti i tempi ed abbraccia tutti gli uomini, i popoli e le nazioni, e supera ogni male, che lo spirito delle tenebre è capace di ridestare nel cuore dell’uomo e nella sua storia e che, di fatto, ha ridestato nei nostri tempi.

Oh, quanto profondamente sentiamo il bisogno di consacrazione per l’umanità e per il mondo: per il nostro mondo contemporaneo, in unione con Cristo stesso! L’opera redentrice di Cristo, infatti, deve essere partecipata dal mondo per mezzo della Chiesa.

Lo manifesta il presente Anno della Redenzione: il Giubileo straordinario di tutta la Chiesa.

Sii benedetta, in questo Anno Santo, sopra ogni creatura Tu, Serva del Signore, che nel modo più pieno obbedisti alla Divina chiamata!

Sii salutata Tu, che sei interamente unita alla consacrazione redentrice del Tuo Figlio!

Madre della Chiesa! Illumina il Popolo di Dio sulle vie della fede, della speranza e della carità! Illumina specialmente i popoli di cui Tu aspetti la nostra consacrazione e il nostro affidamento. Aiutaci a vivere nella verità della consacrazione di Cristo per l’intera famiglia umana del mondo contemporaneo.

AffidandoTi, o Madre, il mondo, tutti gli uomini e tutti i popoli, Ti affidiamo anche la stessa consacrazione del mondo, mettendola nel Tuo Cuore materno.

Oh, Cuore Immacolato! Aiutaci a vincere la minaccia del male, che così facilmente si radica nei cuori degli uomini d’oggi e che nei suoi effetti incommensurabili già grava sulla vita presente e sembra chiudere le vie verso il futuro!

Dalla fame e dalla guerra, liberaci!

Dalla guerra nucleare, da un’autodistruzione incalcolabile, da ogni genere di guerra, liberaci!

Dai peccati contro la vita dell’uomo sin dai suoi albori, liberaci!

Dall’odio e dall’avvilimento della dignità dei figli di Dio, liberaci!

Da ogni genere di ingiustizia nella vita sociale, nazionale e internazionale, liberaci!

Dalla facilità di calpestare i comandamenti di Dio, liberaci!

Dal tentativo di offuscare nei cuori umani la verità stessa di Dio, liberaci!

Dallo smarrimento della coscienza del bene e del male, liberaci!

Dai peccati contro lo Spirito Santo, liberaci! liberaci!

Accogli, o Madre di Cristo, questo grido carico della sofferenza di tutti gli uomini! Carico della sofferenza di intere società!

Aiutaci con la potenza dello Spirito Santo a vincere ogni peccato: il peccato dell’uomo e il “peccato del mondo”, il peccato in ogni sua manifestazione.

Si riveli, ancora una volta, nella storia del mondo l’infinita potenza salvifica della Redenzione: potenza dell’Amore misericordioso! Che esso arresti il male! Trasformi le coscienze! Nel Tuo Cuore Immacolato si sveli per tutti la luce della Speranza! ».(4)

Suor Lucia confermò personalmente che tale atto solenne e universale di consacrazione corrispondeva a quanto voleva Nostra Signora (« Sim, està feita, tal como Nossa Senhora a pediu, desde o dia 25 de Março de 1984 »: « Sì, è stata fatta, così come Nostra Signora l’aveva chiesto, il 25 marzo 1984 »: lettera dell’8 novembre 1989). Ogni discussione perciò ed ogni ulteriore petizione sono senza fondamento.

Nella documentazione che viene offerta si aggiungono ai manoscritti di Suor Lucia quattro altri testi: 1) la lettera del Santo Padre a Suor Lucia in data 19 aprile 2000; 2) una descrizione del colloquio avuto con Suor Lucia in data 27 aprile 2000; 3) la comunicazione letta per incarico del Santo Padre, a Fatima il 13 maggio c.a. da Sua Eminenza il Card. Angelo Sodano, Segretario di Stato; 4) il commento teologico di Sua Eminenza il Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Un’indicazione per l’interpretazione della terza parte del « segreto » era già stata offerta da Suor Lucia in una lettera al Santo Padre del 12 maggio 1982. In essa dice:

« La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917).

La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, ecc.”.

Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, ecc.

E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».(5)

La decisione del Santo Padre Giovanni Paolo II di rendere pubblica la terza parte del « segreto » di Fatima chiude un tratto di storia, segnata da tragiche volontà umane di potenza e di iniquità, ma permeata dall’amore misericordioso di Dio e dalla premurosa vigilanza della Madre di Gesù e della Chiesa.

Azione di Dio, Signore della storia, e corresponsabilità dell’uomo, nella sua drammatica e feconda libertà, sono i due perni sui quali si costruisce la storia dell’umanità.

La Madonna apparsa a Fatima ci richiama a questi valori dimenticati, a questo avvenire dell’uomo in Dio, di cui siamo parte attiva e responsabile.

Tarcisio Bertone, SDB
Arcivescovo emerito di Vercelli
Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede

COMMENTO TEOLOGICO

Chi legge con attenzione il testo del cosiddetto terzo « segreto » di Fatima, che dopo lungo tempo per disposizione del Santo Padre viene qui pubblicato nella sua interezza, resterà presumibilmente deluso o meravigliato dopo tutte le speculazioni che sono state fatte. Nessun grande mistero viene svelato; il velo del futuro non viene squarciato. Vediamo la Chiesa dei martiri del secolo ora trascorso rappresentata mediante una scena descritta con un linguaggio simbolico di difficile decifrazione. E questo ciò che la Madre del Signore voleva comunicare alla cristianità, all’umanità in un tempo di grandi problemi e angustie? Ci è di aiuto all’inizio del nuovo millennio? Ovvero sono forse solamente proiezioni del mondo interiore di bambini, cresciuti in un ambiente di profonda pietà, ma allo stesso tempo sconvolti dalle bufere che minacciavano il loro tempo? Come dobbiamo intendere la visione, che cosa pensarne?

Rivelazione pubblica e rivelazioni private – il loro luogo teologico

Prima di intraprendere un tentativo di interpretazione, le cui linee essenziali si possono trovare nella comunicazione che il Cardinale Sodano ha pronunciato il 13 maggio di quest’anno alla fine della celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre a Fatima, sono necessarie alcune chiarificazioni di fondo circa il modo in cui, secondo la dottrina della Chiesa, devono essere compresi all’interno della vita di fede fenomeni come quello di Fatima. L’insegnamento della Chiesa distingue fra la « rivelazione pubblica » e le « rivelazioni private ». Fra le due realtà vi è una differenza non solo di grado ma di essenza. Il termine « rivelazione pubblica » designa l’azione rivelativa di Dio destinata a tutta quanta l’umanità, che ha trovato la sua espressione letteraria nelle due parti della Bibbia: l’Antico ed il Nuovo Testamento. Si chiama « rivelazione », perché in essa Dio si è dato a conoscere progressivamente agli uomini, fino al punto di divenire egli stesso uomo, per attirare a sé e a sé riunire tutto quanto il mondo per mezzo del Figlio incarnato Gesù Cristo. Non si tratta quindi di comunicazioni intellettuali, ma di un processo vitale, nel quale Dio si avvicina all’uomo; in questo processo poi naturalmente si manifestano anche contenuti che interessano l’intelletto e la comprensione del mistero di Dio. Il processo riguarda l’uomo tutto intero e così anche la ragione, ma non solo essa. Poiché Dio è uno solo, anche la storia, che egli vive con l’umanità, è unica, vale per tutti i tempi ed ha trovato il suo compimento con la vita, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. In Cristo Dio ha detto tutto, cioè se stesso, e pertanto la rivelazione si è conclusa con la realizzazione del mistero di Cristo, che ha trovato espressione nel Nuovo Testamento. Il Catechismo della Chiesa Cattolica cita, per spiegare questa definitività e completezza della rivelazione, un testo di San Giovanni della Croce: « Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola… Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel suo Figlio… Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità » (CCC 65, S. Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, II, 22).

Il fatto che l’unica rivelazione di Dio rivolta a tutti i popoli è conclusa con Cristo e con la testimonianza a lui resa nei libri del Nuovo Testamento vincola la Chiesa all’evento unico della storia sacra e alla parola della Bibbia, che garantisce e interpreta questo evento, ma non significa che la Chiesa ora potrebbe guardare solo al passato e sarebbe così condannata ad una sterile ripetizione. Il CCC dice al riguardo: « … anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli » (n. 66). I due aspetti del vincolo con l’unicità dell’evento e del progresso nella sua comprensione sono molto bene illustrati nei discorsi d’addio del Signore, quando egli congedandosi dice ai discepoli: « Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé… Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà » (Gv 16, 12-14). Da una parte, lo Spirito fa da guida e così dischiude una conoscenza, per portare il peso della quale prima mancava il presupposto — è questa l’ampiezza e la profondità mai conclusa della fede cristiana. Dall’altra parte, questo guidare è un « prendere » dal tesoro di Gesù Cristo stesso, la cui profondità inesauribile si manifesta in questa conduzione ad opera dello Spirito. Il Catechismo cita al riguardo una profonda parola di Papa Gregorio Magno: « Le parole divine crescono insieme con chi le legge » (CCC 94, S. Gregorio, in Ez 1, 7, 8). Il Concilio Vaticano II indica tre vie essenziali, in cui si realizza la guida dello Spirito Santo nella Chiesa e quindi la « crescita della Parola »: essa si compie per mezzo della meditazione e dello studio dei fedeli, per mezzo della profonda intelligenza, che deriva dall’esperienza spirituale e per mezzo della predicazione di coloro « i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità » (Dei Verbum, 8).

In questo contesto diviene ora possibile intendere correttamente il concetto di « rivelazione privata », che si riferisce a tutte le visioni e rivelazioni che si verificano dopo la conclusione del Nuovo Testamento; quindi è la categoria, all’intemo della quale dobbiamo collocare il messaggio di Fatima. Ascoltiamo ancora al riguardo innanzitutto il CCC: « Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa… Il loro ruolo non è quello… di “completare” la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica » (n. 67). Vengono chiarite due cose:

1. L’autorità delle rivelazioni private è essenzialmente diversa dall’unica rivelazione pubblica: questa esige la nostra fede; in essa infatti per mezzo di parole umane e della mediazione della comunità vivente della Chiesa Dio stesso parla a noi. La fede in Dio e nella sua Parola si distingue da ogni altra fede, fiducia, opinione umana. La certezza che Dio parla mi dà la sicurezza che incontro la verità stessa e così una certezza, che non può verificarsi in nessuna forma umana di conoscenza. E la certezza, sulla quale edifico la mia vita e alla quale mi affido morendo.

2. La rivelazione privata è un aiuto per questa fede, e si manifesta come credibile proprio perché mi rimanda all’unica rivelazione pubblica. Il Cardinale Prospero Lambertini, futuro Papa Benedetto XIV, dice al riguardo nel suo trattato classico, divenuto poi normativo sulle beatificazioni e canonizzazioni: « Un assentimento di fede cattolica non è dovuto a rivelazioni approvate in tal modo; non è neppure possibile. Queste rivelazioni domandano piuttosto un assentimento di fede umana conforme alle regole della prudenza, che ce le presenta come probabili e piamente credibili ». Il teologo fiammingo E. Dhanis, eminente conoscitore di questa materia, afferma sinteticamente che l’approvazione ecclesiale di una rivelazione privata contiene tre elementi: il messaggio relativo non contiene nulla che contrasta la fede ed i buoni costumi; è lecito renderlo pubblico, ed i fedeli sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione (E. Dhanis, Sguardo su Fatima e bilancio di una discussione, in: La Civiltà Cattolica 104, 1953 II. 392-406, in particolare 397). Un tale messaggio può essere un valido aiuto per comprendere e vivere meglio il Vangelo nell’ora attuale; perciò non lo si deve trascurare. E un aiuto, che è offerto, ma del quale non è obbligatorio fare uso.

Il criterio per la verità ed il valore di una rivelazione privata è pertanto il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da lui, quando essa si rende autonoma o addirittura si fa passare come un altro e migliore disegno di salvezza, più importante del Vangelo, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo, che ci guida all’interno del Vangelo e non fuori di esso. Ciò non esclude che una rivelazione privata ponga nuovi accenti, faccia emergere nuove forme di pietà o ne approfondisca e ne estenda di antiche. Ma in tutto questo deve comunque trattarsi di un nutrimento della fede, della speranza e della carità, che sono per tutti la via permanente della salvezza. Possiamo aggiungere che le rivelazioni private sovente provengono innanzitutto dalla pietà popolare e su di essa si riflettono, le danno nuovi impulsi e dischiudono per essa nuove forme. Ciò non esclude che esse abbiano effetti anche nella stessa liturgia, come ad esempio mostrano le feste del Corpus Domini e del Sacro Cuore di Gesù. Da un certo punto di vista nella relazione fra liturgia e pietà popolare si delinea la relazione fra Rivelazione e rivelazioni private: la liturgia è il criterio, essa è la forma vitale della Chiesa nel suo insieme nutrita direttamente dal Vangelo. La religiosità popolare significa che la fede mette radici nel cuore dei singoli popoli, così che essa viene introdotta nel mondo della quotidianità. La religiosità popolare è la prima e fondamentale forma di « inculturazione » della fede, che si deve continuamente lasciare orientare e guidare dalle indicazioni della liturgia, ma che a sua volta feconda la fede a partire dal cuore.

Siamo così già passati dalle precisazioni piuttosto negative, che erano innanzitutto necessarie, alla determinazione positiva delle rivelazioni private: come si possono classificare in modo corretto a partire dalla Scrittura? Qual è la loro categoria teologica? La più antica lettera di San Paolo che ci è stata conservata, forse il più antico scritto in assoluto del Nuovo Testamento, la prima lettera ai Tessalonicesi, mi sembra offrire un’indicazione. L’apostolo qui dice: « Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono » (5, 19-21). In ogni tempo è dato alla Chiesa il carisma della profezia, che deve essere esaminato, ma che anche non può essere disprezzato. Al riguardo occorre tener presente che la profezia nel senso della Bibbia non significa predire il futuro, ma spiegare la volontà di Dio per il presente e quindi mostrare la retta via verso il futuro. Colui che predice l’avvenire viene incontro alla curiosità della ragione, che desidera squarciare il velo del futuro; il profeta viene incontro alla cecità della volontà e del pensiero e chiarisce la volontà di Dio come esigenza ed indicazione per il presente. L’importanza della predizione del futuro in questo caso è secondaria. Essenziale è l’attualizzazione dell’unica rivelazione, che mi riguarda profondamente: la parola profetica è avvertimento o anche consolazione o entrambe insieme. In questo senso si può collegare il carisma della profezia con la categoria dei « segni del tempo », che è stata rimessa in luce dal Vaticano II: « … Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? » (Lc 12, 56). Per « segni del tempo » in questa parola di Gesù si deve intendere il suo proprio cammino, egli stesso. Interpretare i segni del tempo alla luce della fede significa riconoscere la presenza di Cristo in ogni tempo. Nelle rivelazioni private riconosciute dalla Chiesa — quindi anche in Fatima — si tratta di questo: aiutarci a comprendere i segni del tempo ed a trovare per essi la giusta risposta nella fede.

La struttura antropologica delle rivelazioni private

Dopo che con queste riflessioni abbiamo cercato di determinare il luogo teologico delle rivelazioni private, prima di impegnarci in un’interpretazione del messaggio di Fatima, dobbiamo ancora brevemente cercare di chiarire un poco il loro carattere antropologico (psicologico). L’antropologia teologica distingue in questo ambito tre forme di percezione o « visione »: la visione con i sensi, quindi la percezione esterna corporea, la percezione interiore e la visione spirituale (visio sensibilis – imaginativa – intellectualis). E chiaro che nelle visioni di Lourdes, Fatima, ecc. non si tratta della normale percezione esterna dei sensi: le immagini e le figure, che vengono vedute, non si trovano esteriormente nello spazio, come vi si trovano ad esempio un albero o una casa. Ciò è del tutto evidente, ad esempio, per quanto riguarda la visione dell’inferno (descritta nella prima parte del « segreto » di Fatima) o anche la visione descritta nella terza parte del « segreto », ma si può dimostrare molto facilmente anche per le altre visioni, soprattutto perché non tutti i presenti le vedevano, ma di fatto solo i « veggenti ». Così pure è evidente che non si tratta di una « visione » intellettuale senza immagini, come essa si trova negli alti gradi della mistica. Quindi si tratta della categoria di mezzo, la percezione interiore, che certamente ha per il veggente una forza di presenza, che per lui equivale alla manifestazione esterna sensibile.

Vedere interiormente non significa che si tratta di fantasia, che sarebbe solo un’espressione dell’immaginazione soggettiva. Piuttosto significa che l’anima viene sfiorata dal tocco di qualcosa di reale anche se sovrasensibile e viene resa capace di vedere il non sensibile, il non visibile ai sensi — una visione con i « sensi interni ». Si tratta di veri « oggetti », che toccano l’anima, sebbene essi non appartengano al nostro abituale mondo sensibile. Per questo si esige una vigilanza interiore del cuore, che per lo più non c’è a motivo della forte pressione delle realtà esterne e delle immagini e pensieri che riempiono l’anima. La persona viene condotta al di là della pura esteriorità e dimensioni più profonde della realtà la toccano, le si rendono visibili. Forse si può così comprendere perché proprio i bambini siano i destinatari preferiti di tali apparizioni: l’anima è ancora poco alterata, la sua capacità interiore di percezione è ancora poco deteriorata. « Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai ricevuto lode », risponde Gesù con una frase del Salmo 8 (v. 3) alla critica dei Sommi Sacerdoti e degli anziani, che trovavano inopportuno il grido di osanna dei bambini (Mt 21, 16).

La « visione interiore » non è fantasia, ma una vera e propria maniera di verificare, abbiamo detto. Ma comporta anche limitazioni. Già nella visione esteriore è sempre coinvolto anche il fattore soggettivo: non vediamo l’oggetto puro, ma esso giunge a noi attraverso il filtro dei nostri sensi, che devono compiere un processo di traduzione. Ciò è ancora più evidente nella visione interiore, soprattutto allorché si tratta di realtà, che oltrepassano in se stesse il nostro orizzonte. Il soggetto, il veggente, è coinvolto in modo ancora più forte. Egli vede con le sue possibilità concrete, con le modalità a lui accessibili di rappresentazione e di conoscenza. Nella visione interiore si tratta in modo ancora più ampio che in quella esteriore di un processo di traduzione, così che il soggetto è essenzialmente compartecipe del formarsi, come immagine, di ciò che appare. L’immagine può arrivare solo secondo le sue misure e le sue possibilità. Tali visioni pertanto non sono mai semplici « fotografie » dell’aldilà, ma portano in sé anche le possibilità ed i limiti del soggetto che percepisce.

Ciò lo si può mostrare in tutte le grandi visioni dei santi; naturalmente vale anche per le visioni dei bambini di Fatima. Le immagini da essi delineate non sono affatto semplice espressione della loro fantasia, ma frutto di una reale percezione di origine superiore ed interiore, ma non sono neppure da immaginare come se per un attimo il velo dell’aldilà venisse tolto ed il cielo nella sua pura essenzialità apparisse, così come un giorno noi speriamo di vederlo nella definitiva unione con Dio. Le immagini sono piuttosto, per così dire, una sintesi dell’impulso proveniente dall’Alto e delle possibilità per questo disponibili del soggetto che percepisce, cioè dei bambini. Per questo motivo il linguaggio immaginifico di queste visioni è un linguaggio simbolico. Il Cardinal Sodano dice al riguardo: « … non descrivono in senso fotografico i dettagli degli avvenimenti futuri, ma sintetizzano e condensano su un medesimo sfondo fatti che si distendono nel tempo in una successione e in una durata non precisate ». Questo addensamento di tempi e spazi in un’unica immagine è tipica per tali visioni, che per lo più possono essere decifrate solo a posteriori. Non ogni elemento visivo deve, al riguardo, avere un concreto senso storico. Conta la visione come insieme, e a partire dall’insieme delle immagini devono essere compresi i particolari. Quale sia il centro di un’immagine, si svela ultimamente a partire da ciò che è il centro della « profezia » cristiana in assoluto: il centro è là dove la visione diviene appello e guida verso la volontà di Dio.

Un tentativo di interpretazione del « segreto » di Fatima

La prima e la seconda parte del « segreto » di Fatima sono già state discusse così ampiamente dalla letteratura relativa, che non devono qui essere illustrate ancora una volta. Vorrei solo brevemente richiamare l’attenzione sul punto più significativo. I bambini hanno sperimentato per la durata di un terribile attimo una visione dell’inferno. Hanno veduto la caduta delle « anime dei poveri peccatori ». Ed ora viene loro detto perché sono stati esposti a questo istante: per « salvarle » — per mostrare una via di salvezza. Viene in mente la frase della prima lettera di Pietro: « meta della vostra fede è la salvezza delle anime » (1, 9). Come via a questo scopo viene indicato — in modo sorprendente per persone provenienti dall’ambito culturale anglosassone e tedesco —: la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Per capire questo può bastare qui una breve indicazione. « Cuore » significa nel linguaggio della Bibbia il centro dell’esistenza umana, la confluenza di ragione, volontà, temperamento e sensibilità, in cui la persona trova la sua unità ed il suo orientamento interiore. Il « cuore immacolato » è secondo Mt 5, 8 un cuore, che a partire da Dio è giunto ad una perfetta unità interiore e pertanto « vede Dio ». « Devozione » al Cuore Immacolato di Maria pertanto è avvicinarsi a questo atteggiamento del cuore, nel quale il fiat — « sia fatta la tua volontà » — diviene il centro informante di tutta quanta l’esistenza. Se qualcuno volesse obiettare che non dovremmo però frapporre un essere umano fra noi e Cristo, allora si dovrebbe ricordare che Paolo non ha timore di dire alle sue comunità: imitatemi (1 Cor 4, 16; Fil 3, 17; 1 Tess 1, 6; 2 Tess 3, 7.9). Nell’apostolo esse possono verificare concretamente che cosa significa seguire Cristo. Da chi però noi potremmo in ogni tempo imparare meglio se non dalla Madre del Signore?

Arriviamo così finalmente alla terza parte del « segreto » di Fatima qui per la prima volta pubblicato integralmente. Come emerge dalla documentazione precedente, l’interpretazione, che il Cardinale Sodano ha offerto nel suo testo del 13 maggio, è stata dapprima presentata personalmente a Suor Lucia. Suor Lucia al riguardo ha innanzitutto osservato che ad essa era stata data la visione, ma non la sua interpretazione. L’interpretazione, diceva, non compete al veggente, ma alla Chiesa. Essa però dopo la lettura del testo ha detto che questa interpretazione corrispondeva a quanto essa aveva sperimentato e che essa da parte sua riconosceva questa interpretazione come corretta. In quanto segue quindi si potrà solo cercare di dare un fondamento in maniera approfondita a questa interpretazione a partire dai criteri finora sviluppati.

Come parola chiave della prima e della seconda parte del « segreto » abbiamo scoperto quella di « salvare le anime », così la parola chiave di questo « segreto » è il triplice grido: « Penitenza, Penitenza, Penitenza! ». Ci ritorna alla mente l’inizio del Vangelo: « paenitemini et credite evangelio » (Mc 1, 15). Comprendere i segni del tempo significa: comprendere l’urgenza della penitenza – della conversione – della fede. Questa è la risposta giusta al momento storico, che è caratterizzato da grandi pericoli, i quali verranno delineati nelle immagini successive. Mi permetto di inserire qui un ricordo personale; in un colloquio con me Suor Lucia mi ha detto che le appariva sempre più chiaramente come lo scopo di tutte quante le apparizioni sia stato quello di far crescere sempre più nella fede, nella speranza e nella carità — tutto il resto intendeva solo portare a questo.

Esaminiamo ora un poco più da vicino le singole immagini. L’angelo con la spada di fuoco a sinistra della Madre di Dio ricorda analoghe immagini dell’Apocalisse. Esso rappresenta la minaccia del giudizio, che incombe sul mondo. La prospettiva che il mondo potrebbe essere incenerito in un mare di fiamme, oggi non appare assolutamente più come pura fantasia: l’uomo stesso ha preparato con le sue invenzioni la spada di fuoco. La visione mostra poi la forza che si contrappone al potere della distruzione — lo splendore della Madre di Dio, e, proveniente in un certo modo da questo, l’appello alla penitenza. In tal modo viene sottolineata l’importanza della libertà dell’uomo: il futuro non è affatto determinato in modo immutabile, e l’immagine, che i bambini videro, non è affatto un film anticipato del futuro, del quale nulla potrebbe più essere cambiato. Tutta quanta la visione avviene in realtà solo per richiamare sullo scenario la libertà e per volgerla in una direzione positiva. Il senso della visione non è quindi quello di mostrare un film sul futuro irrimediabilmente fissato. Il suo senso è esattamente il contrario, quello di mobilitare le forze del cambiamento in bene. Perciò sono totalmente fuorvianti quelle spiegazioni fatalistiche del « segreto », che ad esempio dicono che l’attentatore del 13 maggio 1981 sarebbe stato in definitiva uno strumento del piano divino guidato dalla Provvidenza e che pertanto non avrebbe potuto agire liberamente, o altre idee simili che circolano. La visione parla piuttosto di pericoli e della via per salvarsi da essi.

Le frasi seguenti del testo mostrano ancora una volta molto chiaramente il carattere simbolico della visione: Dio rimane l’incommensurabile e la luce che supera ogni nostra visione. Le persone umane appaiono come in uno specchio. Dobbiamo tenere continuamente presente questa limitazione interna della visione, i cui confini vengono qui visivamente indicati. Il futuro si mostra solo « come in uno specchio, in maniera confusa » (cfr 1 Cor 13, 12). Prendiamo ora in considerazione le singole immagini, che seguono nel testo del « segreto ». Il luogo dell’azione viene descritto con tre simboli: una ripida montagna, una grande città mezza in rovina e finalmente una grande croce di tronchi grezzi. Montagna e città simboleggiano il luogo della storia umana: la storia come faticosa ascesa verso l’alto, la storia come luogo dell’umana creatività e convivenza, ma allo stesso tempo come luogo delle distruzioni, nelle quali l’uomo annienta l’opera del suo proprio lavoro. La città può essere luogo di comunione e di progresso, ma anche luogo del pericolo e della minaccia più estrema. Sulla montagna sta la croce – meta e punto di orientamento della storia. Nella croce la distruzione è trasformata in salvezza; si erge come segno della miseria della storia e come promessa per essa.

Appaiono poi qui delle persone umane: il vescovo vestito di bianco (« abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre »), altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e finalmente uomini e donne di tutte le classi e gli strati sociali. Il Papa sembra precedere gli altri, tremando e soffrendo per tutti gli orrori, che lo circondano. Non solo le case della città giacciono mezze in rovina – il suo cammino passa in mezzo ai cadaveri dei morti. La via della Chiesa viene così descritta come una Via Crucis, come un cammino in un tempo di violenza, di distruzioni e di persecuzioni. Si può trovare raffigurata in questa immagine la storia di un intero secolo. Come i luoghi della terra sono sinteticamente raffigurati nelle due immagini della montagna e della città e sono orientati alla croce, così anche i tempi sono presentati in modo contratto: nella visione noi possiamo riconoscere il secolo trascorso come secolo dei martiri, come secolo delle sofferenze e delle persecuzioni della Chiesa, come il secolo delle guerre mondiali e di molte guerre locali, che ne hanno riempito tutta la seconda metà ed hanno fatto sperimentare nuove forme di crudeltà. Nello « specchio » di questa visione vediamo passare i testimoni della fede di decenni. Al riguardo sembra opportuno menzionare una frase della lettera che Suor Lucia scrisse al Santo Padre il 12 maggio 1982: « la terza parte del “segreto” si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no (la Russia) spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte-2 ».

Nella Via Crucis di un secolo la figura del Papa ha un ruolo speciale. Nel suo faticoso salire sulla montagna possiamo senza dubbio trovare richiamati insieme diversi Papi, che cominciando da Pio X fino all’attuale Papa hanno condiviso le sofferenze di questo secolo e si sono sforzati di procedere in mezzo ad esse sulla via che porta alla croce. Nella visione anche il Papa viene ucciso sulla strada dei martiri. Non doveva il Santo Padre, quando dopo l’attentato del 13 maggio 1981 si fece portare il testo della terza parte del « segreto », riconoscervi il suo proprio destino? Egli era stato molto vicino alla frontiera della morte ed egli stesso ha spiegato la sua salvezza con le seguenti parole: « … fu una mano materna a guidare la traiettoria della pallottola e il Papa agonizzante si fermò sulla soglia della morte » (13 maggio 1994). Che qui una « mano materna » abbia deviato la pallottola mortale, mostra solo ancora una volta che non esiste un destino immutabile, che fede e preghiera sono potenze, che possono influire nella storia e che alla fine la preghiera è più forte dei proiettili, la fede più potente delle divisioni.

La conclusione del « segreto » ricorda immagini, che Lucia può avere visto in libri di pietà ed il cui contenuto deriva da antiche intuizioni di fede. E una visione consolante, che vuole rendere permeabile alla potenza risanatrice di Dio una storia di sangue e lacrime. Angeli raccolgono sotto i bracci della croce il sangue dei martiri e irrigano così le anime, che si avvicinano a Dio. Il sangue di Cristo ed il sangue dei martiri vengono qui considerati insieme: il sangue dei martiri scorre dalle braccia della croce. Il loro martirio si compie in solidarietà con la passione di Cristo, diventa una cosa sola con essa. Essi completano a favore del corpo di Cristo, ciò che ancora manca alle sue sofferenze (cfr Col 1, 24). La loro vita è divenuta essa stessa eucaristia, inserita nel mistero del chicco di grano che muore e diventa fecondo. Il sangue dei martiri è seme di cristiani, ha detto Tertulliano. Come dalla morte di Cristo, dal suo costato aperto, è nata la Chiesa, così la morte dei testimoni è feconda per la vita futura della Chiesa. La visione della terza parte del « segreto », così angustiante al suo inizio, si conclude quindi con una immagine di speranza: nessuna sofferenza è vana, e proprio una Chiesa sofferente, una Chiesa dei martiri, diviene segno indicatore per la ricerca di Dio da parte dell’uomo. Nelle amorose mani di Dio non sono accolti soltanto i sofferenti come Lazzaro, che trovò la grande consolazione e misteriosamente rappresenta Cristo, che volle divenire per noi il povero Lazzaro; vi è qualcosa di più: dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento, perché essa è attualizzazione della stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica.

Siamo così giunti ad un’ultima domanda: Che cosa significa nel suo insieme (nelle sue tre parti) il «segreto » di Fatima? Che cosa dice a noi? Innanzitutto dobbiamo affermare con il Cardinale Sodano: « … le vicende a cui fa riferimento la terza parte del « segreto » di Fatima sembrano ormai appartenere al passato ». Nella misura in cui singoli eventi vengono rappresentati, essi ormai appartengono al passato. Chi aveva atteso eccitanti rivelazioni apocalittiche sulla fine del mondo o sul futuro corso della storia, deve rimanere deluso. Fatima non ci offre tali appagamenti della nostra curiosità, come del resto in generale la fede cristiana non vuole e non può essere pastura per la nostra curiosità. Ciò che rimane l’abbiamo visto subito all’inizio delle nostre riflessioni sul testo del «segreto »: l’esortazione alla preghiera come via per la « salvezza delle anime » e nello stesso senso il richiamo alla penitenza e alla conversione.

Vorrei alla fine riprendere ancora un’altra parola chiave del « segreto » divenuta giustamente famosa: « il Mio Cuore Immacolato trionferà ». Che cosa significa? Il Cuore aperto a Dio, purificato dalla contemplazione di Dio è più forte dei fucili e delle armi di ogni specie. Il fiat di Maria, la parola del suo cuore, ha cambiato la storia del mondo, perché essa ha introdotto in questo mondo il Salvatore – perché grazie a questo « Sì » Dio poteva diventare uomo nel nostro spazio e tale ora rimane per sempre. Il maligno ha potere in questo mondo, lo vediamo e lo sperimentiamo continuamente; egli ha potere, perché la nostra libertà si lascia continuamente distogliere da Dio. Ma da quando Dio stesso ha un cuore umano ed ha così rivolto la libertà dell’uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l’ultima parola. Da allora vale la parola: « Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo » (Gv 16, 33). Il messaggio di Fatima ci invita ad affidarci a questa promessa.

 

Gli Hopi e la “Purificazione del Mondo”

Scritto da Lawrence M.F. Sudbury - novembre 27th, 2009 - 0 Commenti  

Il tema escatologico è presente non solo nelle religioni considerate “tradizionali” ma anche in tutte quelle esperienze spirituali, spesso frettolosamente definite come “primitive”, riscontrabili in tribù africane o nativo-americane. Tali sistemi, a differenza di quanto a lungo ritenuto da numerosi studiosi, sono, in realtà, tutt’altro che semplicistici, rivelando, al contrario, un profondissimo grado di elaborazione teorica e di strutturazione formale.

Per quanto riguarda più precisamente la spiritualità degli indiani americani, va subito detto che i loro assetti religioso-spirituali si presentano come di notevole complessità e fortemente variegati, dal momento che ciascuna delle centinaia di tribù presenti nell’area dell’emisfero settentrionale ha sviluppato un suo sistema distinto di credenze e pratiche religiose [1].

In via di estrema generalizzazione, comunque, possiamo affermare che i nativi americani venerano un ampia gamma di spiriti, per lo più collegati a forze della natura, da cui deriva il minimo comun denominatore di un estremo rispetto per tutte le componenti del quadro naturale (dunque non solo forze divine o esseri umani, ma anche piante, animali, etc.), e che un numero considerevole di tradizioni ritiene fondamentale che ogni individuo cerchi la propria strada per essere il più utile possibile per la comunità [2].

E’ all’interno di questi tratti comuni che possiamo posizionare numerosi elementi della complessa e antichissima religione degli Hopi, le cui caratteristiche globali risultano ancora di difficile decifrazione, variando, come tipico di ogni cultura a trasmissione orale, da comunità a comunità e da villaggio a villaggio, pur mantenendo un substrato significante comune [3] e, con ogni probabilità, rappresentando solo una parte di una dottrina sacra iniziatica tramandata solo all’interno del nucleo etnico e non svelata a chiunque ne sia estraneo, tanto da far affermare all’etnologo Harold Courlander che “esiste una vera e propria reticenza nel trattate dei rituali segreti religiosi con chiunque se ne interessi” [4].

In aggiunta a ciò, risulta storicamente accertato che da sempre la cultura Hopi ha avuto tratti di marcata capacità osmotica nei confronti delle credenze straniere (ad esempio del cristianesimo, con cui sono entrati in contatto già a partire dal XVI secolo), spesso inglobate nella loro cosmologia se non in contraddizione con alcuni suoi elementi fondamentali, in particolare precedentemente alla rivolta dei Pueblo del 1680 [5].

Ciò che, comunque, possiamo conoscere del loro sistema religioso è che la maggioranza dei racconti cosmogonici ruota intorno al “Tawa”, lo Spirito del Sole che formò il “Primo Mondo” e i suoi abitatori dal “Tokpella”, lo “Spazio Infinito” [6], ordinando al suo primogenito “Sotuknang” di plasmare i nove universi che egli aveva pianificato e di dare vita alla “Donna Ragno”, una sorta di messaggera tra dio e gli uomini [7].

All’interno del processo creativo primigenio, Sotuknang diede anche vita ad altre divinità minori, tra le quali spiccano Masauwu, l’Uomo Scheletro, spirito della morte e padrone del “mondo superiore” (o “Quarto Mondo”) in cui fuggirono i buoni per scappare dalla debolezza del “Terzo Mondo” (in seguito si spiegherà il senso di questa “sequenza di mondi”), i “Kachinas”, gli dei Gemelli della Guerra, il Coyote, dio dell’inganno e la “Dea del Grano”, la “Grande Madre” dal cui ventre si svilupparono tutti gli uomini [8], così importante nella cultura Hopi da far pensare ad alcuni studiosi (per lo più del movimento femminista) che, in una società matriarcale originaria fossero lei e la Donna Ragno ad essere le divinità supreme, solo recentemente, a contatto con la “popolazione bianca”, soppiantate dalla divinità maschile Tawa [9] (il che è discutibile, dal momento che, in realtà, tutte le funzioni sacerdotali e rituali sono da sempre riservate agli uomini).

Ciò che, all’interno della religione Hopi, più risulta interessante è la cosiddetta “Teoria dei Quattro Mondi”. Secondo essa, la Terra così come la conosciamo sarebbe solo il quarto mondo ad essere abitato dalle creature di Tawa. In ciascuno dei mondi precedenti, la gente, sebbene inizialmente felice, sarebbe divenuta sempre più disobbediente e avrebbe vissuto non secondo i piani del dio supremo, dedicandosi alla promiscuità sessuale, combattendo l’uno contro l’altro e non vivendo in piena armonia. Per questo, i più obbedienti sarebbero stati condotti dalla Donna Ragno nel mondo superiore seguente, con mutamenti fisici che si sviluppavano nel corso del viaggio sia su di loro che sul mondo che stavano per abitare. In alcune versioni (in effetti maggioritarie), è anche presente l’idea di una distruzione del mondo precedente, mentre in altre, semplicemente, esso sopravvive nel caos [10].

Sul passaggio degli uomini in questo “Quarto Mondo” in cui ora ci troviamo, esistono almeno due versioni principali. Quella prevalente riporta che la Donna Ragno fece crescere un giunco cavo nel cielo fino al nuovo mondo e che gli esseri umani vi si arrampicarono fino ad emergere in una zona del Grand Canyon, mentre una seconda leggenda narra che Tawa distrusse il “Terzo Mondo” con una grande inondazione e che la Donna Ragno salvò “i giusti” facendoli galleggiare in una grande canna di bambù fino ad una piccola zona asciutta, da cui, su suggerimento sempre della Donna Ragno, partirono verso est su altre imbarcazioni di canna fino a giungere alla zona montuosa del Quarto Mondo.  In molti casi, come riporta Harold Courlander, la prima versione è raccontata ai bambini, a cui, in seguito, una volta cresciuti, si svela la seconda versione, relativa alla grande inondazione [11].

Tutte le versioni, in ogni caso, concordano sul fatto che, una volta arrivati nel Quarto Mondo, gli Hopi si divisero in gruppi (che andarono a formare i vari clan) e procedettero ad una serie di grandi migrazioni, stabilendosi occasionalmente in città in seguito abbandonate [12]. A tratti, i clan si univano in conglomerazioni più grandi, che finivano sempre per dividersi di nuovo a causa di dispute, che sono un motivo ricorrente di tutta la mitologia Hopi fin dalla partenza dal Primo Mondo.

Durante le loro migrazioni, gli Hopi si sparpagliarono per ogni dove: nell’estremo nord, in cui trovarono una “seconda porta” da cui anche altre popolazioni erano passate nel Quarto Mondo (e, verosimilmente, ciò potrebbe riferirsi al passaggio di  popoli dall’Asia all’America attraverso lo stretto di Bering), all’estremo sud (e, non a caso, molti Hopi vedono Aztechi, Maya e altri popoli centroamericani come parte di loro clan perduti, il che troverebbe effettivamente riscontro nelle similarità di alcuni aspetti religiosi, non ultimo il culto dei “kachinas”, spiriti della natura presenti in ogni dove), ma, infine, approdarono tutti all’area nord-orientale dell’Arizona [13].

Un elemento di estremo interesse all’interno del mito delle grandi migrazioni riguarda lo sviluppo di una figura molto particolare: il cosiddetto “Fratello Bianco Perduto”. Secondo il racconto relativo all’entrata nel “Quarto Mondo”, proprio durante questo passaggio un misterioso “Pahana” (“Fratello Maggiore”) avrebbe lasciato gli Hopi per partire verso est. Un giorno egli ritornerà e tutto ciò che è malvagio sarà distrutto, mentre una nuova epoca di pace inizierà per tutto il mondo [14] (il che sembra essere intimamente connesso con la storia azteca di Quetzalcoatl e altre leggende centro-americane). All’inizio del XVI secolo, appare verosimile che gli Hopi abbiano creduto che l’arrivo dei conquistadores fosse, in realtà, legata al ritorno del “profeta bianco” ma, sembra provato che già al primo contatto con gli spagnoli, si siano resi conto dell’errore [15].

Rimane, comunque, il fatto che numerosi leader tribali Hopi abbiano da sempre profetizzato che la venuta dell’uomo bianco avrebbe indicato la fine del Quarto mondo, sebbene non sia mai stato chiarito se tale fine debba essere ritenuta definitiva o solo un passaggio ad un “Quinto Mondo”.

Un altro segno comunemente ritenuto presagio dell’eschaton fin dal XVI secolo, è l’attraversamento della terra da parte di “serpenti di ferro” e “fiumi di roccia”. Sulla terra, inoltre, sarà intrecciata una specie di gigantesca tela di ragno ed i fiumi diventeranno neri [16].  Secondo una interpretazione  speculativa molto comune e particolarmente inquietante, i “serpenti di ferro” sarebbero le ferrovie, i “fiumi di roccia” le autostrade e la gigantesca tela di ragno le linee elettriche e telefoniche o addirittura al world wide web, ma tale interpretazione risulta quantomeno discutibile per la sua chiara costruzione “a posteriori” [17].

In ogni caso, tutte le profezie concordano sul fatto che tutta la volta celeste cadrà “in un grande luogo di sprofondamento” e che nei cieli si avrà un grande collasso o impatto che porterà all’apparizione di una “stella blu”, mentre la Terra diventerà una fredda landa deserta di sabbia, roccia ed acqua gelida. Allora “gli uomini bianchi combatteranno contro altre persone nelle loro terre, in particolare con quelli da cui è derivata tutta la saggezza, e ci sarà fumo nei deserti, e segni che la grande distruzione si avvicina” [18].

Molti allora moriranno, ma quelli che capiranno le profezie potranno intraprendere atti necessari ad aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza, ad esempio andando a vivere nei luoghi della gente Hopi e così saranno al sicuro.

E’ a questo punto che il Pahana tornerà a piantare i semi della saggezza nei cuori delle persone, e così potrà aprire la soglia dell’alba dell’era del Quinto Mondo (a cui, secondo alcune versioni, ne seguiranno altri tre [19]).

Non è difficile notare che, anche all’interno di una cultura così lontana da quelle che sono comunemente ritenute le culle del pensiero occidentale e orientale, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti di tutti i sistemi escatologico-religiosi:  il “soliti” ritorno edenico (come volontà atavica di purificazione globale) e “mundus senescit” (come giustificazione “degenerativa” della presenza del male nel mondo), il tema del giudizio “riordinativo” finale (come meccanismo retributivo dei giusti e di appianamento delle contraddizioni morali) , quello dell’elemento messianico, in questo caso punto di svolta e  agente ristabilimento del corretto ordine naturale, una temporalità “para-ciclica” (o completamente ciclica nella versione in cui i mondi si susseguono) con il passaggio da un’era all’altra.

L’unico elemento di novità è rappresentato dalla identificazione del sistema edenico con la modalità di vita del popolo Hopi, ma si tratta di un elemento facilmente spiegabile ancora una volta in termini politico-psicologici se, allontanandoci da interpretazioni sensazionalistiche che tendono a vedere nelle profezie indiane segni di un futuro grande conflitto tra mondo occidentale (i bianchi che, si badi bene, erano già conosciuti dagli Hopi al momento della formulazione finale della profezia stessa e della sua stesura in forma scritta) e mondo orientale (da cui è scaturita la prima forma di civilizzazione) [20], pensiamo piuttosto che l’orgoglio etnico scaturisce inevitabilmente da una situazione di perenne contrasto inter-tribale per la conquista di pascoli e territori di caccia, portando ad una esaltazione nazionale, probabilmente poi intensificatasi proprio con il contatto con conquistatori europei fino a quel momento estranei al quadro bellicoso precedente.

 

 

I teschi di cristallo

Scritto da Nicola S. - novembre 23rd, 2009 - 0 Commenti  
Pubblicato sotto Archeologia e Storia, Profezie

Anno 1927, Rovine Maya di Lubaantun (Belize, tra Guatemala e Portorico).
Il suo scopritore e’ Frederick Mitchell-Hedges, un esploratore inglese, che si trova in Sudamerica alla ricerca di prove sull’esistenza di Atlantide, di cui e’ un convinto assertore.
Le ricerche proseguivano ormai da alcuni anni (per l’esattezza dal 1924), cosi’ l’uomo invito’ sua figlia adottiva Anna a raggiungerlo.

Fu proprio l’attenzione di quest’ultima, attratta da qualcosa che luccica tra alcune rocce, a portare alla luce un misterioso reperto.
E’ un Teschio di Cristallo: la perfetta riproduzione di un cranio umano. Il manufatto rappresenta probabilmente un teschio femminile, pesa circa 5kg, e’ lungo 18cm, largo 12 ed alto 13, ed e’ stato creato partendo da un unico pezzo di quarzo. La precisione e’ sconcertante ed enigmatica.
Quaranta anni dopo il suo ritrovamento (1970), l’artefatto e’ stato oggetto di una serie di test e analisi approfonditi e completi, ad opera di esperti in cristallografia computerizzata nei laboratori dell’Hewlett Packard, con Frank Dorland (un restauratore) in qualita’ di supervisore.
Emerse che il teschio era stato scolpito lungo l’asse principale del cristallo: una tecnica estremamente avanzata in uso tra i moderni scultori che sfrutta l’asse di simetria su cui si sistemani gli atomi del soldi e che abbassa notevolmente la possibilita’ di frantumare il pezzo. Inoltre sulla superficie del teschio non c’era la piu’ minima e microscopica graffiatura (che avrebbe quindi provato l’uso di strumenti metallici o moderni). Secondo Dorland la lavorazione era avvenuta utilizzando punte di diamante e tutto era stato rifinito con una miscela abrasiva di polvere di silicio e acqua: ci sarebbero pero’ voluti approssivamente 300 anni di lavoro, 24 ore su 24 !
Attualmente, si e’ a conoscenza di 13 teschi di cristallo: l’esemplare di cui vi ho narrato la storia e’ ancora nelle mani di Anna Mitchell-Hedges (che periodicamente lo espone ai turisti), un altro e’ al British Museum, un altro ancora si trova al Musée de l’Homme di Parigi (estremamente somigliante a quello custodito nel museo londinese -si pensa siano stati acquistati da mercenari messicani alla fine dell’800-), un teschio di cristallo si trova alla Smithsonian Institute of Washington, un cranio originario del Guatemala (del peso di 8 kg) e’ posseduto dalla famiglia “Parks” che a sua volta mostra il reperto in giro per gli Stati Uniti, un’altro (anch’esso scoperto nel Guatemala nei primi del ‘900) e’ noto come il “Teschio d’Ametista” perche’ scolpito nel quarzo viola (gli studi su di esso hanno dimostrato che e’ stato tagliato rispettando l’asse di simetria), gli altri pezzi appartengono a privati ed altri musei mondiali.
Fra tutti, il piu’ dettagliato e trasparente e’ proprio quello di Mitchell-Hedges. La storia ufficiale sul suo ritrovamento ha molti punti oscuri (in nessuna foto dell’epoca appare la figlia dell’esploratore e tantomeno il manufatto).
Il mistero su come siano effettivamente create queste fedeli riproduzioni anatomiche resta tuttora irrisolto. Com’e’ stato possibile creare simili oggetti? E qual e’ il loro scopo? Gli esperti non hanno saputo dare una spiegazione chiara e plausibile a nessun interrogativo.
Certo e’ che la civilta’ Maya considerava questi reperti estremamente importanti e sacri: in alcune raffigurazioni sembrerebbero considerare il teschio come al centro dell’universo.
Si dice che i teschi si riuniranno all’inizio della nuova era, nel dicembre del 2012…